Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I tarocchi in testi e poesie dell'800

Di celebri letterati, politici e musicisti italiani e stranieri

 

Saggio di Andrea Vitali, dicembre 2020

 

In questo articolo. che rappresenta la seconda parte di quanto trattato al saggio I Tarocchi in Letteratura IV, abbiamo riportato diversi brani tratti da opere di celebri letterati ampliando l'interesse verso politici e musicisti italiani dell’Ottocento, o nati in quel secolo, oltreché di scrittori successivi che hanno trattato di quei personaggi, per evidenziare sia il loro amore verso il gioco dei tarocchi che il loro utilizzo nella narrazione di romanzi, novelle o resoconti di vita vissuta. Abbiamo aggiunto anche due celebrità straniere, sempre vissute nello stesso secolo. 

 

Molti dei numerosi scritti in prosa e in versi del poligrafo Vincenzo Lancetti (Cremona 1767-Milano 1851), rimasti inediti, sono conservati presso la Biblioteca di Cremona e all’Ambrosiana. Amico del Foscolo, al quale si deve la correzione di un testo del Lancetti, fra le sue pubblicazioni ricordiamo Areostiade (1803); Cabrino Fondulo, romanzo storico (1827); Della vita e delle opere di M.G. Vida (1831) oltre a diverse opere bibliografiche. A lui si devono le parole dell’inno massonico, rivestite in note da Niccolò Paganini, utilizzato per la colonna d’armonia del 27 dicembre 1808 in occasione dell’incontro di amicizia del G.O. d’Italia sedente a Milano con il G.O. di Francia.

 

La sua opera più famosa è l’Areostiade ovvero il Mongolfiero (1), poema epico in venti canti scritto dal Lancetti nella sua gioventù in seguito all’entusiasmo per l’invenzione della mongolfiera. Il volo sopra Milano del cavaliere Paolo Andreani, il primo in Italia, offrì al Lancetti ampia materia per discorrerne nel Primo Canto in forma poetica.

 

Oltre a questo, il poema resta famoso per la descrizione di un pranzo alla milanese con l'elencazione di ciascuna portata, tanto che Joseph Berchoux nella sua opera La Gastronomia ovvero l'arte di ben pranzare. Poema trasportato in versi italiani da Eridanio Genomano, dove racconta la storia dell'arte culinaria con la descrizione delle principali portate della cucina del suo tempo, alle pp. 107-110 inserì il componimento del Lancetti “Descrizione di un pranzo alla milanese tratto dal canto XIII del Poema intitolato l'Areostiade, o sia il Mongolfiero stanze 69 e seguenti”.

 

In diverse ottave del canto Decimoterzo, il poeta descrive la decisione degli invitati a quel pranzo di giocare a tarocchi, e in altre i sentimenti provati da un invitato (forse l’autore stesso?) per una bella signora di cui era invaghito, la quale, nonostante egli facesse di tutto per conquistarla, non gli manifestava la benché minima attenzione, tanto che pensando solo a lei nel mentre giocava, al termine della partita si accorse di aver perduto, lamentandosi di conseguenza del fatto che la sfortuna l’accompagnava continuamente in occasione di quel gioco.

 

Canto Decimoterzo

 

62


     Nel luogo stesso ogni sera venia,
Capo del crocchio, un uomo allegro e gajo,
Che ridere facea la compagnia
Raccontando novelle più d'un pajo,
Che se l'udisse la malinconia
Del riso le ne scoppierebbe il sajo,
La delizia ei facea della brigata,
E mio sollievo all'alma innamorata.

 

63


     Or dopo le facezie ed i bei motti,
Una sera costui disse: ascoltate…
Io vuò che sieno i discorsi interrotti,
E tante novellette e cicalate,
E che mettiamci a un desco tanti ghiotti,
Come fà co' compagni in cella il frate,
E che giochiamo ogni sera a tarocchi,
Senza più gracidar come ranocchi.

 

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     E dieci soldi alla partita il prezzo
Sarà del gioco perchè ognun s’addatti,
Che se la borsa ci anderà di mezzo,
Ci anderà volentieri a questi patti;
Perchè dappoi che avrem giocato un pezzo
Ognuno avrà la sua ragion sui piatti,
Che con que' soldi ci farem portare,
Che perduti averemo nel giocare (2).                      

 

78

 

      Io dissi allora (chiesto il parer pria

Del caro ben) se non mi avete a sdegno,
Io vi terrò giocando compagnia,
Benchè al gioco io non abbia arte od ingegno:
Un altro alzossi, e se al bisogno io sia,
Disse, i' son pronto, e accetterò l'impegno:
E l'altro che il progetto fatto avea
Disse: ecco fatto, e al tavolo sedea.

 

79


      Così s'incominciò l'industre gioco.
Io la disgrazia avea per mia compagna:
Vo' pagando ogni sera or molto or poco,
Chi meco sta del mio destin si lagna.
Ben la fortuna alle mie carte invoco,
Ma sempre l'avversario mi guadagna,
Ever trovai quel che il proverbio dice:
Chi perde al gioco è nell'amor felice.

 

80

 

     La bella amica mi sedea vicino,

E a lei più che a tarocchi i' ponea mente;

E trà la negligenza e tra 'l destino

Io perdera il danar sensibilmente.

Amor m'indusse al non suo gioco, e insino

Al fisso di fortuna ehbi presente,

Sempre la vidi che da me fuggia

E restò sempre la nimica mia (3).                            

 

Giovanni Visconti Venosta (Milano 1831-1906), patriota e scrittore, fu  autore soprattutto di novelle, tragedie, di storia di vita vissuta e di un romanzo. Con i Ricordi di gioventù, rappresentò, in forma autobiografica, l’anima della società lombarda dagli anni 1847 al 1860, quando ci si adoperò per la liberazione dell’Italia e la successiva riuscita. Dichiaratosi apertamente a favore del Manzoni contro le pretese letterarie veriste, scrisse Il curato d'Orobio (1886), che risultò tuttavia un’imitazione stilistica e narrativa del maestro. Rimasta celebre è la sua caricatura del “Prode Anselmo”, ballata ancor oggi conosciuta che mise in versi ne La partenza del Crociato del 1856. Quindici anni dopo pubblicò le sue Novelle, dalle quali riportiamo alcuni passi delle novelle Lo scartafaccio dell'amico MicheleL’Avvocato Massimo e il suo impiego.

 

9 aprile 1866

 

“Intanto s'era fatto tardi. Per dare una prima e tacila prova della mia protezione futura alla signora Giuseppina, l'accompagnai, dandole il braccio, a casa; feci con lei e suo marito qualche partita a tarocchi, lasciando loro anche un po' dei miei quattrini. La signora Giuseppina poi, con una smorfia ad ogni minuto, continuò tutta la sera a farmi capire di riposare tranquillo sulla sua secretezza” (4).

 

24 giugno 1866

 

Se la profonda commozione dell'animo, che mi teneva tutto assorto e taciturno in mezzo alle chiassose conversazioni di casa Garofani era poesia, la signora Giuseppina si era ben apposta: tra lo scambio dei rimbrotti di chi giocava a tarocchi e le emozioni della tombola, sprofondato in una poltrona, io ripensavo alle cospirazioni, alle speranze, ai disinganni d'un tempo; rifacevo passo passo quel cammino angoscioso che mi conduceva oggi negli accampamenti, e sulle rive del Po, del Mincio e del Garda, a vedervi le schiere di quattrocento mila soldati del regno d'Italia” (5).

 

L’Avvocato Massimo e il suo impiego

 

Don Gilberto, di professione uomo elegante, possidente, celibatario, e che aveva passati, non si sapeva da quando, i cinquant'anni, dopo essere stato il compagno indivisibile di tutte le scappate giovanili del marchese Antonio, gli era ora il collega fedele d'ogni sera a' tarocchi, togliendosi per un'ora al bel mondo al quale non aveva mai rinunziato (6)

 

“V'ho detto quello che i superiori mi avevano ordinato di dirvi”, continuò Giovanni “Ma voi sapete che i superiori, quando si tratta di far galoppare gli altri, hanno sempre fretta. Io che so da un pezzo come vanno a finire queste cose, desinerò con tutto mio comodo, e poi bel bello andrò al quartiere, e conto d'arrivarci prima del bisogno, se pure il bisogno ci sarà!”.

“Stamattina però era un tutt'altro parlare il vostro! Se mi facevate meno fretta, sarei stato anche quel tale da rispondervi che non potevo venire stasera, perchè, a dirvela, avevo promesso a un amico di fargli il quarto a’ tarocchi...” (7).

 

“Ma non tardarono anche per il problema a venire i giorni difficili, i giorni in cui ci voleva tutta l'imperiosità del marchese Antonio per mantenere negli altri la convinzione che i suoi bachi andavano a maraviglia, e che se qua e là c' eran dei guai, erano per così dire scappatelle di gioventù, malucci preveduti, cose di nessun conto. Guai a chi mostrasse il menomo dubbio! E lo seppe il consigliere Rocca, che un dopo pranzo, passeggiando col marchese e con l'ingegnere Mevio, e volendo in proposito distinguere ed obbiettare, si pigliò una strapazzata più forte di quelle solite che gli capitavano quando parlava di politica, o giocava a tarocchi” (8).

 

“Il marchese Antonio, alle prime notizie d'armamenti straordinari che faceva il Governo, s'era messo sul piede di guerra anche lui, cioè aveva fatto ripulire le sue armi e ne aveva comperate delle nuove; ogni sera poi, prima di cominciare la partita a tarocchi, non la finiva più di mostrarle, di farle ammirare, di far scattare i grilletti e di pigliar di mira, fingendole nemici, tutte le statuine di porcellana che stavano accampate sul cammino e sui tavolini della sala” (9).

 

Camillo Benso, Conte di Cavour (Torino 1810-1861), politico, patriota e imprenditore italiano. Fu ministro del Regno di Sardegna dal 1850 al 1852, presidente del Consiglio dei ministri dal 1852 al 1859 e dal 1860 al 1861.

 

“Certo è che in confronto di Genova e di Torino il soggiorno di Bard dovette essere ben uggioso al nostro brillante ufficiale. Nella Lettera XCVII egli qualifica quel soggiorno come un «esiglio». Nel 1859, dopo la pace di Villafranca, tornando dalla Savoia, per il piccolo San Bernardo, quando attraversò in carrozza la borgata di Bard, additando al suo compagno e confidente, Domenico Tosco, la celebre fortezza, disse sorridendo: «Ecco la mia prigione». Però il «prigioniero» fu tanto fortunato da trovare nel maggiore Olivero, che allora dirigeva quei lavori di fortificazione, più che un superiore, un padre affettuosissimo, un amico sincero, il quale fece ogni diligenza per rendergli meno ingrato il soggiorno. Poco a poco l'animo suo diventò meno triste, e anche in mezzo a quelle balze e a quei dirupi seppe tenere vita gioconda; e oggi tuttavia gli abitanti di Bard e del vicino Donnas (1) ricordano per filo e per segno le «fortune» del giovane ufficiale” (10).

 

(1) A breve distanza da Donnas, sulla destra della Dora, evvi una località segnata sulla carta col nome di Outrefer. Quivi, attorno a una gran pietra, tagliata a foggia di tavola rotonda, all'ombra di folti castagni, Cavour e alcuni allegri amici venivano di frequente nell'estate del 1832 a giuocare a tarocchi o a fare merenda. Gli abitanti di Donnas chiamano anche oggi quella pietra: La pietra di Cavour. [Nota del Curatore].

 

Alessandro Manzoni (Milano 1785-1873), scrittore, poeta e drammaturgo italiano.

 

“Giocava a tarocchi e a scacchi.

Leggeva attentamente i giornali.

Consultò, per amore del suo Grossi malato, un magnetizzatore; e assisté ad esperimenti di ipnotismo. Gliene hanno fatto carico. Chi lo ha accusato e chi lo ha difeso” (11).

 

“Del Manzoni, grande amante del gioco dei tarocchi, si ricorda in particolare un suo intervento in occasione di una partita con amici: "La sera si fece la partita di tarocco alla quale Manzoni pigliò una parte vivissima, rammentando tutti i modi di dire milanesi dei taroccanti di professione” (12).

 

“Per continuare a parlarti di me, ti dirò che fo qui la vita delle villeggiature: discorrere, pacchiare, bigliardo, e li fò da spettatore, tarocchi e a questo ci prendo parte…” (13)

 

Giosuè Carducci (Pietrasanta 1835-Bologna 1907), poeta, scrittore, critico letterario e accademico italiano. Fu il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la letteratura, nel 1906.

 

“E in quell’anno [1866] l’Italia ebbe inoculato il disonore: cioè la diffidenza e il disprezzo fremente di se stessa, il discredito e il disprezzo sogghignante delle altre nazioni. Sono acerbe parole quelle che io scrivo, lo so. Ma anche so che per un popolo che ha nome dall’Italia non è vita l’esser materialmente raccolto e su’ l rifarsi economicamente, e non avere né un’idea, né un valore politico, non rappresentare nulla, non contar nulla, essere in Europa quello che è il matto nel giuoco de’ tarocchi: peggio, essere un mendicante, non più fantastico né pittoresco, che di quando in quando sporge una nota diplomatica ai passanti sul mercato politico, e quelli ridono: essere un cameriere che chiede la mancia a quelli che si levano satolli dal famoso banchetto delle nazioni, e quasi sempre, con la scusa del mal garbo, la mancia gli è scontata in ischiaffi. Quando sarà promosso a sensale o mezzano? La gloria delle storiche città è sostenuta dai ciceroni e da gente di peggior conio. Le più belle fra esse sospirano al titolo e alla fama di locande e di postriboli dell’Europa. E la plebe contadina e cafona muore di fame, o imbestia di pellagra o di superstizione, o emigra. Oh menatela almeno a morire di gloria contro i cannoni dell’Austria o della Francia o del diavolo che vi porti!” (14).

 

Luigi Capranica (Roma 1821-Milano 1891),romanziere, drammaturgo e patriota italiano.

 

La Novella Armida

 

“L'altra sera finalmente messer Memmi Gottardi, un ricco zerbino, che viene tutte le sere a lasciar le piume sul nostro tavolo di tarocco, pregò mia nuora a permettergli di condurre in sua casa l'illustre Giovanni Steno, discendente dal doge Michele Steno, ed ultimo rampollo di quella famiglia, ecc., ecc., ecc.... e ieri sera, come ho detto, è capitato.... Rosalia recitò a meraviglia la parte della donna offesa nell'onestà, che non dimentica la cortesia, e a cui il cuore parla parole di perdono” (15).

 

“Essa non entra mai in luogo sacro. La confessione e l'eucaristia sono per lei memorie dell'adolescenza. Non prega mai; eppure dalla sua bocca non esce una bestemmia, nè può sentirla da altri. Su cose di religione, su preti, monache e frati non ammette scherzo. Il miracolo di San Gennaro, e quanti altri se ne leggono nel martirologio, sono per lei articoli di fede; e l'origliere del suo letto è imbottito d'immagini sante e d'orazioni.

Ora che terminai, trovandomi inatto a decidere cosi delicata questione, invito tutti i teologi della terra a dirmi se Rosalia Poma sia da bruciar viva oda canonizzare.

Essa era seduta al tavoliere del tarocco. Questo è il suo altare.

Si fissavano di tratto in tratto sulla bella Pugliese gli occhi grigi di Giovanni Steno, che le sedeva accanto, e sulla cui faccia pallida e scarna, nella quale rughe premature accrescevano di due lustri almeno l'età trentenne, balenava il lampo d'una brutale concupiscenza” (16).

 

“Non era del tutto estinta l'onda armonica dell’ultime note, che scoppiò improvviso alterco fra il Parrasio ed il Veniero. Questi accusava l'altro di non aver posta sul tavolo la carta che seguiva, ma bensi quella sotto. Messer Alessandro, furibondo, chiamava a testimoni gli amici, che si scusavano, dicendo non aver visto; avvalorati però nel dubbio che la fortuna straordinaria del Parrasio non fosse tutto caso.

L'alterco prendeva serie proporzioni, ma l'intervento della padrona di casa, se non sciolse il dubbio, riusci a calmare gli spiriti.

Il Parrasio però, nelle cui tasche era passato tutto l'oro dello Steno, ed in gran parte quello degli altri, finse di volere usar prudenza, e se ne andò.

Sulle scale, nel cavare il fazzoletto, gli caddero due carte di tarocco, che forse, per accidente, gli saranno scivolate in tasca. Egli però, uomo d'ordine, le raccolse, guardandosi attorno, e per non salire di nuovo, se le portò via” (17).

 

Antonio Fogazzaro (Vicenza 1842-1911), scrittore e poeta italiano.

            

«Ha in corpo una paura d'inferno, povera diavola», ghignò Pasotti, mentre il curato faceva degli inchinetti e dei sorrisetti alla signora, cui quel minacciato soprappiù di peso metteva un nuovo terrore.

Ella si mise a gesticolare in silenzio come se gli altri fossero stati sordi peggio di lei. Additava il lago, la vela, la mole del curato enorme, alzava gli occhi al cielo, si metteva le mani sul cuore, se ne copriva il viso.

«Peso mica tanto», disse il curato, ridendo. «Tâs giò, ti», soggiunse rivolto a Pin, che aveva sussurrato irriverentemente: «Ona bella tenca».

«Sapete», esclamò Pasotti, «cosa faremo perché le passi la paura?

Pin, hai un tavolino e un mazzo di tarocchi?»

«Magari un po' unti», rispose Pin, «ma li ho.»

Ci volle del buono per far capire alla signora Barbara, detta comunemente Barborin, di che si trattasse adesso. Non lo voleva intendere, neanche quando suo marito le cacciò in mano, per forza, un mazzo di carte schifose.

Ma per ora non era possibile, giuocare. La barca avanzava faticosamente, a forza di remi, verso la foce del fiume di S. Mamette, dove si sarebbe potuto alzar la vela, e i cavalloni sbattuti indietro dalle rive si arruffavano con i sopravvegnenti, facevano

ballare il battello fra un bollimento di creste spumose. La signora piangeva. Pasotti imprecava a Pin che non s'era tenuto bastantemente al largo. Allora il curatone, afferrati due remi, ben piantata la gran persona in mezzo al battello, si mise a lavorar di schiena, tanto che in quattro colpi si uscì dal cattivo passo. La vela fu alzata, e il battello scivolò via liscio, a seconda, con un sommesso gorgoglio sotto la chiglia, con ondular lento e blando. Il prete sedette allora sorridente accanto alla signora Barborin che chiudeva gli occhi e mormorava giaculatorie. Ma Pasotti batteva impaziente il mazzo dei tarocchi sul tavolino e bisognò giuocare.

Intanto la pioggia grigia veniva avanti adagio adagio, velando le montagne, soffocando la breva. La signora andava ripigliando fiato a misura che ne perdeva il vento, giuocava rassegnata, pigliandosi in pace gli spropositi propri e le sfuriate di suo marito. Quando la pioggia incominciò a mormorar sulla tenda del battello e sull'onda morta che andava tutt'ora, quasi senz'aria, agli scogli del Tentiòn; quando il barcaiuolo pensò bene di calar la vela e di riprendere i remi, la signora Barborin respirò del tutto. «Caro il mio Pin!», diss'ella teneramente; e si mise a giuocar a tarocchi con uno zelo,

con un brio, con una beatitudine in viso, che non si turbavano né di spropositi né di strapazzate.

Molti giorni di breva e di pioggia, di sole e di tempeste sorsero e tramontarono sul lago di Lugano, sui monti della Valsolda, dopo quella partita a tarocchi giuocata dalla signora Pasotti, da suo marito, controllore delle dogane a riposo, e dal curatone di Puria,

nel battello che costeggiava lento, in mezzo ad una nebbiolina di pioggia, le scogliere di S. Mamette e Cressogno. Quando rivedo nella memoria qualche casupola nera che ora specchia nel lago le sue gale di zotica arricchita, qualche gaia palazzina elegante che ora decade in un silenzioso disordine; il vecchio gelso di Oria, il  vecchio faggio della Madonnina, caduti con le generazioni che li veneravano; tante figure umane piene di rancori che si credevano eterni, di arguzie che parevano inesauribili, fedeli ad abitudini di cui si sarebbe detto che solo un cataclisma universale potesse

interromperle, figure non meno familiari di quegli alberi alle generazioni passate, e scomparse con essi, quel tempo mi pare lontano da noi molto più del vero, come al barcaiuolo Pin, se si voltava a guardar il ponente, parevano lontani più del vero, dietro la pioggia, il San Salvatore e i monti di Carona.

Era tempo bigio e sonnolento, proprio come l'aspetto del cielo e del lago, caduta la breva che aveva fatto tanta paura alla signora Pasotti. La gran breva del 1848, dopo aver dato poche ore di sole e lottato un pezzo con le nuvole pesanti, spenta da tre anni, lasciava piovere e piovere i giorni quieti, foschi, silenziosi dove cammina questa mia umile storia.

I re e le regine di tarocchi, il Mondo, il Matto e il Bagatto erano in quel tempo e in quel paese personaggi d'importanza, minute potenze tollerate benevolmente nel seno del grande tacito impero d'Austria, dove le loro inimicizie, le loro alleanze, le loro guerre erano il solo argomento politico di cui si potesse liberamente discutere. Anche Pin, remando, ficcava avidamente sopra le carte della signora Barborin il suo adunco naso curioso, e lo ritraeva a malincuore. Una volta restò dal remare per tenervelo su e vedere come la povera donna se la sarebbe cavata da un passo difficile, cosa avrebbe fatto di una certa carta pericolosa a giuocare e pericolosa a tenere. Suo marito picchiava impaziente sul tavolino, il curatone palpava con un sorriso beato le proprie carte, e lei si stringeva le sue al petto, ridendo e gemendo, sbirciando ora l'uno ora l'altro de' suoi compagni.

«Ha il Matto in mano», sussurrò il curato. «Fa sempre così, lei, quando ha il Matto», disse Pasotti e gridò picchiando:

«Giù questo Matto!».

«Io lo butto nel lago», diss'ella. Gittò un'occhiata a prora e trovò lo scampo di osservare che si toccava Cressogno, ch'era tempo di smettere.

Suo marito sbuffò alquanto, ma poi si rassegnò a infilare i guanti.

…..» (18).

 

Carlo Cattaneo (Milano 1801 - Lugano 1869) patriota, filosofo, politico, politologo, linguista e scrittore italiano, esponente del pensiero repubblicano federalista.

 

Della Satira

 

“Perlochè più avveduto sembra il medico che sciupa le sere col tarocco e coi marroni, che quello il quale affida al pubblico il pericoloso segreto d'avere il talento, e il nobile costume di coltivarlo” (19).

 

Giuseppe Gioachino Raimondo Belli (Roma, 1791 - 1863) poeta italiano.

 

In questi versi il poeta rocrre al verbo taroccare per indicare  sbraitare, inveire.

 

                       IL MAL TEMPO.

 

Eppoi venganmi a dir c'uom non tarocchi,

     Se nè ombrello, nè zoccoli o gabbano
     Pôn far sì che in perpetuo pantano
     Non s'abbia a gracidar come i ranocchi.

 

Che più raggio di Sol ci allegri gli occhi

     Ser Tempo vuol che lo si speri invano;
     E se non cangia stil questo marrano
     N’andremo in succhio e diverrem finocchi.

 

Egli è tre lune omai che si diguazza;

     Nè oror tettoia più ci salva o muro
     Da questa piova sbardellata e pazza.

 

Ahi tempo reo, fà senno, o ch'io ti giuro

     Che ti darò, sol ch'io ti trovi in piazza,
     D'un calcio fra il preterito e il futuro. (20)

 

Curzio Malaparte (Prato 1898 - Roma 1957), scrittore, giornalista, militare, poeta e saggista italiano, nonché diplomatico, agente segreto, sceneggiatore, inviato speciale e regista cinematografico, una delle figure centrali dell'espressionismo letterario in Italia e del neorealismo.

 

“…invece di discutere di teologia, faremmo bene a giocare ai tarocchi?” (21)

 

Paolo Ferrari (Modena 1822 - Milano1889), è stato un commediografo, docente universitario e politico.

 

Poichè la mia lucerna omai rosseggia,

   Poichè la fantasia, strappato il fuso,
   Ha volontà di metter via la rocca,
   E far, secondo l'uso,
   Quattro parole col pensiero ottuso
   Che accanto a lei, con un sigaro in bocca,
   Fumo e sbadigli alternando boccheggia;
   Animo, Musa mia, l'istante cogli,
   Busto e sottane sciogli,
   E una canzon cancanica pragheggia.

 

Torcano gli occhi altrove i vecchi sciocchi,

   Cui la savia pazzia del senno invaso
   Uscì dal petto e dal cervello in sputi
   E in tabaccoso taso
   Che dalle fauci espurgano e dal naso
   Giù per i labbri e pei menti grinzuti;
   L'arte per loro è carta da tarocchi;
   Lascia che con le lor Paole e Lucrezie
   A tue grasse facezie
   Gli sciocchi vecchi altrove torcan gli occhi (22).

 

Friedrich Schiller (Marbach am Neckam 1759 - Weimar 1805) poeta, filosofo, drammaturgo e storico tedesco.

 

Nel passo seguente tratto da Die Verschwörung des Fiesco zu Genua, il traduttore italiano utilizza il termine Tarocco per esprimere ‘nessun valore’. Il significato della frase “le carte in questo giuoco sono teste, e la vostra è tarocco” è che le persone con cui egli aveva a che fare valevano poco, come le carte delle figure di corte (re, regina, cavallo, fante), mentre egli era un Tarocco, cioè una carta di Trionfo, quindi con potere di vincita sugli altri.

 

SCENA IV.

Moro, tutto ansante. Fiesco

 

FIESCO
D' onde sì in fretta?

MORO
Presto, signore

FIESCO
Entrò qualche cosa nella rete?

MORO

 

Leggete questa lettera. Son io. veramente qui? O Genova si è accorciata d'una dozzina di contrade, o le mie gambe si sono allungate del doppio. Impallidite? Șì, le carte in questo giuoco sono teste, e la vostra è tarocco. Che ve ne pare?  (23)

 

A conclusione, per far notare come il gioco dei tarocchi fosse nell’Ottocento universalmente conosciuto e il più praticato in assoluto, un passo che illustra l’amore verso quelle carte da parte del celebre musicista Johann Strauss.

 

Johann Strauss (Figlio) (Vienna 1825-1899), compositore e direttore d’orchestra austriaco, figlio dell'omonimo compositore Johann Strauss.

 

Notiziario

 

“Giovanni Strauss partirà in questi giorni per Pietroburgo a darvi sette concerti per il corrispettivo di 40.000 fiorini (100.000 franchi). Oltre a questa somma avrà il mantenimento, il viaggio e l’alloggio pagati a parte dall’impresario. E non è finito: la signora Strauss, e un amico intimo col quale il re dei valzer ha l’abitudine di giuocare di sera a tarocchi, avranno pur essi le spese sostenute dall’impresario!” (24)

 

Note

 

1 Oreostiade ossia Il Mongolfiero, Poema di V.L.C. [Vincenzo Lancetti], Tomo Primo, Milano, presso Agnello Nobile, 1803.

2 - Ibidem, p. 103.

3 - Ibidem, pp. 108-109.

4 - Novelle di Giovanni Visconti Venosta, Firenze, Successori Le Monnier, 1871, p. 250.

5 - Ibidem, p. 277.

6 - Ibidem, p. 308.

7 - Ibidem, p. 375.

8 - Ibidem, p. 409.

9 - Ibidem,p. 445.

10 - Lettere Edite e Inedite di Camillo Cavour. Raccolte e illustrate da Luigi Chiala, Volume Quinto [1819-1856], Torino, Roux e Favale, 1886, p. XXXVII.

11 - Emilio Radius, Vita di Manzoni, Milano, Rizzoli, 1960, p. 215.

12 - Giornale storico della letteratura italiana, Volumi 89-90, Loescher, 1927, p. 175.

13 - C. Arieti (a cura), Alessandro Manzoni. Tutte le Opere. Lettere. t. 1. 1803-1832 - t. 2. 1833-1853 - t. 3. 1854-1873, Milano, Mondadori, 1970, p. 668.

14 - Giosuè Carducci, Confessioni e Battaglie, Serie Terza, Giampi ed Epodi, Roma, Casa Editrice A. Sammaruga, 1884, pp. 62-63.

15 - Lugi Capranica, Fra Paolo Sarpi. Romanzo Storico, Volume Primo, Milano, Francesco Sanvito, 1863, p. p. 96.

16 - Ibidem, p. pp. 115-116.

17 - Ibidem, p. 127.

18 - Antonio Fogazzaro, Piccolo Mondo Antico, Milano, Edizioni Scolastiche Mondadori, 1949, pp. 6-9.

19 - Opere Edite ed Inedite di Carlo Cattaneo raccolte e ordinate per cura di Agostino Bertani, Scritti Letterari, Vol. I, Firenze, Successori Le Monnier, 1881, p. 130.

20 - Versi di Giuseppe Giochino Belli Romano, Roma, Dalla Tipografia Salviucci, 1839, p. 3.

21 - Curzio Malaparte, Don Camaleo e altri scritti satirici, Opere Complete, Volume 5, Firenze, Vallecchi, 1963, p. 301.

22 - Leone Fortis, Paolo Ferrari. Ricordi e Note, Milano, Fratelli Treves Editori, 1889, p. 143

23 - La congiura di Fiesco a Genova. Tragedia Repubblicana di Federico Schiller recata per la prima volta dal Tedesco all’Italiano da Pompeo Ferrario, Milano, Per Giovanni Pirotta, in S. Radegonda, 1819, pp. 126-127.

24 - Il Teatro Illustrato e la Musica Popolare, Anno VI, Maggio 1886, N°. 65, Milano, Edoardo Sonzogno, 1886, s.n. p.

 

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