Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Crittografia con i tarocchi nel Cinquecento

In occasione del tentato assassinio di San Carlo Borromeo

 

Saggio di Andrea Vitali, ottobre 2020

 

Carlo Borromeo (1538-1584), nominato arcivescovo di Milano nel 1564 e innalzato nel 1610, ad appena ventisei anni dalla sua morte, alla gloria degli altari da Papa Paolo V, fu il più fervente sostenitore e applicatore dei decreti tridentini e di una serie di misure disciplinari riguardanti i religiosi (residenza, riduzione del numero dei benefici, moralità, studi ecclesiastici, pratiche pastorali) oltre a imporre l’autorità vescovile nelle varie diocesi. Ottenuto dal Papa un Breve che l'autorizzava a imporre tasse sui titolari di benefici, diede inizio a una campagna per costringere i detentori di più benefici ecclesiastici ad accontentarsi di una sola provvigione. Ottenne dai diversi Papi, quali Pio IV, Pio V, e altri che seguirono, poteri esorbitanti. In qualità di arcivescovo, di legato e di visitatore apostolico, ricevette il diritto di creare confraternite, di dare indulgenze plenarie, di assolvere nei casi riservati, di tenere in sospeso le parrocchie e le chiese, di disporre dei benefici vacanti, e altro ancora. In tutto ciò, tolse ogni facoltà di resistenza giuridica al clero secolare e regolare. Alla lethargia dei preti e dei vescovi, ovvero al rilassamento sia dei costumi che delle attività che ad ogni religioso competeva nell’assolvimento dei propri sacri doveri, vi oppose l'ascesi. Tutti i servi di Dio dovevano essere servi, patres e angeli, ovvero servitori del vescovo nel suo essere al servizio dei fedeli, padri delle anime ad imitazione degli antichi Padri della Chiesa e infine angeli sulla base dell’ordine gerarchizzato celeste, che comportava assoluta castità.

 

Nel contempo, esercitò il suo potere contro i religiosi corrotti e indipendenti, recalcitranti alle sue direttive. In particolare, il Borromeo cercò di riformare l’antico Ordine degli Umiliati, arricchitosi eccessivamente, nominando d’autorità il Superiore, visitando le loro abitazioni e controllandone le finanze.  

 

Tralasciando altre sue azioni, irrilevanti ai fini della nostra disamina, come la creazione di un grande seminario e la sua opera di carità rivolta alla cittadinanza in occasione della peste del 1576, fatto che gli valse una popolarità straordinaria tanto da essere già considerato in vita alla stregua di un santo, le azioni da lui promosse per restaurare l’ordinamento ecclesiastico gli valsero forti inimicizie da parte di quegli religiosi colpiti nelle loro prerogative di autonomia sia finanziaria che di comportamento.

 

Per questo motivo alcuni religiosi dell’Ordine degli Umiliati tentarono di uccidere l’Arcivescovo. I congiurati furono Gerolamo Donato, detto il Farina, e altri Umiliati chiamati in dialetto milanese Tartaia, Zupèta e Matòch, oltre al prevosto di Vercelli e un altro prevosto di cognome Levate.

 

La sera del 26 ottobre 1569, il Farina, approfittando della una notte scura, si recò al Palazzo del Borromeo, munito di un archibugio, arma con cui intendeva sparare all’Arcivescovo, e di un piccolo archibugio da utilizzarsi nell’eventualità avesse dovuto difendersi se scoperto. Egli sapeva che in quel momento il Borromeo era solito raccogliersi in preghiera nella propria Cappella con i famigliari e altri pochi conoscenti.

 

Dopo aver salito le scale senza problemi non essendo illuminate da alcun lume, giunse alla Cappella dove in quel momento tutti stavano cantando un mottetto che iniziava con Nolite timere (non abbiate paura) a cui si aggiungevano altre parole fra cui Non turbetis cor vestrum (non lasciate che il vostro cuore venga meno). La Cappella era fiocamente illuminata, cosa che avrebbe facilitato il Farina nel suo intento. Il Borromeo era inginocchiato verso l’altare dando quindi di spalla agli astanti. Il Farina, posizionatosi accanto allo stipite della porta d’ingresso alla Cappella, dopo aver caricato l’archibugio con una palla e diversi pernigoni, cioè piccoli pezzi di ferro, prese la mira per colpire alla schiena l’Arcivescovo e fece fuoco. Lo mancò, forse per la luce che non gli aveva permesso di essere preciso, ferendolo solo di striscio. Ciò che veramente sorprende fu che il Borromeo, in tanta confusione, ordinò a tutti che si continuasse l’orazione. La cosa favorì la fuga del Farina, aiutato ulteriormente dall’oscurità. Ridiscese velocemente le scale e una volta giunto in strada, visto un servo a cui era stato affidato un cavallo, lo spintonò impossessandosi dell’animale dileguandosi nella notte. Riparò nella casa del fratello a cui confessò di essere stanco e che avrebbe preferito ritornare in seno alla Chiesa. Dopo di che, nascose i due archibugi sotto il tetto di un solaio, un posto in cui nessuno avrebbe mai pensato di guardare.

 

Di seguito il testo originale di quanto descritto:

 

“Et partitosi il Farina aiutato dal tempo oscuro & tenebroso, si condusse nel Pallazzo dell'Illustrissimo CARDINALE BORROMEO, salendo le scale prive di lume, & per l'oscurità non visto da alcuno, ne caminò alla porta della sudetta Capella, nella quale circa un'hora di notte stava con la casa l'Illustrissimo CARDINALE in oratione, cantandosi in musica alcuni motetti che comminciavano, NOLITE TIMERE, & arrivandosi ad alcune parole che dicevano NON TURBETIS COR VESTRUM. Fra Gieronimo Farina havendo preso trà il legno, & l'apertura della porta a mira nella schenadell'Illustrissimo CARDINALE, che stava con la faccia voltata verso l'Altare gli sparò l'archibugietto pieno d'una balla e di molti pernigoni, che come à DIO piaccque non l'offese niente, & la balla gli maccò un poco la carne,  & li pernigoni senza offesa si sparsero per il rochetto, & per le vesti, onde  miracolosamente ne scampò, & ciò fatto l'Illustrissimo CARDINALE con tutto che dal rumore fusse mezo adombrato non volle che niuno si movesse, ma che si dovesse finire la oratione, nel cui tempo il Farina con l’altro archibugietto in mano che si era riservato per sua diffensione, ne venne pianamente aiutato pur dalla oscurità per non esser lume in niuna parte, & con una mascara nel volto per non esser conosciuto per le dette scale, trovando nel fondo un servitore che tenea un cavallo, a cui dando un urtone, ne fuggi per la porta incontra il Domo, andando a casa di suo fratello, & salutandolo gli disse, fratello mio, hor mai sono pur stracco di andar più per il mondo, vorrei che si pigliasse qualche partito a casi mei ad effetto che io potesse ritornare nella Religione, à cui rispose e molto ben fatto fratello, & in quella notte il Farina ascose gli archibugetti sotto un tetto di un solaro, & in luogo che mai si sariano trovati” (1).

 

Il giorno seguente la notizia dell’attentato era oramai sulla bocca di tutti. Il governatore di Milano, Gabriel de la Gueva, Duca di Alburquerque, che assieme a diversi senatori e giudici si era recato alla casa del Borromeo già nella notte dell’attentato, aveva subito inviato guardie presso le porte della città, nei porti e nelle strade di confine dello Stato allo scopo di catturare l’attentatore, promulgando inoltre una Grida, cioè un ordine o avviso, per poterlo arrestare. Il Farina, uscito l’indomani per strada, dopo essersi reso conto delle misure intraprese, finse con un ignaro confratello di dolersi per quanto accaduto valutandolo come un miracolo, anche se aveva previsto che una cosa del genere sarebbe potuta accadere considerando che l’Arcivescovo aveva molti nemici. Probabilmente era stato qualcuno, gli disse, che si voleva vendicare.

 

Detto questo, lo stesso giorno, che era giovedì 26 ottobre 1569, il Prevosto di Vercelli andò alla casa del fratello del Farina e non trovandolo ritornò al suo monastero situato a Brera, ove scrisse una lettera al Farina in termini che nessuno, a parte lui e il destinatario, avrebbero potuto comprendere. In quella lettera consigliava al Farina di lasciare Milano e di recarsi a Vercelli dove avrebbe ricevuto quanto pattuito, ovvero 40 soldi, per procurarsi i due archibugi e per quant’altro si era reso necessario. Cessato il trambusto relativo all’accaduto, il Farina abbandonò la città e andò a Civasso, l’odierna Chivasso, dove venne arruolato in una compagnia di soldati.

 

Di seguito il testo originale di quanto sopra riassunto:

 

“Venuta la mattina del Farina levandosi molto per tempo, & andando fuori di casa, intese come nella sera passata era stata sparata l'archibugiata al CARDINALE nella schena senza fargli male, & l'Eccellen. S. DUGA D'ALEURQUERQUE, Governatore con molti Senatori & Giudici, e Fiscale erano stati fino alle otto hore di notte in casa del CARDINALE, & con grandissima diligenza mandato guardia alle porte di Milano, & à tutti i passi & porti de lo stato e fatto ciò che eg'i poteva per ritrovare il malfattore,& publicato una Grida horribile per haverlo in mano,& ciò udito ne venne tosto à casa dicendo al Farina non sapete fratello, che hier sera fu tirata un'archibugiata al CARDINALE nella schena, & per miracolo di Dio non gli ha fatto nessun male raccontandoli tutto il sopra, al quale rispose il Farina, Questa è una gran cosa, e quasi si può dire miracolo, di haver havuto un'archibugiata, & non haverli fatto male, in ogni modo il CARDINALE ha disconciato tante persone, che qualch’uno si sarà voluto vendicare; nel medesimo di che fù il Giovedi alli 26. di Ottobre M. D. LXIX. il Prevosto di Vercelli andò a casa del fratello del Farina, trovando alcuni di sua casa disse che havea per inteso che era venuto a Milano Fra Gieronimo Farina, che era venuto per visitarlo, & cercare di fare col CARDINALE, & col loro Generale, che fosse ritornato nel Convento, è partendosi n'andò in Brera al suo Monasterio ove scrisse una lettera al detto Farina con certi vocabuli, che nessuno se non loro l'intendevano con dire, addesso che havete giocato à tarocchi, che la ronfa è andata in nulla, potrete far che quello amico pigli il partito, & vada a Vercelli nel modo che si è detto che la gli sarà data provigion, & il Farına quando furo passati tutti i rumori da li à XV, disparti da Milano, & ne andò a Cinasso, ove fu posto per Soldato in una compagnia” (2).

 

Prima di prendere in considerazione la frase crittografata di nostro interesse riportata nella lettera inviata dal Prevosto al Farina, riteniamo utile informare sul significato di crittografia.

 

Crittografia, o criptografia, dal greco κρυπτóς [kryptós], che significa ‘nascosto’, e γραφία [graphía], cioè ‘scrittura’, è un metodo per rendere un messaggio incomprensibile nel suo significato onde evitare una lettura da parte di persone ostili. In tale occasione, il Prevosto fece ricorso ai tarocchi e al termine ronfa, una particolare presa di carte nel loro utilizzo ludico.

 

Di seguito la frase crittografata:

 

addesso che havete giocato à tarocchi, che la ronfa è andata in nulla”, cioè “ora che avete giocato a tarocchi, e che il risultato è stato nullo”, dove per gioco dei tarocchi si deve intendere la tentata azione del Farina per uccidere il Cardinale, e la “ronfa andata in nulla” il suo insuccesso.

 

Con molta probabilità i due avevano concertato precedentemente di inviarsi queste parole per comunicare il successo o la non riuscita della congiura. È pertanto possibile ipotizzare che non solo il termine tarocchi, ma anche singole carte fossero utilizzate per comunicare senza essere scoperti. Ad esempio, se uno riceveva una lettera contenente la carta del Carro avrebbe potuto significare che occorreva muoversi subito, mentre quella dell’Eremita, indicava con molta probabilità un’attesa. Possiamo quindi affermare che questo documento, per quanto di nostra conoscenza, si presenta come un autorevole e primo esempio di crittografia in cui viene utilizzata la parola tarocchi in pieno Rinascimento.  

 

Per coloro che si chiedessero come si concluse l’intera vicenda, diremo che, nel mentre il Farina si trovava a Chivasso, il Prevosto di Vercelli e il Levate, dopo essersi concertati fra loro, temendo di essere scoperti per altre vie, decisero di confessare tutto al Borromeo, il quale, una volta uditeli, li fece incarcerare. In virtù di un Breve di Sua Santità, chiese e ottenne dal Duca di Savoia, sotto le cui armi il Farina militava, che questi venisse consegnato per essere rinchiuso nelle carceri dell’Arcivescovado. Per ben sette mesi i tre furono esaminati e torturati oltre a essere degradati dal Vescovo di Lodi, incaricato di occuparsi della faccenda. La sentenza fu morte per decapitazione da eseguirsi il mercoledì 2 agosto. Dopo essersi confessati, il Vercelli e il Levate vennero condotti in piazza Santo Stefano, vestiti di lunghe tuniche nere e posti sopra un palco anch’esso ricoperto di stoffa dello stesso colore. Tutto attorno brillavano torce accese. La prima testa a cadere fu quella del Vercelli e stessa sorte spettò di seguito al Levate.  Il corpo del Vercelli venne poi portato al Monastero della Pace, mentre quello del Levate fu lasciato fino alle ore 22 sopra il palco.

 

Dopo di che, fu la volta del Farina e degli altri tre confratelli che assieme a lui avevano congiurato. Portati di fronte a Palazzo Borromeo, al Farina venne tagliata la mano, quella mano che aveva osato sparare con l’archibugio all’Arcivescovo. Infine, i quattro vennero condotti in piazza Santo Stefano dove vennero appesi alle corde. Prima dell’esecuzione il Farina pronuncio le seguenti parole:

 

“Popolo mio, io son quello che sparai l’archibugiata al CARDINALE BORROMEO, si che ne dimando perdonanza à Dio, & a voi popoli mei vi domando anco perdono, percioche se la cosa havesse havuto effetto tutti ne haveresti patito, & pigliando essempio da noi, imparate à vivere bene, & a fuggire quel spettacolo che hor di noi vedete miseramente fare” (3).

 

Il 7 febbraio 1571 fu pubblicata la Bolla di Soppressione per l’ordine di chiusura dei conventi degli Umiliati.

 

Note

 

1 Relatione di tutto il successo occorso nell’archibugiata tirata all’Illustriss. e Reverendiss. Cardinale Borromeo Arcivescovo di Milano. Et della cospiratione d’alcuni Prevosti Humiliati contra sua persona,In Milano, Per Gio. Battista Ponzio alla Douana, s.d. [1570], s.n.p. [pp. 4-5]. L’intera Relatione è composta da sette pagine.

2 - Ibidem, s.n.p. [p. 6].

3 - Ibidem, s.n.p. [p. 7]. 

 

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