Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Farsa Satyra Morale

Sminchiata volse dir da sciocchi

 

Andrea Vitali, marzo 2004

 

 

Uno dei primi se non il primissimo documento a stampa in cui troviamo citati assieme tarocchi e minchiate risultando nel contempo importantissimo per la commedia dell'arte nei riguardi dello studio della maschera del Capitano (da ricondursi quanto alle origini agli antichi schiavi plautini), è il componimento Farsa satyra morale di Venturino Venturini da Pesaro (?-1530) stampata a Milano da Johanne de Castione. L'anno di stampa non viene riportato, ma la Biblioteca Braidense di Milano che ne possiede un esemplare, lo data ‘circa 1510’ 1. Si dovrà dunque valutare un periodo compreso fra il 1508 e il 1512. Ci troviamo pertanto di fronte a uno dei primi documenti in cui la parola tarocco viene utilizzata in riferimento al gioco.


L'opera si presenta come un componimento di carattere morale (Moralità), un genere drammatico coltivato particolarmente in Francia dai Clercs de la Bazoche 2 così definito dal D'Ancona: "Costoro indulgendo al genio nazionale, che si compiaceva già da gran pezza nei poemi didattici con personificazioni di enti astratti, dalle proprie consuetudini di dispute curiali trassero fuori cotesto genere, nel quale idee, nozioni, fatti, oggetti raffigurati in personaggi, si pongono fra loro in drammatico conflitto" 3.

In questa Farsa, tesa all'esaltazione degli aspetti moralizzanti attraverso figure simboliche (Voluttà, Virtù, Fortuna, ecc.), l'introduzione di un elemento comico desunto dal teatro popolare, cioè la figura di un Capitano ridicolo e sconquassato di nome Spampana, rende l'opera alquanto singolare distaccandola dalle consorelle d'Oltralpe 4. Questo personaggio è di interesse per la nostra ricerca in quanto in un dialogo fra lo stesso e l'attore principale della Farsa il giovine Asuero, troviamo il riferimento ai tarocchi e alle minchiate, laddove le "galante sfogliose", espressione per indicare le carte da gioco nel gergo furbesco del Rinascimento, trovano ampia enumerazione. Inoltre, il testo risulta importante per l’elenco di giochi di carte del tempo che il Capitano cita ad Asuero volendolo sfidare ad uno di quelli.


Prima di riportare i versi in questione, introduciamo la trama dell'opera, che ebbe in seguito varie imitazioni 5, nella quale vi troviamo riprodotta la favola di Ercole al bivio fra il Vizio e la Virtù. Phylarete, padre del giovane Asuero, intende ammaestrare il figlio facendogli scegliere attraverso il libero arbitrio la via che ritiene più giusta. Dopo una lunga scena di avvertimenti, assicurazioni e propositi svoltasi tra padre e figlio, quest'ultimo rimane solo attendendo l'arrivo di due donne come annunciate dal padre. Per prima avanza una figura femminile, la cui grande bellezza fa credere ad Asuero che possa trattarsi di una "di quelle del Castallio fonte" cioè una ninfa. Alla richiesta del giovane di fornire il suo nome ella non risponde, invitando invece Asuero a seguirla. Poiché quegli resiste alle sue lusinghe, la donna lo abbandona sdegnata. Subito una seconda figura femminile "in bianca gonna" si presenta al giovane, spargendo fronde e che la didascalia chiama "le venerande foglie de Minerva e de Apollo". Anche in questo caso Asuero non risponde all'invito lasciandola partire. Ma subitamente si pente ponendo mente ad attendere il suo ritorno, poiché ha riconosciuto in lei l'immagine della Virtù e nell'altra donna la figura della Voluttà. Nel frattempo, mentre Asuero si dispone a raccogliere le fronde lasciate dalla Virtù, giunge a impedirglielo la Fortuna in veste di mostro bifronte 6, così come Asuero racconterà in seguito a un vecchio sapiente amico del padre:


Vn mostro strano subbito comparse
   Velato: & dimostrava hauer dui volti
   Coperti a chiome, & lieto trastullarse
Parea del cielo, e dei soi lumi folti:
   E in man tenea figurata la sphera:
   Che i cieli, e li elementi tien racolti.


Il giovane e la Fortuna iniziano a lottare, ma mentre il primo sta per avere la meglio, lo scontro viene interrotto dall'entrata in scena del Capitano Spampana il quale inizia un animato dialogo con Asuero. Al termine di questo colloquio, Spampana esce di scena mentre Asuero è riconosciuto dal sopraggiunto Astrete, un filosofo misantropo amico del padre, il quale lo consiglierà spiegandogli con una "Fabula nova, come la voluptate nascesse". Si tratta di una lunghissima digressione mitico-filosofica a cui segue una disquisizione sulla Virtù. E "mentre così ragionano sonno interrotti da un rumore, e vedono il bravo fuggir ferito: e qui se nota quel che se raporta da giochi, da triste compagnie, e da seguir vitii". Al termine il filosofo si propone di guidare Asuero al tempio di Minerva.


Dopo il susseguirsi di altri episodi, il giovane incoronato di alloro ritorna dal Tempio accompagnato da un coro di Muse, da Minerva e dal filosofo che lo aveva accompagnato:


Choro


Nymphe leggiadre, e belle
   Qui siamo: e nel ciel stelle
   Da virtu fide ancelle, ecc.


Un fanciullo vagabondo, di cui nel corso della commedia si sono narrate le gesta, alla vista di tanto onore tributato ad Asuero, divenuto alfine conscio del valore della virtù, si pente dei suoi trascorsi. Al termine giunge un Nunzio che, dopo aver espresso agli spettatori la moralità dell'azione rappresentata, congeda il pubblico:


Perho leuate al ciel le aperte ciglia
   Scacciando tutti volupta dal petto:
   Si come il bello exempio ue consiglia.
Per questa sera nel uostro conspetto
   Altro non uenira: perho che a cena
   Minerva, e gli altri stan col giouenetto.
E da lor parte con fronte serena
   Io ue ringratio de la bona audientia
   Che ci hauete prestata grata, e piena:
   Sì che andate felice, e con licentia.


Si riporta di seguito il testo dell'accennato dialogo fra il Capitan Spampana e il giovane Asuero. L'importanza di questo documento appare straordinaria in quanto si presenta come uno dei primi documenti dell'inizio del sec. XVI che cita il termine sminchiata ovvero il gioco delle minchiate, come gioco sciocco, stupido, in linea con il significato della parola tarocco, come da noi evidenziato in altri saggi 7. Contrariamente ai testi fino a ora riportati, nei quali abbiamo sostituito la lettera U con V laddove significava V, in questa occasione abbiamo lasciato le U come da testo originale, comprese le abbreviazioni e la punteggiatura.


Asuero
Adiutatime sacri dei celesti.
   Dubito che costui me mangi viuo:
   Tanto ha braue parole: e fieri gesti.
Non mi bisogna esser de ingegno priuo:
   Ma mi conuien mostrar sicura fronte:
   Chel temer fa piu ardito ogni catiuo.
Segli mi parla, io con parole prompte
   Responderolli de total manera
   Da non darli cagion che in furia monte.

Spampana

Ma chi e quel che la stasse? bona sera.
   Bona dies. bona nocte. Asuero o o el bē giunto.


Spampana
Da che il bē giunto? Asuero da una bona cera.


Spampana
Qual cera e seuo parli? fa tuo cunto
   Se hai parlato per dirmi villania:
   Che homo non sei tu per havermi punto.


Asuero
Sio thaggio punto, el ciel iuclice sia:
   Che sol per farte honore te ho risposto:
   E se tu voi passare, ecco la via.


Spampana
Tu hai uentura chio ritorno tosto.
   Hor su voglio giocar dieci grossoni?
   Far con teco amicitia son disposto.
Guarda se belli son da parangoni.
   Pigliala come uoi: o a dadi, o a carte.
   Son tutti i giochi per chi vince boni.


Asuero
Tu me perdonerai, non e mia arte


Spampana
   Non e tua arte? questa mosca ho presa.
   Troua pur chi te creda in altra parte.
Hor non teniam la cosa piu suspesa:
   Con dadi a passa dece: a sanza: al sozzo:
   A darli la man larga, e ben distesa:
Minoretto: sbaraglio: ad urta gozzo:
   A trichetrac: & a torna galea:
   Vedi se come un pipion te ingozzo:
Ah, ah, scio quel che uoi, no te intendea:
   Eccole qui le galante sfogliose:
   Chiama re, fante: ve chel te uenea.
Io voglio contentarte in tutte cose:
   O uoi alla cricchetta: o alla fluxata:
   A rompha: a fluxo: & a le due nascose:
Primera: al trenta: & alla condañata 8:
   A rauso: a cresce el monte. hor apre gli occhi:
   Che tua, o mia sara questa giornata.
Mancaua anchora el gioco de tarocchi
   Chesser mi par tuo pasto: e un altro anchora
   Minchion, sminchiata volse dir da sciocchi.
Hor prende qual tu uoi, chel fugge lhora.


Asuero
   Altro non intendo io, che quel de scacchi.


Spampana
   Ne quello anchor sapresti. da laurora
Infine a sera, dimmi in che te stracchi?
   Quale e il tuo spasso? Intorno non ti ueggio
   Ne caualli: ne ucei: leurier: ne bracchi.
Per admonirte queste cose chieggio:
   Tu non sciai giochi, ne ti dai piacere:
   Ne mi par che ami doñe, che ancor peggio.


Asuero
Ogniun se regge con el suo parere.
   Io me dilecto sol parlar con morti:
   Dimorando con loro a mio potere.


Spampana
Con questo dire tutto me conforti.
   Dimmi fratel, sei forse negromante ?
   Se questo fai uien sol da incanti forti.
Se me ne doni un bon, certo, e galante
   Ad amor: te faro si riccho dono:
   Choggi te ualera pin dun bisante.
El spampana mi chiamo: e un homo sono
   Che faccio a altrui paura sol col sguardo:
   Ma ad chi ben voglio non mai lo abandono.
Homo al mondo piu bravo, e piu gagliardo
   Di me non se ritroua: e te uo dire
   Tutte le proue mie senza riguardo.
Milli in un giorno ne ho facto morire.


Asuero
Si de le mosche. ecc 


Note

1. Farsa Satyra Morale dil Strenuo Cavallero Venturino Pisauro, Milano,Per Joanne da Castione, s.d., [1510?], s.n.p. Per la data della stampa cfr. Ennio Sandal, Editori e tipografi in Milano nel Cinquecento, Baden-Baden, 1977 - 1981. 

2. Cfr. Adolphe Louis Fabre, Etudes historiques sur le Clercs de la Bazoche, Parigi, 1856.
3. Alesssandro D'Ancona, Origini del Teatro Italiano, Libri Tre, II, 13., Torino, Ermanno Loescher, 1891, p. 536.

4. Basandosi su questa farsa è possibile determinare l'apparizione della maschera del Capitano alla fine del Quattrocento, con tutte le sue caratteristiche più spiccate (Spampana esce bravando e dimostrandosi in parole o in gesti bravissimo bravo). Troviamo infatti un teatro profano di schietto carattere popolare che si discosta sia dalle sacre rappresentazioni come dagli spettacoli aristocratici, al principio del secolo XVI, a cui risulta facile ravvicinare il Capitano Spampana del dramma pesarese. Di questo teatro popolare profano è pregevole testimonianza una farsa di Francesco Villani pubblicata dal D'Ancona: La guerra di Pontriemoli "fatta pel magno capitano Nevazzo contro a Pocadosso da manco havere, capitano di detto Pontriemoli Opera nuova, et dilettevole, et puossi recitare in Comedia". Nevazzo, che apre la recitazione a guisa di Prologo, si presenta con le seguenti parole: "Io son Nevazzo, quel gran Capitano / che signoreggio tutte le colline, / et nomar fommi per monte, e per piano, / tanto son buone le mie medicine: / appiè cavalco un bel cavai sovrano, / sol per pigliar Pontriemol col confine, / con dua mia condottier eh' ho da ventura, / che a tutto 'l mondo farebbon paura". In Due Farse del Secolo XVI Riprodotte sulle Antiche Stampe compilata da Dott. G. Milchsack con Aggiunte di A. D’Ancona, Bologna, Presso Gaetano Romagnoli, 1882, p. 57.

5. Una di queste è rappresentata dal libro chiamato Desir considerato da Guido Mazzoni «un poemetto dialogico in un migliaio di versi», che venne stampato inizialmente a Monteregoli in Plano Vallis (Mondovi) per Vincentium Bernerium nel 1609. Una seconda è la Dolcina di Gr. M. Cecchi. 

6. Questo passo appare interessante per gli aspetti iconografici: la Fortuna si presenta come un mostro in quanto mostruosamente condiziona la vita dei mortali ed è velata per non essere riconosciuta, altrimenti non potrebbe interferire indisturbata sugli eventi degli uomini. La sua doppia faccia la identifica come portatrice di effetti legati al fortunium e all'infortunium, cioè alla buona e alla cattiva sorte, mentre la sfera tenuta nelle mani la rende Imperatrix Mundi, di cui gestisce le sorti. Sull'iconologia della Fortuna si veda al relativo saggio iconologico. 

7. Si vedano al riguardo Dell'Etimo Tarocco e Tarocco sta per Matto.

8. Sul gioco della Condannata si veda Trionfi, Trionfini, e Trionfetti.



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