Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

I Tarocchi Sola Busca - Prima Parte

Mazzo alchemico o altro? Ipotesi a confronto

 

Saggio di Andrea Vitali, 2019

 

In occasione della realizzazione da parte della Casa Editrice Lo Scarabeo di Torino di un facsimile dei Tarocchi Sola Busca, quanto segue rappresenta il testo di accompagnamento curato dallo scrivente e pubblicato nel volume accluso al mazzo stesso in sei lingue. 

 

Questo prezioso mazzo di Tarocchi di proprietà della marchesa Busca nata duchessa Serbelloni, sposata Sola, venne acquistato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali dello Stato italiano nel 2009 e assegnato alla Pinacoteca di Brera. Si tratta di 78 carte dalla misura di mm. 144 x 78, miniate in stile antico. Esse vennero vagamente intagliate in rame, come si evince visibilmente dai tratti del bulino attraverso il colore sovrapposto, dove risultano evidenti le tracce dell'impressione. Leopoldo Cicognara nella sua opera Memorie spettanti alla storia della calcografia del 1831, scrive che l’Abate Zani gli aveva riferito di aver visto una stessa edizione divisa in due Gabinetti a Napoli, informazione che, dopo opportuna verifica da parte del Cicognara, risultò veritiera presentando i medesimi numeri, dimensioni e qualità del lavoro. Attualmente si conoscono altri esemplari, non miniati, custoditi presso la Kunsthalle di Amburgo (4 carte), il British Museum (4 carte), il Petit Palais di Parigi (4 carte) e l’Albertina di Vienna (23 carte).

 

La presenza di carte appartenenti allo stesso mazzo ma non colorate ha suggerito che il nostro sia stato successivamente rimaneggiato da un artista veneziano con l’aggiunta di diverse iscrizioni. Si tratta pertanto di un insieme il cui numero delle carte, divise per Trionfi, numerali e di corte, rispecchia la struttura standard oggi conosciuta, cioè 22 Tronfi (Arcani Maggiori) e 56 carte numerali e di corte. L’anno del loro intervento pittorico si evince dalla scritta permesso del Senato Veneto nel l'anno ab urbe condita MLXX [1070] che appare nel Trionfo XIII, denominato ‘Bocho’, che dovrebbe corrispondere al 1491, dato che l’Era Veneta ab urbe condita è da farsi iniziare dall' anno 421 dell'Era volgare e non dal 453 come in passato si credette.

 

Una grande differenza distingue i Trionfi di questo mazzo dalle figure canoniche, in quanto, oltre al Matto, raffigurato secondo un’iconografia tendenzialmente comune al tempo, i restanti Trionfi presentano famosi personaggi dell’antichità romana e biblica (oltre ad altri di non facile identificazione) assecondando un gusto retrò come si può evincere dai cicli trecenteschi riguardanti gli ‘Uomini famosi’, quali exempla da imitare. Fra gli antichi romani troviamo Mario, probabilmente Caio Mario, Trionfo IIII; Deo Tavro, cioè Deiotaro, VII; Nerone, VIII; Catone, Catone l'Uticense, XIII, e Bocho, con ogni probabilità Bocco, XIIII. Fra i personaggi storici descritti nella Bibbia si riconoscono Nembroto ovvero Nenbroto, XX e Nabvchodenasor cioè Nabucodonosor, XXl, mentre per altri, secondo gli storici dell’arte dell’Accademia di Brera dove nel 2013 è stata allestita una mostra su questo mazzo, si naviga nell’incertezza dell’identificazione, come per Postvmio, II; Catvlo, V; Sesto, VI; Tvlio, XI; Carbone, XII; Metelo, XV; Lentvlo, XVIII; Sabino, XVIIII; Panfilio, I; Lenpio, III; Falco, VIIII; Ventvrio, X; Olivo, XVI e Ipeo XVII. Per questi storici, così come espresso nel catalogo dell’esposizione citata, ogni tentativo di giungere a una corretta loro identificazione rimarrebbe destinata al fallimento “finché non si compirà un’impegnativa disamina delle fonti classiche disponibili nel Quattrocento e dei compendi medievali, in relazione ai singoli personaggi” (1).

 

Per quanto attiene alle carte di corte il ruolo del Re di spade è assegnato ad Alessandro Magno, mentre ritroviamo in altre diversi personaggi famosi, come il R. [Rex] Filippo, il padre di Alessandro, nella omonima carta di denari, Elena come Regina di denari e Olimpia quale Regina di spade. Le carte di corte si basano su una storia d'amore medievale che disegnava paralleli tra personaggi della guerra di Troia con altrettanti della vita di Alessandro Magno.

 

   

                   Re di Denari                  re di spade               

 

                                                 Re di denari                                                                                 Re di spade

 

                   Regina di denari                 Spadonzola regina

 

                                             Regina di denari                                                                            Regina di spade

 

 

L’iconografia degli Arcani Minori ha dato adito a diverse interpretazioni, una delle quali è quella proposta dagli accademici di Brera basata, in parte, sulla descrizione di un procedimento alchemico. Ma altri studiosi ipotizzano una diversa valutazione, da individuarsi come un’espressione di insegnamento di carattere morale cristiano. In un’ottica di ‘par condicio’, le riporteremo entrambe.

 

L’inserimento in queste carte della descrizione di un processo alchemico può essere giustificato dall’esistenza in Italia di importanti codici in cui erano raccolti quattordici trattati attribuiti a Ermete Trismegisto, il mitico inventore dell’alchimia. Una credenza, quella su Ermete, oggi considerata dagli studiosi priva di fondamento, data la provata non esistenza di quel personaggio, da identificarsi con Hermes, ovvero Mercurio. In ogni modo, il Medioevo e il Rinascimento credettero nella sua reale esistenza, motivo per cui sembrerebbe logico che questa credenza venisse rispecchiata in qualche modo in un mazzo di tarocchi.

 

Poiché l’alchimia tende, attraverso la depurazione dei metalli vili, a giungere alla creazione dell’oro, l’unico metallo non vile, risulta di grande interesse la speculazione filosofica che questa pratica sottende, ovvero la purificazione dell’anima attraverso la liberazione dalle passioni terrene, simboleggiate quest’ultime dai metalli vili. Poiché la struttura dei tarocchi nella loro espressione di 22 Trionfi, esprimeva la Scala Mistica cristiana, come oggi sappiamo, un medesimo insegnamento per rendere l’uomo cosciente della propria divinità secondo un’altra chiave di lettura, cioè quella alchemica, appare del tutto accettabile.

 

Inoltre, l’alchimia tendeva attraverso i procedimenti di trasformazione della materia, partendo dall’oro e dall’argento, a perseguire quel lapis philosophorum ovvero elisir, che oltre a uno stato di perfezione, si sarebbe dimostrata quale medicina in grado di garantire una lunga vita, atteggiamento che si rispecchia in quell’anelito di immortalità sentita da Alessandro Magno e attribuita a tutti i personaggi descritti nei Trionfi e nelle carte di corte. Seguendo tale congettura, gli accademici braidensi hanno visto nelle carte di denari la raccolta dei fiorini d’argento, dal loro trasporto (tre di denari) sino alla loro tesaurizzazione (10 di denari); nelle coppe e specificatamente nel dieci, l’immagine di Ermete Trismegisto dato che il turbante che porta sulla testa lo connette a una sua effigie acquarellata presente nel volume Secreta secretorum philosophorum databile fine 1470. Le carte di bastoni rispecchierebbero il rapporto opus alchemicum e agricoltura: ad esempio la carta del tre, raffigurata da una testa trafitta da altrettanti bastoni, raffiguranti probabilmente l’oro, l’argento e il mercurio, esprimerebbe la necessità della segretezza nella trasmissione del sapere alchemico, come d’altronde insegna la bocca del personaggio chiusa da una ghirlanda e con due ali d’aquila poste ai lati del suo capo, simboli del mercurio dei filosofi. Prendendo ancora come riferimento la carta tre, questa volta di spade, il cuore che la connota si porrebbe come simbolo del fuoco, carattere vitale del procedimento alchemico, mentre le tre spade esprimerebbero ancora una volta i tre metalli descritti in riferimento al tre di bastoni.

 

 

                        tre monete                     dieci cocuzze         

 

                                                     Tre di denari                                                                         Dieci di denari

 

                        Ermete                   tre randelli                        

                                                   Dieci di coppe                                                                             Tre di bastoni

 

 

                                                                    Tre di spade

 

                                                                                                    Tre di spade

 

 

Il nome individuato dagli accademici di Brera come colui che realizzò il mazzo sarebbe il marchigiano Nicola di Maestro Antonio di squarcionesca - padovana formazione, documentato dal 1465 fino al 1511, mentre l’ideazione del progetto dovrebbe essere attribuito a Lodovico Lazzarelli, un umanista nato nel 1447 a San Severino Marche, molto vicino alla cultura ermetica di quel tempo. Inoltre, in base all’iscrizione M.S., aggiunta sugli Assi e su altre carte, gli stessi accademici ritengono che il possibile commissionante il lavoro aggiuntivo possa probabilmente essere il letterato veneziano Marin Sanudo il Giovane (1466-1536).

 

Diverse autorità discordano tuttavia da quanto ipotizzato da Laura Gnaccolini, curatrice della mostra e del catalogo di Brera e da Sofia di Vincenzo, a cui la studiosa in qualche momento fa riferimento. Per Michael S. Howard, già docente di filosofia presso la State University di New York ad Albany, la visione alchemica della Gnaccolini oscura altri modi con cui probabilmente le carte potrebbero essere interpretate. Il viso di un uomo barbuto, con un cappello, forse un turbante, circondato da dieci calici, non significa che debba essere Trismegisto. Anche gli usurai o i mercanti ebrei sefarditi, personaggi alquanto numerosi nel Nord Italia in quel periodo, possedevano il medesimo aspetto. Il fatto che il suo viso mostri una certa diffidenza, suggerisce, sebbene sia circondato da ricchezze, che stia pensando al pericolo di poterle perdere in qualsiasi momento. Per quanto riguarda le carte dei tre, questo numero era più comunemente associato alla Santissima Trinità. Ad esempio, i tre bastoni che attraversano la testa di un bambino nell’ omonima carta, non hanno nulla in comune con le raffigurazioni alchemiche dei metalli, ma suggeriscono piuttosto i chiodi conficcati nella carne di Cristo nelle tre parti superiori della croce, mentre le ali e la ghirlanda della vittoria esprimono la futura Ascensione del fanciullo. Per quanto riguarda i segreti, gli alchimisti non li denotavano con una spilla metallica in bocca, ma con un dito sulle labbra. Il perno potrebbe semplicemente sostenere la ghirlanda. In ogni caso, Cristo bambino aveva un proprio segreto, quello della scelta della sua morte. L'arte veneziana del tempo mostrava spesso il bambino Gesù tenuto da una triste Madonna, come se ella già conoscesse il destino del figlio.

 

Ma un orientamento cristiano, continua il prof. Howard, si mostra al meglio nel tre di spade. Poiché nelle illustrazioni alchemiche non sono raffigurate fiamme o altro che avvalorino l’indicazione data dagli accademici di Brera che le tre spade così posizionate possano rappresentare l’oro, l'argento e il mercurio assoggettati alle fiamme dell'opera alchemica, occorre considerare al contrario che l'immagine di raggi che trafiggono il cuore del credente era alquanto usuale nell'arte italiana tra la fine del XIV e la metà del XV secolo. Punto di riferimento fu un passaggio delle Confessioni di S. Agostino, Libro IX: "Tu hai trafitto i nostri cuori con le frecce del tuo amore" (Saggitaveras tu cor nostrum caritate). Alcuni pittori raffigurarono Agostino che mostrava il suo cuore trafitto dai raggi emanati da una visione della crocifissione. Filippo Lippi nel 1437-1438, a Firenze, lo dipinse con il petto trafitto da tre raggi emanati da una visione della Trinità. Per cui sembra maggiormente probabile che la carta debba farsi riferire a quella tradizione. (2)

 

Se questa scena potrebbe invitare a un'interpretazione alchemica, afferma Howard, ne esiste quindi una di derivazione teologica. Quale impatto esprimono i tre componenti della Trinità sul cuore umano? La severità del Padre viene mediata dallo Spirito Santo che discese su Gesù nel momento del suo battesimo, determinando la redenzione dell'umanità mediante il sacrificio del Figlio. Questa progressione può essere considerata come l'oscurità del peccato, la nigredo; il biancore della colomba, l’albedo e il rossore del sangue, la rubedo. Ogni stadio accoltella il cuore a proprio modo, finalizzato alla salvezza rappresentata dalla ghirlanda. Possiamo quindi ipotizzare trattarsi di un'interpretazione cristiana che usa l'immaginario alchemico - la cosiddetta ‘alchimia spirituale’ - piuttosto che una semplice descrizione della trasformazione dei composti metallici. Una visione cristiana che possiamo ritrovare anche nelle altre carte dei semi dello stesso numero.

 

La famiglia Sola diede le fotografie del mazzo al British Museum nel 1907. Le carte realizzate da Pamela Smith per il mazzo ideato da A. E. Waite trassero ispirazione da alcune di esse, compresa quella con il cuore trafitto da tre spade. Ma Waite sostituì la ghirlanda con nuvole di pioggia, modificando in tal modo una scena di sofferenza finalizzata alla gioia in un’altra di sola tristezza.

 

Per il matematico e storico dei tarocchi Mauro Chiappini le diverse scritte presenti su alcune carte possono essere correttamente interpretate se anagrammate. Chiappini si è domandato: “Diverse scritte presentano evidenti sgrammaticature, come la Regina di coppe Polisena invece di Polissena; la Regina di spade Olinpia anziché Olimpia; il Cavaliere di denari Sarafino al posto di Serafino. E poi, chi sarebbe questo cavaliere Sarafino? Chi sono il Re di bastoni Levio Plauto R.(Rex) e di Coppe Lucio Cecilio R. assenti nella storia di Roma sia per il titolo (gli unici Re di Roma furono sette a iniziare da Romolo), sia per il nome? E nei Trionfi chi sono Lempio, Venturio, Olivo e Ipeo messi accanto a Catone e Nerone, di cui non si ha traccia nella storia romana?”.

 

Per comprendere ciò la spiegazione più ragionevole per Chiappini è che ci si trovi di fronte a ‘errori intenzionali, messi apposta per farci scoprire qualcos’altro’, nomi volutamente usati per nascondere un altro significato. Insomma, un espediente linguistico che deve condurre ad altro, come se l’ideatore si fosse divertito a inserire in tutto il mazzo un gioco nel gioco. A quei tempi, tra le tecniche del genere, oltre al Notarikon, ossia l’acrostico, oppure alla Gematria di derivazione ebraica che assegnava a ogni parola un valore numerico, era in uso l’anagramma. Francois Rabelais che si firmava ‘Alcofribas Nasier’ e Pietro Aretino ‘Partenio Etiro’, sono due tra i tanti esempi che si potrebbero citare.

 

Ebbene, compiendo l’anagramma dei nomi presenti sulle figure dei semi, si ottiene un risultato sorprendente.  Per esempio, per le carte di coppe, considerando il Cavaliere Natanabo, la Regina Polisena e il Re Lucio Cecilio R., procedendo con l’anagramma si otterrà “L’ocio lucica pianto a l’insano bere”, frase che si manifesta come un consiglio a usare nel bere la stessa moderazione che si dovrà adottare in tutte le faccende della vita, atteggiamento da assumere quale sentenza morale relativa a quel seme. Applicando lo stesso procedimento per le spade, i bastoni e i denari, Chiappini ha ottenuto frasi coerenti, rispondenti sempre a valori morali.

 

 

                   Cavaliere di coppe                    Regina di Coppe 

                                                 

                                       Cavallo di coppe                                                                               Regina di coppe

 

                                                                         Re di Coppe

 

                                                                                                         Re di coppe

 

Fondamentale per comprendere un diverso autore del mazzo rispetto a quanto attestato dai curatori di Brera, sono le frasi che si trovano sull’Asso di denari: Servir chi persevera infin otiene, che borda lo scudo sorretto da un angelo a braccia levate, e Trahor Fatis (Trascinatore del Destino) posta quest’ultima in un cartiglio sostenuto da un altro angioletto, in basso a sinistra. Anagrammando le due frasi si ottiene: “Ho trist’a far per servire Rino Fieschi Venetian”.

 

 

                                                                               Asso di denari

 

                                                                                                         Asso di denari

 

 

L’anonimo pittore veneziano che aggiunse le iscrizioni al mazzo originario, oltre a lamentarsi del lavoro che gli era stato commissionato - d’altronde si trattava di un impegno più artigianale che artistico -, indica qui il nome del suo datore di lavoro: si tratta di Rino (diminutivo di Ettore) Fieschi, della nobile famiglia Fieschi di Genova. Il nonno, suo omonimo, fu quell’Ettore Fieschi che tentò di pacificare gli animi nella famosa congiura del 1547 promossa da Gianluigi Fieschi ai danni di Andrea Doria e della Repubblica genovese. Che i Fieschi fossero aggregati alla nobiltà veneta non è un fatto eccezionale, in quanto già in precedenza altre famiglie genovesi, tra cui quella dei Cibo, avevano ottenuto lo stesso beneficio.

 

Tra i vari Ettore Fieschi presenti nell’albero genealogico della casata genovese, il nostro Rino aveva preso in moglie una nobildonna, anche lei genovese, tale Tommasina Spinola, cioè Masina Spinola. Sull’Asso di spade, di bastoni e di coppe, compaiono le due lettere maiuscole M. e S. Si tratta delle iniziali della moglie che il marito volle far incidere sulle carte come un marchio di fabbrica familiare. Ciò è avvalorato anche dai colori utilizzati negli stemmi che si trovano sullo scudo di Bocho e sugli analoghi presenti sull’Asso di spade e sullo scudo di Mario. Lo stemma degli Spinola è d’oro con riquadri mediani in rosso e argento, stessi colori che ritroviamo sulle carte con la variazione della fascia attraversante che appartiene allo stemma dei Fieschi.

 

Per lo storico, la sigla M.S. non si riferirebbe, pertanto, al letterato veneziano Marin Sanudo il Giovane (1466-1536) e neppure al miniatore ferrarese di fine Quattrocento, Mattia Serrati da Casandola, così come pretese presumibilmente l’iconologo Hind. Il matrimonio tra Rino Fieschi e Masina Spinola avvenne nel 1584. Le carte, dunque, vennero prodotte a iniziare da quella data e non prima, altrimenti non avrebbe avuto senso il richiamo a Masina Spinola con le due iniziali M. e S. Tuttavia, per determinarne la probabile data di esecuzione occorre analizzare la fatidica iscrizione che appare sullo scudo di Bocho (Trionfo XIV. Si veda più avanti nel testo): Anno ab Urbe codita MLXX. Anagrammando la frase in questione si otterrà: “XX Abbiam de l’anno Turco”. L’anno turco cui si fa riferimento è quello celebre della battaglia di Lepanto, il 1571, quando il 7 ottobre la Lega Santa composta da Genovesi, Veneziani e Spagnoli, sconfisse a Lepanto l’armata turca.

 

Dopo aver determinato nel 1591 la probabile data in cui l’anonimo artista veneziano apportò le sue variazioni su commissione del nobile genovese Rino Fieschi, Chiappini ha cercato di individuare il possibile commissionante ed esecutore del mazzo originario. L’unico aiuto, in questo caso, erano le iscrizioni presenti sui Trionfi, che sono soltanto due:

 

-  S.C. sul carro del Trionfo Deo Tauro (VII) e sulla bandierina in cima all’asta del Trionfo Metelo (XV).

-  S.P.Q.R. (Senatus Populusque Romanus) sulla faretra del Trionfo messo in relazione con Carbone (XII)

 

Quella che recita, senza alcuna ambiguità, S.P.Q.R. sulla faretra del Trionfo Carbone (XII), è relativa al personaggio rappresentato, cioè Gaio Papirio Carbone. Da tribuno, nel 131 a.C. fece approvare la lex tabellaria d’ispirazione popolare, che estendeva il voto scritto (tabella) e quindi segreto, già in vigore per i comizi elettorali e giudiziari, ai comizi legislativi. Di questa legge e del suo proponente, Cicerone (De Leg. III, 16) dirà: “La terza, sull’ordinare le leggi o vietarle, è di Carbone, cittadino sedizioso e malvagio”. Il nostro Carbone, inizialmente di parte democratica, al fine di ottenere il consolato, cambiò casacca passando dalla parte degli aristocratici e nel 120, ormai console, difese in tribunale Lucio Opimio, l’assassino di Gaio Gracco, tradendo il diritto e l’antica amicizia con quest’ultimo e il fratello Tiberio. L’anno successivo, tuttavia, venne messo sotto accusa da Licinio Crasso e una volta sconfitto “dicesi che prendesse le cantarelle” (Cic., Ad familiares IX, 21), ossia che si avvelenasse. Carbone venne pertanto considerato un traditore e l’associazione con l'Appeso, cioè con il numero XII dei Trionfi tradizionali, testimonia perfettamente tale correlazione.

 

Occorre qui rilevare che per evidenziare il ruolo del Lazzarelli, gli accademici di Brera hanno ipotizzato che questo Carbone potesse essere identificato con l’umanista cremonese Ludovico Carbone che avrebbe instaurato rapporti con quello studioso di Ermete. Un’attribuzione alquanto discutibile dato che la scritta S.P.Q.R. esplicita chiaramente trattarsi di un personaggio dell’antica Roma. Come per Carbone, Chiappini ha svolto indagini giungendo a identificare storicamente ciascun personaggio dei Trionfi.

 

L’altra iscrizione è formata dalle lettere maiuscole S e C poste ai lati di una foglia d’edera rovesciata. L’interpretazione di Hind che assegna alla sigla S C il significato di Senatus Consultus è, a giudizio di Chiappini, poco plausibile, non tanto per la sua genericità quanto piuttosto per la presenza della pianta. Le lettere S e C contornano la foglia d’edera in modo tale da far apparire l’insieme come uno stemma, come se esprimesse una qualche casata. Se il contrassegno sulla carta avesse fatto riferimento a una famiglia, senza alcun dubbio avrebbe dovuto alludere a quella richiedente il lavoro, la quale doveva possedere almeno due caratteristiche: innanzitutto detenere un certo prestigio sociale, perché da sempre era stato appannaggio dei nobili la pratica di farsi confezionare tarocchi di particolare pregio e costo; in secondo luogo la sua collocazione territoriale doveva essere stata lombarda, poiché in base alle indagini sui numeri attribuiti a ciascun Trionfo, il Chiappini è giunto alla conclusione che il loro ordine rispecchia tale provenienza. Una valutazione che coincide con quanto di seguito andremo a esporre.

 

Occorre allora chiedersi se nella seconda metà del XVI secolo ci fosse stata, in Lombardia, una qualche famiglia nobile che avesse avuto la possibilità e soprattutto il rango necessario per commissionare un lavoro del genere. In secondo luogo, occorreva verificare un eventuale rapporto tra il suo nome e la sigla S C contornante la foglia d’edera presente sul carro di Deiotaro. Ebbene, questa famiglia esisteva, e si tratta proprio della famiglia Busca, la quale nella seconda metà del ‘500 figurava tra le più antiche e nobili di Pavia e di Milano. I Busca avevano origini che possiamo collocare nel XII secolo. Da uno dei loro primi antenati, tale Raimondo Busca, trassero origine i signori di Cossano Belbo, in provincia di Cuneo, i quali avevano come probabile stemma una foglia d’edera contornata da una S e una C, le lettere mediane del cognome BuSCa. Ancora oggi lo stemma di Cossano Belbo riporta una foglia d’edera rovesciata, dove al posto di S e C troviamo C e B, le iniziali della città.

 

Le indagini di Chiappini hanno pertanto assodato che a metà del Cinquecento a Pavia e Milano era insediata una famiglia nobile Busca i cui antenati piemontesi avevano avuto come stemma una foglia d’edera contornata dalle lettere S e C, le stesse che ritroviamo sui nostri Trionfi. Diviene pertanto molto plausibile che sia stata questa famiglia a commissionare le carte in questione, anche in virtù del fatto che un suo discendente abbia poi sposato un rampollo della famiglia Sola, il quale, dopo l’estinzione dei Busca, si è ritrovato a essere l’unico possessore di questo mazzo di tarocchi.

 

Da quanto riportato da questi ulteriori storici, risulta evidente un atteggiamento completamente diverso da quanto propugnato dagli accademici di Brera. 

 

Per quanto riguarda l’identità dei personaggi dei Trionfi faremo riferimento alle indicazioni proposte da Mauro Chiappini, che, a parte il Matto, li colloca giustamente tutti in ambito antico.

 

 

Mato

 

 

Trionfo 0 - Il Matto. Offriamo di seguito una nostra interpretazione iconologica: il numero arabo 0, riportato nella carta in forma di un cerchio vuoto, suggerisce probabilmente il vuoto di cervello del Folle. Le lettere 'MA' e 'TO' che identificano il personaggio appaiono nella parte superiore della carta su l’uno e l'altro lato. Sulla spalla sinistra del nostro è presente un corvo nero: i due si guardano come se si specchiassero uno nell’altro. L’uccello rappresenta l'uomo irresoluto e peccatore, reso nero dalle sue colpe. Il Ripa così scrive infatti alla voce Infortunio riguardante un simile personaggio tenente "nella sinistra [mano] un Corvo" così come appare sulla spalla sinistra del Mato: “L’infortunio, come si raccoglie d’Aristotele, è un evento contrario al bene, & d’ogni contento: & il Corvo non per esser uccello di male augurio, ma per essere celebrato per tale da' Poeti, ci può servire per segno dell’infortunio: si come spesse volte, un tristo avvenimento è presagio di qualche maggior male soprastante, & si deve credere, che vengano gl'infelici successi, & le ruine per Divina permissione, come gli Auguri antichi credevano, che i loro augurij fussero inditio della volontà di Giove. Quindi siamo ammoniti a rivolgerci dal torto sentiero dell'attioni cattive, al sicuro della virtù, con la quale si placa l'ira di Dio, & cessano gli infortunij” (3). Riguardo l’Irresolutione lo stesso autore afferma: “Donna […] con un panno nero avvolto alla testa […] Le si dà i Corvi per ciascuna mano in atto di cantare, il qual canto è sempre Cras, Cras [in latino: ‘domani, domani’], così gli huomini irresoluti differiscono di giorno in giorno, quanto debbono con ogni diligenza operare, come dice Martiale. Il panno nero [come il corvo] avvolto alla testa, mostra l’oscurità e la confusione dell’intelletto, per la varietà de pensieri, i quali lo rendono irresoluto (4).

 

Si deve considerare che la Chiesa del tempo considerò il matto come l’Insipiens citato nel Salmo 52 dove troviamo scritto: “Dixit insipiens in corde suo: non est Deus” (Il Folle [insipiens] ha detto in cuor suo: non c’è Dio) (5). La cornamusa, che il matto sta suonando, è uno strumento pastorale creduto essere utilizzato nell’antichità dai sileni, esseri dalla natura selvaggia e lasciva e per questo motivo considerato uno strumento diabolico come tutta la famiglia degli strumenti a fiato.

 

Tale simbolismo diabolico collegato agli strumenti a fiato - piffero e cornamusa, contrapposti ai celestiali strumenti a corda - connota il carattere negativo della carta. Potremmo pensare qui anche a un’associazione con la parola ‘folle’ in latino, che significava ‘sacco’ o ‘soffietto’: quindi ‘folle’ come un sacco d'aria, vuoto, senza contenuto. Il fatto che il Matto venga raffigurato in questa carta con connotazioni negative dal punto di vista Cristiano, suggerisce un’interpretazione dell’intero mazzo maggiormente legata a tale ambito (6).

 

Panfilo

 

Trionfo 1 - Panfilo. Si tratta di M. Bebio Panfilo, pretore nel 192 a.C. I pretori erano magistrati che detenevano un potere decisionale. Insieme a Q. Cecilio Metello e T. Sempronio venne inviato in Grecia dove riuscì a dirimere i contrasti tra i Tessali e i Macedoni. Inoltre, ridusse gli Apuani Liguri ovvero gli abitanti della Liguria che abitavano nei monti Apuani, sotto il dominio romano senza spargimento di una sola goccia di sangue. In tal senso, la corona trionfale che cinge la testa del personaggio acquista un valore significativo, quale premio per la sua vittoria. Inoltre fu il primo a ricevere gli onori trionfali senza aver condotto una guerra. Primo come il Bagatto, numero 1 nella sequenza dei Trionfi.

 

Postumio

 

Trionfo II - Postumio. Il personaggio raffigurato è Lucio Postumio Albino che nel 216 fu nominato pretore e inviato nella Gallia Cisalpina, l’attuale pianura padana, per domare gli abitanti di quelle terre. Le legioni romane da lui comandate vennero però sconfitte nel bosco Litana dai Galli Boi, alleati di Annibale. La sua testa fu scavata all’interno e, una volta decorata d’oro, venne usata dai Galli come tazza sacrificale. Secondo la descrizione di Livio “I Boj portarono la testa del Capitano in un loro Tempio, il quale era appresso di loro in somma reverenza. Di poi, avendolo purgato dentro, l’adornarono d’oro, com’è loro usanza, in modo che fosse un vaso sacro col quale nelle feste solenni celebrassero il sacrificio, e lo stesso servisse all’uso del sacerdote e dei presidenti del Tempio”. Nella carta è stato raffigurato il suo teschio colorato d’oro.

 

Lempio

 

Trionfo III - Lenpio. Nella millenaria storia romana non esiste alcun personaggio di nome Lenpio. Esiste tuttavia un Lenio che potrebbe ragionevolmente essere il nostro, da interpretare come Lenio il pio, cioè Lenpio, come lo chiama l’autore con un gioco di parole. Si tratterebbe quindi di M. Lenio Strabone. In epoca romana, il soprannome Strabone era assegnato a coloro che avevano un difetto visivo, da cui il termine ‘strabismo’. Nato a Brindisi, cavaliere romano, egli fu il primo a introdurre l’uso delle uccelliere in cui erano tenute diverse specie di uccelli. Se analizziamo gli elementi che figurano nella carta, potremmo pensare che il piatto poggiato a terra sia quello in cui Clodio Esopo pose una serie di uccelli canterini; la pannocchia che il personaggio serra nella mano al cibo per uccelli e il gesto di chiudere l’occhio allo strabismo di questo personaggio.

 

Mario

 

Trionfo IV - Mario. La carta non lascia ambiguità di sorta, anche se i Mario sono numerosi nell’antica Roma. Si tratta di Gaio Mario, eletto sette volte al Consolato, avversario di Silla, colui che menò davanti al carro trionfante il re Giugurta incatenato e che disfece l’esercito dei Teutoni e dei Cimbri. Nella carta il personaggio cinge uno scudo che tiene sollevato come se si preparasse alla battaglia. È seduto su un tronco, pronto a partire come ci mostra lo sguardo attento e per niente rilassato, e con la mano destra stringe un’asta su cui sventola una bandiera rossa, simbolo della riscossa contro Silla. L’elmo alato che gli orna la testa esprime il segno dell’ulteriore imminente vittoria. Siamo pertanto in presenza di una figura dal carattere pressoché imperiale, così come l’Imperatore risulta il numero IV nei Trionfi tradizionali.

 

Catulo

 

Trionfo V - Catulo. Il personaggio ritratto, in virtù della ferita alla coscia attestata da Orosio (tranfixo femore aegerrime, cioè “trafitto al femore con la più grande pena”), allude al console Gaio Lutazio Catulo che nel 241 a.C. pose fine alla prima guerra punica sconfiggendo i Cartaginesi presso le isole Egadi. La vittoria gli fruttò l’onore del trionfo. Lutazio fu affiancato dal pretore Quinto Valerio Falto, il quale pretese anche per sé, ma senza motivo per la giustizia romana, l’onore trionfale. Nella carta appare quindi una trutina, la bilancia utilizzata dai Romani per amministrare la Giustizia. La canna su cui è appoggiato un copricapo, che esprimeva l’emancipazione dalla servitù, si pone come simbolo dell’affrancamento del personaggio dalla schiavitù della sua condizione sociale e morale. Infatti, egli fu il primo della plebea gens Lutatia a ricoprire la carica di console, pur non appartenendo alla nobiltà romana.

 

Sesto

 

Trionfo VI - Sesto. La giovinezza del personaggio ci ha permesso di associarlo ragionevolmente a Sesto Pompeo, figlio di Pompeo Magno, triumviro insieme a Cesare e Crasso. Nel momento in cui Pompeo perse la battaglia di Farsalo nel ‘48 e fuggì per salvarsi la vita, Cornelia e Sesto lo incontrarono nell’isola di Mitilene e insieme fuggirono in Egitto, dove Pompeo, su sollecitazione di Cesare, fu ucciso sotto gli occhi del figlio da Tolomeo XIII, fratello di Cleopatra. Da quel momento inizierà l’avventura di Sesto contro il dispotismo cesariano che lo porterà alla morte non ancora quarantenne. Nella carta il giovane regge uno scudo appoggiato sul terreno mentre osserva una fiaccola che stringe nella mano sinistra. È la fiaccola della vita che presto si spegnerà e che il giovane tuttavia guarda senza rimpianti, con un’espressione di serena calma.

 

Deotauro

 

Trionfo VII - Deotauro. La carta non dà luogo a equivoci: si tratta di Deiotaro, tetrarca della Galazia, in Asia minore, fedele alleato della Repubblica romana. Accusato ingiustamente dal nipote, il quale voleva prenderne il posto, di aver tramato l’uccisione di Cesare, venne difeso da Cicerone nell’orazione Pro rege Dejotaro, nel 44 a.C. Queste le parole con cui Cicerone esalta le virtù del re galata davanti a Cesare e al Senato: “Deh, chi mai v’è più di lui considerato? Più cauto? E più avveduto? Sebbene in questo luogo reputo che non tanto difender si debba Dejotaro per l’accorgimento e per la grandezza, quanto per la lealtà e la timorata coscienza…Chi mai non conosce la probità di Dejotaro, l’integrità, la gravità, la virtù e la sua leal fede?”.

 

Nerone

 

Trionfo VIII - Nerone. La carta ci rinvia immediatamente all’imperatore romano Nerone passato alla storia come un tiranno crudele e dissoluto, colui che nel 64 d.C. incendiò Roma dando la colpa ai cristiani, oltre a tante altre nefandezze. Una credenza errata, come oggi affermano gli storici più autorevoli. Nella carta, Nerone appare impegnato personalmente nel dilaniare un bambino prima di bruciarlo. Sul suo braccio è appoggiato un bastone da cui pendono delle sfere che richiamano uno di quei giochi infantili romani chiamati ‘tintinnabula’, sonagliere che i bambini costruivano infilando in una cordicella noci o nocciole che poi legavano a un supporto di legno. L’iconografia sembrerebbe confermare una simile associazione in quanto tali giocattoli di semplice fattura, insieme ad altri piccoli oggetti, venivano deposti nelle tombe dei bambini per accompagnarli nell’aldilà.

 

Falco

 

Trionfo IX - Falco. Nella storia romana troviamo soltanto un Falco ed è Quinto Sosio Falcone (Quintus Sosius Falco), console nel 193 d.C., nel tempo in cui al crudele Commodo era succeduto, in qualità di imperatore, il saggio e prudente Pertinace. Un uomo del genere non poteva durare a lungo in una società ormai logorata dalla corruzione e dal vizio. Alcuni congiurati scelsero allora il nostro console Falcone quale suo successore. Fatto sta che quando la perfida trama venne scoperta, la maggior parte dei congiurati fu messa a morte, ma Falcone, la cui colpevolezza non fu provata e la cui innocenza era sostenuta da molti, si ritirò nella sua proprietà per morire anni dopo di morte naturale. Nella carta, un uomo incoronato e in ginocchio, dalla lunga barba grigia, sostiene nella destra un’asta, simbolo del potere, mentre lo scudo e l’elmo sono poggiati a terra, a significare il suo atteggiamento non violento.

 

Venturio

 

Trionfo X - Venturio. Non essendoci alcun Venturio nella storia romana, il personaggio dovrebbe riferirsi a qualcuno dei diversi Veturio che vi compaiono, un Veturio toccato dalla ‘ventura’, da cui, appunto, con un gioco di parole, Venturio. Il personaggio è quindi ragionevolmente Tito Veturio Calvino, due volte console, nel 334 e 321 a.C., al quale è associata la famosa sconfitta romana da parte dei Sanniti presso le Forche Caudine, proprio durante il suo secondo consolato. I calzari alati indossati dal personaggio non sono una garanzia sufficiente di vittoria, proprio perché simbolo del Fato che decide il destino umano. La Fortuna aleggia nell’aria, come la mano dello stesso personaggio, a indicare che la totale padronanza della vita è pari a una pura illusione.

 

Tulio

 

Trionfo XI - Tulio. I due personaggi più prestigiosi della gens Tullia, una delle più antiche di Roma, sono il capostipite Servio Tullio, sesto re di Roma nel periodo regio, e M. Tullio Cicerone (106-43 a.C.) nel periodo repubblicano. A nostro avviso è quest’ultimo a essere raffigurato nella carta. Egli incarnò i valori di quell’epoca, un “padre della patria”, pieno d’animo sublime, degno d’eterna memoria, un grande ingegno che amò veramente la patria, a detta dello stesso Ottaviano divenuto Augusto, quando si dolse vergognosamente di aver contribuito, in qualità di triumviro, alla sua uccisione. A differenza dell’Eremita che si appoggia a un bastone, egli tiene in mano una torcia sulla cui sommità brilla una fiamma, quella delle sue opere, destinate a risplendere per sempre.

 

Carbone

 

Trionfo XII - Carbone. Si tratta di Gaio Papirio Carbone che da tribuno, nel 131 a.C., fece approvare la lex tabellaria d’ispirazione popolare, che estendeva il voto scritto (tabella) e quindi segreto ai comizi legislativi. Di questa legge e del suo proponente, Cicerone (De Leg. III,16) dirà: “La terza, sull’ordinare le leggi o vietarle, è di Carbone, cittadino sedizioso e malvagio”. Il nostro Carbone, inizialmente di parte democratica, al fine di ottenere il consolato, cambiò casacca passando dalla parte degli aristocratici, e nel 120, ormai console, difese in tribunale Lucio Opimio, l’assassino di Gaio Gracco, tradendo (ricordiamo che il Trionfo numero XII era inizialmente chiamato ‘Il Traditore’) il diritto e l’antica amicizia con quest’ultimo e il fratello Tiberio. L’anno successivo, una volta sconfitto, venne messo lui stesso sotto accusa da Licinio Crasso, e “dicesi che prendesse le cantarelle” (Cicerone. Ad familiares IX, 21), ossia che si avvelenasse. 

 

Catone

 

Trionfo XIII - Catone. Marco Porcio Catone Uticense (95-46) fu un personaggio incorruttibile e imparziale. Per il suo rigore morale, l’Alighieri nella Divina Commedia lo porrà a guardia del Purgatorio, e non tra i suicidi infernali, come colui che “vita rifiuta” per la libertà, definendolo nel Convivio “anima nobilissima e la più perfetta immagine di Dio in terra”. Contrario all’autoritarismo cesariano preferì infatti il suicidio piuttosto che farsi arrestare e assistere alla fine dei valori repubblicani che aveva sempre difeso. Con l’avvento di Cesare, piuttosto che assistere allo svanire di un mondo per cui aveva vissuto e lottato, Catone si diede la morte, raggiungendo così il più alto grado di libertà nello sfuggire ai catenacci della servitù dittatoriale. Immediato è il rapporto quindi con il Trionfo della Morte.

 

Bocho

 

Trionfo XIV - Bocho. Bocco fu re della Mauritania nella guerra giugurtina del 108 a.C. Inizialmente indeciso se allearsi coi Romani o con Giugurta, scelse il genero sulla promessa di una parte del suo regno. Poi, durante il conflitto, si pentì di tale risoluzione, e incerto se confermare l’antica alleanza o schierarsi dalla parte dei probabili vincitori, si decise a consegnare Giugurta nelle mani dei Romani. Questo è il quadro ricorrente della figura di Bocco. Sembra il ritratto del traditore, ma non è così. Sallustio nella sua opera La Guerra di Giugurta del 42 a.C., lo descrive come un uomo saggio, grandemente moderato, triste nel dover prendere decisioni che, in un senso o nell’altro, lo avrebbero condannato a essere valutato come un uomo spregevole.

 

Metelo

 

Trionfo XV - Metelo. Il personaggio raffigurato è da individuarsi in Lucio Cecilio Metello, console nel 251 a.C., artefice della sconfitta di Asdrubale durante la prima guerra punica che assicurerà a Roma la supremazia in Sicilia. Eletto console per la seconda volta nel 247, quattro anni dopo fu nominato Pontefice Massimo e tenne questa magistratura per ventiquattro anni. Nella carta, Metello ha la testa coperta da un cappello alato, simbolo della direzione delle cose sacre. Il cappello, rosso e conico, dalla punta ripiegata in avanti, è uno degli attributi della religione di Mitra che venne introdotta a Roma nel II/I secolo a.C., insieme allo scettro sacrale e alla fiamma, qui rappresentata dall’urna accesa sovrastante la colonnina. Mitra, infatti, era una delle tante maschere del dio portatore di luce, del fuoco sacro dei Romani o del Lucifero della successiva tradizione cristiana.

 

Olivo

 

Trionfo XVI - Olivo. Non ci è stato tramandato nessun Olivo nella storia romana, però sappiamo che fu con la fine della repubblica e la nascita della Roma imperiale che Augusto assunse il titolo di divus (divino) e alla sua morte ascese nel mondo degli dei, venerato al pari di un dio (divus) dell’Olimpo (Olimpus). Da allora presero corso le monete con l’iscrizione aeternitas per significare che la memoria degli imperatori non sarebbe mai morta. In base a questo, è possibile ipotizzare che Olivo sia la contrazione di ‘OLImpo-diVO’, dio dell’Olimpo, e che il nome si riferisca a uno degli imperatori che a ridosso di Augusto meritarono un simile appellativo. Di questi, i più accreditati potrebbero essere Antonino Pio e Marco Aurelio. Di entrambi abbiamo delle medaglie che sul rovescio portano l’iscrizione aeternitas con una donna sedente che con la mano destra sostiene un globo sormontato dalla fenice, uccello che appare anche nella carta, e nella sinistra tiene uno scettro o una lunga asta.

 

Ipeo

 

Trionfo XVII - Ipeo. La figura che ha più attinenza con l’iconologia della carta è ragionevolmente Hippia Helio, da cui, per distorsione, Ipeo, ovvero Ippia di Elide, l’eminente sofista greco, del V sec. a.C. Egli ci viene mostrato dagli storici sotto un duplice aspetto: da una parte come colui che assomma in sé un sapere enciclopedico, dall’altra come con molta maestria getti lo sguardo sull’agire concreto dell’uomo. La carta mostra un vecchio in abito francescano con due enormi ali sulle spalle in preghiera davanti a un albero sulla cui cima spunta il volto di un angelo. È l’uomo che non disdegna il ‘saper fare’ per il ‘saper essere’, l’umile servo della sapienza terrena dell’albero della vita e di quella illuminante dei cieli rappresentata dal cherubino angelico che spunta sulla cima di quello stesso albero.

 

Lentulo

 

Trionfo XVIII - Lentulo. Dei Lentulo, nome di una delle famiglie più importanti della gens Cornelia, se ne contano quarantaquattro.  Un preciso particolare nella carta e cioè la toga trasparente di porpora, indossata dagli edili, ci indirizza verso Publio Cornelio Lentulo Spintere, che divenne edile curule nel 63 a.C., “avanzando tutti coloro che erano stati innanzi a lui” (Cicerone, De officiis. II, XXIII), e quale sovrintendente alle attività teatrali e ludiche organizzò una serie di spettacoli che saranno ricordati per il loro splendore, anche se poi guasterà il tutto indossando un costoso e disdicevole vestito di porpora tiria. Tuttavia, in tutte le cronache, il due volte console Lentulo viene elogiato come uomo di straordinaria saggezza, onestà e rigore intellettuale.

 

Sabino

 

Trionfo XIX - Sabino. Congetture avanzate da diversi studiosi ipotizzano che il personaggio raffigurato sia Teofilo Sabino (Teofilo = amato da Dio) a cui sono indirizzati il Vangelo e gli Atti degli Apostoli di San Luca, secondo l’uso degli scrittori classici di dedicare le loro opere a personaggi illustri. L’appellativo con cui Luca gli si rivolge, in greco kràtiste (eccellenza, illustrissimo), era riservato agli ufficiali governativi di un certo livello o a una persona particolarmente degna di stima come fu in vita il nostro Sabino. In ogni caso, questo personaggio che si era convertito al cristianesimo e che Luca volle condurre verso una conoscenza più solida e compiuta del messaggio di Cristo, viene ad assumere il ruolo di destinatario universale del messaggio evangelico, un sole di verità, come appunto fa riferimento questo Trionfo col numero che lo caratterizza.

 

Nembroto

 

Trionfo XX - Nenbroto. Nenbroto, o Nembrot come lo chiama Dante nella Divina Commedia accusandolo di aver causato la confusione delle lingue e punendolo nell’Inferno con l’impossibilità di comunicare, è secondo la tradizione biblica il Nimrod fondatore di un potente impero in Babilonia il cui nucleo iniziale fu la città di Babele. Probabilmente a lui si deve la costruzione della torre istigando il mondo intero a ribellarsi alla sovranità di Dio innalzando con superbia uno strumento con cui superare la stessa altezza divina. Nella carta il personaggio tenta di difendersi dall’ira divina rappresentata dalla lingua di fuoco che scende dall’alto, ma inutilmente perché la punizione ha già distrutto la torre che superbamente è stata edificata.

 

Nabuchodonesar

 

Trionfo XXI - Nabuchodenasor. Nabucodonosor fu un sovrano babilonese del VII secolo, ricordato soprattutto per la conquista e distruzione di Gerusalemme e del tempio di Salomone. La carta si ispira probabilmente a uno dei due sogni del re interpretati dal profeta Daniele e riportati nei libri biblici a lui dedicati, laddove il re sognando la perdita delle ricchezze e della sovranità, conquista la fede aprendo gli occhi sul vero Dio dell’universo. Nei Trionfi tradizionali la XXI carta è il Mondo, qui rappresentato da un globo stellato sovrastante il corpo serenamente dormiente di Nabucodonosor. Il Grifone ad ali spiegate che lo attraversa, nella sua duplice natura di leone e di aquila, diviene, secondo l’interpretazione tardo medievale, la figura del Cristo nella sua natura umana e divina, qui posto in sostituzione dei quattro Evangelisti, eterni custodi del Verbo divino e che dividono in quattro il globo stellato (7).

 

Concludendo, è nostra intenzione sottoporre abiti, armature e oggetti vari presenti nelle carte a esperti di tali manufatti, ritenendo che attraverso un' indagine multidisciplinare sarà possibile giungere a una datazione veritiera del mazzo. Inseriremo pertanto i risultati una volta ottenuti come Seconda Parte dell'articolo.

 

Note

 

1 - Laura Paola Gnaccolini (a cura), Il segreto dei segreti. I tarocchi Sola Busca e la cultura ermetico-alchemica tra Marche e Veneto alla fine del Quattrocento, Milano, Skira, 2012, p. 18.

2 - Donald Cooper, St. Augustine's Ecstasy before the Trinity in the Art of the Hermits, c. 1360-c. 1440, in “Art and the Augustinian Order in Early Renaissance Italy”, Ed. Louise Bourdua and Anne Dunlop, Ashgate Publishing, Aldershot, UK, 2007, pp. 186-195.

3 - Cesare Ripa, Iconologia Siena, Appresso gli Heredi di [Printed by the Successors of] Matteo Florimi, 1613, pp. 371-372.

4 - Ibidem, pp. 380-381.

- Vulgata, Salmo 52:1; Versione di Re Giacomo, Salmo 53:1.

6 - Per una più ampia compresione del Matto dal punto di vista iconologico si legga il saggio dello scrivente Il Matto (Il Folle) 

7 - Per maggiori approfondimenti sulla teoria del prof. Mauro Chiappini, si legga il volume I Tarocchi Sola-Busca. Il segreto dei Segreti. una possibile verità in vendita presso il sito il miolibro.it al seguente link: 

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/storia-e-filosofia/123548/i-tarocchi-sola-busca/. Informazioni sul volume presso questo sito al link http://www.letarot.it/page.aspx?id=524.

 

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