Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi dei Soci e Saggi Ospiti

Il simbolismo del bastone nella carta del Matto

Il bastone del pazzo, un bastone contro il pazzo

 

Andrea Vitali, gennaio 2022

 

 

Il Matto nel mazzo Colleoni-Baglioni, vestito con un indumento stracciato, reca in mano un bastone. Una figura simile è stata dipinta da Giotto nella Cappella degli Scrovegni a Padova, quale raffigurazione della Stultitia.

 

 

 

 Matto Colleoni- Baglioni

 

 

                                                                  Il Matto, dai Tarocchi Colleoni-Baglioni, sec. XV

 

 

 

 Stultitia Scrovegni

 

                                                                            Giotto, Stultitia, affresco, primi  sec. XIV

                                                                                  Cappella degli Scrovegni, Padova

 

 

Un bastone da giullare detto ‘marotte’, connota le raffigurazioni del Matto in numerose miniature e opere medievali e in alcune versioni del Matto dei tarocchi, quale ad esempio Le Fous del ‘Tarot de Paris’ di inizio XVII secolo.

 

 

 

Le Fous Tarot de Paris

 

                                                                         Les Fous, Tarot de Paris, inizio sec. XVII

 

 

La marotte se da un punto di vista pratico svolgeva funzione di difesa, simbolicamente si contrapponeva allo scettro del Re, identificando a sua volta il matto-giullare come tale, così almeno nelle convinzioni del suo possessore. Se il Re aveva lo scettro, il giullare aveva la marotte. Mentre lo scettro era stato ricevuto per una volontà divina che assegnava a ogni governante una funzione mediatrice con l’uomo, il possesso della marotte derivava dalla volontà propria del buffone, che lo designava, in quanto possessore di tale regalia, essere sopra ogni legge terrena, non potendo per questo venire in ogni modo colpito da volontà esterne. Il fatto che il matto-giullare si sentisse superiore è espresso da Tomaso Garzoni che nella sua Piazza Universale sottolinea come il buffone ritenesse “d’essere il maggior uomo sopra tutti” 1, anche se in realtà il suo modo di comportarsi lo faceva assomigliare a un asino, a una scimmia, a un cagnazzo morto dal caldo e a tante altre figure grottesche, parendogli per i suoi gesti di mani e di dita “il bagatella de’ trionfi” 2.

 

Anche il Matto dei tarocchi, come raffigurato nel mazzo Colleoni-Baglioni, ritiene di essere un Re e il suo scettro è il suo bastone. Non si deve infatti dimenticare che il Matto o Folle come lo si voglia chiamare, non rappresenta un uomo da rinchiudere in un ospedale al fine di curare la sua psiche, ma piuttosto un idiota che pensa di essere chissà chi sentendosi fra l’altro superiore a ogni uomo. Si tratta di un demente che fa cose contrarie alla ragione pensando di aver ragione e di essere nel giusto. Un ignorante per antonomasia dato che non ha mai frequentato se non carte da gioco, cibo e ogni altro piacere mondano, privo di logica e di qualsiasi etica. Non si tratta di un amante del solo vivere godendo dei piaceri che la vita può offrire, esprimendo una ragione tesa a tale soddisfacimento, ma di colui che per non cultura e per partito preso, ritenendosi all’altezza di competere pur essendone privo di qualità, fa di sé l’incarnazione del sapiente e del ‘so tutto io’. Un Re del sapere come abbiamo evidenziato in un nostro saggio 3, ma in realtà un balordo, così come il nome tarocco attribuito al mazzo e al gioco esprimeva 4.   

 

Giotto nell’affrescare la Stultitia nella Cappella degli Scrovegni a Padova, non si riferì certamente al matto psichico, a quel povero uomo che abbisognava di cure per una malattia di cui non avrebbe voluto soffrire.  La raffigurazione realistica di un matto, così come si poteva incontrare in quel tempo per le strade, divenne il cliché iconografico per evidenziare un’altra e ben più pericolosa pazzia. Poiché i matti erano incapaci di ragionare su ogni cosa e soprattutto su Dio, la versione iconografica della Stultitia ben si addiceva a simboleggiare l’insipiens, colui che non credendo in Dio, seppur dotato di ragione, faceva di sé stesso un matto per eccellenza secondo la visione della Patristica. Di conseguenza la veste stracciata esprimeva simbolicamente la povertà della sua anima ridotta in pezzi 5.

 

Se è vero che solo un matto può pensare di essere Re al pari dei fanciulli quando giocando impersonano i personaggi delle favole, questa loro convinzione rendeva i pazzi personaggi da evitare, in quanto pericolosi per la loro incapacità di ragionare sulle situazioni e che potevano diventare isterici laddove si fossero messe in dubbio le loro affermazioni. I pazzi stessi, ritenendosi in realtà savi, temevano le azioni delle persone che ragionavano, tanto da sentirle a loro volta pericolose, considerandole pazze.  Motivo per il quale andavano girovagando con un bastone nelle mani, dato che non avevano i denari sufficienti per acquistare una buona spada.

 

Sul fatto che dai matti ogni altro matto fosse ritenuto savio - e questo per effettiva somiglianza - e che colui che dimostrava di essere più matto di loro fosse stimato savio, ritenendo al contrario pazzi i savi, si apprende dal brano seguente tratto da una novella antica:

 

Duno uomo di Corte ke avea nome Saladino. No. XL.

 

SAladino lo quale era uomo di corte Essendo in Cicilia un giorno ad una tavola per mangiare con molti cavalieri davasi lacqua et uno cavaliere disse. Lava la bocca e non le mani. E Saladino rispose. Messer io non parlai oggi di voi. Poi quando piazzeggiavano cosi riposando in sul mangiare fue domandato il Saladino per uno altro cavaliere cosi diciendo. Dimmi Saladino sio volesse dire una mia novella a cui la dico per lo piu savio di noi. Il Saladino rispose. Messere ditella a kiunque vi pare il piu matto. I cavalieri mettendolo in quistione pregarollo ke aprise sua risposta. Il Saladino rispose. Alli matti ogni matto pare savio per la sua somiglianza. Adunque quando al matto sembrera uomo piu matto sia quel cotale piu savio, perokel   savere e contrario della mattezza. Ad ogni matto li savi paiono matti. Siccome a savi i matti paiono veramente matti e di stoltitia pieni” 6.

 

 

PAZZI CON BASTONE

 

“Da pazzo non si coglie / Altro che pena, e doglie”

Da Fillino, Favola Pastorale di Paolo Bozzi Veronese

 

 

La versione iconografica del Matto Colleoni-Baglioni corrisponde realisticamente a come i pazzi si mostravano, con tanto di bastone nelle mani senza tuttavia le simboliche penne sul capo, attribuite loro dai cosiddetti savi. Riporteremo pertanto esempi tratti da alcune opere letterarie in cui i pazzi appaiono muniti di bastone, iniziando con un brano da L’Hospidale de’Pazzi Incurabili di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo.

 

 

De’ Pazzi Vitiosi

Discorso. XII.

 

 

“SON certi matti al mondo, i quali con la diminutione del cervello, et con la perdita del senno ritengono in loro certi vitij, che par che qualche volta nascano da accortezza che in lor si trovi, ma procedono veramente più presto dal diffetto dell'ingegno corrotto, et depravato, che da altro, à quella similitudine quasi, che i Muli tiran de' calzi à ciascun che se gli accosta, per la malitia della natura c' hanno. Et questi tali ci è piacciuto nominargli col nome di pazzi Vitiosi, per non trovar vocabolo più conforme, et più conveniente di questo da imporgli 7.

Un certo Morandino da Savignano matto vitiosissimo, il quale in tempo che si faceva una certa disputa nella città di Cesena vicina à quel castello, trovandosi à passar per sorte nel luogo, dove i disputanti erano congregati, fatto far largo à tutti con un bastone, disse ad alta voce. Io disputo questa conclusione, che Savignano non è discosto da Cesena più che dieci miglia; e poi tengo quest'altra, che Savignano è maschio, et Cesena è femina; e poi ne tengo un'altra, che più gente m’ascoltarà me che son matto, che voi altri che fate del savio. Et all’ultimo tengo quest'altra, che, se il savio passasse per mezo à Cesena, io non sarei matto. Questi tali adunque si chiamano matti vitiosi, e dentro nell’Hospidale possedono una cella, c’hà fuori l'imagine della Dea Themi, la qual come protettrice di costoro con l'infrascritta oratione invoco in lor aiuto…” 8.

 

Iacopo Pagnini, riportando in una sua commedia un dialogo fra marito e moglie, mette in bocca alla donna alcuni nefandi attributi indirizzati a un suo conoscente da lei ritenuto pazzo. Fra queste le peggiori qualità dei vecchi, sostenendo che la sola cosa buona di questi era il sostenersi con un bastone così come faceva il personaggio tirato in causa tanto da apparire catalettico.

 

I Ricordi

Atto Primo - Scena Seconda

 

Personaggi

Papavero Moschetti artigiano

Mona Silvia sua moglie

 

“M.S. Tu mi potevi pur dire gl’è pazzo, e mi chetavi alla prima, ma tù hai detto le buone qualità anco dire gl’è bavoso, geloso, sospettoso senza poi i titoli che per l’ordinario si danno sù le sopracitate a vecchi.

Pa. E quali sono?

M.S. Sordi, ciechi, zoppi, li pute il fiato, impotenti, e finalmente non hanno di buono, se non il bastone con che s’appoggiano, sì che considera parentado di cataletti” 9.

 

Paolo Bozzi ci introduce ora in una favola bucolica dove in una scena che “si finge vicina al Monte Parthenio in Arcadia”, racconta di Fillino e delle sue scorrerie quando da pazzo qual’era con un bastone in mano percuoteva pesantemente tutti coloro che incontrava, cosicché nel momento in cui si cercò di fermare la sua furia circondandolo, egli con il bastone si fece largo colpendo ancora a dismisura, facendo così dire alle ninfe che “Da pazzo non si coglie / Altro che pena, e doglie”.

 

Atto Quarto - Scena Terza

Sincero e Choro [Coro di Ninfe]

 

Sinc.  Udite caso raro.

         Scorrea Fillin per queste selve pazzo,

         E quinci e quindi impressi

         Segni lasciava de la sua pazzia.

         Perche quello stupore

         Si convertia in furore.

         Quando al tempio di Venere se' n venne

         Correndo con un gran bastone in mano,

         E menava picchiate

         Fuor di misura gravi,

         Che guai à chi giugneva.

         Ben lo san le mie spalle,

         Che ne fecer la prova.

         Quivi poch’anzi era Tirinto giunto

         Con Timeta, Formindo, Aminta, e Mopso,

         Con tutti i loro servi,

         Per ritener il forsennato Amante.

         Li facciam cerchio intorno:

         Ei che si vide chiuso, in giro mena

         Il gran bastone, e questo e quel percuote,

         Sì, che si fa far piazza,

         Ne alcuno havea piu ardire

         D'accostarsi vicino.

         Ruppe il capo ad Aminta, a Mopso un braccio,

         Gettò à terra Timeta, e quasi uccise

         Formindo, il qual per trarli da le mani

         Il fer baston troppo se li fè sotto

         Onde assaggiò si fera tintinnata,

         Che per un quarto d'hora

         Non sì levò da terra.

         In somma non fu alcun, che non provasse

         Il duro legno; et io n’hebbi 'l dovere,

         Ch’ancor le spalle, e l capo.

         Mi sento tutt'offeso.

Cho. Da pazzo non si coglie

         Altro che pena, e doglie 10.

 

Attraverso il personaggio di Mirtillo, il pazzo Fillino viene descritto indossare una veste talmente lercia e logora da essere equiparata a quella del Matto del mazzo Colleoni-Baglioni, ridotta in tal modo da topi o gatti in una sola notte e talmente stracciata, continua Mirtillo, che con il suo pezzo più grande non sarebbe stato possibile vestire la sua bertuccia.   

 

Atto Terzo - Scena Quarta

Mirtillo solo.

 

Ma vadasi Fillino, e gli altri pazzi,

Che più di lui non curo, poi ch'è pazzo,

E pazzo è chi lo segue.

Ho ben visto quel tristo di Tirinto,

Ch' in gran fretta ’l seguiva,

A cui chiedendo l'arco,

Senza risponder dileguossi subito.

Ma vadi, come fece

La veste di Formindo,

Che in una notte sola

O da gatti, o da toppi

Fu così logorata,

Che del pezzo maggiore

Non si puotė vestir la mia Bertuccia 11.

 

Il seguente brano, molto ilare, è tratto da un libro contenente settantacinque favole raccontate da Giovan Francesco Straparola il cui titolo Le Piacevoli Notti dimostra una evidente ispirazione boccaccesca 12.

   

Anticipando gli avvenimenti che precedono il testo a seguire, a un matto accadde che per la via un cane gli strappò dalle mani un pezzo di carne. Il pazzo, furioso, lo inseguì fino a che l’animale non entrò in una casa. Quando egli arrivò presso quell’abitazione bussò violentemente sull’uscio dicendo di far uscire quel ladrone, inteso dalla donna come l’amante con il quale stava giacendo nel letto. Il gran furore delle bussate le fece infatti pensare che quei colpi fossero causati da persone amiche del marito, uomo di nobile lignaggio e molto ricco, venute a conoscenza del tradimento in atto. Disperata, intese in ogni modo aprire la porta e il pazzo entrò. A quel punto la donna lo supplicò di tacere sull’amante dicendogli di essere disposta a giacere con lui. Cosa che avvenne subito con grande felicità dell’uomo. Altri colpi alla porta avvisarono la moglie che il marito era ritornato. Presa ancora una volta dal panico, nascosto l’amante sotto il letto, disse al pazzo di nascondersi su per il camino. Lasciamo ora alla lettura del brano la conoscenza di come questa vicenda andò a concludersi, considerata la facile lettura del testo. Anticipiamo soltanto che il pazzo dimostrò, con un bastone in mano, una furbizia inimmaginabile.

 

“Un Pazzo, il quale haveva copia d’una leggiadra; & bellissima donna, finalmente riportò premio dal marito di lei.

Ma quella eccellente, et gloriosa moglie da cosi opinato et subito male percossa, non sapendo in questa roina, che consiglio prendersi, l'adultero da paura sbigottito, et già mezzo morto fedelmente nascose sotto il letto, et fece salire il pazzo nel camino, poi aperse l'uscio al marito, accarezzandolo, bellamente lo invitava à giacersi con esso lei. Et perche era tempo di verno, comandò il marito, che si dovesse accendere il fuoco, che voleva scaldarsi. Furono portate legne per accenderlo, non però legne secche, accioche troppo presto non s'accendesse, ma verdissime, per lo fumo delle quali si frizzevano gli occhi del pazzo, & suffocavasi di modo, che non potea trarre il fiato, ne poteva far, che sovente non stranutasse. Onde il marito guardando per lo camino, vidde costui, che quivi s'era nascosto. Et pensando egli che fusse un ladro, cominciò grandemente à riprenderlo. et minacciarli. A cui il pazzo, tu ben vedi me, disse, ma quello, che è sotto il letto nascosto, non vedi. Una sol volta son io stato con la moglie tua, ma egli ben mille volte ha contaminato il tuo letto. Udendo queste parole il marito, il furore fù sopra di lui, et guardando sotto il letto, trovò l'adultero, et l'uccise. Il pazzo disceso giù del camino, prese un grosso bastone, et ad alta voce cominciò gridare, dicendo. Tu hai ucciso il mio debitore, per Dio se non mi paghi il debito, ti accuserò al rettore, et farroti reo di morte. Le quai parole considerando l'homicida, et vedendo non poter prevalersi dal pazzo, constituito in tanto pericolo con un sacchetto pieno di buona moneta gli chiuse la bocca. Per il che la sua pazzia guadagnò quello, che perso harrebbe la sapientia” 13

 

 

PAZZI DA BASTONE

 

"Piu pazzo sarai tu, se co ’l bastone

  Pensi, di far un pazzo tornar savio".

 

 

Da Gli Amanti Furiosi, Favola Boschereccia, di Ranieri Totti di Pisa,

Detto nella Accademia delli Svegliati IL Sonnolento,

In Venetia, Appresso Giovachino Brugnolo,

M.D.XCVII [1597], c. 61v.

 

 

Se da un lato il bastone era l’arma dei pazzi, con un bastone si pensava di poterli rendere savi attraverso una buona dose di legnate. “Pazzo da bastone” fu l’espressione usata per sottolineare il carattere dei pazzi bisognosi di essere curati in tal modo oppure di castigarli per le loro malefatte.

 

Ma non tutti concordavano su questa cura, tanto da ritenere pazzi coloro che avrebbero scommesso sulla sua efficacia. In un libro cinquecentesco riguardante casi di coscienza, una domanda venne posta per conoscere se un pazzo che preso da furore aveva ucciso un tale e storpiato un altro, doveva essere punito per quelle azioni. La risposta per bocca di un teologo fu che non era da addebitarsi alcuna colpa, dato che non era colpa sua se era divenuto pazzo. A nessuno infatti, sarebbe piaciuto esserlo, considerato al contrario che tutti avrebbero voluto vivere felici e in salute. Pertanto, ciò che si doveva giudicare era la sua pazzia e non gli atti compiuti in quello stato. 

  

“154 Si dimanda: Uno diventò matto, per la qual mattezza, in chiunque s'abbatteva, offendeva: Onde un giorno il furore lo prese in maniera tale, che ammazzò uno, & un'altro stroppiò, se questo matto fia fatto irregolare? Resp. Co 'l predetto Theologo Cardinale Paellotto, di nò, benche lui infuriasse per sua colpa, & facci dette materie, essendo che questo atto non fia di sua intentione, ma a caso, & contra sua volontà, & mente, percioche questo è da giudicare, nissuno desidera esser matto, nè infermo, ma esser sano, & vivere piu che si può” 14.

 

In ogni modo, il fatto che con un bastone si dovesse punire un pazzo fu credenza alquanto diffusa, come testimonia la seguente ottava tratta da La Dragha de Orlando innamorato, opera di Francesco Tromba:

 

Canto Ottavo

 

Et con quel gli piombo una bastonata

Aponto el gionse sopra del gallone

cridava Astolfo allui bestia incantata

se credi chio sia qualche ragazone

disse el gigante ello /e / cosa provata

chel matto si castiga col bastone

& se non credi desser matto palese

Io tel farò provare alle tua [sic] spese 15.

 

Quanto fece un vero e proprio pazzo da bastone, perché pericoloso, viene descritto brevemente da Lodovico Domenichi in un volume di facezie. Il pazzo trovandosi in chiesa in occasione di un ufficio religioso sentì il prete esclamare a forti toni alcune parole alle quali i devoti risposero, come da prassi, gridando. Ignaro di quell’uso, il pazzo diede al religioso una forte sberla affermando che se lui non avesse gridato così forte per primo gli altri se ne sarebbero stati quieti.     

 

“Un’ matto essendo in chiesa, et sentendo imporre lufficio da un prete, et di poi dopo lui tutti gridare, come si fa, diede a quel primo una ceffata, dicendo: se tu non havesti incominciato a gridare, questi altri si sarebbono stati cheti. Pazzo da bastone, poiche era pericoloso” 16.

 

Coloro che cercavano gli effimeri piaceri terreni rinunciando alla speranza che Dio li avrebbe aiutati nella ricerca della felicità eterna non confidando nella sua grazia, sarebbero andati certamente incontro a infinite pene. Essi vennero paragonati nell’opera Proverbi Notabili, Sentenze Gravi, Documenti Morali, E Detti singolari, & arguti; Di diversi Auttori, antichi et moderni 17a coloro che dimostravano di essere contenti di trovarsi sopra una barca, il cui spessore del legno era di appena tre dita, nel pieno di un mare in tempesta. Come chiamarli, se non “pazzi di bastone”?

 

Capitolo Terzo - Parte Quarta

 

Colui che tien con Dio la mente unita

Ogni gratia riceve, che lui chiede,

E Dio mai non li manca di sua aita.

Lo sperare la vita ne concede,

Che al mal, che noi patiam conforto viene

Mentre, che d'haver ben si spera e crede.

Un tristo infame, e fuggitivo bene

Mai goder non si deve di ragione,

Essendo al fin cagion d'estreme pene.

Chi stà de venti, e d'aque a discretione

Sopra d'un legno di tre dita grosso,

Con suo contento è pazzo da bastone 18.

 

La poetessa e scrittrice Lucrezia Marinelli, pseudonimo di Lucrezia Marinella Vacca, divenuta protagonista nel dibattito che coinvolse l’intera Europa sulla posizione della donna, rispose al misogino trattato di Giuseppe Passi Dei donneschi difetti (1599) componendo l’anno successivo La Nobiltà et l'Eccellenza delle Donne co' Difetti et Mancamenti de gli Huomini 19. Divisa in due parti, conteneva nella prima l’elogio delle donne e nella seconda i difetti degli uomini. Da quest’ultima abbiamo tratto il seguente brano in cui ella ironizza su Lucio Vero, fratello di Marco Aurelio, il quale amava talmente il suo cavallo di nome Uccello da preparargli personalmente ogni giorno orzo raffinato. Venuto a mancare, Lucio Vero si disperò talmente da far innalzare in Vaticano in memoria dell’amico defunto e quale sepolcro, una statua d’oro con le somiglianze del cavallo, portando inoltre appeso al collo la sua effigie. A conclusione, la Marinelli pose la seguente domanda: “che vi pare? Credete voi, che fosse un pazzo da bastone?”

 

 

I Difetti &, i mancamenti De gli Huomini

 

De gli huomini di poco ingegno, & pazzarelli

Cap. XXIX

 

 

“GLI huomini che han' poco sale in zucca non cedono in alcun modo coloro à gli smemorati: anzi li trapassano; percioche quelli, che hanno poca memoria, possono alcuna volta ragionare dirittamente intorno alle cose presenti: Ma colui che è scemo d'intelletto, sempre cometterà mille errori, essendo egli del vivo lume della ragione privato. Sono senza dubbio infiniti gli huomini di tal sorte, et per essemplificar questo mio dire addurò alcuni essempi. Lucio Vero fratello di Marco Aurelio Imperatore era tanto impazzito per un cavallo, che nulla più; il suo nome era Uccello, cosi lo chiamava egli; di sua mano la nodriva di  orzo mondato, et lavato benissimo: venne questo destriere con grandissimo dolore, et pianto del suo padrone à morte: tosto che morto fù drizzò un bellissimo Sepolcro in Vaticano, et fece fare per mano d'illustre artefice una Statua d'oro, che haveva la somiglianza del cavallo, che habbiamo detto, la qual'egli portava al collo in memoria sua: che vi pare? Credete voi, che fosse un pazzo da bastone?” 20.

 

Le espressioni “pazzo da bastone” e “pazzo da catena” vennero contemporaneamente prese a prestito per offendere ogni sorta di avversario, anche se dotato di ragione.  Le troviamo entrambe nell’Orlando Innamorato 21:la prima nello scontro che vide contrappostiRinaldo e Belisario, la seconda in identica situazione fra Ruggero e Rodomonte:

 

Libro Secondo - Canto X

Belisardo contro Rinaldo

 

Mostrò il gigante in forma di Dodone (1)

     Forte adirarsi di quelle parole

     Et gli rispose pazzo da bastone

     Che sempre havesti ‘l capo a’ frasche et fole,

     Et pensi esser tenuto un gran Campione

     Con questo tuo cianciare, altro ci vuole

     Che da te stesso tenersi valente,

     Et far si poco conto della gente 22.

 

(1) Dodone o Dudone = guerriero cristiano che aiutò Carlo Magno assediato dai Saraceni in Parigi.

 

Libro Terzo – Canto IV

Ruggero contro Rodomonte

 

Hor ti difendi pazzo da catena

     Poi che si per altrui morir ti piace,

     Ruggier da poi minaccia, et prima mena,

     Et quell’altro non vuol con esso pace.

     Ogniun di lor ha core et arme et lena,

     Onde battaglia orrenda et pertinace

     Nell’altro canto raccontar vi voglio

     Se piace a’ Dio ch’io segua come foglio 23.

 

Fra i numerosi componimenti in cui si trova l’espressione “Pazzo da bastone” ricordiamo la commedia in prosa L’Alchimista di M. Bernardino Lombardi e la commedia in versi I Filosofi Pazzi dell’Abate Pietro Chiari:

 

L’Alchimista - Atto Quarto - Scena II

Personaggio: Nebbia

 

Neb. Ohime ch’io son rovinato, costui m’ha mangiata la mia torta, & non so come ascolta, o là: nò mi fare di queste burle, che s’io ti piglio co’ denti nel collo, ti mangierò vivo, dove l’hai tu posta, pazzo da bastone 24.

 

I Filosofi Pazzi - Atto Secondo - Scena IV

Personaggio: Eraclito

 

Eracli. Ridendo da se solo ei veni come un buffone.

E non sarà poi pazzo? E’ pazzo da bastone.

Stammi vicin che io temo 25.

 

Se esistevano ovviamente manicomi veri e propri dove i pazzi venivano rinchiusi per essere curati, L’Ospidale de’ Pazzi Incurabili del Garzoni rappresenta un manicomio universale immaginario nelle cui sale venivano rinchiusi i rappresentanti antichi e contemporanei delle più diverse forme di follia. E se nell’Hospidale la cura veniva ottenuta mediante un’orazione a una divinità, un nume tutelare a cui i visitatori potevano rivolgere particolari esortazioni al fine di far ottenere la guarigione ai poveri malati, nei manicomi si riteneva di far acquistare la guarigione tramite bastonate, così almeno avveniva a Costantinopoli in un luogo chiamato Timarahane, appositamente edificato dal sultano Paiaxit per rinchiudervi i pazzi affinché non commettessero pazzie nelle città. Un esuberante numero di guardiani percorreva le vie e le piazze per catturare, a suon di bastonate, questi facinorosi. Centocinquanta era il numero delle guardie che servivano all’interno dell’ospedale per controllare i pazzi, tenuti in letti e incatenati ai muri. Al pari del bastone delle guardie penitenziarie di epoca più recente ritmicamente battuto sul palmo come a dire “Attenzione: siamo pronti a colpire nel caso di una qualunque vostra ribellione”, le guardie turche si facevano vedere sempre con un bastone in mano e appena qualcuno non rispettava gli ordini, lo picchiavano selvaggiamente. Un atteggiamento contrario veniva riservato a coloro che sembravano non compiere più pazzie, ai quali, visto il loro andamento favorevole, venivano riservate le migliori cure. Questo ospedale è descritto da Francesco Sansovino in una sua raccolta di storia e costumi della civiltà turca 26.

 

Libro Terzo

 

D'uno luogo chiamato Timarahane, dove si castigano i matti.

 

“IN Costantinopoli fece fare un luogo Sulthan Paiaxit dove si dovessero menare i pazzi, accioche non andassero per la città, facendo pazzie, et è fatto a modo d’uno Spedale, dove sono circa cento cinquanta guardianı in loro custodia, et sonvi medicine, et altre cose per loro bisogni, et i detti guardiani vanno per la città con bastoni cercando i matti, e quando ne trovano alcuno, lo' ncatenano per il collo con catene di ferro, e per le mani, a suon di bastoni lo menano al detto luogo, & quivi gli mettono una catena al collo assai maggiore, che è posta nel muro, et viene sopra del letto, talmente che nel letto per il collo tutti gli tengono incatenati , et ve ne saranno per ordine lontano l'uno dall'altro numero di quaranta, i quali per piacere di quelli della città molte volte sono visitati, et di continuo col bastone i guardiani gli stanno appresso; Percioche non essendovi guastano i letti, et tiransi le tavole l'uno all'altro, et venuta l'hora del mangiare, i guardiani gli vanno esaminando tutti per ordine, et trovando alcuno che non istia in buon proposito, crudelmente lo battono, et se a caso truovano alcuno che non faccia piu pazzie, gli hanno miglior cura che a gli altri” 27.

 

Altro personaggio bastonato perché ritenuto pazzo fu Buovo D’Antona, eroe di una leggenda cavalleresca francese del XIII secolo fra le più diffuse, la cui origine non è ben nota. Esistono molte redazioni del romanzo diffuse nell’intera Europa a cui se ne deve aggiungere anche una ebraica e una russa. In quella francese, composta da tre testi, Buovo era figlio della regina Brandonie e di Guion, signore di Hanstone. Brandoine, innamoratasi del duca Doon de Mayence, fece in modo che il marito morisse e poiché l’amante voleva liberarsi anche del figlio di lei, Buovo venne consegnato a mercanti armeni i quali lo vendettero al re Hermin nella cui reggia il giovinetto crebbe divenendo poi cavaliere. Innamoratosi di Josiane, figlia di Hermin, i due iniziarono una lunga serie di avventure, a volte liete e a volte dolorose, durante le quali riuscirono a sposarsi. Buovo volendo vendicare l’uccisione del padre, sfidò in duello il patrigno uccidendolo. Secondo la redazione in prosa francese Buovo morì in un romitaggio dove si era ritirato a far penitenza.

 

“Con l'invenzione della stampa la leggenda continuò a circolare nelle edizioni che si fecero nei primi anni del sec. XVI delle redazioni in prosa francese e in inglese, e nelle molte popolari del poemetto italiano in ottave, che dal 1480 vanno fino al principio del sec. XVII” 28.

 

Su libretto del Goldoni, Tommaso Traetta compose il dramma giocoso in musica Buovo D’Antona in tre atti, rappresentato per la prima volta a Venezia presso il Teatro San Moisè in occasione del Carnevale del 1758.

 

 

 

Bovo d'Antona

 

                                                       Bovo Dantona, frontespizio dell’edizione veneziana del 1514

 

 

Da un‘ edizione veneziana del 1514 29 riportiamo un’ottava del canto sesto dove Buono viene cacciato dai cittadini in quanto tacciato d’esser pazzo e di meritare l’impiccagione se il re avesse udite le sue fole. In altra ottava, Buovo esprime nel primo verso quanto accadutogli in seguito, cioè che l’avevano bastonato in quanto tenuto per pazzo.

 

Canto Sesto

 

Li citadini lo caciavano via

hor vanne matto che serai impicato

se lo re tode dire cotal folia

che habi Buovo certo ricordato

e Buovo diceva pur tutta via

fatime ben per quel buovo pregiato

che vinse il vostro re con gran tormento

per cui madonna si fa gran tormento 30.

 ...

Buovo rispose mano bastonato 31.

 

Ancora in due commedie - di cui una risulta senza titolo con la sola informazione di essere la prima del volume - alcuni personaggi erano stati bastonati ancorché pazzi. Non si conosce il nome dell’autore in quanto per ragione di privacy, come apprendiamo dal frontespizio dell’opera, l’autore e diversi altri che avevano composto sonetti e commedie inserite nel volume, avevano preferito rima nere anonimi.

 

Comedia Prima

 

Interlocutori Scorteccia, villano - Emilia - Madre di Emilia (Mre)

 

Scor. Vecchiaccia: va chal diavol thacomando

Mre. Se stato savio a pigliar via partito

Chio tenarei fatto ir forse trottando

Ancho non ho sfoggato lappetito

Emi. Non guardar matre a matti lassalo ire

Mre. A suon di bastonate se ne ito

Emi. Matre quel che mi resta anchor adire

Chavendo perso lhonore e costui

Altro repar non ho se non morire 32.

 

Nella seconda commedia in prosa che ha per titolo La Nencia, opera di Niccolò Alticozzi, una serie di indecenti attributi vengono scagliati l’un contro l’altro dai diversi interlocutori, fra cui ovviamente quello d’essere pazzo, con conclusione di bastonate su uno dei personaggi considerato una “Bestia matta impazata”.

 

Interlocutori.

Tonino

Il Compare

Fallera et la Nencia.

 

Falle. Ha tu Tonin recato dua panieri.

Toni.  I thol malanno

               Recato ad te Fallera

               Et cavarotti sta sera

               El pazo della testa.

Falle. Vedrai la bella festa

               Tu mi vorrai bravare

               I non sarol compare

              Che ti riguardi.

Toni. Sarai el foco che tardi

               Che cosa e riguardare

               I ti faro ficatre

               La lingua intor un cesso.

         Villan nato di messo

Falle. Et tu nato di quoco

               Giotto, vile, et da poco

               Merendone

Falle. Do nato di poltrone

               Guerciaccio, porco bieco

               Che a combatter teco

               Mi vergogno.

Falle. Beccati questa [sic] pugno

Toni.      To questa bastonata

              Bestia matta impazata

              Ladroncello 33.

 

Concludiamo questo viaggio sui pazzi ‘con e da bastone’ con un brano tratto da Le Piacevoli e Ridicolose Facetie di M. Poncino 34, notaio in Cremona. Non occorre pensare che quanto raccontato dal Poncino, il cui cognome era Dalla Torre, corrisponda a fatti realmente accaduti. Si tratta infatti di novelle da lui composte "... accioché i lettori nell'hore più noiose possano prenderne ricreatione, e passarsene il tempo, e trarne etiandio qualche morale documento" 35.

 

Le burle ideate in queste novelle del Poncino, dove appare innegabile il riferimento a un repertorio boccaccesco, lo resero talmente famoso da essere pubblicate a più riprese, inizialmente per volontà dello stesso autore. Le vicende, narrate in prima persona, risultano un prezioso ritratto dell’epoca, con i suoi costumi e le tradizioni. Nelle quaranta facezie che compongono l’opera, il lieto fine per la maggior parte è assicurato e laddove nelle poche il finale sembra colpire in maniera pesante i protagonisti, si tratta sempre di una conclusione che muove il riso, facendo pensare al lettore che  l’espressione “ben gli sta” calzi a pennello. Poncino prende di mira soprattutto i contadini, inserendosi in quel genere letterario diffuso ampiamente nel medioevo che fu la satira contro i villani. Per la loro ingenuità questi ultimi, come avveniva nella realtà, subivano le angherie dei colti cittadini. Due mondi contrapposti questi raccontati dal Poncino, dove i contadini risultano sempre perdenti. L’autore prende di mira anche personalità di alto rango cittadino, come avvocati, notai, ma in questi casi il trattamento a loro riservato risulta alquanto moderato. Data la sua posizione sociale, il Poncino poté permettersi di burlarsi anche del Podestà stesso.  

 

La storia seguente (Facezia XXXXVI) parla di un pazzo perfetto, emblema di tutte le pazzie, di colui che non valendo assolutamente nulla, pensava di essere chissà chi e di ritenersi “l’honore e la gloria di questo mondo” così come denunciò tal genere di persone il Boccaccio nel Il Corbaccio. 36.

 

La vicenda vede Poncino essersi momentaneamente trasferito a Bergamo per fuggire da certe dicerie su un suo coinvolgimento riguardante la morte di tale Giannotto Trinca. Ospitato nella casa di un gentiluomo, le maggiori menti della città si diedero un gran da fare per fargli conoscere la loro imperitura stima.

 

Filippo Mastruzzi, dopo aver fatto leggere propri componimenti poetici a diversi gentiluomini che pur di toglierselo di mezzo lo avevano osannato, credendosi un novello Petrarca o un redivivo Ariosto, dopo aver raccolto in una cassa tutti i suoi lavori, beceri e di nessun valore, si diresse verso la casa dove alloggiava il Poncino. Entrato direttamente nella sua camera da letto dove il cremonese ancora dormiva lo svegliò di soprassalto. Il Poncino si accorse subito di trovarsi di fronte a un pazzo, ma volle in ogni modo assecondarlo per liberarsene il prima possibile. Il ‘poeta’ gli sciorinò tante minchionate che il Poncino, fingendo interesse, si rammaricò di vederlo in sì male arnese, date le sue povere vesti. Al che il poetucolo gli disse che nonostante tutti lo acclamassero nessuno gli aveva mai dato qualcosa. Poncino gli disse che certamente i suoi estimatori pensavano che lui fosse ricco e che non avesse bisogno di alcunché.  Gli suggerì pertanto di uscire per strada e di iniziare a compiere le più stravaganti pazzie, di modo che le guardie potessero prenderlo e portarlo nel manicomio della città. Il motivo? Nel manicomio avrebbe potuto essere sfamato e avere tutto il tempo per scrivere con tranquillità, inviando poi i suoi componimenti alle persone più facoltose, le quali, venendo a conoscenza del suo stato di indigenza, lo avrebbero certamente ricoperto d’oro facendo di lui l’uomo più ricco della città. Prendendo a prestito una frase del libretto del Barbiere di Siviglia musicato da Rossini ovvero “All’idea di quel metallo” , il nostro corse subito fuori per mettere in pratica l’idea ingegnosa del Poncino. Il Podestà stesso che camminava per le vie, visto quel pazzo pericoloso con un bastone in mano, diede ordine alle guardie di condurlo in manicomio dove giunse pesto per le bastonate ricevute. Incatenato affinché non potesse più nuocere, il Poncino venuto a conoscenza della sua permanenza nell’ospedale e ringraziando il cielo per questo, essendo amico delle guardie le informò della finta pazzia di quel balordo, chiedendo loro che ogni mattina gli propinassero venticinque staffilate e si mosse personalmente, con la scusa di andarlo a visitare, per assistere quotidianamente alle punizioni.

 

La parte di testo di amenissima lettura che proponiamo, inizia dal momento in cui il pazzo entra nella camera da letto del Poncino:

 

“Non tantosto dall'Orizonte cominciò à discoprirsi il sole, che, riposte tutte le sue barcellette in una cassa, tornò di nuovo, più presto per esser laudato, che per qualunque altra cosa, à visitare M. Poncino. Il buon minchionazzo entrato nella sua camera, lo vide ancora in letto, e quivi in vece di salutarlo, cominciò à recitargli quelle sue insipide sciocchezze. dicendo che ve ne pare M. Poncino eh? non sono horamai arrivato à tanta eccellenza, e perfettione nel verso, che ben posso chiamarmi il Rè de poeti? Sentendo, e veggendo la bestialissima bestialità di questa bestialissima bestia, M. Poncino, rispose (in suo cuore dicendo, ti puossano venire centomille cancheri, che ti mangino, goffo balordo, poiche cosi per tempo sei venuto à noiarmi) voi sete hoggi mai tale, che Bergomo non ha in che portar invidia al Fiorentino Poeta. Ma onde procede, che essendo voi così virtuoso, tanto male in arnese ve ne andiate; oh replicò M. Filippo, non sapete ancora, che hoggidi la virtù è in niun pregio, al corpo, che non voglio dire d'altro che di Puccio dalle Fritelle, ho composti tanti sonetti, e à tanti gentilhuomini ne ho portati, et appresentati, quanti peli ho nella barba, e non dimeno non trovai mai alcuno, che in segno d'amore m'invitasse à bere un bicchier d'acqua fresca, eccetto un gentilhuomo fra tanti, che pur una volta mi donò da far cotesta beretta di tela Napolitana che ho ramai tutta piena di polvere, e logora mi potete vedere in capo, che maledetto sia quel giorno, che mi prese bizarria d'abbandonar l’arte mia, per mezo della quale mi soleva dar buon tempo, spesso con mici compagni gozzoviglia facendo. Veggendo M. Poncino la costui folle vanagloria, e, ch'egli tra via nel suo sconcertato cicalamento s'era quasi lasciato cadere nel grembo della disperatione considerando, se col tessergli una burla, da se per sempre non l'accommiatava, che l'havrebbe ogn'hora havuto all'uscio à infastidirlo; percioche tale è la natura di questi pazzarelli che dotti più de gli altri si persuadono, quindi prese ococasione di fargliene una solenne, e à lui rivoltosi, ritornò à rispondere. Ah M. Filippo dove hora sete? Dove è gito il vostro giudicio? dove è quella magnanima virtù della sofferenza, che quasi lucido Sole, veggo sovente risplendere negli huomini sani, quantunque avolti ne i forti, e tormento filacci della povertà? Dunque per così puoco vi perdete? statemi sù di buona voglia, che, volendomi voi ubbidire, mi dà l’animo di farvi il rimanente dei giorni vostri tante agiatamente vivere, che ve ne contentarete. Il troppo credulo: ma puoco accorto barbagiani, sentendo, che M. Poncino lo toccava destramente, dove egli desiderava, per soverchia allegrezza cominciò si fattamente à gongolare, che basciarsi le natiche non si sentiva à pena la camisa, e, ripigliando, gli disse, eccomi nelle vostre braccia, commandatemi, e io essequirò. Veggendo l’avveduto fuoruscito che agevolmente il buon uccellaccio traboccava nella rete, gli disse, sapete, perche non vi corrono i dinari nella borsa? Soggiungendo, non per altro non sete giamai rimunerato delle vostre fatiche. Se non, per che quei gentilhuomini, à cui indirizzate le vostre vigilie, pensano, che voi habbiate il mondo: ma, se havete à caro, che questa vostra piaga del tutto si curi, e risani, eccovi il rimedio. Voglio, che vi fingiate pazzo, e, che siate posto nell'hospitale de matti, et io sarò colui, che vi procaccierà d'entrarvene colà dentro, et à questo effetto à ciò vi persuado, accioche, quivi havendo le spese, potiate haver commodità di dare à tutto il mondo saggio del vostro nobilissimo intelletto. Voi mandarete à diversi gentilhuomini i frutti del vostro ingegno, i quali, rimanendo attoniti del vostro purgatissimo giudicio, intendendo poi che la povertà vi havrà confinato in simil luogo à guarire de la pazzia, vi manderanno altro, che baie, tal che in breve tempo diverrete ricchissimo. Il buon castrone, non pensando più oltre, tratto dall'avidità dell'oro, credendo, che questa dovesse essere la sua ventura, oltremodo festevole dimostrandosi, disse, che di quanto egli gli haveva proposto, rimaneva contentissimo. Indi, perche quanto prima si desse principio à ciò, cominciò, partito da M. Poncino, à far per strada le più strane pazzie del mondo. Laonde i fanciulli, i bottegari, i facchini, e i cestaruoli cominciorono, credendolo impazzito, à gridare cathene, cathene, che 'l poeta Filippo è uscito di senno. Egli, sentendo i rumori, i gridi, e ‘l batter di mani, e ‘l calpestar de piedi, con fischi che andavano al cielo, che gli erano fatti dietro, preso un grossissimo bastone, cominciò a girarlo attorno. Il che veggendo gli huomini, che attorniato l’havevano, se gli aventarono adosso, e incatenatolo, di commissione di M. lo Podestà, che à sorte per la piazza passando, vide la costui pazzia, lo strascinarono all'hospitale de matti, et ivi consignatolo à i custodi, tutto pesto e franto di calci, ganascioni, e bastonate, lo lasciarono. M. Poncino, inteso il dì seguente, come il poeta da ortiche incatenato era stato condotto nel luogo, dove si legano i furiosi, ringratiò il cielo, che gli era stata levata la fatica di farvelo porre, e gito à ritrovar i guardiani, ch'erano suoi amici, e fattigli consapevoli del tutto, et in particolare della costui finta pazzia, gli pregò à dargli vinticinque buone staffilate ogni mattina per provigione. Essi, si per amor di M. Poncino, come ancora; perche conobbero, ch'esso Filippo per essersi finto pazzo le meritava, promisero di dargliele, e così l'ubidirono con grandissimo gusto, e riso, di M. Poncino, il quale ogni mattina fingendo di girlo à visitare, à staffilarlo molto bene l'andana à vedere”.

 

MORALE

 

A' mentecatti son le sferze pilole 37.

 

 

Note

 

1. La Piazza Universale di Tutte le Professioni del Mondo, E Nobili et Ignobili, Posta in luce da Thomaso Garzoni da Bagnacavallo. Capitolo: De’ Buffoni, o Mimi, o Histrioni, Discorso CXIX, In Venetia, Appresso Gio. Battista Somascho, MDLXXXV [1585], p. 831.

2. Ibidem, p. 830.

3. Si veda La Sinagoga de gl’Ignoranti” di T. Garzoni – 1589.

4. Si veda Tarocco sta per Matto.

5. Sull’Insipiens si veda Il Matto (Il Folle).

6. Le Ciento Novelle Antike, Impresso in Bologna nelle Case di Girolamo Benedetti nellanno [sic] MDXXV [1525] del mese d’Agosto, c. 17v.

7. L’Hospidale de’ Pazzi Incurabili, Nuovamente Formato et posto in luce da Tomaso Garzoni da Bagnacavallo Con Tre Capitoli in fine sopra la Pazzia, In Piacenza, Per Gio. Bazachi, 1586, pp. 74-75. Su questo testo abbiamo scritto L’Hospidale de’ Pazzi Incurabili.

8. Ibidem, p. 77.

9. I Ricordi, Comedia di Iacopo Pagnini, In Fiorenza, Nella Stamperia di Cosimo Giunti, 1600, c. 5v.

10. Fillino Favola Pastorale di Paolo Bozzi Veronese, In Venetia, Appresso Gio. Battista, & Gio. Bernardo Sessa, M.D.XCVII. [1597], cc. 62v - 63r.

11. Ibidem, c. 44r.

12. Le Piacevoli Notti di M. Giovan Francesco Straparola da Caravaggio, Nelle quali si contengono le favole con e loro enigmi da dieci donne raccontate, cosa dilettevole, ne piu data in luce. Libro secondo, In Vinegia per maestro Comin da Trino ad istanza dell’autore, A San Bortholameo alla libraria della colombina, MDLIIII [1554]. La favola in questione si trova alle cc. 123v-124v.

13. Ibidem, cc.124r-v

14. Giardino di Sommisti nel quale si dichiarano Dodecimila, e più casi di conscienza. Raccolti dal molto Reverendo D. Marco Scarsella da Tolentino…, Parte Seconda, In Venetia, Appresso Giacomo Antonio Somasco, M.D.XCV. [1595], c. 48r.

15. Francesco Tromba da Gualdo de Nucea, Opera Nova chiamata la Dragha de Orlando innamorato: dove si contiene de molte battaglie: inamoramenti: e come Rinaldo si concio con Plutone in lo Inferno, In la città de Perusia, Stampato per me Bianchino del Lione & Francesco Tromba da Gualdo de Nucera, adì 15 de marzo 1525, c. XLII.

16. Detti, et Fatti de Diversi Signori et Persone Private, I quali communemente si chiamano Facetie, Motti, et Burle; raccolti per M. Lodovico Domenichi, In Venetia, Appresso Francesco Lorenzini, da Turino, MDLXII [1562], p. 150.

17. Proverbi Notabili, Sentenze Gravi, Documenti Morali, E Detti singolari, & arguti; Di diversi Auttori, antichi et moderni. Raccolti, & accomodati in Rime, Da Antonio Maria Pasetti, In Ferrara, per Vittorio Baldini, 1610.

18. Ibidem, p. 423.

19. La Nobilta, et l'Eccellenza delle Donne, co' Diffetti, et Mancamenti de gli Huomini. Discorso di Lucretia Marinella, in due parti diviso. Nella prima si manifesta la nobilta delle Donne co' forti ragioni, & infiniti essempi ... Nella seconda si conferma co' vere ragioni ... Che i diffetti de gli huomini trapassano di gran lunga que' delle Donne, In Venetia, Appresso Gian Battista Ciotti Sanese, All’Insegna dell’Aurora, MDCI [1601].

20. Ibidem, p. 288.

21. Orlando Innamorato Nuovamente Composto da M. Francesco Berni Fiorentino, Stampato in Vinetia per gli heredi di Lucantonio Giunta, MDXXXXI [1541].

22. Ibidem, c. 152.

23. Ibidem, c. 295v.

24. L’Alchimista, Comedia di M. Bernardino Lombardi Comico Confidente, In Vinetia, Appresso gli Heredi di Marchiò Sessa, MDLXXXVI [1586], c. 55v.

25. Commedie in Versi dell’Abate Pietro Chiari Bresciano, Poeta di S. A. Serenissima il Sig. Duca di Modona. Tomo Quinto, In Venezia, Appresso Giuseppe Bettinelli, MDCCLIX. [1759], p. 37.

26. Dell’Historia Universale dell’Origine et Imperio de Turchi Parte Prima. Nella quale si contengono gli offici, i costumi di quella natione, cosi in tempo di pace, come di guerra., Raccolta da Francesco Sansovino, In Venetia, Appresso Francesco Sansovino et Compagni, MDLX [1560].

27. Ibidem, c. 39r.

28. Mario Pelaez, Buovo d’Antona, in “Enciclopedia Italiana (1930), Treccani online.

29. Bovo Dantona, Impresso in Venetia per maestro Piero Bergamasco nel MCCCCCXIIIJ [1514], Adì. XIJ Aprile, s.s., s.n.p.

30. Ibidem, s.n.p.

31. Ibidem, s.n.p.

32. Opera Moralissima de Diversi Auttori Homini dignissimi et de eloquentia perspicaci: et li quali el nome loro per suo contento dalcuni non e divulgato: divisa in Sonetti: Capitoli: Strambotti: Egloghe: Comedie: barzelette: e una Confessione damor: novamente Stampata, Stampata nella inclita Citta di Venetia per Nicolo Zopino e Vicentio compagno, Nel MDxxiiii [1524] Adi. XViii [18] de Novembrio. Regnante lo inclito Principe messer Andrea Gritti, s.n.p.

33. Niccolò Alticozzi, Comedia Nuova Intitolata Cinque Disperati et un altra Comedia Intitolata La Nencia, Venezia: Giovanni Antonio Nicolini da Sabbio, Stampata in Vinegia per Giovanmaria Pinardo, Nel anno MDXXVI. [1526] del Mese di Settembre, s.n.p.

34. Le Piacevoli e Ridicolose Facetie di M. Poncino, Cremonese. Nelle quali si leggono diverse burle da lui astutamente fatte, di non poca dilettatione, e trastullo, a’ lettori. Di Novo Ristampate Con l’aggiunta d’alcun’ altre, che nella prima impressione mancavano, In Cremona, Appresso Christoforo Draconi, Ad instantia di M. Tomaso Vachello, 1585.

35. Così nella Prefazione dell’edizione del 1627, stampata a Venezia.

36. Si veda La Sinagoga de gl’Ignorantidi T. Garzoni - 1589.

37. Ibidem, cc. 82r-84v.

 

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