Saggi di Andrea Vitali

Dell'Etimo Tarocco

Il significato della parola Tarocco nel Rinascimento e moderne interpretazioni

 

Per completezza di informazione sull'argomento qui trattato, si vedano i saggi Taroch-1494, Taroch: nulla latina ratione, Taroch: latino volgarizzato, Rochi e Tarochi , Tharocus Bacchus est , Vento Theroco, Un 'Cavaleyro' Taroco e in particolare Il significato della parola Tarocco

Il primo documento conosciuto in cui appare il termine Tarochi in riferimento al gioco, è un registro di conti della corte estense relativo al secondo semestre 1505, in una annotazione datata  al 30 giugno. Ricompare poi una seconda volta nello stesso registro al 26 dicembre. Ross Caldwell ha fatto notare che il termine tarochus, anche se non riferito al gioco di carte, era già in uso nel sec. XV, come da lui individuato nella Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti, † 1499), del poeta Bassano Mantovano, in cui il termine viene utilizzato con il significato di "idiota, imbecille".


Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.


(Mia suocera era con me, e questo idiota pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi).


A questo documento occorre aggiungere la Frotula de le dòne (Frottola delle donne) del 1494 di Giovan Giorgio Alione, da noi identificata, dove in un verso viene citata la parola Taroch con il significato di "sciocco, folle". 

 

Dopo anni di ricerche siamo dunque in grado di affermare come la parola Tarocco sia da farsi derivare dalla carta del Folle (in un nostro saggio abbiamo ulteriormente evidenziato come il vento scirocco, il vento creduto indurre alla pazzia, venisse chiamato nel Rinascimento Vento Theroco e, in altro saggio, come il termine Tharocus debba essere collegato anche a Bacco, in riferimento alla follia che caratterizzava i riti orgiastici svolti in suo onore), un'attribuzione ispirata quindi da una carta del mazzo, fatto non insolito in quanto con il termine di Ganellino o Gallerino - cioè il Bagatto - veniva chiamato il Tarocco Toscano in Liguria e in Sicilia. Ma non occorre risalire unicamente a questo significato: in base alle varianti storiche di 'tarrocco' o 'tarroco', è necessario anche valutare  il termine sotto l'aspetto ludico attribuendogli in questo caso il significato di attacco con carte di presa più forti rispetto a quelle calate dagli avversari, in quanto con le espressione 'ti arrocco, t'arrocco, ti arroco' si intendeva richiamare gli avversari sul fatto che si erano messe in campo carte di vittoria che costringevano gli stessi a mettersi sulla difensiva (Si veda in proposito il saggio Rochi e Tarochi). Si tratta quindi di un termine connotato dal caratteristiche polisemiche, cioè con più significati, come abitualmente troviamo per altre parole del periodo rinascimentale.

 

Di seguito riportiamo le interpretazioni date al termine tarocco dagli storici del tempo e da autori contemporanei. Una carellata di significati per comprendere i motivi delle tante varianti interpretative che quella parola è stata in grado di far esprimere.

 

Contrastanti significati caratterizzano le interpretazioni del termine tarocco negli autori del Rinascimento dettate da convinzioni di carattere più personale che da una reale conoscenza dell’etimo (1).

 

Il Lollio nella sua celebre Invettiva (2) così definisce il suo amato-odiato passatempo ”…quel nome bizzarro / Di tarocco, senza ethimologia, / Fa palese a ciascun, che i ghiribizzi / Gli havesser guasto, e storpiato il cervello./ Questa squadra di ladri, e di ribaldi, / Questi, che il vulgo suol chiamare Trionfi, / M’han fatto tante volte si gran torti,/ Si manifeste ingiurie, ch’io non posso / Se non mai sempre di lor lamentarmi /…”.

 

Nel Capitolo del Gioco della Primiera Francesco Berni scrive che “…viso proprio di tarocco colui a chi piace questo gioco, che altro non vuol dir Tarocco che ignocco, sciocco, balocco degno di star fra fornari et calzolai et plebei a giocarsi in tutto di un Carlino in quanto a tarocchi, o a trionfi, o a Smischiate che si sia, che ad ogni modo tutto importa minchioneria et dapocaggine, pascendo l’occhio col sole, et con la luna, et col Dodici come fanno i puti” (3).

 

Ma il giurista Andrea Alciati, il celebre autore degli Emblemata in un’altra sua opera, il Parergon Juris apparsa per la prima volta nel 1538, al Cap. XVI intitolato De ludis nostri temporis così interpreta l’etimo della parola: "Interrogatus sæpissimè fui, an veteres lusum chartarum haberent, quo transigere tempora otiosi maximè solent. Respondi, nusquam me hoc legisse: habuisse quidem alios lusus, quos Jul. Pollux lib. IX recenset: hunc verò, quod equidem sciam, nemo prodidit: tametsi ille, qui vulgò Tarochorum dicitur, Gręcum etymum habeat, possunt enim [hetarochoi] hi sodales dici, qui cibi causa ad lusum conveniunt, & chartulis hoc ferè ordine lusitant.

(Mi hanno chiesto moltissime volte, se gli antichi avevano il gioco delle carte, col quale oggi gli oziosi sono soliti preferibilmente trascorrere il loro tempo. Ho risposto di non averlo letto da nessuna parte: per la verità avevano altri giochi che Giulio Polluce passa in rassegna nel 9° libro. Ma di questo, per quanto ne so, nessuno ha mai parlato; sebbene quello che volgarmente viene detto gioco dei tarocchi abbia un ètimo greco. Possono infatti chiamarsi hetarochoi  quei ‘compagni’ che si riuniscono a giocare per il cibo e sono soliti giocare le carte generalmente in questo ordine).

Mundus habet primas, croceas dein Angelus alis:
Tum Phoebus, luna, & stellæ, cum fulmine dæmon:
Fama necem, Crux ante senem, fortuna quadrigas:
Cedit amor forti & justo: regemque sacerdos,
Flaminicam regina præit que is campo propinat
Omnibus: extremo stultus discernitur actu.


Il mondo ha il primato, poi l’angelo dalle ali dorate;
poi Febo, la luna e le stelle, col fulmine il demonio;
la fama precede la morte, la croce il vecchio, la fortuna il carro;
l’amore cede al forte e al giusto, il sacerdote precede il re,
la regina precede la flamminica (4), l’oste offre da bere
a tutti costoro, infine il matto si riconosce dal comportamento.


L’ordine dei Trionfi citati risulta pertanto il seguente: Mondo, Angelo, Febo (Sole), Luna, Stelle, Fulmine (Torre), Diavolo, Fama, Morte, Croce (Appeso),Vecchio (Eremita), Fortuna, Carro, Fortezza, Giusto (Giustizia), Amore, Sacerdote (Papa), Re (Imperatore), Regina (Imperatrice), Flamminica (Papessa), Oste (Giocoliere), Stolto.


Occorre rilevare che la parola "hetarōchoi", in greco nel testo, non è traducibile. Esiste invece "hetairos" che significa compagno, amico, che l’Alciati traduce in latino con “sodalis”.

 

Anche l’anonimo autore del Discorso, perché fosse trovato il Giuoco, e particolarmente quello del Tarocco (5) fa derivare il termine dalla lingua greca: “Tarocco in lingua Greca altro non vuol dire, che salso e pretioso condimento, nome veramente conveniente e proprio, essendo questo di diverse cose fatto in concime (sic) saporito di acutezze e giovevoli contemplazioni ripieno, e perciò pretioso e solo fra tutti gli altri degno di essere tenuto in pregio, essendo tutti gli altri a paragone di questo, schiocchi e d’invenzioni privi, e di giudizio, che ad altro non tendono, che à fine pernicioso e brutto”. A questo proposito occorre dire che nella lingua greca esiste il verbo Tarichèuo il quale significa “mettere a seccare sotto sale”, in salamoia e per estensione anche “mummificare”. Inoltre i sostantivi Tàrichos e Tàrichon significano “carne (o pesce) conservata sotto sale” e per estensione “mummia” (6). Questi sostantivi passarono al Latino dove abbiamo Tărīcus (Tarichus), a, um  “et dicitur de salsamento piscium et de carne quae sit sale condita” (7).

 

A puro titolo informativo, nell’Iconologia del Ripa (8)  il termine Tarochino viene utilizzato come nome comune di una specie di pappagallo. Così il Ripa nella descrizione della “Divotione”: “Donna giovanetta vestita semplicemente di bianco, starà con ambi le braccia aperte in atto di abbracciare qual si voglia cosa, che sé gli rappresenti avanti, con dimostratione preghevole, & d'inchinarsi altrui, & al petto per gioiello harà un specchio; Harà il capo adorno da vaga e bella acconciatura, sopra la quale vi sarà con bella gratia un Tarochino spetie di Papagallo, overo una Gazza…”. Trattando della Devozione il Ripa afferma che una delle sue prerogative principali consiste nella “Docilità” che lo stesso mette in rapporto simbolico con il Tarochino: “Tiene in capo con bella gratia il Tarochino overo Gazza, perché questi uccelli sono docilissimi nel imitare le parole, & la voce umana, onde del Tarochino Monsignor della Casa si dice:


Vago augelletto delle verdi piume
Che pellegrino il parlar nostro apprendi.

Per questa sua docilità e per il fatto che viene descritto come uccello pulitissimo “è lo più necto uccello che ci sia” nel Medioevo divenne addirittura simbolo del Cristo, in quanto “fu ello solo in del mondo di neteçça, ché tutti l’altri homini sono lordi” (9). Poiché il pappagallo porta sopra il capo delle piume quasi a comporre una specie di parrucca, Tarochino potrebbe stare per Parochino (in lingua francese ed inglese pappagallo si traduce con Parrot). Dato che il termine si trova tuttavia ripetuto per due volte in forma identica in maiuscolo all’interno del testo, risulta difficile poterlo considerare come un errore (T per P).

Come abbiamo visto precedentemente, il gioco dei Tarocchi venne nel Rinascimento molto lodato. Altri esempi in tal senso si riscontrano nel famoso testo di Francesco Piscina Discorso sopra l’ordine delle figure dei tarocchi (Monte Regale, 1565) e nel Syntagma iuris universi, (Lione, 1582) del giureconsulto e canonico Pierre Gregoire il quale scrive “Tuttavia furono inventati giochi di carte, nei quali mentre si gioca appaiono le tracce di una certa erudizione, come nei tarocchi, e in quelli insieme ai quali sono state composte massime sacre e di filosofi, presso il tipografo Vuechello di Parigi. Per il resto, di quelli e di giochi simili abusa l’umana cupidigia, finché c’è di mezzo il denaro e il desiderio di possederne” (10).

 

Inteso come gioco di carte, vari dizionari danno l’etimo Tarocco come incerto o ignoto. Altri propongono vari tentativi di derivazione etimologica, alcuni davvero fantasiosi, altri più o meno probabili. Fra i primi: Taro(t) come anagramma del latino Rota; come fusione di improbabili parole egizie significanti “via” e “re”, dunque “via regia”.

 

Un tempo si tendeva a pensare che il termine Tarocco/Tarocchi traesse origine dal tipo di decorazione delle carte stesse, dette a Tara, dal latino volgare Taràre, variante del verbo classico Térĕre, cioè cosparsa di punteggiature. La lavorazione in rilievo e punteggiata delle carte prima (e poi dei dorsi delle stesse) ricondurrebbe alla buccia scabrosa e aurea delle arance di Sicilia omonime. Nel Dizionario etimologico della lingua italiana di Ottorino Pianigiani (Firenze, 1907) alla voce "Tarocchi" è scritto: "Fr. tarots [onde Taroté, marcato di segni alla guisa de' tarocchi]; ted. taroke: antico gioco italiano di carte.....Le carte dei tarocchi si vedono per solito dipinte con finezza, a guisa di miniature sopra un fondo dorato, cosparso di punteggiature formanti graziosi arabeschi e contornato di un fondo argentato, nel quale le solite punteggiature raffigurano un nastro girante a spirale. Senza dubbio questa Tàra, ossia stampa o impressione fatta di piccole punteggiature allineate con ordine [cfr.basso latino taràre, forare, affine al latino classico tèrere: battere], deve aver dato il nome ai tarocchi, di cui le carte attuali ricordano l'antica origine, quando hanno il tergo coperto di arabeschi o punteggiature in nero o in colore. [Vi è poi chi nota come il francese tarot designasse anche un dado, portante a ciascun lato un numero di buchi neri; il nome potrebbe essere passato poi al gioco stesso delle carte]. Deriv. Taroccàre.

 

Altri ritennero che il nome derivasse dal verbo Taroccare, adattamento dal verbo Altercari/Altercare, rispondere con una carta più potente (11), e disputare con alcuno, "brontolare, protestare vivacemente, crucciarsi in particolare a causa di una forte alterazione emotiva, imprecare, sbuffare, andare in collera" (12), significando inoltre "Trovare da ridire, far critiche malevole" (13). Nel dialetto ferrarese ancora oggi tarocar significa arrabbiarsi e anche falsificare, mentre tarocada equivale a stupidaggine, cretinata e truffa. Da "Taroccare" deriverebbe la parola Taroccone ad indicare chi è solito taroccare, chi s'impazientisce e rimprovera (14).  Se si considera che il termine Minchiata proviene dal latino Mentula, il pene, a significare una cosa di poco conto, una bazzecola, una quisquiglia, cretinata o stupidaggine (in italiano e in numerosi dialetti le “stupidaggini”, intese come cose senza valore, e fra queste il gioco delle carte, vengono rese con termini derivati dai nomi dell’organo sessuale maschile), appare plausibile accomunare il significato di “tarocco”, vale a dire 'matto, folle' a quello di “minchiata” nel senso di stupidaggine, cosa di poco valore, così come troviamo espresso dal Berni.  'Altercare' nel senso di rispondere con una carta più alta si imparenta con "sminchiare", termine utilizzato dai giocatori bolognesi quando  sono "di mano" per chiedere al compagno di intervenire con il trionfo più importante. Alcuni sostengono che Minchiata possa derivare da questo ultimo termine. La parola Germini che venne sostituita da Minchiate per indicare i tarocchi in Toscana sembrerebbe derivare da Gemini, cioè il segno dei Gemelli che nell'elenco dei segni zodiacali risulta essere il più alto in quel gioco.  

Veber Gulinelli  suggerisce una derivazione dal binomio letterario latino medievale "Tartarus oculis", che in volgare significa "inferno, occhi", ossia Tarocchi, per evidenziare, secondo la morale cattolica, che quelle carte erano gli occhi dell'inferno o del demonio, per dannare chi le usava (15).

Ma altre derivazioni per l'etimo "tarocco" potevano sembrare altrettanto plausibili. 


Una delle etimologie che hanno avuto maggior credito, anche nei dizionari etimologici delle altre lingue europee (poiché il gioco dei tarocchi comparve in Italia, il vocabolo corrispondente nella lingua francese, inglese, tedesca, etc, è quasi sempre derivato dall’Italiano) (16), è quella che riconduceva i Tarocchi, come carte, a Tara, la cui origine pare oramai accertata dall'arabo Tárah, forma colloquiale per Tarh “detrazione, defalco” cosa che si pone in disparte, che si toglie via”, poi anche “difetto, imperfezione”. Ciò deriverebbe dal verbo arabo Taraha, con significato di “togliere, sottrarre”, in lingua italiana "tarare" (con ogni probabilità  le carte all’avversario o i punti nel gioco) (17). La parola Tarochus, che come abbiamo visto significava "imbecille, cretino",  è equivalente a tarato, cioè "mancante di intelletto" in quanto al soggetto è stato tolto, defalcato, un certo quoziente intellettivo. Con il termine tara si indica anche una anomalia o malattia ereditaria. In lingua castigliana, abbiamo invece il sostantivo Tarea, sempre derivante dalla stessa radice araba, con medesimo significato ampliato a "tirare, lanciare, assegnare (le carte?)", ma anche "vizio, difetto": «Es interesante que este mismo verbo también nos dia la palabra Tara en sentido de "vicio" y "defecto"».


Secondo Idris Shas (e altri) - ma di parere contrario fu la dotta e compianta islamologa A-M. Schimmel - sarebbe più verosimile un’affinità con la radice trilittera di Tarīq (pl. Turuq) e Tarīqa(t) (pl. Tarā’ iq): via, cammino, strada, modo, maniera, mezzo (be tarīq-e, in farsi cioè in persiano moderno, significa “per via di / tramite”); metodo, sistema, regola dei mistici, via mistica, confraternita di sufi. È  possibile anche pensare al trilittero Taraqqī (Trg): salita, ascesa, sviluppo, progresso. A questo proposito occorre non dimenticare che l’insieme dei Trionfi venne modellato secondo il concetto della Scala Mistica cristiana e che la parola qui espressa potrebbe aver ispirato il percorso che il matto (in quanto non credente) avrebbe dovuto compiere per giungere alla conoscenza della divinità.


È  interessante notare che una Sūra (86) del Munifico Corano è intitolata ad al-Tarīq (risalente al periodo meccano, con 17 versetti), da tarq: “colpire qualcuno, bussare”, cioè il Visitatore notturno, la Stella mattutina che compare al finir della notte.

Ultimamente lo storico della mistica Gerardo Lonardoni ha evidenziato come la dottrina celata nel Tarocco, si ritrovi in due sistemi simbolici di origine orientale, e cioè gli Shivasutra o aforismi di Shiva di origine induista, e le Tare tibetane di origine buddista. Gli Aforismi di Shiva sono 78, suddivisi in tre capitoli o “dischiudimenti” il più importante dei quali si compone di 22 aforismi; segue il secondo dischiudimento di 10 aforismi e il dischiudimento minore di 46. Le Tare tibetane sono in numero di 22, ognuna delle quali mostra caratteristiche proprie ben definite e possiede una propria preghiera, un proprio mantra e così via. In questi sistemi simbolici, che sono state dettagliatamente analizzate nell’opera La Via del Sacro cui facciamo riferimento, le attribuzioni numeriche sono corrette: infatti 22 è il numero cui si riferiscono le Tare e il principale dischiudimento degli Shivasutra, e 10 è il numero cui si riferisce il secondo e meno importante dischiudimento degli Shivasutra.


Così scrive il prof Cardini nella presentazione all’opera di Lonardoni «Sono stati alcuni grandi iconologi e storici dell’arte, dal Krautheimer al Wittkower, al Baltrušaitis, a introdurci nel mondo straordinario della “migrazione dei simboli”: un mondo che fino ad alcuni decenni fa sembrava riservato alle fantasie erudite, ma sovente funamboliche, di alcuni esoteristi assetati di mistero e che, d’altro canto, era stato visitato, con risultati qualche volta incredibili ma comunque di grande fascino, anche da antropologi ed etnologi da una parte, psicanalisti e psicologi del profondo dall’altra. Ormai, dopo il dibattito lungo, estenuante e magari “superato” (nel senso di accantonato), mai però davvero risolto, tra diffusionisti e strutturalisti e dopo le profonde indagini relative alle analogie tra i sistemi fonetici e l’immaginario, siamo giunti alle conclusioni che Umberto Eco ha saputo, da par suo, tradurre in termini di dotta e divertente ironia: la realtà è una trama strettissima di somiglianze e di coincidenze, e poiché in fondo noi possiamo immaginare il mondo solo attivando un numero abbastanza limitato di forme-base e di numeri-base, è abbastanza naturale che “tutto si tenga” (o sembri tenersi) e che non ci sia nulla che non si possa leggere come l’aspetto esterno di una profonda, insondabile verità. D’altro canto, gli antropologi culturali c’invitano, quando si consideri un monumento, un manufatto, un’immagine, a non fermarci mai – quando proprio non si possono evitare le secche del ricorso ai vecchi strumenti comparativistici – agli aspetti morfologici delle cose, ma a indagare sempre anche quelli connessi con i contesti e le funzioni…..

.......Ecco perché si resta stupiti e in fondo diffidenti dinanzi a questo saggio ricco di erudizione e d’intuizioni, nel quale s’insegue un complesso mitosimbolico legato alle forme e ai colori della dea Tara, la principale divinità induista accolta nel buddhismo, la Stella del Polo Nord distinta in varie forme – le ventun “emanazioni primarie” caratterizzate da colori differenti, tra i quali primeggiano il bianco e il verde. Pericolosa consigliera, l’omofonia: ma davvero si deve per questo far finta di niente dinanzi alla somiglianza tra la Tara indiana, la tariqa degli arabi e la parola “tarocco”? Non abbandoniamoci con la beata fiducia degli esoteristi dilettanti – ai quali basta che una teoria sia diversa da quelle dei noiosi “scientisti” per convertirsi ad essa – alla magia del 4, del 22, del 56 e del 78 che questo libro suggerisce. Leggiamolo con vigile coscienza, alla caccia degli errori, delle approssimazioni, delle forzature e delle incongruenze. Ma non neghiamone la fondatezza quanto meno induttiva e indiziaria. Vi sono davvero più misteri in cielo e in terra di quanti non creda la nostra filosofia».


Riguardo a Tārā (18), il prof. Jacques May, emerito dell’Università di Losanna, buddhologo di grande fama, specialista della corrente mahayanica del vijñānavāda-yogācāca, rammenta come l’autorevole dizionario di pāli della Pāli Text Society rinvii a una possibile origine anaria (semitica) del termine. Si riteneva infatti che Tārā e tutti gli altri lemmi simili (teonimi e no) derivassero dalla radice indoeuropea Tř- (o Tr -).


Si allude qui a Tāraka, Tārakā, Tārikā Tārana, Tāranī, Tārinī, alcuni dei quali ancora presenti anche nelle lingue moderne dell’India. In quanto formati dal causativo di Tř- (tār-) significano: salvatore, redentore, conservatore, liberatore, passatore, astro. In lingua hindi, per esempio, il sostantivo maschile Tārā vale oggi: stella, astro, pupilla degli occhi, persona, casa; sicché si dice “tum merī ānkhom ke tāre ho: sei la luce degli occhi miei”.


Tārā, poi, era la Salvatrice, la Passatrice, una dei dieci aspetti (mahāvidyā) della Sakti; “Stella” la paredra, cioè la compagna del dio Brhaspati, rapita dal dio lunare Soma-Candra; la moglie del re degli Scini Vālin nell’epoca del Rāmāyana. Tāranā e Tārī sono anche i nomi della “barca”, come quella che fa passare all’altra sponda. Specialmente nel buddhismo mahayanico e tantrico essa assunse notevoli funzioni nell’India, a Giava e nell’Asia sudorientale del VI secolo. E infine in Tibet dove il suo nome è reso con SGrol-ma (Cinese: Tuolo – Giapponese: Tarani bosatsu – Mongolo: Daracke).


Essa è la Liberatrice, la Salvatrice, la “Stella della Redenzione”, la Compassione attiva, la Forza Misericordiosa,  del “Dhyānibodhisattva” Avalokiteśvara: “Il Signore (íśvara) che guarda (lokita) in giù (ava)” il Signore che ci considera. È Colei che ci fa passare dall’altra parte, identificata con la perfezione della sapienza (una delle sei perfezioni dei bodhisattva), la Prajñāpāramitā:“La Sapienza (Prajñā) ita (itā) di là (param)”.


Tuttavia “stella” è il significato prevalente. Ed è vero che, risalendo secoli e millenni, le radici, rispettivamente indoeuropee e semitiche, sembrano convergere. Il trilittero semitico ŢTR e la radice STĔR indoeuropea sono molto simili (STER / STĔR / STR-). Quali dei due è anteriore?. Se il semitico (accadico) ha influito sull’indoeuropeo non deve essere avvenuto certamente quando Ciro l’achemenide conquistò Babele/Babilonia, sconfiggendone l’ultimo re, nell’ottobre del 539 a.C., e liberando gli Ebrei dalla loro cattività, ma ben prima.


Dal semitico abbiamo il nome della Grande Dea che sostituisce la sumerica Inanna, cioè Ištar con tutte le sue varianti. Un bell’esempio di questo incrociarsi è il nome della regina ebraica ESTHER: dal semitico o dall’iranico STĂR - .

Note

1 -  Alcuni documenti di quel periodo attestano che il gioco dei Trionfi  era distinto dal gioco dei Tarocchi, come troviamo negli Statuti della Città di Crema del 1536: “Quilibet possit ludere ad tabulas et schacos et triumphos et tarochum de die et de nocte”. Statuta Municipalia Cremae,Venetiis, Pincius 1536, III . "De poena ludendi et de domo in qua luditur", folio 89r. Questi Statuti danno l’opportunità di giocare non soltanto “ad tabulas et  schacos” ma anche a “triumphos et tarochum” sia di notte che di giorno. Sul gioco dei Trionfi ad iniziare dal sec. XVI in poi legga l'articolo Trionfi, Trionfini, Trionfetti. In ogni modo in questo articolo, per Tarocchi si intende il gioco composto da 22 trionfi.
 - Flavio Alberto Lollio, Invettiva di F. Alberto Lollio accademico Philareto contra il giuoco del tarocco, ms. 257, cc. 30, 1550, Ferrara, Biblioteca Ariostea.
3 - Roma, 1526. Viene qui evidenziata dall'autore la distinzione fra gioco dei Tarocchi e gioco dei Trionfi che in effetti era altra cosa. Si veda in proposito l'articolo Trionfi, Trionfini, Trionfetti.
4 - La flaminica era una sacerdotessa di Giove, la moglie di un flamen (sacerdote), uno degli uffici religiosi più alti nella Roma antica.
5 - Il titolo intero è Discorso, perché fosse trovato il Giuoco, e particolarmente quello del Tarocco dove si dichiara a pieno il significato di tutte le Figure di esso Giuoco, Venezia?, ca.1570. La traduzione è stata svolta dal ms. 1072, Vol. XII. F presente presso la Biblioteca Universitaria di Bologna.
6 - Da un punto di vista fonologico non crea problemi lo spostamento dell’accento sulla seconda sillaba (Tarìchon), mentre è da considerarsi praticamente assurda la trasformazione della i  in o.
7 - Apicio in Lexicon Totius Latinitatis, Pavia, 1940. L'umanista Ludovico Ricchieri, conosciuto come Celio Rodigino, nelle sue Lectionum Antiquarum  scrive: "Invenio apud Graecos dici quidem tarichos, salsamentum", Liber XIII, Cap. XXVI. Basilea, 1542, p. 497. 
8 - Libro I, Ed. Venezia, 1645, p.163.
9 - De la natura del papagallo, in " Il libro della natura degli animali", XLIII.
10 - XXXIX, 4, 11.
11 - Nel commento a Il Malmantile Racquistato del Lippi, il Manuzzi così si esprime al riguardo:" Taroccare: dicesi del giuoco delle minchiate, quando alcuno non ha del seme delle cartuccie dove sono figurati danari, coppe, spade e bastoni, e conviene che risponda alla data con qualche tarocco". 
12 - Voce "Taroccare" in Salvatore Battaglia (a cura di) Grande Dizionario della lingua Italiana, 2000. Si veda in proposito il nostro saggio L'Hospidale de'Pazzi Incurabili di Tomaso Garzoni da Bagnacavallo.  Così nel Canto IV del Ricciardetto (fra il 1716 e il 1725) di Niccolò Forteguerri: "Ma mentre ch' ei fatica e che tarocca, / Ecco che piomba ancor sopra di lui / Un'altra rete da quell'altra rocca / E restano prigioni tutti  dui 
[Orlando e Rinaldo]" e ne Il Meo Patacca (1695)  di Giuseppe Berneri "Con te tu ciancie no, non me la ficchi, / Co ste frollosarie  non m' infinocchi, / Disse Meo, con ingiurie tu me picchi, / E poi non vuoi ch'io contro te tarrocchi?" (Canto Secondo, Ottava 30). La medesima voce nel Vocabolario Universale Italiano, compilato a cura della Società Tipografica Tramater e C., Napoli, 1840: "(in modo basso) gridare, adirarsi [inquietarsi gridando forte, schiamazzare]. Lat. ira, excandescere. Dal greco Tarachos tumulto. In turco Taraka, tumulto, strepito, rumore. In persiano Tyrak vale per il medesimo".
13 - Ne La Carta del navegar pitoresco del 1660, una delle più originali opere della letteratura veneziana, l'artista-scrittore Marco Boschini scrive "Ghe vuol ogio in la lume e sale in zucca, / e aver studià, per far de sti quadroni, / e lassar tarocar quei babioni, / che 'l natural la note e 'l zorno struca".  
14 - Nel Dizionario Etimologico Italiano di C. Battisti e G. Alessio, Firenze, 1957, alla voce "Taroccare" troviamo: veneziano Tarocàr: bisticciarsi - romagnolo Tarochè: gridare, adirarsi, bestemmiare -  genovese e piacentino Tarocà: contendere, altercare - cortonese Tarocchè: altercare, litigare, brontolare - moltalese Taroccà: bisticciare - bolognese Taruc
är, garrire - calabrese Taroccu: orrenda bestemmia, sciocchezza - siciliano Taroccu: moccolo, bestemmia e Taruccari: gridare, bestemmiare - pisano Taloccà: brontolare stizzosamente.
15 - Veber Gulinelli, Carte da Gioco Italiane, Carpi, 2011, p. 77. 
16 - In Avignone, dove vi fu una grande attività di produzione di carte da gioco,  troviamo  nel 1507 la parola tarau(x).
17 - Una medesima disamina di questa possibile derivazione etimologica è stata compiuta nel 2006 da Jess Karlin.
18 - Questa disamina etimologica del termine Tara si basa su un colloquio avuto dallo scrivente con l'orientalista Prof. Flavio Poli.


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