Saggi di Andrea Vitali

Nativitas

La Festa del Sol Invictus

 

Il 25 dicembre....data necessaria per far nascere un nuovo Dio. I Cristiani sapevano molto bene che non sarebbe stato possibile diffondere una nuova dottrina modificando quanto si era andato col tempo stratificando nella mentalità religiosa di quei secoli e su questo puntarono per diffondere la nuova confessione.


Il Sole, nel suo ellittico movimento annuale viene a trovarsi intorno al 21-22 dicembre alla sua minima declinazione nel punto più meridionale dell’orizzonte Est della terra, che culmina a mezzogiorno alla sua altezza minima. É in quel momento che manifesta una minima durata di luce, all’incirca 8 ore e 50-55 minuti, raggiungendo il punto più meridionale della sua orbita e facendo registrare il giorno più corto dell’anno. Da quel momento in poi riprende il suo cammino ascendente. Il Sole esprime invece la massima durata di luce il 21 e 22 giugno. Questi due periodi vengono chiamati Solstizi, parola derivata dal latino solstitium (sol stat = il sole sta fermo + sistere = fermarsi) che significa “fermata (stazione) del Sole”, ad indicare i due giorni di ciascun anno in cui l’astro raggiunge il punto massimo o minimo dell’eclittica. In quei periodi il Sole sembra per un attimo fermarsi arrestando il suo corso.


Un'Epifania Divina

I due Solstizi da millenni si sono caricati di profondi significati simbolici, ma è il Solstizio d’Inverno che assumerà valenza di rinnovamento, di un nuovo che nasce, un’epifania divina all’interno del Cosmo. Una nuova luce giunta ad irradiare il mondo per portare agli uomini una rinnovata consapevolezza. Il Solstizio d’Inverno diviene in questo senso un aspetto assai importante nell’ambito della spiritualità di molte religioni del mondo.

 
Scrive Alberto Mariantoni nel suo saggio Dies Natalis Solis Invicti, (Identità, 2004) “Non dimentichiamo che quell’avvenimento iniziò ad essere celebrato dai nostri antenati, ad esempio presso le costruzioni megalitiche di Stonehenge, in Gran Bretagna, di Newgrange, Knowth e Dowth, in Irlanda o attorno alle incisioni rupestri di Bohuslan, in Iran, e della Val Camonica, in Italia, già in epoca preistorica e protostorica. Esso, inoltre, ispirò il frammento 66  dell’opera di Eraclito di Efeso (560/480 a. C) e fu allegoricamente cantato da Omero (Odissea 133, 137) e da Virgilio (VI° libro dell’Eneide). Quello stesso fenomeno, fu invariabilmente atteso e magnificato dall’insieme delle popolazioni indoeuropee: i Gallo-Celti lo denominarono 'Alban Arthuan' (rinascita del dio Sole); i Germani 'Yulè' (la ruota dell’anno); gli Scandinavi 'Jul' (ruota solare); i Finnici 'July' (tempesta di neve); i Lapponi 'Juvla'; i Russi 'Karatciun' (il giorno più corto)”.

 
Il 25 dicembre è il giorno di nascita di moltissime deità, ad esempio del dio azteco Huitzilopoctli, mentre gli scandinavi festeggiavano la nascita del dio Freyr. In Grecia, oltre ad Apollo nasce Bacco, suo fratello e in Siria Adone. In Egitto si ricordava la nascita di Osiride e di suo figlio Oro. In Babilonia si festeggiava la dea Istar, regina del cielo e simbolo di fertilità, rappresentata con un bimbo in braccio e con una aureola di dodici stelle attorno alla testa: l’icona della madre con il figlio neonato risale alla notte dei tempi e ha sempre simboleggiato la Madre Terra che produce i suoi frutti. In Messico si festeggiava la nascita del dio Quetzalcoatl e nello Yucatan quella del dio Bacab. E ancora Buddha, in Oriente; Krishna, in India e Scing-Shin in Cina.

 
Il 25 dicembre è anche il giorno della nascita  del Cristo (figura 1 - Natività, Libro d’ore di Anna di Bretagna, ca.1503-08).


Furio Dioniso Filocalo nel 354 d.C. compose un Cronografo in cui riportò un frammento di calendario liturgico cristiano risalente indicativamente agli inizi di quel secolo. Lo scritto riporta la seguente affermazione “VIII Kal. Ianuarii [25 dicembre] natus est Christus in Betleem Judaeae”. Una tesi che si discorda alquanto dal Vangelo di Luca che asserisce che “C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al gregge”. Dichiarazione che attesta che il Cristo era nato fra la primavera e l’autunno, periodo in cui la pastorizia era ed è ancora esercitata in quella terra.


Ovviamente la data indicata nel Cronografo va intesa in senso simbolico, connettendosi al culto del Sole Invitto, a cui la Roma imperiale dedicava una grande festa. 


Il Sol Invictus era una divinità solare di Emesa introdotta a Roma dall’imperatore Aureliano (270 - 275), il quale aveva costruito anche un tempio in suo onore nel Campus Agrippae, l’odierna Piazza San Silvestro. Ma il culto del Sole era già presente a Roma mediante l’identificazione di Apollo con Helios, e a seguito del progressivo estendersi negli ambienti militari della religione mitraica, come vedremo in seguito.

 

Il Sole, simbolo di Giovinezza

 

Gli Antichi attribuivano al Sole il significato di giovinezza. Infatti essi raffigurarono assieme Apollo e Bacco fanciulli, quali emblemi del sole e della sua giovinezza. Bacco era infatti considerato “il medesimo, che il Sole”: “Questo (il Sole) fecero gli antichi giovine in viso senza barba, onde volendo l’Alciato ne’suoi emblemi porre la giovinezza, dipinse Apollo e Bacco, come a questi due più, che a gli altri, sia tocco di essere giovani sempre, onde Tibullo dice che Bacco e Febo eternamente Giovani sono, e hanno il capo armato ambi di bella chioma risplendente” (1).

L’illustrazione (figura 2) dell’emblema C. “In Iuventam” nell’opera dell’Alciati (2) mostra assieme i due fanciulli “natus uterque Jovis tener atque imberbis uterque, quem Latona tulit, quem tulit et Semele, salvete, eterna simul et florete iuventa, numine sit vestro qua diuturna mihi” (Entrambi figli di Giove, giovani e imberbi ambedue, l’uno portato in grembo da Latona, l’altro - anche - da Semele salve a voi, fiorite insieme di eterna giovinezza e sia questa per me, per vostro volere, più lunga possibile).

Questa concetto della giovinezza del sole si trova espresso anche nell’opera Antiquae Tabulae Marmoreae Solis Effige di Hieronimo Aleandro (3) da cui riporto alcuni passi: “Sol semper juvenis... quia occidendo (inquit Fulgentius primo Mythol.) et renascendo semper est iunior, sive quod nunquam in sua virtute deficiat... at nihil facilius Mythologi affirmant, quam unum, enodunque, cum Sole esse Apollinem, quem ideo adolescentulum fingi solitum dixerunt, quod Sol (inquit Isidor. VII Orig.) quotidie oriatur et nova luce nascatur” (O Sole sempre giovane poiché tramontando - dice Fulgenzio nel Primo libro della Mitologia - e risorgendo, sempre è giovane; o per meglio dire perché mai viene meno nella sua efficacia... d’altra parte i Mitologi nulla affermano in maniera più sicura del fatto che Apollo sia unica e medesima cosa col Sole, e per questo motivo sostennero che solitamente veniva rappresentato come un giovinetto, infatti il Sole - dice Isidoro nell’VIII Libro delle Origini - sorge ogni giorno e nasce con nuova luce). A questo proposito scrive il Cartari “La cui giovinezza (del sole) ci da ad intendere, che la virtù sua, e quel Calore, che da vita alle cose create, è sempre il medesimo e non invecchia mai, si che divenga debole”.


I grandi Dei non nascono esattamente nel giorno del Solstizio d’Inverno, ma  il 25 dicembre poiché è proprio in quel giorno che il suo cammino riprende forte e vigoroso, efficace al massimo per il suo stato di gioventù, capace di illuminare fisicamente al meglio la terra con forza rinnovata.


Gli antichi cristiani erano consapevoli che i loro riti erano impregnati di simbologie pagane e per questo motivo non erano indotti in confusioni dottrinali. Sant’Agostino indulgeva infatti nei suoi insegnamenti a far si che i credenti avessero ben chiara la differenza fra il natale Pagano e quello Cristiano, identificandosi il primo con la nascita della luce e il secondo con il Creatore della luce stessa, così come esortava anche il vescovo di Tabaste.


Una deità che assunse l’appellativo di Sol Invictus, nata anch’essa il 25 dicembre, fu Mitra il cui culto fu introdotto a Roma in seguito alle campagne militari in Persia. Uno stesso modo di rappresentare l’energia sempre identica e giovane del Sole, si ritrova nella raffigurazione del dio. Strabone, il geografo, affermava che i Persiani veneravano Helio con il nome di Mitra e la parola in lingua persiana tarda Mirh significava appunto Sole. Nell’Inno dell’Avesta dedicato a Mitra, cavalli bianchi, trainano il carro del Dio che ha una ruota d’oro, simbolo del Carro del Sole. Un rilievo su una roccia scolpito al tempo del Sassanide Ardashir II, del IV secolo dopo Cristo, ritrae Mitra con un aureola di raggi. Nelle Annotazioni alle Imagini del Cartari Lorenzo Pignoria racconta di aver visto a Roma in Campidoglio nell’anno 1606 un marmo raffigurante appunto Mitra con le parole “Deo Sol invict... Mitrhe” e che fra le altre cose “v'erano due figure in pietra, una per parte, ma rovinate” (4).


Quelle due figure erano Caute e Cautopate, i due fanciulli tedofori, cioè portatori di torcia quali si trovano nelle rappresentazioni complete del Dio. Una di queste, assai famosa, si trova a Roma nella grotta mitriaca sotto la Chiesa di S. Clemente.

 
Mitra, il Dio Trino

 
Occorre  sottolineare che tale raffigurazione del Dio si configura come una prima forma trinitaria preesistente al Cristianesimo. Lo Pseudo - Dionigi Areopagita parla infatti di Mitra “Triplasios” (Epist. 7,2), cioè dalla triplice forma, affermazione della sostanziale identità del Dio e dei due tedofori quale rappresentazione del Sole nascente, del Sole di mezzogiorno e del Sole calante. Caute, il fanciullo che si trova alla sinistra del Dio è raffigurato con una torcia alzata a rappresentare la nascita del Sole. Mitra, Sole di mezzogiorno, è raffigurato nell’atto di uccidere un toro (rappresentazione della vittoria dello spirito sull’essenza terrena). II fanciullo posto alla destra del Dio, Cautopate, tiene la torcia abbassata a significare il tramonto dell’astro. (figura 3 - Mitra Triplasios, Bologna, Museo Civico).

 
Una visione trinitaria del Dio si ritrova anche nella carta del Sole dei Tarocchi. Nel foglio Cary del sec. XVI, prima testimonianza di inserimenti neoplatonici nell’iconografia di queste carte (ad esempio l’immagine delle Stelle - come vedremo più avanti in questa trattazione - e quella del Mondo che riporta la figura dell’Anima Mundi) appare una variante iconografica rispetto alle immagini del Sole presenti nelle carte del sec. XV: sebbene il foglio risulti mutilo proprio in corrispondenza di questa carta, quanto è visibile ci illustra quella che fu un'iconografia che si stabilizzerà in tutta la successiva produzione di tarocchi compresi quelli di Marsiglia (figura 4 - Il Sole, Tarocco di Marsiglia “B. Suzanne”, xilografia dipinta a mascherina, 1840. Collezione Le Tarot), cioè la presenza di due fanciulli sotto il disco del sole, a significare appunto la trinità del Dio e la sua Giovinezza come sopra espresso.

 
Nelle raffigurazioni complete del Dio, a volte accanto a Caute appare un gallo e a tal proposito il Cartari racconta, citando Pausania, che in Grecia “...riverivano il gallo come uccello di Apollo, perché cantando annuncia la mattina il ritorno del Sole” (5). Cautopate ha talvolta vicino una civetta, uccello che si mostra appunto dopo il tramonto. Caute e Cautopate divennero rispettivamente la rappresentazione di Lucifero, la stella che appare al mattino e di Espero, la stella della sera. Ed è appunto con lo stesso significato che occorre interpretare la presenza della cometa alla nascita del Cristo, quale “stella del mattino” a significare la nuova era di luce che stava per avere inizio.


Nell’iconografia cristiana Mitra venne rappresentato più volte quale simbolo del sacrificio animale (Mitra Tauroctono, cioè uccisore del toro). In tal senso lo si ritrova in un capitello nel chiostro del Duomo di Monreale, datato fra il 1172 e il 1189.

Il Mitraismo rappresentò la più grande sfida al Cristianesimo, che tuttavia vinse sul suo culto. Notevoli erano infatti le analogie che accomunavano le due religioni. Alcuni autori esoterici hanno sottolineato che:  sia Mitra che Gesù nacquesro il 25 dicembre da una vergine, entrambi in una grotta e la loro nascita fu accompagnata da pastori che portarono doni. Ambedue furono considerati grandi insegnanti e maestri itineranti. I loro compagni o discepoli erano 12 e a loro Gesù e Mitra promisero l'immortalità.  Comune ad ambedue furono i miracoli. Come il “grande toro del Sole”, Mitra si sacrificò per la pace del mondo, fu sepolto e risorse dopo tre giorni. La sua resurrezione venne celebrata ogni anno. Veniva chiamato “il Buon Pastore” e identificato sia con l’Agnello che col Leone. Era considerato “La Via, la Verità e la Luce”, e il “Logos”, “Redentore”, “Salvatore”, e “Messia”. Il suo giorno sacro era la Domenica, il “Giorno del Signore”, centinaia di anni prima della comparsa di Cristo. La sua festività principale avveniva in quel periodo che più tardi sarebbe confluito nella Pasqua cristiana La religione mitraica contemplava una eucaristia o “Cena del Signore”. In tale occasione il dio affermava che  “Colui che non mangerà il mio corpo né berrà del mio sangue in modo che egli possa diventare una sola cosa con me e Io con lui, non sarà salvato”. Anche Mitra morì a 33 anni.

Non deve sorprendere che il Cristianesimo abbia tratto da questa e da altre religioni valori che possiamo definire universali. Ciò si rese necessario perché cambiamenti repentini avrebbero reso difficoltosa la comprensione della nuova dottrina. Anche per questo il dogma della Verginità della Madonna (instaurato dopo 400 anni dalla morte del Cristo)  fu preso di pari passo dai Cristiani dalla tradizione pagana: si pensi ad Astarte, dea assiro-babilonese, quella Regina del cielo che conobbe l’ostilità dei profeti biblici; ad Artemide, la dea eternamente vergine che a Efeso aveva il suo grande santuario, stigmatizzato da Paolo secondo il racconto degli Atti degli apostoli; a Cibele-Rea, Magna Mater, venerata in Frigia e in Grecia. A tale proposito Giustino, nella Prima Apologia, si rivolge ai pagani in questi termini: “Noi raccontiamo che [Gesù Cristo] è nato da una vergine: ciò è comune al vostro Perseo”.

 
La Grotta, simbolo del Cosmo


Sul luogo dove nacque Gesù, grotta o stalla, il Vangelo di Luca racconta la Natività in questo modo: “In quei giorni uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirino era governatore della Siria. Tutti andavano a dare il loro nome, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe dalla Galilea, dalla città di Nazaret, salì nella Giudea, alla città di Davide, che si chiamava Betlemme, perché egli era della casa e della famiglia di Davide, per dare il suo nome con Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano là, giunse per lei il tempo di partorire e diede alla luce il suo figlio primogenito. Lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto all’albergo”  (Luca 2 , 1-7).


Le narrazioni dei Vangeli canonici e, ancor più, degli apocrifi, che in parecchi casi si diffondono con maggiore ampiezza sulla nascita e l’infanzia del Cristo (come il Protovangelo di Giacomo, lo Pseudo-Matteo, il Libro dell’infanzia del Salvatore, ecc.), rispetto alle sommarie indicazioni del testo di Luca (la stalla, la mangiatoia), indicano una grotta o una caverna, più o meno rischiarata da una luce sovrannaturale.

 
In riferimento a ciò e in base non solo ai testi sopra citati, ma anche nell’ottica del rapporto Mitraismo e Cristianesimo, risulta più che evidente che Gesù Cristo dovette nascere simbolicamente in una grotta, come Mitra. Per comprendere infatti come l’universo fosse allora concepito come una grotta dotata di due porte, collegandosi tale aspetto al concetto della nascita astrale dell’anima, prenderemo come punto di riferimento il De Antro Nympharum opera composta dal neoplatonico Porfirio nel terzo secolo dopo Cristo i cui scritti furono oggetto di grande interesse per tutto il Medio Evo. La stretta relazione dell’anima con il cielo, punto di origine e di ritorno dell’anima, fu credenza generale della phisiologia Ionica (V-VI secolo a.C.), ma la dottrina dell'immortalità  astrale assunse la sua conformazione decisiva a partire dai miti di Platone descritti nel Fedro e nel Timeo.

 
Michele Psello (XI sec.) redasse un compendio dell’interpretazione porfiriana del De Antro, ma la riscoperta di Porfirio avvenne tuttavia attraverso l’opera dei platonici fiorentini Marsilio Ficino e Pico della Mirandola e fu proprio nel sec. XVI, in occasione del fiorire di edizioni a stampa di testi greci del platonismo, arricchiti dalle opere attribuite agli antichi teologi - Orfeo, Pitagora, Zoroastro, gli Oracoli Caldei, i testi ermetici - che fu pubblicata la prima edizione a stampa di quest’opera, curata dal Lascaris e pubblicata a Roma nel 1518. Pico della Mirandola nell’ Oratio de hominis dignitate lodava di Porfirio la ricchezza e la “Multiiuga religio”, mentre il Poliziano ne ammirava la Vita Plotini, come insieme di storia e di oratoria. Porfirio interpreta l’antro di Itaca, descritto nei versi di Omero, alla luce di un tema fondamentale del pensiero platonico: la discesa dell'anima nel mondo e il suo ritorno a Dio. I versi di Omero sono i seguenti: “In capo al porto vi è un ulivo dalle ampie foglie: vicino ad un antro amabile, oscuro, sacro alle Ninfe chiamate Naiadi; in esso sono crateri e anfore di pietra; lì le api ripongono il miele. E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi; qui scorrono acque perenni; due porte vi sono, una, volta a Borea, è la discesa per gli uomini, l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dei e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali" (§1).


Per Porfirio l’antro diventa la rappresentazione del Cosmo e in questo senso riporta numerose analogie con il culto mitraico; le Ninfe e le api sono le anime; i manti purpurei tessuti dalle Ninfe rappresentano il formarsi del corpo intorno alle ossa, mentre le due porte dell’antro sono le vie di discesa e risalita del percorso cosmico dell’anima. Ma leggiamo, a questo proposito, cosa scrive Porfirio: “I teologi ponevano negli antri il simbolo del cosmo e delle potenze cosmiche e della essenza intellegibile...(§9). Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discendono nella generazione. Essi infatti ritenevano che tutte le anime si posassero sull'acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli afferma che proprio per questo motivo anche il profeta disse: “II soffio divino si muoveva sull'acqua” (§10). Numenio, un maestro di Porfirio, cita in questi versi, il profeta Mosé che egli paragonava a Platone, il “Mosè che parla attico”. Si fa qui riferimento ai versi “… lo spirito di Elohim aleggiava sulla superficie delle acque” tratti dalla Genesi' (1, 2).

 
Le Porte del Cielo: Cancro e Capricorno

 
Nella carta delle Stelle dei Tarocchi troviamo a partire dal sec. XVI una Ninfa Naiade, simbolo platonico di discesa dell’anima nella generazione (figura 5 - Le Stelle,dal cosiddetto Foglio Cary, Italia, sec. XVI). Una stupenda raffigurazione nell’arte neoplatonica di una Naiade si trova a Mantova, a Palazzo Te presso la sala di Amore e Psiche, opera di Giulio Romano (figura 6).


Scrive Porfirio riguardo la formazione delle membra attorno alle ossa: “I crateri di pietra e le anfore sono simboli molti adatti alle ninfe che presiedono all’acqua scaturente dalla roccia, e quale simbolo sarebbe più di essi pertinente alle anime che scendono nella generazione e tendono alla creazione del corpo? Perciò il poeta osò dire che su questi telai “tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi”. La carne infatti si forma sulle ossa e intorno a esse, negli esseri viventi le ossa sono la pietra, perché simili a pietra; perciò si dice che anche i telai sono di pietra e non di altra materia; i manti purpurei, poi, sarebbero evidentemente la carne, cioè il tessuto che si forma dal sangue" (§14).


Porfirio ci spiega inoltre per quale ragione le anfore non sono piene di acqua, ma di miele: “I teologi usano il miele in numerosi disparati simboli, perché è una sostanza con molte proprietà, in quanto possiede sia il potere di purificare, sia il potere di conservare... (§15). Pertanto il miele viene adoperato per purificare, per preservare contro la putredine e come simbolo della forza seduttiva del piacere che induce alla generazione; per questo è appropriato anche alle ninfe dell’acqua, come simbolo della purezza incontaminata delle acque - cui le ninfe presiedono - della loro virtù purificatrice e della loro cooperazione al processo generativo: l’acqua, infatti, coopera alla generazione” (§17). Le api, come le Ninfe Naiadi, diventano per Porfirio rappresentazione delle anime: “Fonti e rivi sono propri delle Ninfe dell'acqua e ancor più delle ninfe - anime che gli antichi chiamavano specificamente api, perché artefici di piacere. Quindi Sofocle usa un’espressione appropriata quando, riferendosi alle anime, dice “Ronza lo sciame dei morti venendo alla luce” (§18). II rapporto anime - api si trova anche in Platone (Fedro, 82 b) il quale accosta le anime temperanti e giuste ad api, vespe e formiche come specie civilizzate nelle quali gli uomini giusti possono reincarnarsi.


Nel riguardo della reincarnazione occorre osservare che Gesù apparteneva alla tribù degli Esseni e sappiamo che  gli Esseni credevano nella reincarnazione. I Vangeli raccontano che alla nascita del Cristo erano presenti dei pastori che vegliavano i loro greggi. Sappiamo che ciò era praticamente impossibile alla data del 25 dicembre poiché, come abbiamo visto, per tradizione millenaria, la pastorizia si svolge da sempre in Israele in primavera e non in inverno. Occorre infatti interpretare la loro presenza, come tutto il resto d’altronde, in chiave simbolica: i pastori rappresentano, per il loro carattere migratorio, le anime che migrano da un corpo all’altro dopo le morti dei corpi. Infatti l’invocazione evangelica di stare attenti rivolta ai pastori (vigilate pastores) indica la necessità che l’anima si guardi dal commettere errori, “ora che in terrà il Cristo è nato”.  


Le due porte dell’antro di Itaca vengono identificate da Porfirio come le due costellazioni dalle quali l’anima scende nella generazione facendone poi ritorno: “Considerando l’antro immagine e simbolo del cosmo, Numenio e il suo seguace Cronio dicono che ci sono due estremità nel cielo: di esse né una è più a sud del tropico invernale, né l’altra è più a nord del tropico d’estate. II tropico d’estate è in corrispondenza del Cancro, quello d’inverno in corrispondenza del Capricorno. E poiché il Cancro è oltremodo vicino a noi venne logicamente attribuito alla Luna, che è la più vicina alla terra; il Capricorno, poiché il polo sud è invisibile, venne segnato al pianeta più lontano e più alto di tutti” (§21). E ancora “I teologi, dunque, considerarono come porte questi due segni, Cancro e Capricorno - quelle che Platone chiamò imboccature - e dissero che di queste due il Cancro è la porta per la quale scendono le anime, il Capricorno quella per la quale risalgono. II Cancro settentrionale è via di discesa, il Capricorno meridionale è via di risalita. Le regioni settentrionali appartengono alle anime che discendono nella generazione, e quindi giustamente la porta dell’antro volta a nord è accessibile agli uomini; le regioni meridionali non sono luogo degli dei, ma di chi ritorna agli dei e proprio per questo il poeta disse che è cammino non di dei, ma “degli Immortali” espressione che si addice anche alle anime, perché sono immortali o in sé o nella loro essenza (§22-23).

 
Note

 

1 - Vincenzo Cartari, Imagini de gli Dei de gli Antichi, p. 38, Ed. 1609. La prima edizione dell’opera fu stampata nel 1556.

2 - Pag. 418, Ed. 1621.

3 - Pagg. 17-18, Ed. 1616.

4 - Pag. 293 - Ed. 1647.

5 - Pag. 43.

 

Bibliografia

Per la bibliografia di quanto sopra riportato in merito al concetto degli Antichi del “Sole simbolo di Giovinezza” e della “Grotta, simbolo del Cosmo” si faccia riferimento agli studi iconologici sui tarocchi dello scrivente riguardanti rispettivamente Il Sole e Le Stelle.


Riguardo il culto di Mitra, fondamentale risulta lo studio di Reinhold Merkelbach Mitra del 1984, opera tradotta in lingua italiana dalla ECIG di Genova nel 1988 e per quanto riguarda il rapporto fra questa dottrina e l’astrologia l’opera Mitra: un antico culto misterico tra religione e astrologia di Alexander von Prónay (Convivio, 1991).

 
Altre opere a cui far riferimento per approfondire il mito del dio in chiave esoterica sono: The Book Your Church Doesn't Want You to Read di Tim Leedon;  The World's Sixteen Crucified Saviors di Kersey Graves;  Pagan Christs di  J. M. Robertson;  Gnostic and Historic Christianity di Gerald Massey e Buddhism in Christendom di Arthur Lillie. Per la versione critica a del De Antro Nympharum di Porfirio si faccia riferimento all'edizione curata da Laura Simonini (Adelphi, 1986).


Sulle interpretazioni esoteriche del culto di Mitra e i suoi rapporti con il Cristianesimo, così come affermate dai diversi scrittori sopracitati e di cui ho riportato alcune loro considerazioni nel testo, vorrei sottolineare  che la massima “la verità risiede nel mezzo” deve essere a mio avviso sempre presa in considerazione, in particolar modo in questo caso.


Sul rapporto Mitra-Cristo, nell’ottica della par condicio e per sottolineare il punto di vista dell’ortodossia cristiana, risulta fondamentale l’opera di Ruggero Iorio Mitra. Il mito della forza invincibile pubblicata da Marsilio. Don Ruggero Iorio, storico dell’età antica, insegna archeologia cristiana ad Assisi e collabora a varie riviste scientifiche. In una sua intervista egli afferma: “I cristiani non copiarono affatto Mitra. Semmai è avvenuto il contrario. Nel II-III secolo, ovvero all’apogeo del culto mitraico a Roma, il cristianesimo era già molto radicato, mentre il mitraismo fu sempre questione di minoranze. Se davvero avesse copiato quest’ultimo, lo stesso cristianesimo si sarebbe premurato di distinguersi e confutare su larga scala l’eresia mitraica. Invece nella patristica (che - guarda caso - è la fonte storica più certa e diffusa sul mitraismo occidentale) si trovano solo accenni al problema e Mitra è accomunato ai tanti culti misterici orientali, senza particolare enfasi”. Un libro assolutamente da non perdere.


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