Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Di eretici accusati di peccato bagatella

Nella città veneta di Cittadella

 

Saggio di Andrea Vitali, ottobre 2020

 

Questo saggio completa quanto già da noi espresso iu altri nostri interventi sul significato del termine 'Bagatella' che evidenziano il motivo della presenza del Bagatto nell'ordine dei Trionfi.

 

Il territorio di Cittadella, nel Cinquecento sotto il dominio della Repubblica Veneta, se si considera il numero dei suoi abitanti, annoverò molte anime che vennero accusate dalla Sacra Inquisizione di eresia per aver abbracciato le tesi riformistiche. Se le dolorose vicende di molte di queste passarono inosservate nella memoria dei posteri, a tutt’oggi alcune di esse restano famose, additate quali esempi di un fenomeno che insanguinò quel territorio in seguito alla loro rinuncia devozionale verso la Chiesa di Roma.

 

Molte di esse furono accusate invero ingiustamente, sottoposte a torture secondo la consueta prassi adottata dal braccio inquisitoriale il quale in diversi casi scambiò certi atteggiamenti per “melanconie teologiche”. Così, infatti, scrivevano i rettori di Padova nel 1556 riguardo a uno studente di Nola, certo Pomponio Algeri, che seppur non fosse stata emessa alcuna sentenza nei suoi riguardi venne ugualmente condannato al rogo “si per non fare perturbazione nel studio, per essere egli scholare forestiero, come per vedere se mediante il tormento delle preggioni havesse vogliuto lasciare questa sua hostinatione et forse humor melancholico”(1).

 

Il primo personaggio famoso in ordine di tempo fu Pietro Cittadella, nato nel 1478, che trent’anni prima delle tesi luterane ne aveva in qualche modo enunciato alcune considerate eretiche. Infatti, dalla sua opera De Purgatorio possiamo desumere le seguenti sue convinzioni: oltre alla non credenza di quel luogo intermedio che comporta ovviamente l’inutilità dei suffragi dei defunti, la negazione della confessione auricolare, della intercessione dei santi, del primato pontifico e delle indulgenze, Per queste opinioni, nello stesso anno dell’istituzione della Congregazione del Sant’Ufficio, avvenuta nel 1542, il Cittadella venne rinchiuso in carcere finché non avesse fatto abiura delle sue opinioni. Rimase incarcerato per otto anni, fino al momento in cui il famoso giureconsulto Francesco Bettoni riuscì a farlo riconciliare con l’Inquisizione.

 

Una volta pentito, il Cittadella scrisse una dichiarazione dalla quale possiamo chiaramente comprendere il vero dissidio fra Cattolici e Protestanti: “Chiamo Dio in testimonio che non per il tedio del perpetuo e orrendo carcere, non per il timore della morte, né per qualsia altro malo consiglio sono venuto meno a me stesso; ma perché stimai turpissima cosa e indegna di uomo, massime cristiano, persistere nell'errore già conosciuto.... Perchè se a chiunque fosse lecito a suo talento di esporre la Scrittura, Dio ch'è autore di pace si farebbe autore di dissidii e di confusioni (2).

 

Così si espresse il legato dell’Inquisizione nel momento in cui venne sentenziata la sua liberazione dal carcere, comportando questa anche la restituzione dei beni precedentemente a lui confiscati: “affinchè non sembri come dice il beato Agostino, che noi cerchiamo più presto i beni degli eretici che le loro anime” (3).

 

Quanto accadde al Cittadella non ebbe il risultato sperato di impedire ad altri di seguirne l’esempio. Poco tempo dopo, infatti, il giureconsulto Francesco Spiera e il di lui nipote Girolamo Faccio vennero accusati di aver negato pubblicamente la presenza reale del corpo del Cristo nell’eucarestia, l’adorazione dell’ostia consacrata, la confessione auricolare, la facoltà attribuita ai ministri della Chiesa di dare l’assoluzione dei peccati, la primazia del pontefice, l’intercessione dei santi, l’esistenza del Purgatorio, i suffragi dei defunti, la necessità delle buone opere.

 

L’Inquisizione li accusò inoltre di aver letto libri proibiti, di insegnare i loro errori ai figli e di sbeffeggiare le messe e i vespri. Ulteriormente, contro lo Spiera, di aver sgridato la propria moglie che aveva invocato la Vergine Maria nel momento in cui, presa da dolori, stava dando alla luce un figlio. Come testimoni di ciò, un nutrito numero di religiosi e di semplici cittadini (4).

 

Questo il resoconto di quanto raccontato da uno di loro: “Portando li preti el sacratissimo Corpo de Cristo, Geronimo Faccio disse: guardate queste bestie di pretazzi che portano quella bagatella con tanta reverentia, et queste altre bestie gli vanno dredo credendo bene che sia una degna cosa ... Che Francesco Spiera ... dice esser pazzia che le done se vada a confessar, et che sua moglie non vi lassa andar, ma che la confessa lui (5).

 

Come precedentemente espresso in altro saggio (6), il considerare come cosa bagatella, ovvero di nessun valore, al pari di una sciocchezza, certe funzioni religiose o addirittura alcune verità di fede, motivano la presenza della carta del Bagatto nei Trionfi.

 

Lo Spiera, prostrato, rasentò la depressione: con otto figli ancora in casa, due figlie sposate e una moglie incinta, egli poteva trarre sostentamento per sé e la famiglia solo attraverso la sua languente professione di avvocato, per cui i denari mancavano.

 

Sopra ogni punto dogmatico sul quale gli inquisitori lo incolpavano, dall'eucarestia alla adorazione dell'ostia consacrata, dalla confessione auricolare alla supremazia del Papa e l’intercessione de santi, egli affermò di aver seguito sempre gli insegnamenti della Chiesa. Chiestigli pertanto perché ne avesse parlato in modo contrario, rispose che lo aveva fatto come per ragionare delle opinioni correnti pro e contro. Solamente rispetto al purgatorio e ai suffragi dei defunti confessò i suoi dubbi che Cristo avesse purgato i peccati dell’umanità. In merito invece alla riprensione fatta a sua moglie invocante la Vergine Maria, egli affermò di non saperne nulla, aggiungendo “ma vi dico bene, e così ho esortato che si chiami il Padre Eterno, mediante il suo dolcissimo Figliuolo, come via che mi pare santissima”, evidente dichiarazione che occorreva rivolgersi, come bene espresse Cristo nel Vangelo, solo a lui o a Dio, ma a nessun altro, Beata Vergine compresa.

 

All’intimazione di abiurare pertanto ogni sua convinzione in merito, egli rispose: “Mi getto nel grembo della santa madre chiesa cattolica e apostolica, supplicandola insieme con le Signorie vostre benignissime che mi voglia perdonare, avendo considerazione al mio stato, alla mia povera famiglia, e alle gravi inimicizie che ho per la persecuzione dei miei avversarii, causata dall'aver voluto sostenere l'onore mio e di una mia figlia ch'è cosa notoria” (7).

 

A questo punto, il 26 giugno 1548 lo Spiera lesse la formula della sua abiura presso la Cappella di san Teodoro in san Marco a Venezia e lo stesso giorno venne assolto con una sentenza che lo obbligava, comunque e per penitenza, a una pubblica abiura una volta tornato a Cittadella, da esternare presso la cattedrale di quella città. Gli fu inoltre comminata una multa di venticinque ducati finalizzata all’acquisto di un tabernacolo e di altri cinque per le spese che avrebbe dovuto sostenere il nunzio del tribunale incaricato di seguirlo a Cittadella per verificare che avesse osservato quanto impostogli. Stessa sorte spettò a suo nipote Faccio, anche se di poco più dura.

 

Lo Spiera, travagliato da quanto accadutogli, non si riprese più, nulla valendo le cure dei medici e l’amicizia del Vergerio (8) che aveva cercato invano di sollevarlo dal suo stato, comunicando egli stesso al Vergerio di disperare dell’eterna salvezza, essendo certo, da avvocato qual lui era, che non l’avrebbe meritata date le sfrenate cupidigie con le quali aveva compiuto innumerevoli cose. Fu così che diede l’anima a Dio il 27 dicembre 1548, dopo appena sei mesi dalla sua assoluzione. Le malelingue ne dedussero che si fosse trattato di un castigo divino per gli errori antecedentemente professati e non sinceramente ritrattati o per la verità rinnegata con la pubblica abiura (9).

 

Assieme al Faccio, era stato poi accusato un certo Giovanni Vaccaro, il quale in occasione di una predica svolta da un frate nella Quaresima del 1457, venne udito pubblicamente esclamare sconce parole sopra la reale presenza del Cristo nell’eucarestia, testimoni gli stessi tre personaggi che avevano denunciato lo Spiera.

 

Queste le parole che il Vaccaro avrebbe espresso così come riportate all’Inquisizione: “Questo predicator (disse il Vaccaro) è un traditor et non dice la verità che in l’hostia consacrata gli sia el vero corpo e sangue di Gesù Cristo, et disse che sti preti vano ad altar che par una bagatella, et voleno darne d'intender, ecc. ecc.». (10). Pare comunque che l’Inquisizione non procedette nell’accusa ritenendo forse false le dichiarazioni dei delatori.

 

Incontriamo quindi ancora una volta la parola “bagatella”, termine fondamentale grazie al quale l’inquisizione poteva desumere il pensiero dei personaggi in odore di eresia, poiché definire al pari di ‘bagatelle’, cioè di stupidaggini, una processione, come in questo caso, oppure la messa o la credenza nell’eucarestia, era un tutto dire.

 

Di molti altri casi riguardanti persone sospettate di eresia e quindi denunciate, è ricco l’Archivio veneziano dei processi. Solo per citarne un’altra, ricorderemo Bartolomeo Fonzio, minorita veneziano, il cui destino fu purtroppo diverso da quello dei personaggi precedentemente descritti.  Infatti, egli, per non aver abiurato le proprie convinzioni, dapprima subì una sentenza che lo condannava a essere strangolato in carcere, con successiva sospensione del cadavere fra le due colonne di san Marco per essere infine bruciato: “non solo in pena de’ suoi peccati, ma eziandio ad esempio altrui e a gloria ed esaltazione della santa madre chiesa e della fede nostra” (11). Il Fonzio, nell’udire tale sentenza, replicò che “l’accettava e ne rendeva grazie” (12).

 

La risolutezza da lui dimostrata nelle sue opinioni dogmatiche impressionò talmente i giudici da convincerli della grandezza morale del personaggio anche se basata su principi contrari ai dettami della Chiesa, e poiché in seguito intervennero autorità religiose e politiche che sottolinearono come forse il rogo del cadavere sospeso fra le colonne della piazza avrebbe potuto dar luogo a molto clamore di popolo, la valutazione di questi due aspetti suggerì ai giudici un atto di 'clemenza' affinché non fosse eccessivamente svilita l'immagine del condannato che per l'atteggiamento da lui dimostrato stava non poco appassionando molti cittadini. Decisero pertanto che il modo della morte come dapprima stabilito venisse mutato in annegamento con una pietra al collo secondo il consueto (13).

 

Fu così che la notte del 4 agosto il Fonzio scomparve nelle acque della laguna, per avere anch’egli creduto che certe funzioni e verità di fede non fossero altro che manifestazioni bagatelle che la Chiesa di Roma avrebbe dovuto riformare o rivedere (14).

 

Note

 

1 - Documenti relativi alla S. Inquisizione. Archivio Gen. di Venezia, fasc. 1, msc.

2 - Archivio Gen. di Venezia, Sant’Ufficio, Processi, B. 8, msc.

3 - Archivio Gen. di Venezia, 1. c., msc.

4 - L’accusa contro i due venne prodotta il 15 novembre1547. Archivio Gen. di Venezia, Sant’Ufficio, Processi, busta 6.

5 - Ibidem, in data 17 dicembre 1547.

6 - Si legga al riguardo il saggio El bagatella ossia il simbolo del peccato, oltre al  saggio iconologico Il Bagatto e l’articolo Preti bagatelli nel Cinque e Seicento.

7 - Archivio Gen. di Venezia, Sant’Ufficio, Processi, busta 6.

8 - Sull’eresia del Vergerio si legga l’articolo Preti bagatelli

9 - Degli Eretici di Cittadella, Memoria del prof. Giuseppe De Leva, Venezia, Tipografia Grimaldo e C., 1873, p. 39.

10 - Esame dei testimoni fatto a Padova dal 29 al 30 giugno 1548. Processo del Faccio, Busta 6 msc.

11 - Archivio gen. di Venezia, Sant’Ufficio, Busta 18 msc., documento III.

12 - Ibidem, documento IV.

13 - Ibidem, documento V.

14 - Per una completa informazione sulle persone di Cittadella accusate di eresia e sui procedimenti processuali a queste riservati, si veda il volume Degli Eretici di Cittadella, cit.

 

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