Saggi di Andrea Vitali

La Scala Mistica

Il viaggio mistico verso la Conoscenza

 

Ad patriam vitae noctis da valle vocati, / virtutum gradibus scandite lucis iter. / Arduus atque arctus fert ad coelestia callis: / devexa ad mortem ducit, et amplia via (Chiamati dalla valle della morte nella patria della vita salite lungo il cammino della luce attraverso i gradini delle virtù, il sentiero arduo e stretto conduce ai cieli, la via ampia e in discesa porta la morte). 


                                                                                      Prosper Aquitanus, Epigrammata ex sententiis S. Augustini, 655  LXIX

 


Come abbiamo riferito nella prima sezione che illustra la mostra Tarocchi: Storia, Arte, Magia dal titolo L’Armonia Celeste, le 22 carte trionfali rappresentavano nel sec. XV un insegnamento di ascesi mistica. L’origine del concetto della Scala Mistica in ambito cristiano si fa risalire al celebre passo biblico che racconta il sogno fatto da Giacobbe in viaggio verso Harran, città della Mesopotamia (Genesi, 28, 12-13). Durante una sosta notturna Giacobbe si stese a terra per dormire e utilizzò una pietra come cuscino. Sognò una scala appoggiata dove lui riposava e la cui vetta giungeva fino al cielo. Sulla sommità di questa immersa fra le nuvole, gli apparve Dio che promise a lui e ai suoi discendenti, cioè il popolo di Israele, la terra sulla quale giaceva. I gradini della scala erano percorsi nei due sensi da numerosi angeli (figura 1 - Il Sogno di Giacobbe, Bibbia di Venceslao, cod. 2759, fol. 27r, ca. 1389-1395. Hofbibliotheck, Vienna / figura 2 - Raphael Sadeler, 1569 - ca.1628, Il Sogno di Giacobbe, acquaforte). (Occorre osservare che la scala ricorda le gradinate degli ziqqurat babilonesi che portavano dal suolo alla sommità, dove era posto il tempio del dio e dove il dio stesso era considerato dimorare).

Giacobbe, svegliatosi, esclamò: “Veramente c’è il Signore in questo luogo e io non lo sapevo!” e prendendo la pietra sulla quale aveva appoggiato la testa la pose ritta come una stele sacra, versandovi dell’olio sulla sommità. Chiamò quel luogo Betel, ossia “Casa di Dio”.

Le riflessioni dei Padri della Chiesa sia d’Oriente che d’Occidente fornirono a questo episodio numerose interpretazioni allegoriche. Per Filone di Alessandria (I secolo), Clemente Alessandrino († prima del 215) e Origine (185-253/254) gli angeli furono paragonati all’anima umana e il loro scendere e salire all’ascensione al cielo, mentre per altri Padri la scala fu intesa come vincolo di unione tra il mondo spirituale e quello terreno e gli angeli assimilati alle parole divine. La scala venne interpretata inoltre come simbolo di Maria e di Gesù nel loro ruolo di mediatori fra la terra e il cielo (figura 3 - Guglielmo Borremans, Scala Mistica, 1722, Chiesa di Santa Maria della Pietà, Palermo. Foto: Angela Bisesi).

Nel cristianesimo primitivo la via verso il cielo venne immaginata in forma di ascesa, come quelle di Cristo ed Elia. In quest’ambito trovò impiego anche la scala che divenne l’elemento principale, assieme ad un ripido monte, per rappresentare il viaggio dell’uomo che si eleva verso l’incontro con Dio. Tale raffigurazione ebbe una grande fortuna iconografica e agiografica: Perpetua, la martire cartaginese, mentre era costretta in prigione ebbe la visione di una scala alta e stretta che saliva verso il cielo, con spade, lance e altre sorti di armi che ne contrastavano il cammino dai lati mentre un drago si agitava alla sua base, a significare la via verso il cielo attraverso il martirio.

La più grande umiltà e la divina beatitudine potevano essere raggiunte nella vita terrena tramite un’ascesi, erigendo una scala da realizzarsi con le proprie opere a somiglianza di quella di Giacobbe, ricorrendo in primo luogo alle virtù (le scale moralizzanti della virtù sono usuali nell’arte miniata medievale) in grado di abbattere l’orgoglio “che affonda l’uomo impedendogli l’elevazione” (San Benedetto da Norcia).

Con il pensiero della Scolastica - che avvalorava le verità di fede attraverso l’uso della ragione e il ricorso alle auctoritas - si venne a creare una nuova e feconda connessione fra teologia e filosofia per cui Scientia e Sapientia (di cui philosophia, che prepara all’intelligenza della fede, e theologia, pretendevano essere espressioni supreme) furono considerate pioli della scala mistica, quali appaiono nell’incisione che correda l’opera del Vescovo gesuata Antonio Bettini El monte sancto di Dio (1477) “scritto simbolico che voleva indicare la via per raggiungere l’eterna felicità” (figura 4).

Nell’opera il gesuita che sale la scala poggia un piede sulla testa del diavolo che ritroviamo come drago nella visione della martire Perpetua dove, come fece osservare Sant’Agostino, la sua testa formava il primo piolo della scala. Il suo significato è semplice: non poteva infatti essere intrapreso alcun cammino di elevazione se prima non si era schiacciato la testa del diavolo, cioè rifiutato (superato) il male a priori. A rappresentare il percorso dell’ascesi, accanto e oltre alla scala, troviamo un monte come appare nell’incisione di Antonio Bettini, anche se i due motivi vivranno per la maggior parte autonomamente.

Nei Tarocchi di Carlo VI un monte in forma stilizzata è posto sul percorso dell’Eremita (figura 5): la sua cima, in quanto vicina al cielo, partecipa al simbolismo della trascendenza, punto di incontro fra cielo e terra e termine dell’ascensione umana. A tale proposito scrive Giovanni della Croce nella Salita del Monte Carmelo (1579-1585): “L’anima che vuol salire sul monte della perfezione per parlare con Dio deve rinunciare a tutte le cose e lasciarle in basso” (I, 5,6). Una splendida raffigurazione del monte dell’ascesa è rappresentata dall’Allegoria del Monte della Sapienza, tarsia marmorea pavimentale realizzata da Bernardino di Betto, detto il Pinturicchio, presso il Duomo di Siena negli anni 1505 e 1506 (figura 6).

Qui una Fortuna di stampo classico è raffigurata quale guida di una nave che ha condotto ai piedi del Monte della Sapienza, attraverso un mare oscuro e agitato, i filosofi che intendono raggiungerne la cima (1). Lo stretto sentiero a strapiombo sul mare che conduce alla cima del monte è costellato di insidie: ovunque serpenti (diavoli) sono in agguato per inficiare il cammino dei filosofi. Con lo stesso significato simbolico ritroviamo i diavoli in alcune raffigurazioni della scala (figura 7 - La Scala del Paradiso, Monastero di Santa Caterina del Sinai).

Sulla piana cima del monte un elegante distico elegiaco (figura 8) troneggia sopra la figura della Sapienza: “HUC PROPERATE VIRI / SALEBROSUM SCANDITE / MONTEM / PULCHRA LABORIS ERUNT / PREMIA PALMA QUIES (O uomini, affrettatevi a venire quassù, salite l’aspro monte, bel premio alla fatica sarà la palma che dà la serenità). Alla destra e alla sinistra della Sapienza troviamo rispettivamente Socrate e Cratete, quest’ultimo nell’atto di gettare in mare dei gioielli, evidente richiamo alla rinuncia ad ogni bene terreno quale passo necessario per ascendere alla felicità. Il gesto di Cratete è altrove citato come, ad esempio, nelle Epistolae di San Girolamo: “Crates ille Thebanus, homo quondam ditissimus, cum ad philosaphandum Athenas pergeret, magnus auri pondus abiecit, nec putavit se posse et virtutes simul et divitia possedere” (58,2).

Un altro personaggio che troviamo assieme agli altri nella prima parte del percorso è il filosofo Zenone di Ciro, alunno di Cratete, a cui Diogene Laertio nelle sue Vite dei filosofi dedicò ampio spazio: «L’incontro con Cratete è stato tramandato così: dopo aver comprato in Fenicia della porpora, naufragò con tutto il carico nei pressi del Pireo. Salì ad Atene (aveva già l’età di trent’anni) e sedette nella bottega di un libraio. Costui leggeva il secondo libro dei Commentari di Senofonte, e Zenone provò tanta gioia, da domandare dove mai si potessero trovare uomini come Socrate. In quel momento appunto passava Cratete e il libraio glielo additò dicendo “Seguì quest’uomo”. Da allora divenne discepolo di Cratete: il suo spirito fu estremamente teso alla filosofia…..Gli si attribuiscono perciò le battute “Dunque feci buon viaggio, quando naufragai” e “Me beato, che la sorte fa approdare alla filosofia”» (2). 

Nella tarsia Zenone, che è raffigurato con un ampio mantello bordato di giallo e un copricapo con fascia dello stesso colore, mostra la mano destra aperta e la sinistra chiusa a pugno, atteggiamento che si connette al significato della retorica (la mano aperta) e a quello della dialettica, che necessita di stringersi in conclusioni coerenti (il pugno chiuso), come troviamo esemplificato nell’Orator (32,113) e nel Finibus honorum et malorum (2,6,17) di Cicerone. Lo stesso Petrarca nel Trionfo della Fama così si esprime in riferimento a Zenone: “Degli Stoici ’l padre alzato in suso / Per far chiaro suo dir, vidi Zenone, / Mostrar la palma aperta e ‘l pugno chiuso” (115-118,a).

Se ci siamo un attimo dilungati su questo personaggio è per rimarcare l’importanza delle Scienze come precedentemente espresso, nel viaggio dell’ascesa. Una Scienza che includeva oltre alla filosofia, la retorica, la dialettica, etc, e di cui facevano parte anche le Muse (3) interpretate da Cicerone e da Fulgenzio come personificazioni delle facoltà intellettuali, raffigurate assieme ai filosofi sugli antichi sarcofaghi e identificate appunto con le Scienze. Le Muse partecipavano d’altronde al viaggio verso la divinità nel pensiero classico come troviamo in Catullo (Carmina 105): Mentula conator Pipleium scandere montem / Musae fucillis praecipitem eiciunt ” (Mamurra, soprannominato Minchia, cerca di salire le vette del Monte Parnaso; a forcate le Muse lo buttano giù”.

Un ulteriore esempio equivalente alla scala o al monte dell’ascesa, anche se fisicamente composto da mura concentriche che racchiudono altrettanti recinti con porte che ne permettono il passaggio fra loro, è rappresentato dalla Tabula Cebetis, un dialogo adespoto del I secolo d.C, che rappresenta il percorso dell’uomo verso la Felicità, raffigurata assisa sopra una rocca situata al centro dei tre recinti (figura 9 - Tabula Cebetis. Da Lettere istruttive intorno alla Tavola di Cebete del Conte Cornelio Pepoli V.C. dell’Arcadia renia con nome pastorale di Cratejo Erasiniano. Venezia, 1771). Di seguito riportiamo alcuni versi dall’opera, strutturata sotto forma di dialogo fra un vecchio e alcuni forestieri, laddove il vecchio mette in guardia i suoi interlocutori sui rischi derivati dall’ignoranza: “Vecchio: Se porrete mente e comprenderete quel che vi si dice, sarete saggi e felici; se no, divenuti insensati ed infelici, odiosi ed ignoranti, vivrete malamente…..Queste cose dunque, se uno non le comprende, è distrutto dall’insensatezza, non in una sola volta….ma viene distrutto un poco per volta durante l’intera esistenza, come quelli condannati all’ergastolo. Se uno invece arriva a conoscere, è la volta dell’insensatezza di morire, mentre egli si salva e diventa beato e felice per tutta la vita” (4). 

L’intera scena è abitata da figure allegoriche che simboleggiano passioni, vizi e virtù umane. Dopo aver superato vari ostacoli attraverso una “strada che appare impervia, scabra e rocciosa” si giunge ad un colle dove si trova la vera Cultura descritta come “una donna bella, dal volto fermo, di media e già matura età, vestita in modo semplice e disadorno”. Spetta a lei condurre l’uomo al cospetto della Scienza e delle altre Virtù che a loro volta guideranno l’uomo verso la Felicità. 

Nei 22 Trionfi che rispecchiano l’insegnamento della scala in forma di gioco - Mons. Lorenzo Dattrino scrive che il numero 22 nella mistica cristiana “costituisce il fondamento e l’introduzione alla sapienza di Dio e alla conoscenza del mondo” (5) - sarà l’insensatezza del Folle, cioè di colui che non crede, a distruggere se stesso conducendo alla rovina la sua anima. I sapienti, cioè coloro che comprenderanno la giusta via attraverso la capacità di intelletto e la ragione (Virtus mentis sciendi et iure adhibendi rationem est. Homines, qui sapientiam student, sapientes nominantur), evitando ricchezze e onori, seguendo le virtù e amando l’unico Dio, ascenderanno con Lui nella gloria dei cieli.

Con ogni probabilità il termine “Tarocco” andò a sostituirsi a quello di “Trionfo” quando il concetto di scala mistica legato a questo insieme simbolico venne talmente sopraffatto dall’aspetto ludico da far annoverare il gioco fra quelli considerati esclusivamente d’azzardo che, come sappiamo, vennero contrastati a più riprese dalle autorità religiose, anche se qualche buon giurista asseriva di scorgervi “un non so che di virtuoso”.

 

Note 

 

1 - Si legga in proposito il saggio iconologico La Ruota della Fortuna 

2Edizione 1998, pp.243-244. 

3 - Si cfr. i cosiddetti Tarocchi del Mantegna.

4Traduzione di D. Pesce, 1982, p. 43 e seguenti. 

5 - Mons. Prof. Lorenzo Dattrino, Il simbolismo dei numeri nella Patristica, in "G. Berti - A. Vitali (a cura), Tarocchi: Arte e Magia", Edizioni Le Tarot, 1994, p. 71.

 

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