Saggi di Andrea Vitali

I Tarocchi in Letteratura I

I documenti più importanti

 

Domenico di Giovanni (Burchiello) - Matteo Maria Boiardo - Anonymous - Pietro Aretino - Teofilo Folengo (Merlin Cocai) - Girolamo Gigli - Paolo Giovio - Ludovico Ariosto - Flavio Alberto Lollio - Vincenzo Imperiali - Giovanni Maria Cecchi - Giovan Battista Marino - Alessandro Tassoni - Torquato Tasso - Vincenzo Belando - Baltasar Gracián y Morales - Emanuele Tesauro - Troilo Pomeran - Girolamo Bargagli - Giuseppe Vollo   

 


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                               Qui tutto è grazia, tutto è beltate.                                Ma tra letizia tanta, e tal gioco, 
                               Felici carte da così tenere,                                             Guardate, o Belle Fanciulle amabili
                               Da così morbide man trattate.                                      Che non tormentovi d'Amore il foco.

                                                                                                   (figura 1)

  Da Le Pitture di Pellegrino Tibaldi e di Nicolò Abbati, descritte ed illustrate da Giampietro Zanotti, Venezia, 1756


                                                                    ............................................................


Domenico di Giovanni detto il Burchiello - Matteo Maria Boiardo - Pietro Aretino - Teofilo Folengo - Paolo Giovio - Lodovico Ariosto - Flavio Alberto Lollio - Vincenzo Imperiali - Francesco Berni - Michelangelo Buonarroti il Giovane - Francesco Mariani - Giovanni Maria Cecchi - Giuseppe Baretti - Giovan Battista Marino - Alessandro Tassoni  - Vincenzo Belando - Baltasar Gracián y Morales - Girolamo Bargagli - Agnolo Allori - Agnolo Fiorenzuola - Niccolò Martelli - Benedetto Varchi  - Giambattista Roberti - Niccolò Forteguerri - Giovan Santi Saccenti - Girolamo Baruffaldi - Anonimi

 
Un errore sul Burchiello

 
Prima di addentrarci nella disamina dei documenti oggetti della presente indagine, desideriamo sottolineare l'errore compiuto da alcuni storici dei tarocchi che hanno collegato il termine Triomphi, citato in uno dei Sonetti del Burchiello, alle carte dei Tarocchi, quando  risulta inequivocabile  il riferimento dell'autore ai Trionfi del Petrarca. Le opere del Burchiello (Pseudonimo di Domenico di Giovanni), ebbero una grandissima diffusione e per questo fatte oggetto di numerose interpolazioni e rifacimenti. Vissuto dal 1404 al 1449, fiorentino e barbiere di professione, la sua bottega divenne un vero e proprio cenacolo d’arte che ospitava poeti e artisti di ogni genere. Intorno al 1440 - i tarocchi erano apparsi circa una ventina d’anni prima con il nome di Trionfi - compose sonetti che furono raccolti sotto il titolo Sonetti del Burchiello, del Bellincioni e d’altri poeti fiorentini alla burchiellesca. L’edizione a stampa, molto tardiva, apparsa come pubblicata addirittura a Londra (in realtà a Livorno) nel 1757 dà per scontato che i sonetti siano opera del Nostro. 


                                                                       Sonetti del Burchiello


La posizione culturale di Burchiello è chiaramente di beffarda parodia del progetto e dei valori dell'Umanesimo
. La sua vera originalità si esprime nei sonetti “alla burchia”, così chiamati probabilmente perché riconducibili (anche se non direttamente) alla tradizione francese dei versi “battellati” (burchia: battello, barca), cioè accozzati alla rinfusa come la merce nei battelli fluviali. Ne sono un esempio i celebri versi del suo sonetto più famoso che, per alcuni critici, nasconderebbero doppi sensi, di carattere prevalentemente osceno:


Nominativi fritti, e Mappamondi,
E l'Arca di Noè fra due colonne
Cantavan tutti Chirieleisonne
Per l'influenza de' taglier mal tondi


Per evidenziare l'errore di attribuzione sopra accennato si riporta per intero il Sonetto XXXI  "Se tu volessi fare un buon minuto":


SONETTO XXXI

 
Se tu volessi fare un buon minuto,
togli Aretini et Orvietani e Bessi,
e sarti mulattieri bugiardi e messi,
e fa’ che ciaschedun sie ben battuto;
poi gli condisci con uno scrignuto
e per sale vi trita entro votacessi,
e per agresto minchiatar fra essi
accioché sia di tutto ben compiuto.
Spècchiati ne’ Triomphi, el gran mescuglio
d’arme, d’amor, di Bruti e di Catoni
con femine e poeti in guazabuglio:
questi fanno patire i maccheroni
veghiando il verno, e meriggiando il luglio
dormir pegli scriptoi i mocciconi,
Dè parliàn de’ moscioni,
quanta gratia ha il ciel donato loro,
che trassinando merda si fa d’oro.


Il Sonetto si manifesta come una critica contro i buoni da nulla, i finti letterati, i falsi dotti, assolutamente inutili alla società, di cui sarebbe meglio disfarsene. I versi erroneamente interpretati in riferimento ai tarocchi sono i seguenti:


Spècchiati ne’ Triomphi, el gran mescuglio
d’arme, d’amor, di Bruti e di Catoni


Il verso "Il grande miscuglio d'armi e d'amori"  poteva a prima vista dare ad intendere che ci si riferisse  ai tarocchi: l'Amore si trova raffigurato nel VI Trionfo, mentre le armi potevano rimandare alle armature indossate da diversi personaggi dei Trionfi. Se si considera ancor più che  Catone si ritrova nei cosidetti Tarocchi Sola Busca (1), l'attribuzione di questi versi ai Trionfi dei tarocchi appariva plausibile. Per comprendere appieno il senso compiuto (2) e cioè che i Triomphi indicati dal Burchiello si riferiscono all'opera del Petrarca e non ai Trionfi dei Tarocchi, occorre valutare l'insieme dei versi sotto riportati:


Spècchiati ne’ Triomphi, el gran mescuglio
d’arme, d’amor, di Bruti e di Catoni
con femine e poeti in guazabuglio:
questi fanno patire i maccheroni
veghiando il verno, e meriggiando il luglio
dormir pegli scriptoi i mocciconi,


Se "femine" sono presenti nei Trionfi dei Tarocchi non lo sono i poeti che abbondano invece, assieme a una grande varietà di donne, nel Petrarca, ma chiarificatori risultano i versi successivi. Occorre innanzitutto prendere in considerazione il significato di "maccherone"  (3) termine che nel Rinascimento significava "sciocco" . Rileggiamo pertanto i versi:

"Questi  [i Trionfi del Petrarca] fanno patire i maccheroni / veghiando il verno, e meriggiando il luglio / dormir pegli scriptoi i mocciconi" a significare "I Triumphi, per la loro difficoltà, fanno soffrire gli sciocchi (4) che rimangono svegli d'inverno, e fanno addormentare i babbei sugli scrittoi d'estate" (5). Per comprendere i Triumphi del Petrarca occorreva infatti una mente sveglia e letterata, non sciocca:  per quest'ultima sarebbe stato impossibile  districarsi in quel grande miscuglio di armi e amori,  donne e poeti, Bruti e Catoni che ritroviamo nell'opera. 

Il Boiardo


Boiardo fu autore di diverse terzine raccolte sotto il titolo di Cinque Capituli, sopra el Timore, Zelosia, Speranza, Amore et uno Trionfo del Mondo (6). 


                                                                     Boiardo                                                    


I primi quattro capitoli alludono ai semi delle carte (figura 2) mentre il quinto, strutturato su 22 terzine, fa riferimento ai Trionfi. Non sarebbe stato facile collegare l’opera ai tarocchi se l’autore non avesse inserito al termine del suo componimento due sonetti: nel secondo di questi, chiamato Sonetto excusato, egli si scusa appunto con i lettori per aver ideato tale composizione, mentre col primo, intitolato Argumento de li detti capituli di Mattheo Maria Boiardo sopra un nuovo gioco di carte, l’autore offre la vera chiave interpretativa dell’opera. La relazione fra le figure dei Trionfi e gli esseri astratti che danno il soggetto ad ogni terzina non è immediato e ciò significa che il Boiardo nel comporre i suoi versi fece riferimento ad un mazzo di tarocchi di tipo classicheggiante e didascalico come lo erano i Tarocchi Sola-Busca (1). Essendo quest'opera già stata oggetto di diverse e competenti analisi, non si ritiene indispensabile riproporre testo e interpretazione. 

Un poeta innamorato

 

Nella Ferrara del XVI secolo due sonetti (7) vennero dedicati ad una nobildonna da uno spasimante che si servì di vari trionfi per descrivere la bellezza della donna e la strategia per conquistarla. Il primo (figura 3) di questi due sonetti  può essere interpretato come una satira burlesca scritta da un innamorato respinto in quanto dedito al gioco dei tarocchi. A lui è stato preferito un suo rivale, un tal Giovanmaria, che tutti considerano uno sciocco. La gelosia, l'invidia e la rabbia dettano all' autore parole piene di acredine sia nei confronti dell'ex amata che del rivale stesso. Questa la sua traduzione in Italiano corrente: "La casa della signora Mamma Riminaldi, può apparire senz'altro un Paradiso data la bellezza della padrona di casa, dell'ampiezza della strada che circonda il palazzo, dei giochi e dei canti pieni di allegria che in continuazione vi risuonano; ma in questo Paradiso hanno accesso solo coloro che non giocano a tarocchi, come ad esempio quel "matto famoso" che è Giovanmaria. E se ci entra uno come lui allorà risulta evidente che per poter sperare di accedere a questa casa è meglio essere privi di intelletto, poichè tutti gli sciocchi vanno in Paradiso".

Riportiamo di seguito il secondo sonetto (figura 4)

Par che l’angel, la stella, il sol, la luna
Col mondo, et chi con lui di viver brama, 
Odiano la beltà, che il ciel aduna 
Nel viso altier de la signora Mama. 
Forsi per esser tra le Dee queste una 
Che lor spogli del ben, che ‘l valor ama, 
O pur, per che ne morte, o ria fortuna 
Dal fermo suo voler maj la richiama: 
Però dee creder fermamente ognuno
Ch’un spirito malvagio habbia costei 
Supposta solamente al Bagattino, 
Per poter dire i buon tarocchi mej
Saran, s’avien ch’io giuochi, et questi uno
Vo trarre il Matto che ‘è cervel divino.

Sembra che l'Angelo, la Stella, il Sole e la Luna con il Mondo e chi desidera di vivere nella mondanità, odino la bellezza che il ciel concentra nel fiero viso della Signora Mamma. Forse per il fatto che lei è una Dea fra le Dee e loro sono privi del bene, che ama il valore. Oppure perché né la morte né la fortuna avversa mai riescono a scalfire ciò che lei saldamente vuole. Tuttavia ciascuno deve fermamente credere che lei abbia in sé uno spirito malvagio, che soggiace solamente al Bagattino (cioè ad un uomo da nulla, un babbeo, molto probabilmente il Giovanmaria del sonetto precedente). Affinché lei possa dire "i buoni tarocchi saranno i miei" (cioè che si possa interessare e vincere ai tarocchi) è necessario che io giochi con questi e che  estragga una carta: il matto che è cervello divino.

 

Il Divin Aretino

 

Altro importante letterato che scrisse sui tarocchi è Pietro Aretino. La sua opera Le Carte Parlanti (8), è composta in forma di dialogo fra le carte, appunto “parlanti”, e un artista che le dipingeva, chiamato il Padovano dal suo luogo d’origine. In essa, apparsa all'inizio con il titolo Dialogo del divin P. Aretino nel quale si parla del giuoco con moralità piacevole, l’Aretino propone anche una disamina del significato dei trionfi in cui traspare, accanto ad un evidente sarcasmo, un atteggiamento di rispettoso ossequio verso le carte e il gioco. Infatti, qualora utilizzato con giusta moderazione, il gioco delle carte viene esaltato sotto molteplici aspetti in quanto capace di  insegnare la costanza, la perseveranza, l’attenzione, a saper vincere e a saper perdere, ad amministrare con oculatezza il denaro e a rischiare il giusto.    


                                                                     Aretino


La sua interpretazione dei Trionfi trae ispirazione soprattutto dalle emozioni dei giocatori e dalle conseguenze che il gioco induce nei suoi praticanti, risultando in alcuni casi di grande interesse con contenuti di carattere pressoché dottrinale, come ad esempio troviamo in riferimento agli Astri (Sole, Luna, Stelle), alla Giustizia e all’Angelo, alla Torre e alla Papessa. A proposito dei tre luminari e dei segni zodiacali presenti nei tarocchi fiorentini, accanto ad una valutazione coerente con la omogeneità interpretativa della maggior parte dei trionfi (in questo caso che il gioco si pratica ad ogni ora del giorno e della notte e in ogni luogo), troviamo anche il concetto che “non si rompe un bicchiere quaggiuso che nol permetta chi sta là suso”, motivo per cui “il Cielo interviene nel collegio” delle carte. La presenza della Giustizia e dell’Angelo vengono definiti come necessità: la prima per fuggire gli inganni e il secondo quale beatitudine riservata a coloro che hanno vissuto nella sofferenza. Alla Torre, qui chiamata “Magione di Plutone” viene assegnata un valore di insegnamento morale in quanto il Dio degli Inferi “trascina a casa maledetta qualunque manca alla prudenzia, alla temperanza e alla fortezza che si figura nelle carte”. Interessante la valutazione della Papessa da cui risulta un rapporto inequivocabile con la Papessa Giovanna. Scrive infatti l’Aretino che essa  “è (posta, n.d.r) per l’astuzia di quegli che defraudano il nostro essere con le falsità che ci falsificano”. Anche se oggi attribuiamo alla carta della Papessa il significato di fede cristiana, in riferimento alla Scala Mistica che connota l’insieme dei 22 trionfi, risulta evidente come il mito della Papessa Giovanna fosse ben presente nell’immaginario collettivo degli uomini del Rinascimento. Utilizzando i tarocchi l'Aretino compose anche una famosa satira (sotto riportata alla voce "Le Satire") e menzionò i tarocchi nell'opera La Talanta. 


La Talanta
, commedia in cinque atti d'ispirazione terenziana (Eunuchus) e plautina (Miles gloriosus e Menaechmi), fu commissionata ad Aretino dalla Compagnia veneziana dei Sempiterni e fu rappresentata a Venezia nel 1542 con le scenografie del Vasari. La scena si svolge a Roma e narra la storia di una moderna Taide, Talanta, corteggiata da quattro uomini di diversa età e condizione sociale: il giovane Orfinio, il vecchio Messer Vergolo (Veneziano), l'anziano Tinca (Napoletano) e Armileo (Romano), che finge di amarla per frequentare la sua casa, dove vive schiava Stellina, la fanciulla di cui è realmente innamorato. Dopo rapimenti, fughe, prigionie, travestimenti e un'agnizione (9) finale, Talanta concederà il suo amore disinteressato a Orfinio.

Riportiamo di seguito l'inizio della Scena XII (Atto III) dove appaiono in scena il capitano Tinca e il parassita Branca:


Tinca:
A. ferirmi tu ? volsi dire, afferrimi tu ?
Branca. Mi vi pare avere.
Tinca: Io le ne ho donata prima, perch'io l'amo, e poi per tormi dinanzi il pericolo de l'avermi a condurre in duello con non so chi Armileo, che la civettava d'ogni ora.
Branca: Me ne ero accorto, per essermene avvisto.
Tinca: Be, il dono le ha cavato l' anima eh ?
Branca: Non, si potrebbe dire.
Tinca: Quei poveracci, che denno portar le altre cose, rinnegavano ah ?
Branca:  Pensatel voi
Tinca: Rodevano i catenacci dentro in casa, o pur di fuori?
Branca: Da ogni banda.
Tinca: Che grafie rendette ella a coloro, che le mandarono i presenti?
Branca: Quelle, che renderebbe il Tevere a chi gettasse dentro un tesoro .
Tinca: Magnificando solamente la mia magnifica magnificenzia eh?
Branca: Padre sì.
Tinca. Toccossi punto de le mie prove?
Branca:  Non ve ne ragguaglio, per non parere adulatore .
Tinca: Le pajon grandi, n'è vero?
Branca. Grandissimi.
Tinca:  Adunque ella mi tiene per uno Ettor Trojano ?
Branca: Più ancora.
Tinca. Stimandomi fortemente ?
Branca: Ben sapete .
Tinca: Me ne congratulo.
Branca: Avete ben ragione di farlo.
Tinca: Di donde si cominciò il ragionamento?
Branca: Da l' organo de la voce; e dice, che bisogna che le orecchie, che l' ascoltano, abbino un buon nerbo.
Tinca:. Sua Maestà la commendò quasi in simil senso .
Branca. Per vostra fe .
Tinca: Dicendo, che ella rimbombava ne' petti, come i tuoni ne l' aria.
Branca: Sua Altézza vorria sentirvi fare un proemio a l’ esercito .
Tinca: Ella diventarebbe una Marfisa, udendo ciò, perocchè la mia eloquenza metterìa cuore a' tarocchi.
Branca: Bella similitudine!
Etc.


Nel penultimo verso il capitano Tinca afferma di possedere un’eloquenza talmente persuasiva in grado di intenerire persino i tarocchi “perocchè la mia eloquenza metterìa cuore a' tarocchi”. Qui, per Tarocchi, è da intendersi “furfanti”, ma anche persone folli, stupide, idiote, che non conoscono cosa siano i sentimenti. Per comprendere il rapporto intercorrente fra queste categorie di persone e il nome Tarocchi attribuito alle carte, si vedano i saggi Dell’Etimo Tarocco e Taroch - 1494.  

 
Il maccheronico Merlin Cocai

 

L’indiscusso maestro del genere letterario cosiddetto “maccheronico”, cioè il mantovano Teofilo Folengo  che scriveva sotto lo  pseudonimo di Merlin Cocai,  ci offre nell’opera Chaos del Tri per uno, ovvero dialogo delle Tre etadi (10) una delle primissime testimonianze dell’uso divinatorio dei trionfi. Triperuno racconta al suo amico Limerno di essere stato condotto il giorno precedente da quattro persone in una stanza “ove, trovati c’hebbero le carte lusorie de trionphi, quelli a sorte fra di loro si divisero e, volto a me, ciascuno di loro la sorte propria delli toccati trionfi mi espose, pregandomi che sopra quelli un sonetto gli componessi”. Le quattro divinazioni in versi sono seguite da un quinto sonetto, anch’esso incentrato sui tarocchi. Il sonetto che Triperuno compose per Giuberto, sulla base della carte da lui estratte e cioè la Giustizia, l’Angiolo, il Diavolo, il Foco e l’Amore, viene così spiegato: il fuoco d’amore, anche se apparentemente è un angelo, in realtà è un diavolo, per cui dove esiste la malizia non può esserci la giustizia.  


Quando ‘l Foco d'Amor, che m'arde ognora,

penso e ripenso, fra me stesso i' dico:

Angiol di Dio non è, ma lo nemico

che la Giustizia spinse del ciel fora.

Ed è pur chi qual Angiolo l’adora,

chiamando le sue fiamme «dolce intrico».

Ma nego ciò, che di Giustizia amico

non mai fu chi in Demonio s'innamora.

Amor di donna è ardor d’un spirto nero,

lo cui viso se ‘n gli occhi un Angiol pare,

non t’ingannar, eh’ è fraude e non Giustizia.

Giustizia esser non puote, ove malizia

ripose de sue faci il crudo arciero,

per cui Satàn Angiol di luce appare.


Nel quinto sonetto si trovano elencati, anche se in ordine sparso, tutti i 22 Trionfi:

Amor, sotto ’l cui impero molte imprese
Van senza tempo sciolte da fortuna,
vide morte su ’l carro orrenda e bruna
volger fra quanta gente al mondo prese.
Per qual giustizia, disse, a te si rese
papa mai, né papessa alcuna?
Rispose: chi col sol fece la luna
Tolse contra mie forze lor difese,
Sciocco qual sei, quel foco, disse amore,
ch’or angiol or demonio appare, come
temprar sannosi altrui sotto mia stella.
Tu imperatrice ai corpi sei, ma un cuore
Benché sospendi, non uccidi, e un nome
Sol d’alta fama tienti un bagatella.

 

Le Satire

 

Un ulteriore aspetto letterario incentrato sui tarocchi fu quello della satira. Fra le carte raccolte dal Giovio  si trova  un anonimo Gioco di tarocchi fatto in Conclavi (11) (figura 5 - figura 6), mentre l’Aretino compose la Pasquinata per l’elezione di Adriano VI  (12) (figura 7 - figura 8) che apparve a Roma nel 1521.  Apertosi  il 27 dicembre del 1521 il Conclave si concluse il 9 gennaio 1522 con la nomina al soglio pontificio di Adriano Dedel (Adriano VI). Poiché nessuno dei cardinali sembrava ottenere la maggioranza necessaria per la nomina, l’Aretino scrive che si decise di far scegliere a ciascuno di loro una carta di tarocchi e che sarebbe stato nominato Papa chi avesse estratto la carta omonima. Dei 39 cardinali effettivamente riuniti in quel conclave, l’Aretino ne scelse 22 fra quelli che più speravano di essere eletti. Nonostante ciò, una volta distribuite le carte, quella del Papa non si ritrovava. Evidente satira mirante ad affermare che nessuno dei cardinali presenti era degno di assurgere al trono di San Pietro. L’Aretino conclude il suo componimento scrivendo che i cardinali, vista la mancanza della carta del Papa fra quelle distribuite, decisero che sarebbe diventato Papa colui che l’avrebbe trovata. I cardinali si alzarono quindi dai propri seggi e si mossero per cercarla e così l’Aretino finisce la storia: “Mentre ciascun si prova, / Mantoa, Siena, Farnese andando a spasso / una carta trovorno, ma fu un asso”.

Venti duo cardinal senza romore
giucavano a tarocchi in la lor cella;
fe' Medici e mischiò, poi diè la stella
a Farnese, ad Egidio il traditore;
a Santa Croce diè lo 'mperadore,
Vico ebbe il sol, Grimano il bagatella
Grassi l'imperatrice e poi la bella
papessa Como, Mantova l'amore.
Ancona il mondo e l'angelo l'Orsino,
il matto Siena e Monte ebbe la luna,
la iustizia Colonna, el Soderino
il diavol, Flisco ruota di fortuna
Punzetta il vecchio, il carro l'Armellino,
la casa il frate in vesta bianca e bruna,
san Francesco n'ebbe una,
ciò fu tempranzia e Jacobacci morte,
Santi Quattro fortezza e stavan forte.
In questo furon scorte
le carte e restò Medici una crapa,
quando s'avvide ch'era fatto papa.
Onde smorto qual rapa,
disse: "Il papa mi tocca e non lo tegno."
Rispose il Soderin: "Non ne se' degno."
Mossonsi tutti a sdegno,
e tra lor ferno questa legge nuova,
che papa sia quello che lo ritrova.
Mentre ciascun si prova,
Mantoa, Siena, Farnese andando a spasso,
una carta trovorno, ma fu un asso


L’Ariosto satirico

 
Mentre alla Cassaria dell'Ariosto abbiamo dedicato, in riferimento ai tarocchi, un articolo a parte, ci sembra necessario parlare  qui delle sue Satire che furono composte in terzine  fra il 1517 e il 1525.  


                                                                     Ariosto Satire


Se il modello, per lo stile di vita, è il grande poeta latino Orazio, inconsueto a quei tempi, lo stile letterario si eleva nei brani autobiografici dove  espressione e linguaggio  si fanno ancor più incisivi, indignati e risentiti. L’analisi è tanto ampia da costituire, secondo Cesare Segre, il più autorevole studioso delle Satire ariostesche, una “rappresentazione” conforme alla realtà del bene e del male, ad esempio a proposito della corruzione politica e amministrativa dei tempi. La  Satira VII, elaborata in Garfagnana
, venne indirizzata  a Bonaventura Pistofilo, segretario del duca Alfonso d'Este I. In essa l'Ariosto spiega il suo rifiuto di diventare ambasciatore presso il papa Clemente VII, esprimendo al contempo tutto il suo desiderio di vivere serenamente nella sua amata Ferrara. Con i versi 46-54 lo scrittore ci offre una descrizione straordinaria della Ruota della Fortuna, simile in tutto all'omonima raffigurazione presente nel Tarocco dei Visconti, laddove il personaggio che siede sulla cima della Ruota è connotato da orecchie d'asino, orecchie che spuntano anche alla figura che ascende.

Quella ruota dipinta mi sgomenta                                                       46
ch'ogni mastro di carte a un modo finge:
tanta concordia non credo io che menta.

Quel che le siede in cima si dipinge
uno asinello: ognun lo enigma intende,                                              50
senza che chiami a interpretarlo Sfinge.

Vi si vede anco che ciascun che ascende
comincia a inasinir le prime membre,
e resta umano quel che a dietro pende.                                               54

Due letterati ferraresi

 
Due preziosi documenti della metà del Cinquecento riguardano il gioco dei tarocchi a Ferrara. Si tratta di composizioni poetiche scritte da un celebre letterato del tempo, Flavio Alberto Lollio e da un suo amico, certo Vincenzo Imperiali. Entrambi i testi si trovano nello stesso manoscritto (ms. 257, cc. 30) presso la Biblioteca Ariostea di Ferrara. La prima è L’invettiva contra il giuoco del tarocco del Lollio, la seconda è la Risposta all’invettiva di Imperiali. Il Lollio descrive in tono scherzoso a tre giocatori una mano sfortunata ai tarocchi, nella quale ha perso molti scudi. Maledice quindi il gioco, con toni accesi e con sfoggio d’erudizione. Nella seconda composizione, l’amico Imperiali reinterpreta quella mano sfortunata per magnificare il gioco dei tarocchi e accusare il Lollio di avarizia. Del testo del Lollio, traduttore dal latino, sostenitore del toscano nell'annosa questione della lingua, oratore, filantropo e mecenate, ricordato dal Guarini come “filosofo eccellentissimo e di gran fama, il quale compose diverse opere per la sua dottrina stimate molto, e in particolare una Orazione della villa molto celebrata”, riportiamo il passo dove, condannando il gioco dei tarocchi, dimostra la sua eccellente perizia letteraria:

 
Onde mal grado tuo, spogliar ti senti
Del buon c’havevi: et sembri la cornacchia,
che restò spennacchiata infra gli uccelli.
Alhora se tu fossi uno Aristide,
un Socrate, un Zenone, un Giobbe un sasso,
Tu sprezzaresti il fren della patienza,
Stracciaresti i Tarocchi in mille pezzi,
Maladicendo il primo che ti pose
Mai carte in mano, e t’insegnò a giocare.
Dove lasso quel numerar noioso
D’ogni Trionfo, ch’esca fuori? o quanto
Fastidio hai tu di questo, che non puoi
Pur ragionar pur dire una parola:
Anzi servar convien maggior silentio
Che non si fà alla Predica, o la Messa.

Primiera contro Tarocchi

Francesco Berni (1497-1535) fu scrittore e poeta. La reazione di Papa Adriano VI (Adriano Florenz) a cui il Berni aveva indirizzato le sue Satire, costrinse lo scrittore a lasciare Roma, dove era andato a vivere ospite del parente cardinal Bibbiena. Morì avvelenato nella sua Firenze, dove prestava servizio presso il cardinale Ippolito Medici, coinvolto in un intrigo di corte. Aveva 38 anni. La sua rappresentazione della cruda realtà, come la peste e i vizi della gola, presentata con toni scherzosi ma mai volgari e con stile e linguaggio aulico, gli fecero derivare quel genere letterario chiamato “Capitolo Bernesco”, imitato in seguito da molti autori arcadici e romantici.


                                                                    Berni


Ai nostri fini l’interesse riguarda il componimento Capitolo  del Gioco della Primiera col commento di Messere Pietropaulo da San Chirico (Roma, 1526) dove l'autore compie una digressione sui giochi del tempo. Accanto all' esaltazione del gioco della Primiera, troviamo alcune formulazioni negative di altri giochi, come nel passo seguente dove l’asserzione di un giocatore che considera i tarocchi “un bel gioco” offre lo spunto per sottolinearne il contrario:


“Un altro più piacevole di costui, per intrattenere un poco più la festa, e dar piacere alla brigata a guardare le dipinture [le figure impresse nelle carte], ha trovato che’ Tarocchi sono un bel gioco, e pargli essere in regno suo quando ha in mano un numero di dugento carte, che a pena le può tenére, e, per non essere appostato, le mescola così il meglio sotto la tavola. Viso proprio di tarocco colui a chi piace questo gioco; ché altro non vuol dire tarocco che ignocco, sciocco, balocco, degno di star fra fornari e calzolari e plebei a giocarsi in tutto dì un carlino in quarto a tarocchi, o a trionfi, o a mischiate che si sia: che ad ogni modo tutto importa minchioneria e dappocaggine, pascendo l’occhio col sole e con la luna e col dodici, come fanno i putti”.


In un altro passo celebrativo della Primiera, il Berni scrive: «…siami concesso, non per affermare  ma per istimare o imaginare, dir che io per me credo che la denominazione di questo nome sia dedutta dal valore e dalla nobiltà della cosa, né per altro essere chiamata primiera che per essere prima e principessa, a dir così, di tutti gli altri giochi. E a dire il vero, qual altro ha più grandezza, più galanteria, più generosità e più libertà di questo? Né la ronfa, né la cricca né i trionfi né la bassetta ha a far cosa del mondo con esso. Questo è fastidioso, questo ignobile e da brigatelle, quest’altro troppo semplice, quell’altro troppo bestiale; sola la primiera è piacevole, nobile, figurata e, a dir così, buona compagna, e con tanta destrezza fa le cose sue che se ella facesse altrui tutto il mal del mondo, bisogna che l’uomo le resti schiavo, sí come di sotto dice il poeta “S’io perdessi a primiera il sangue e gli occhi, Non me ne curo”. E una grandissima prova della sua grandezza è che i gran signori a primiera giocano e non ad altro gioco, o rarissime volte».


E ancora in altro passo:


“Lasciati da banda quelli che costoro vogliono reggersi immediate dall’ingegno, non dalla fortuna, come dire li scacchi e la palla, ancor che quello sia da pedanti, questo tenga un poco del facchino insieme con li altri di questa sorte, senza numerar quelli di che è il ragionamento nostro, che troppo lungo calendario saría, concluderemo nessuno essere che, per vicinanza o parentado che abbi con madonna primiera, sia degno ove si consumi un’ora di tempo più presto che in ogni altro disutile esercizio. Abbinsi la cricca gli sbirri, i trionfi piccoli i contadini, il flusso e il trentuno le donne, il tricchetracche e il dormiresti addosso a papa Julio che lo trovò, noviera, quintiera e sestiera i troppo speculativi ingegni che, non contenti de’confini di questo esercizio, hanno trovato queste gentilezze; per andare un poco più oltre, finalmente tutti li altri, che né mi soccorrono né voglio perder tempo in numerare, siano di chi se ne diletta, senza concorrente, liberamente”.

 

L’asserzione del Berni che restringe la cerchia dei giocatori di tarocchi ai plebei, contadini e calzolai, appare in evidente antitesi con le affermazioni dell’Imperiali nella sua Risposta all’Invettiva del Lollio (si veda sopra). Al Lollio, che scrive una poesia contro i tarocchi per lo sdegno di aver perso “tre paia” di scudi”, l’Imperiali risponde che avrebbe dovuto invece cantarne le lodi, visto che il gioco lo meritava. Veniamo così informati che il Lollio stesso era un abile giocatore che dedicava gran parte del suo tempo libero alla pratica dei tarocchi. I personaggi descritti al suo tavolo, il "Podestà e Giulio Cardinale", appaiono degni di ogni riguardo. Altri giochi avrebbero meritato forse quelle critiche. Da quanto descritto si evince un ribaltamento della convinzioni, probabilmente dettate o dal solo sentimento oppure dalla situazione geografica: a Ferrara, verso la metà del Cinquecento il gioco dei tarocchi era ben conosciuto e praticato anche dai nobili al contrario di Roma dove, ma è congettura, veniva utilizzato tendenzialmente dal popolo.


Scrive l’Imperiali:

 
Ma il Tarocco se ben è un giuoco antico,
non è per invecchiar, cotanto è bello,
giuoco da far, et non disfar l’amico


e ancora

 
Ma ‘l giuoco del tarocco è da Signori,
Principi, Re, Baroni, et Cavalieri,
per questo è detto il giuoco degli honori.


Dello stesso avviso dell'Imperiali era Innocenzo Ringhieri il quale nella sua opera Cento Giuochi Liberali e d'Ingegno (Bologna, 1551) in chiusura del testo definisce "gloriosissimo" il "Giuoco del Triompho" e da considerarsi "meritatissima corona delle vostre [dei lettori] infinite honoranze" (13).


Drammi Rusticali

 

Al contrario degli autori colti che scrivevano poesie, storie e commedieclassicheggianti, gli artisti popolari davano sfogo alle loro inclinazioni, componendo strambotti, elegie ecommedie rusticali, ed erano loro stessi che poi le recitavano nelle piazze per il divertimento del pubblico meno raffinato. I drammi rusticali raccontano storie di popolani, di villici, alle prese con grandi e piccoli problemi quotidiani.


La maggior fioritura di questo genere letterario si ebbe nel Cinquecento, soprattutto presso la "Congrega dei Rozzi" di Siena, il cui linguaggio recuperava esperienze fiorentine tardo-quattrocentesche, come la Nencia di Barberino attribuita a Lorenzo de' Medici. Il motto della "Congrega dei Rozzi" inscritto nello stemma è quanto mai eloquente al fine della comprensione dell’intento dei soci: “Chi qui soggiorna acquista quel che perde”,a significare che chi entrava a far parte dell'Accademia, assumeva si il titolo di Rozzo ma viceversa perdeva, attraverso la sua frequentazione, ogni traccia di ignoranza e zoticaggine. Papa Leone X invitò più volte a Roma alcuni dei “Rozzi” per dilettarsi con le loro facezie, a dimostrazione della grande notorietà che, fin dagli inizi, i membri della congrega avevano ottenuto.


Fra i componimenti più importantidel genere ricordiamo La Catrina (ca. 1530) di Francesco Berni, La Tancia (1611) e La Fiera (1619), entrambe di Michelangelo Buonarroti il Giovane, l’Adone (1623) di Giovan Battista Marino, il Bacco in Toscana (1666) di Francesco Redi, il Lamento di Cecco (ca. 1700) di Francesco Baldovini e l'Assetta (ca. 1750) di Francesco Mariani.

 
Due sono gli autori che interessano a questo studio: Michelangelo Buonarroti il Giovane con il componimento La Tancia e Francesco Mariani, autore dell’Assetta. Michelangelo Buonarroti, detto il Giovane, per distinguerlo dal famosissimo omonimo di cui era pronipote, visse a Firenze tra il 1568 e il 1646. In quanto dotato di una buona vena poetica fece parte dell'Accademia Fiorentina e della Crusca (con lo pseudonimo L'Impostato), prodigandosi nella compilazione della prima e seconda edizione del Vocabolario. Dal gusto linguaiolo, che aveva avuto modo di affinare proprio nell'esperienza di cruscante, nasce La Tancia, commedia rusticale in versi in ottava rima rappresentata a Firenze nel 1611.


Nel Scena V del Quinto Atto, il villano Ciapino racconta un sogno in cui lui e un suo amico venivano percossi. Seppure l’espressione “E attendea pure a trionfar bastoni” stia a significare che il villano si aspettava di incorrere in altre solenni bastonate, Giulio Ferraro, che curò nel 1812 un’edizione dell’opera, fece derivare i versi sopracitati “dalla carta di bastoni nel giuoco di carte, forse quello che si diceva Trionfetti" (14).

Ciapino.
Storditi ci rizzammo, e barcolloni,
Chiamando ajuto, e non sentiva gnuno:
E attendea pure a trionfar bastoni.
Noi correvamo stretti a uno a uno,
Perchè n'eramo li fra due ciglioni.

 

L’Assetta del Mariani fu pubblicata verso il 1750. Parroco di Marciano, l’autore (il cui soprannome da membro della Crusca era l’Appuntato), compose oltre all’Assetta anche Le Nozze di Maca, ambedue accolte favorevolmente dalla critica.


Questi i versi che aprono la Scena II del Secondo Atto dell’Assetta, dove l’autore ricorre ad una analogia col gioco delle carte per descrivere una situazione in cui era incorso. Fra gli altri troviamo l’espressione “dare il marcio” termine utilizzato nel gioco delle carte del tempo, a significare (secondo quanto troviamo, anche per questo testo, nelle annotazioni di Giulio Ferraro): “vale posta doppia; figurato: diciamo dare il marcio quando conseguiamo la cosa desiderata, dicendosi a suo marcio dispetto, vale a suo doppio dispetto”.


Personaggi: Tano solo

Non c'è dubbio nissuno, ho buono in mano,
Ma una carta mi dà perso il giuoco,
E a arristiarla voglio andar pian piano,

S' è già fatta la scritta, e non è poco
Ma chel che importa poi a dar il marcio,
Ulivetta chell'è ch'attizza il fuoco.

Chesta cartaccia sola mi dà impaccio,
Che Masa non ne vuol sentir covelle,
E però niente strengo, e ‘l tutto abbraccio.

Che giova aver le carte buone e belle,
Se la peggior che sia in tu le carte
Ammazza il Re, Cavagli, e fantinelle?

Ora bisogna far un cuor da Marte,
E giocarla di testa, e a ragione,
E porci tutto il ceravello e l'arte.


Le Commedie di Giovan Maria Cecchi fiorentino

Il notaio e commediografo Giovan Maria Cecchi (Firenze, 1518-1587), fu assai vicino alla famiglia dei Medici per la quale svolse importanti uffici pubblici. Da grande amante della lingua toscana scrisse diverse opere utili alla comprensione del linguaggio fiorentino di quei tempi, una raccolta di poesie, un Sommario de’ magistrati di Firenze (1562) e Per una storia istituzionale dello Stato fiorentino. La sua fama é tuttavia legata alla produzione di una cinquantina tra commedie, intermezzi scenici, drammi e farse spirituali. Le sue ventun commedie furono composte a imitazione di quelle latine, ma con un occhio attento al mondo presente, tanto da  renderle importanti documenti di vita familiare e sociale dei suoi tempi. Scrisse anche commedie originali fra cui L’Assiuolo e Il Diamante.


La sua commedia Il Corredo, chevenne pubblicata a Venezia nel 1585 (appresso Bernardo Giunti), si configura di grande interesse soprattutto per la conoscenza di costumi e indumenti femminili cinquecenteschi. L’azione, che si svolge ovviamente a Firenze, riguarda il reperimento di un corredo di nozze, tra fraintendimenti, contrarietà dei protagonisti, etc. La drammaturgia si ispira all’antico come scrive l’autore nel preambolo “La Comedia è in Firenze, & il proscenio ve lo dimostra. Il caso è nuovo, ma però già accaduto in parte in Grecia”. Nella Scena Sesta dell’Atto Terzo, in occasione di un dialogo fra Hercole, un bravo, e Pecchia, suo adulatore, il nostro autore mette in bocca ad Hercole un’espressione con la quale il bravo intende sottolineare la propria importanza: “Io ero tra loro (come si dice) il Matto ne’ Tarochi”, divenuta un modo di dire tipico nel Rinascimento, come suggerisce la frase “come si dice”, posta fra parentesi. Da questa espressione si evince che la carta del Folle era considerata molto importante, come lo era questo Hercole tra le donne, in quanto il più richiesto, come il sale nei banchetti.

 
Leggiamo come Hercole giustifica tale affermazione:

 

Her.    Per dirne il vero io ho (e con le donne
             Massime) grazia, Io mi ricordo in Francia,
             Ch’io non potevo liberarmi punto
             Da quelle Monami grassotte, a fede
             Da capitano, ch’io avevo talhora
             Per il tanto baciar logoro il viso,
             Come in Ispagna le mani. Ma canchero
             Quelle spagnuole nel baciar le mani
             Mi succiavan le anella come Zingane.
Pec.     Non meraviglia, che ancora gli huomini
             Di cotesta nazione, bacion le mani.
             E vi fanno trovar sugo. Her. E a Napoli?
             Che mi facevan quelle Gentildonne?
             E quelle Principesse? E se e’ ve n’è,
             Non se ne parli, Io ero tra loro (come
             Si dice) il Matto ne’ Tarochi: e ’l sale
             Delle vivande loro, e de’ banchetti.
Pec.     Oh io ho sentito dire, che e’ vi si fa
             Bravamente all’amore ? Her. Io ti dirò.
             Etc.


L'espressione  oggetto della seguente disamina ebbe vita lunga dato che ancora a fine Settecento veniva utilizzata. Fu citata, ad esempio, in una delle Lettere Famigliari del letterato Giuseppe Baretti (stampate a Londra nel 1779) e in seguito pubblicate a MIlano nel 1822 nel volume Scritti scelti, inediti o rari di Giuseppe Baretti con nuove memorie della sua vita. Quest'ultima opera riporta con il titolo di "Lettere Descrittive" la I Lettera riguardante la Descrizione di Londra.

L'autore a proposito della Basilica di Westminster così si esprime fra le altre considerazioni:
"La Cattedrale di Westminster, cioè la Badìa, s’ ha pure anch'essa la sua considerevole magnitudine, quando non si paragoni al nostro Duomo di Milano, che la vince a più doppj, vuoi in misura, vuoi in marmi, o vuoi in adornezza. La Badìa è d'architettura gotica, e bujamente maestosa, comechè d'uno stile diverso da quello del nostro Duomo. Chi ne fosse l' architetto non lo so. Gli è in esso che sono riposti i cadaveri di molti Re, di molti letterati, di molti guerrieri e di molti artefici singolari e famosi a' loro dì: La più parte degl' insigni poeti inglesi hanno quivi o l'ossa, o la statua, o il busto, o almeno una lapida. Fra di essi, come il matto ne' tarrochi, v' è Saint-Evremond (15), francese, di corta suppellettile (16) tanto in filosofia quanto in poesia. Un suo aulico inglese lo fece seppellire in essa, pagando non so quanti danari. E qui bisogna dirvi che l'onore di far sotterrare se stesso o altri in quella celebre Badìa si paga a contanti" (17).


Nel Prologo di un' altra sua commedia "in cinque atti e in versi" dal titolo Gli Sciamiti (18) il Cecchi evidenzia come le commedie siano simili al gioco dei Germini, cioè delle MInchiate, in quanto ambedue necessitano di un parlare piano e forte, come meglio aggrada ai lettori e ai giocatori:

Saper sol questo: che questo proscenio,
Per oggi, è Siena ricca: e per tal segno
Vedete il Mangia (19) là su, che sta in bilico
Per sonar l' ore; ma per non far strepito
Se n' asterrà per oggi, come bramano
Che facciate ancor voi," uditor nobili
E grazïosi, in mentre che si recita.
Chè recitata, ciaschedun sia libero
Di dire e piano e forte anco il suo animo.
Chè le comedie son simili a' Germini,
Il giuoco delli quali è bello e piacemi
Solo per il gridare, e per le dispute
Che si fanno, fornito il giuoco. Oh eccovi
Fuori un innamorato, che principio
Darà all' argomento della Favola.
Io vi lascio con lui. Dio vi feliciti.

 

Nella Prima Scena dell’Atto Secondo della stessa commedia, un ragazzo di nome Lucciola rivolge ad vecchio, che era stato derubato, un augurio con chiara allusione alle carte delle Minchiate:


Lucciola
:                          Oh datti il tredici, (1)
E te ne possa portare il quattordici! (2)
Ed a quell’altro caschi addosso il quindici. (3)


(1) 
il tredici = la Morte
(2) il quattordici = il Diavolo
(3) il quindici, la Torre

Un'ulteriore menzione ai Germini si trova nella Scena VIII dell'Atto Secondo della Commedia Il Diamante dove in un dialogo fra tre personaggi Cecchi  fa dire ad uno di questi di nome Mosca le seguenti parole:

Qui si legge del nostro libro. Diavolo
Fallo!....che in sua vecchiaia e' muti spezie,
E che e' diventi il ventotto de Germini.

Versi che in Italiano corrente significano: "Qui si parla di noi. Rendilo triste. Mi auguro che da vecchio la sua vita cambi, e che diventi cornuto". Poichè la carta ventotto dei Germini (Minchiate) è il Capricorno, che riporta la figura di un becco o di un capro, diventare il ventotto dei Germini significa essere fatto becco. 

Di Gianmaria Cecchi si vedano altri passi di  commedie in I Tarocchi in Letteratura II.

Giovan Battista Marino


Giovan Battista Marino nacque a  Napoli
il 14 ottobre 1569 e morì nella stessa città il 26 marzo  1625. Considerato uno dei massimi rappresentanti della  poesia barocca italiana, creò un stile diffusosi con il nome di Marinismo. I suoi componimenti, esasperando gli artifici del Manierismo, si incentravano su un uso intensivo delle metafore, delle antitesi e di tutti i giochi di rispondenze foniche, a partire da quelli paretimologici, sulle descrizioni sfoggiate e sulla molle musicalità del verso. Nel  Settecento e l’Ottocento la fortuna di Marino decadde: le sue opere vennero infatti considerate fonte e simbolo del malgusto barocco. La sua opera è stata rivalutata nel corso del sec. XX (fu molto ammirato da Benedetto Croce) in seguito alla rinascita dell'interesse per i procedimenti analogici della poesia.


Fra il 1602 e il 1614 compose più di novecento componimenti, in prevalenza sonetti, raccolti sotto il titolo La Lira.In uno di questil’autore attribuisce il significato del Matto dei Tarocchi ad un suo conoscente, non certo da lui ben voluto:


Murtola, tu ti stilli, e ti lambicchi
Quel cervellaccio da giocar a scacchi,
E da far oriuoli ed almanacchi,
E ti sprucchi collepoli e rincricchi;
Ma, mentre in tutti i buchi il naso ficchi,
E con tuoi versi tutto il mondo stracchi,
Ogni un t’appende dietro i tricchi tracchi,
E ti manda alla forca, che t’appicchi.
O grand’ archimandrita degli allocchi
O supremo arcifanfano de’ cucchi,
O burbucione, o matto da' Tarocchi
E non t’accorgi omai, che tu ci hai secchi?
Vattene ad abitar tra’mammalucchi,
O farai meglio a conversar co i becchi.

 
Murtola (Gasparo Murtola, genovese, segretario di Carlo Emanuele, Duca di Savoia), tu ti scervelli e ti arrovelli / quel cervellaccio adatto a giocare a scacchi, / più adatto a fare  orologi e almanacchi / e ti gonfi dalla stizza, ti dimeni e ti rannicchi in te dalla passione; / ma mentre ficchi il naso in tutti i buchi, / e stanchi tutto il mondo con i tuoi versi, / ognuno ti appende dietro strepiti assordanti (20) / e ti manda alla forca affinché t’impicchi. / O grande capo degli stupidi, / o supremo fanfarone dei babbei, / o millantatore, o matto dei Tarocchi, / e non ti accorgi che oramai ci hai completamente seccato? / Se non vai ad abitar tra gli stupidi, / farai meglio a conversare con i cornuti.

"La Secchia Rapita" del Tassoni

Il poeta e scrittore Alessandro Tassoni (1565-1635) scrisse il suo componimento più famoso, La Secchia Rapita, nel 1614. L’opera in Ottave venne pubblicata a Parigi soltanto sei anni dopo. Per superare i controlli e le censure
 della  Congregazione  dell'Indice dei Libri Proibiti, nel 1624 l’autore  compose una versione particolare per il Papa. La definitiva venne pubblicata a Venezia nel 1630. 

                                                        Tassoni

Il poeta trasse ispirazione da un fatto realmente accaduto nel 1325
che infarcì con vicende fantastiche e anacronismi: i Bolognesi, invaso il territorio di Modena, furono respinti e inseguiti fino a Bologna dai Modenesi, che, fermatisi presso un pozzo per dissetarsi, portarono via come trofeo di guerra una secchia di legno. Il Tassoni immagina che, al rifiuto dei Modenesi di riconsegnare la secchia, i Bolognesi avessero dichiarato loro guerra. Il conflitto si conclude con l’intervento del legato pontificio che impose la seguente condizione: i Bolognesi si sarebbero tenuti re Enzo come prigioniero e i Modenesi la secchia.


Celebri  i versi con cui il Papa al XII Canto risponde alle richieste di denaro avanzate dai Bolognesi per sopperire alle spese di guerra da sostenere contro la città nemica:

 
CANTO XII

 
Ottava I,vv. 1-4


Le cose de la guerra andavan zoppe:
I Bolognesi richiedean Danari
Al Papa; ed egli rispondeva coppe,
E mandava indulgenze per gli altari.

 
L’espressione “rispondeva coppe” è legata alla locuzione “rispondere picche” e anche “dare il due di coppe” che, in senso figurato, ancora ai nostri giorni significa negare o rifiutare decisamente qualcosa. I giocatori di carte sanno che il due di picche è la carta di minor valore del mazzo, ma sufficiente a volte per far perdere la partita e quindi a “buttar fuori” l’avversario. Metaforicamente colui che dà il due di picche, o il due di coppe o risponde picche o coppe, lascia intendere che le sue intenzioni non sono favorevoli al richiedente (21).


Nella XIII, XIV e XV Ottava del Canto XII il Tassoni narra come il Legato Pontificio, in attesa di incontrare un Nunzio che doveva fornirgli delle informative papali, si fermasse con la sua scorta nei prati di Solera per rifocillarsi. Dopo il pranzo furono predisposte carte e tavoliere cosicché i nobili e i cardinali che accompagnavano il Legato si misero a giocare a Tarocchi e a Sbaraglino. Questo passo rappresenta uno dei momenti visti con sospetto dalla Congregazione dell'Indice dei Libri Proibiti:  poiché il gioco dei tarocchi era considerato a quei tempi d'azzardo e proibito in particolare agli ecclesiastici, il fatto che il Tassoni avesse coinvolto nel gioco diversi Cardinali i quali avevano  addirittura tirato fuori dalle tasche "una manciata di baiocchi" allo scopo evidente di pagare gli avversari in caso di perdita, non poteva essere accettato.

XIII

E ‘l Papa già co’ Genovesi havea
D’un mezzo million fatto partito,
Talché sicuramente egli potea
Ragunar soldatesca a suo appetito;
Ma il trascorrer qua, e là ch’egli facea
Il trasse fuor del camin dritto, e trito,
Fin che con lunga, & onorata schiera
Egli arrivò ne' prati di Solera.

XIV


Quivi stanco dal caldo, e fastidito
Fermossi a l'ombra e d'aspettar dispose
Il Nŭzio, a cui già un messo havea spedito
Per intender da lui diverse cose:
In tanto i servi suoi sù'l verde lito
Vivande apparecchiar laute, e gustose, 
Ed egli in fretta trattisi gli sproni,
Mangiò per compagnia cento bocconi. 

XV
 
Mangiato ch’hebbe stè fuora pensiero
Rompendo certi stecchi di finocchi;
Indi venner le carte, e’ tavoliero,
E trasse una manciata di baiocchi,
E Pietro Bardi e Monsignor del Nero
Si misero a giuocar seco a tarrochi,
E il Conte d’Elci, e Monsignor Bandino
Giuocarono in disparte a sbaraglino.


Nelle lettere del Tassoni, documentate fra il 1591 e il 1634, troviamo riferimenti ai tarocchi, o meglio ai Tarrocchi, come egli scrisse. Certamente aveva una notevole passione per quel gioco tanto da chiederne un paio di mazzi al canonico Annibale Sassi, un eminente religioso di cui conosceva un suo trasferimento a Roma dove egli si trovava al servizio del cardinale Ludovisi: "
È venuto a Roma il Signor Priore Bendidio e abbiamo fatta commemorazione lunga di V.S.  e la stiamo aspettando con desiderio grande e la preghiamo di portarci un paio di tarrocchi da far carnevale, o se non saranno a tempo, da giocare dopo Pasqua".

Nella stessa missiva il Tassoni chiede al canonico di cercare informazioni su un certo conte modenese supponendo che avesse compiuto torti nei confronti di un suo amico cavaliere. Da questa richiesta e da una sua successiva considerazione riportata in altra lettera, conosciamo che il Tassoni non aveva in grande considerazione i propri concittadini: "Qui ci sarebbe necessità per interessi urgenti d'un cavalier mio signore di sapere se costi in Modana il conte di Culagna o suo padre hanno mai fatta alcuna falsità, della quale si potesse cavar fede autentica e si darebbe una grossa mancia a chi ne desse luce. V.S. di grazia ne parli con gli amici, che mi pare impossibile che avendo essi fatte tant' altre indignità, non abbiano ancor fatta questa. N' è stato scritto anche al Sig.r cavalier Testi. V.S. gliene parli, che intanto all'uno e l’altro bacio le mani. Dì Roma, li 4 dell'anno 1625" (22).

Una medesima richiesta di un mazzo di tarocchi viene avanzata allo stesso canonico nel 1627, due anni dopo la prima missiva: "Alla fine l'oracolo d'Apollo è uscito e Nostro Signore ha dato il Vescovato al Sig.r conte Alessandro Rangoni a instaza del Sig.r Duca Conti parente suo. Però io me ne rallegro con cotesto clero, che non poteva per mio credere esser proveduto di pastore più a gusto suo; perciò che non sarà né avaro né bacchettone. Noi l'abbiamo invitato a giocare a tarrocchi, subito eh' egli sia in Roma; ma non abbiamo i tarrocchi, però se V. S. trova occasione di grazia ce ne mandi un paio. Di Roma, li 3 di Novembre 1627" (23). Il canonico Sassi spedì i tarocchi, ma il Tassoni si vide costretto a rifiutare la spesa di spedizione e quindi a rinunciarvi, causa l'
 eccessivo costo dei balzelli papali. L'amarezza per non poterli acquistare lo spinge a dire che coloro che se ne fossero appropriati non sarebbero poi stati in grado di giocare al meglio come avrebbe fatto lui e a lamenatrsi che non vi fossero al momento suoi concittadini in grado di aiutarlo in quel frangente (in pratica: quando servono non ci sono mai): "Sono venuti i tarrocchi; ma gli hanno pesati con le lettere e tassati sei pauli; io non gli ho voluti e gli ho fatto sapere che non sono lettere. Staremo a vedere che faranno. Quando vogliano piú d’un testone, vo che se ne servano essi a iocare e mi consolo che non gli sapranno adoperare, come gli veggano; né meno ci sono qui modanesi, che gli siano per riscuotere a quel prezzo. Di Roma, li 20 dì Novembre 1627" (24). 

Tarocchi e Prostitute


L’unico esempio rinvenuto riguardante l’utilizzo delle Minchiate o Germini (Tarocchi Toscani) in forma appropriata, appartiene alla metà del sec. XVI e porta il titolo di I Germini, sopra quaranta meretrice della Città di Fiorenza, dove si conviene quattro ruffiane, le quali danno a ciascuna il trionfo, ch’e a loro conveniente dimostrando di ciascuna il suo essere. Con una aggiunta nuovamente messa in questi. L’opera, di autore anonimo, venne stampata a Firenze nel 1553. Si tratta di un componimento assai caratteristico e unico, con le quattro virtù cardinali (indicate coi numeri 19, 18, 17 e 16 e dette salamandre) abbinate a quattro ruffiane. Ciascuna di esse presenta a turno nove fa­mose prostitute fiorentine, meretrici da strada, battone, che lavoravano nelle piazze e nei merca­ti rionali, identificate con le altre 36 carte dei germini disposti in ordine decrescente, dal maggiore al minore. Nell’opera una citazione è dedicata al Padovano, protagonista nel componimento dell'Aretino Le Carte Parlanti, qui indicato come fabbricante di germini di buona stampa e fatti di buon foglio.


Dopo le “stanze in iscusa” dell’autore (in cui viene menzionato il sopracitato Padovano), introdotti da una ruffiana seguono i versi riguardanti le 40 meretrici, divise in quattro gruppi di dieci. Di seguito ciascuna “donnina allegra” descrive in ottava se stessa e le proprie doti, il tutto rapportato ad uno specifico Trionfo. Si riportano alcune ottave ad iniziare da quella riguardante la Prima Ruffiana e, di seguito, tre prostitute, da identificarsi, in rapporto ai Trionfi, rispettivamente con la Carità, l’Appeso, la Luna, la Stella.

 
Prima Ruffiana


Io sono il diciannove, e fui puttana
nella mia gioventù molto onorata
persino in trentotto anni stetti sana
poi venni come gazzera pelata
per sostentarmi mi feci ruffiana
duna figliuola chi mero allevata
e perché male ella non capitassi
la presto a chi vuole e meco stassi.

 
XII  La Fiammetta

 
Io son quel traditor poltron di Gano
e impicchato pel pie come ognun vede
e Fiammetta per nome chi mi chiamo
non tengo legge alcuna e nonno fede
del sangue de furfanti sol mi sfamo
e manchami un calzin: del ritto piede
e’nchasa ognun trema alle mie bocce
sono il dodici e sto in borgo la noce.

 
XXXVII  La Ricciolina

 
Man fatto de Germini la Luna
la Ricciolina sono e son pur bella
e certo che mi doggo di Fortuna
po che non piglio piu su che la Stella
che meritavo desser io quelluna
che avessi delle trombe la novella
a certamente me fatto gran torto
ma pur perdono, e volentier sopporto.

 
XXXVI  La Buda

 
Quella che apparse a Magi in Oriente
Diana stella sono, & son la Buda
che non conosco amico ne parente
più traditora son che non fú Giuda
son ‘co gli amanti mia si diligente
quando chentro cõ lor nel letto nuda
chognun per amor mio forte martella
bella son io e degna della Stella.


Tarocchi e Commedia dell’Arte

 
Vincenzo Belando, siciliano quasi per certo, scrisse due opere: Lettere facete e chiribizzose in lengua antiga, venitiana, et una a la gratiana, con alcuni sonetti e canzoni piasevoli venitiani e toscani e, nel fin trenta villanelle a diversi signori e donne lucchesi et altri,  pubblicata a Parigi nel 1588 e la commedia Gli Amorosi Inganni, la cuistesura fu iniziata nel 1593 per poi essere terminata e pubblicata sempre a Parigi nel 1609.

 
Il Belando fu scrittore e attore (forse anche gastronomo, attività che intraprese per vivere date le difficoltà economiche tipiche dei teatranti del tempo). Egli appartenne alla eterogenea categoria degli emigranti cortigiani che a diverse ondate esportarono cultura, servizi e mestieri dalle corti italiane a quelle francesi. Trasferitosi a Parigi, vi risedette stabilmente assumendo ruoli attoriali come buffone isolato o in parti di pedante, scritturato come esterno dalle compagnie teatrali di passaggio.



                                            Comici 1

                                                                                  Commedianti francesi e italiani


Stampata quando oramai l’attore era già vecchio, Gli Amorosi Inganni si configura come opera testamentaria dell’autore. Il nome Catonzo, che nell’opera è un servo siciliano emigrato a Parigi, risulta un'evidente proiezione autobiografica dell’autore, ovviamente degradata: il nome Cataldo, che allude al mestiere di castaldo, cioè maggiordomo,  con comica storpiatura diviene Catonzo.

 
Con questa commedia, una delle tante pubblicate da attori (in questo caso da un che non era “mai stato a scuola, ma a mala pena a conoscere le sillabe” come scrive il Belando al “Benigno Lettore”  introduttivo), l’autore intese suscitare il riso e non certamente dar prova di accademica o prosaica abilità, prerogative che non gli appartenevano: “S’avete a ridere della mia sciocchezza, non ridete a bocca sgangherata, ma come ridono le fanciulle quando si dà lor nuova da maritarle, cioè con un riso cachino” (25). 


Diversi sono i dialetti, resi al meglio comprensibili, utilizzati nella commedia da altrettanti personaggi: “S’ella non parlerà fiorentino, almeno parlerà mezzo toscano; se ‘l Zanne non parlerà tutto bergamasco, parlerà mezzo lombardo, ma più intelligibile; il Magnifico parlerà all’antica veneziana, e non come si scortica al presente a Vinegia; lo spagnolo favellerà castigliano più che potrà; il siciliano, ch’è la mia lingua materna, spiegherà e’ suoi concetti più chiari che sia possibile, ancor ch’io sia stato quarantaquattro anni fuor della patria” (26).

 
La struttura della commedia evidenzia uno stadio primitivo della Commedia dell’Arte sia per quanto riguarda l’intreccio che il mansionario delle parti. Due le relazioni amorose con scambio di partner (Cinzia e Camilla, il Capitano e Dorotea); un Magnifico che fa coppia con Zanne (invece con un altro vecchio); un ulteriore zanni (Catonzo) e una servetta. I luoghi evocati spaziano dalla Sicilia a Napoli, passando per Roma, Genova, Milano, Marsiglia, Avignone, Lione e San Jacopo di Galizia (il percorso compiuto dall'autore per recarsi a Parigi), mentre i luoghi di quella cultura alternativa tanto cara al Belardo sono esclusivamente parigini, come Piazza della Greva e place Maubert, località di esecuzioni capitali e ritrovi di malfattori, oltre alle osterie del “Bue Coronato” e della “Poma de Pin”. Il tutto aromatizzato da odori di vini della Loira, del moscatello di Frontignan e di cibi abbondanti meticolosamente descritti.

 

Ci siamo dilungati nell’illustrare l’opera in quanto ci sembra di fattura straordinaria e in particolare il dialogo, in apertura della tredicesima scena dell’Atto Primo, fra il Magnifico e il suo servo Zanne. Il tema discusso è  l’Amore, - con coinvolgimento della Fortuna e della Predestinazione -, in cui scritti e pensieri del Petrarca, del Burchiello, di Virgilio e di altri autori classici la fanno da padroni. Nel dialogo, ancora il Petrarca (ai cui Trionfi si ispirano i Trionfi dei Tarocchi) viene citato appena prima dell’espressione “matt dei tarochi”, creando un suggestivo quanto casuale abbinamento.

Si riporta di seguito il passo indicato seguito dalla traduzione in Italiano corrente:

 

ZANNE: Quest’è quel che mi ve voliva di’, messir, che quest’Amor v’ha fatt pusselamen, de valent va fatt poltrù, de scaltrit v’ha fatt un gof, de dott v’ha fat ignorant, de savi v’ha fatt un matt, e d’un caval de Spagna un destrier da muli, perché da l’ora in qua ca vi si’ inamorat, non fè olter che scomponicchià, sonettacchià e scanticchià per le strade, col vostro Petrarchì in ma’, ch’a’ parì el matt dei tarochi, e pez: ché in casa vostra no se manghia più, la cusina è aghiazzà, la cantina ha la carnositat, tuch va sotto sora, a’ fares mei de tornà in vu, e andà a cercà vostra fiola, e lassà quest’amur, che’l ve sta be’, com la sella ai asini…Sté in cervel messir.

(Questo è ciò che volevo dirvi, messere, cioè che questo amore vi ha reso pusillamine, da valente vi ha reso poltrone, da scaltro un goffo, da dotto ignorante, da savio vi ha reso un matto, e da un cavallo di Spagna un destriero per accompgnare i muli, perchè dal momento in cui vi siete innamorato, non fate altro che comporre, scrivere sonetti e canticchiare per le strade, con in mano il vostro libro del Petrarca [I Trionfi d'Amore], che sembrate il matto dei tarocchi, e peggio: perchè in casa vostra non si mangia più, la cucina è  fredda, la cantina è vuota come una caverna, tutto va sotto sopra, fareste meglio a tornare in voi, e andare a cercare vostra figlia, e lasciar perdere quest'amore, che vi sta bene come la sella agli asini.....Recuperate il cervello, messere).

 

In questo caso l’espressione “matto dei tarocchi” si distanzia dal significato legato al gioco attribuitogli dal Cecchi nella sua commedia Il Corredo (vedi sopra), venendo ad assumere un valore di carattere psicologico, cioè di quella di un personaggio che, preso da follia, se ne va solitario, senza badare a quel che gli succede intorno, tanto da dover essere richiamato alla ragione con l’espressione “Stè in cervel messir”.

 

Adriano Banchieri, sulla cui vita e opere abbiamo scritto in altri nostri saggi (27), scrisse diverse commedie dell’arte fra cui L'Urslina da Crevalcor, ovvero l'amor costante, commedia (1620); La Minghina da Barbian (1621) e Il furto amoroso. Come per il Belando, egli sa trarre da un apprezzabile impasto del toscano con alcuni differenti dialetti degli effetti alquanto originali, rispettando nel contempo le regole del teatro cinquecentesco. Il furto amoroso, da lui firmato con il soprannome di Camillo Scaliggeri della Fratta, in cinque atti e altrettanti ‘Intrermedi’ [Intermedi], la cui “Scena  fingesi Bologna, madre de gli studi”, si presenta come uno dei tipici canovacci della Commedia dell’Arte. Nell’ultima scena del Quinto Atto, la parola ‘tarocco’ è messo in bocca a Tofano, uno dei personaggi della commedia:

 

“Ah, ah, ah, ah, ah, e me fè ben scappolar da ridere, e si nò ghe ne hò za gnanche volontae, e voli dir che no dovemo temer, perche nù semmo armadi vù havi indosso un zacco de maia (1), e mi un bon corsaletto (2), voleuù dir cusi, mustazzo (3) de quel Tarocco che segna e si no prende” (28).

 

(1) zacco de maia = maglia di ferro

(2) corsaletto = corazza leggera che protegge il torace

(3) mustazzo = baffo, baffone

 

Traduzione in italiano:

 

"Ah, ah, ah, ah, mi fa scoppiar da ridere, e pensare che non ne ho neppure voglia; dico che non dovremmo aver paura perché siamo armati: voi avete addosso una cotta e io un buon corsaletto; tanto per dire, me la rido sotto i baffi di quel tarocco che prende e non vince". [Il concetto è che il loro avversario, considerato un Tarocco cioè un pazzo (29), anche se è forte viene paragonato a quel giocatore che anche se qualche volta vince alla fine perde].

 

Girolamo Gigli

 

Il Gigli (1660-1722)  fu letterato e commediografo. Di questa sua seconda attività si ricorda soprattutto la commedia Il Pilone ovvero il bacchettone falso, un adattamento de Il Tartufo di Moliere, in cui egli satireggia umoristicamente alcuni noti abitanti di Siena, sua città natale, utilizzndo il linguaggio senese. Nel passo seguente un personaggio della commedia raccomanda al suo interlocutore di non eccedere nei confronti della sua serva dedita completamente nel servirlo con amore, per non farla sentire come il 'Matto de' Tarrocchi', persona cioè di alcun valore, poiché non se lo sarebbe meritato.

 

Atto Quinto - Scena II

Buoncompagno, e Geronio

 

Buonc. E’ Grazioso questo Giovane.

Ger.     Abbiam fatto una bella coppia. E Menichina ne sarà contenta?

Buonc. Non mi sarei a ciò impegnato senza le dovute scoperte. Ma Credenza?

            Povara Donna! E’ poi un poco troppo il farla divenire il Matto de’ Tarrocchi.

            Vedete con quanto amore vi serve: non v’abusate della sua semplicità con tanto suo discredito. (29 bis)

 

Giuseppe Vollo

 

Giuseppe Vollo (1820-1909) fu romanziere e drammaturgo, ultimo direttore del giornale veneziano Il gondoliere. Per aver preso parte ai moti del 1848 fu costretto a emigrare in Piemonte. Compose drammi storici (I due Foscari; Maometto II; ecc.) e commedie intrise di carattere sociale: La birraia (1852); I giornali (1855); L'ingegno venduto (1858); ecc. Tra i suoi romanzi più rinomati si ricordano Il gobbo di Rialto, Papa liberale (1868), e in particolare Gli ospiti (1865), sugli esuli in Piemonte.

 

Nel suo dramma Tutto è un sogno, troviamo di nuovo l’espressione ‘Pazzo de’ tarocchi’.

 

Atto terzo - Scena II

Loretta, Crocifissa

 

Lor.           Scaccomatto!...

Croc.         Capotto!...
Lor.           Egli rimane
                   Siccome il Pazzo de' tarocchi…
Croc.         O come
                   Un'altra carta più fatal. (avviandosi)
Lor.           La Morte!   (29 tris)

 

Un enigmatico "Nove dei Tarocchi"

 

Del gesuita e celebre trattatista del primo Seicento spagnolo Baltasar Gracián y Morales (1601-1658) fu pubblicata una sua famosa opera, l’Oráculo manual y arte de prudencia  nel 1647. Ampiamente tradotto (30) anche in Italia, ad iniziare dal 1670 (31), questo volume conobbe una grande  diffusione durante l’Illuminismo in epoca di accesi e rinnovati interessi per gli aspetti filosofici del trattato.


                                                                       Gracian


L’Oracolo, che  si configura come un manuale etico volto ad esaltare l’importanza della Prudenza e della disciplina sociale, è composto da trecento aforismi riguardanti le fondamentali norme di comportamento per l’uomo di corte, necessarie per conquistare la stima e il rispetto dei potenti senza venir meno ai propri principi.


Ciò che interessa in questa sede è l’Aforisma LXXXIV dal titolo Non essere il Nove del Tarocco che serve in ogni punto del giuoco. Per la traduzione del componimento ci siamo affidati ad una delle prime realizzata da D. Vicenzo Giovanni de La Stanosa,  pubblicata a Venezia e diretta alla Nobiltà della città nel 1679 con il titolo Oracolo manuale e Arte di Prudenza, cavata dagli Aforismi che si discorrono nell’Opre di Gratiano.

 

Non siamo al momento in grado di spiegare in che cosa consisteva  il “Nove del Tarocco” a cui fa riferimento l’aforismo, in quanto nella Spagna del Seicento il gioco dei tarocchi possedeva caratteristiche in parte diverse da quelle utilizzate in Italia. In ogni modo l'insegnamento che se ne trae è che ogni buon cortigiano non doveva esporsi in maniera eccessiva, ma mostrare con finezza il proprio talento, senza ostentazione, come una torcia che meno splende e più a lungo dura. 

 

AFORISMO LXXXIV-  Non essere il Nove del Tarocco che serve  in ogni punto del giuoco


"Vizio è di tutto l’eccellente, che il suo molto uso venga ad esser abuso. L’istesso bramarlo tutti avidamenre va à terminare nell’infastidire tutti. Grande ìnfelicità non effer buono per nulla; non minore volere esser nato, fatto per tutto. Questi tali vengono à perdere col molto guadagnare; e dopoi sono tanto abborriti, quanto per loinnanti furono desiderati. Questa proprietà del Nove de Tarrochi s’attacca ad ogni sorte di talenti, cho perdendo quella prima stima di rari,acquistansi il disprezzo di dozzinali. L’unico rimedio di tutto, che vivamente spicca frà tutti, egli è conservare un tal mezzo nell’eccesso del suo splendore, che la Eccellenza consista nella finezza del talento, e la Moderazione nell’ostentazione di esso. Quanto più risplende una Torcia, tanto siconsuma più, e dura meno. Scarsezze di pompose mostre si ricompensano con usure di lunga, e soda stima".


Versi Appropriati

 

Un vero e proprio sottogenere letterario derivò dalla consuetudine di mettere in rima o di versificare i tarocchi ‘appropriandoli’ a personaggi della più diverse classi sociali. Fra i più celebri componimenti del sec. XVI si ricordano, oltre a quello sulle prostitute di Firenze sopra descritto, i Motti alle Signore di Pavia sotto il titolo dei tarocchi (32); i Triomphi de’ Troilo Pomeran da Cittadela composti sopra i Tarrochi in Laude delle famose Gentil donne di Vinegia (33) di cui si riportano due pagine dal testo originale (figura 9); i versi dei Trionphi de Tarocchi appropriati (34) dedicato a donne ferraresi e Il Trionfo Tridentino di Leonardo Colombino (1524-1580). Soffermandoci per un attimo su quest'ultimo Trionfo, occorre dire che si tratta di un poemetto di ben 86 ottave che il Colombino, notaio e scrittore dilettante molto in vista nella Trento di quel tempo, dedicò a Cristoforo Madruzzo, principe-vescovo di Trento e suo protettore. Il poemetto venne recitato in occasione della festa che  il vescovo  indisse il 3 maggio 1547 per celebrare la vittoria imperiale di Muhlberg sui protestanti. I festeggiamenti ebbero luogo presso Palazzo all'Adige (in seguito chiamato Palazzo dell'Albore), appena fuori città dove si ammirarono parate accompagnate da musiche, recitazioni e danze in cui si cimentarono le fanciulle di Rovereto, Trento e  Riva del Garda, mentre le signore delle più nobili casate trentine impersonarono le figure simboliche dei tarocchi. Di seguito la stanza XXIX  riferita al Diavolo  interpretato dalla signora Bartolomea Podestessa:

Apena il Diavolo nel giardin comparse
Che già scandalizar comincian molti,
Tanta zizania dai belli occhi sparse
A chi nel mal oprar vi eran già involti.
Ma a questa Podestessa già non parse
Che in gratia alcun di lor fossero tolti
E altri che il suo consorte mai in eterno
Non speri entrar la porta del suo inferno.  

La moda di abbinare in versi i significati dei tarocchi si protrasse anche nei secoli successivi tanto che nella Bologna del Settecento questa pratica divenne consueta. Un componimento anonimo ha come oggetto di scherno i canonici della Chiesa di San Pietro fra i quali si riconoscono nomi appartenenti al basso clero e alla buona borghesia. Il componimento è intitolato Thrionfi de Tarocchi e motivi latini appropriati a ciascuno dei canonici di San Pietro (35) dove troviamo i nomi dei Trionfi in italiano e i motti in latino. Fra gli attributi più satirici troviamo un “a mala pena sufficiente”, un “mai sufficiente”, un “la sua lingua è una spada acuta” e un “fratelli siate sobri” accanto ad altri dalla connotazione positiva come “rifulge ovunque” e “potente nel parlare e nell’agire” (figura 10).  

Sempre rivolto a dame e di autore anonimo sono i versi che portano il titolo I Trionfi de Tarocchini Apropriati ciascheduno ad una Dama Bolognese con la spiegazione in fine per capire meglio li sudeti Trionfi ossia satira da N.N. (36).Il componimento, che data ad un periodo senz’altro anteriore al 1725 in quanto presenta ancora le figure dei Quattro Papi, è diviso in due parti distinte: la prima elenca le corrispondenze fra i Trionfi e le singole dame; nella seconda, accanto ai nomi delle dame, vengono fornite informazioni sui nomi dei relativi padri, mariti, suoceri e titoli nobiliari con una giustificazione dell’attribuzione data a ciascuna dama come descritta nella prima parte. Fra le diverse assegnazioni alcune risultano alquanto brutali, come ad esempio quella del Diavolo, abbinata alla contessa Baldi “perché di spaventevole difformità e bruttezza” (figura 11).


Un Gioco di Società con i Tarocchi

Girolamo Bargagli, vissuto tra il 1537 e il 1586, letterato e giureconsulto senese, fu membro dell'Accademia degli Intronati (con l'appellativo di Materiale) che  nella seconda metà del Cinquecento rappresentò il più significativo centro di produzione di commedie regolari. Il componimento più famoso del Bargagli fu senza dubbio La Pellegrina, che scrisse nel 1564 su incarico del Piccolomini. A quest'ultimo si era rivolto per tale commissione il cardinale Ferdinando de' Medici (poi, dal 1587, granduca di Toscana), ma il Piccolomini, preso da diversi interessi e doveri, aveva passato l'incarico al giovane collega, che  si fece aiutare da un altro accademico, Fausto Sozzini detto il Frastagliato.  Quest'ultimo Intronato infarcì il testo con numerosi accenni polemici riguardanti la corruzione del clero, ragione per la quale  l'opera  venne rappresentata e stampata  solo nel 1589, dopo la morte del Bargagli. Su iniziativa del fratello Scipione venne recitata, seppur censurata in alcune sue parti, dagli Intronati a Firenze per le nozze del granduca Ferdinando I  che, dopo aver deposto la porpora cardinalizia nel 1588, sposò l’anno dopo Cristina di Lorena, nipote di Caterina de’ Medici, regina di Francia.


Conoscono assai bene quest'opera gli storici della musica in quanto in occasione della sua rappresentazione il conte Giovanni Bardi ideò sei intermedi, composti nelle parole da Ottavio Rinuccini, Giovanni de' Bardi, Giambattista Strozzi, Laura Lucchesini  e musicati dai maggiori artisti del momento, vale a dire Emilio de' Cavalieri, Cristofano Malvezzi, Luca Marenzio e Giulio Caccini. Fu uno spettacolo memorabile e non poteva essere diversamente dato i nomi dei partecipanti e i costumi e le scenografie curate dal Buontalenti.


L'opera del Bargagli di interesse in relazione ai tarocchi  è il Dialogo de' giuochi che nelle vegghie Sane­si si usano di fare del materiale Intronato (Siena, 1572), un vero e proprio trattato sui giochi del tempo,  il cui perfezionamento viene attribuito dall' autore agli Accademici Intronati. L' opera è composta da una serie di sentenze o  digiudi­zi nati da un dialogo al quale prendono parte, appunto, gli Intronati. A proposito dei tarocchi (giudizio 57) si legge: “Et io ancora (soggiunse il Mansueto) ho veduto fare il giuoco de’ Tarocchi, ponendo a tutti li circostanti un nome di tarocco, e qualcuno di poi dichiarar chiamando, per quale cagione stimasse, che a questo et a quello il nome d’un tal tarocco fosse stato posto”. Risulta evidente che il gioco dei tarocchi così come viene qui descritto, va messo in relazione alle pasquinate, ai sonetti e ai motti basati sull’associazione di un Trionfo a una persona nota.


Miscellanea

 

Riportiamo ora diversi testi che appaiono di una certa rilevanza per quanto riguarda l’ordine dei Trionfi all’inizio del sec. XVI (37). Mancando ad essi qualità artistiche di rilevante spessore, la loro presenza si deve soprattutto a motivi di mera completezza.

 
Strambotti de triumphi

 
Una canzone di anonimo della fine del sec. XV inizi XVI si trova in una raccolta di strambotti  dal titolo Strambotti d’ogni sorte & sonetti alla bergamasca gentilissimi da cantare insu liuti & variati stormenti. Lo strambotto, usualmente composto da una singola stanza di otto endecasillabi,  veniva cantato, come si deduce anche dal titolo sopra riportato, con accompagnamento di strumenti. Mario Menghini in una sua edizione su Serafino de’ Ciminelli (38), chiamato Serafino l’Aquilano, compositore di Strambotti, riporta diversi componimenti  tratti da questa raccolta fra cui lo Strambotti de Triumphi, che appare con minime varianti rispetto all’originale che di seguito riportiamo:

Miracomãdo  aquel angelo pio,
al mõdo al sole alla luna & lostello
alla saetta & a quel diavol rio
la morte el traditore el vecchierello
la rota el caro & giustizia di dio
forteza & temperanza & amor bello
al Papa Imperatore & Imperatrice
al bagatello al matto più felice.

 
Alcuni componimenti sui Germini o Minchiate

 

Il primo documento conosciuto in cui appare il termine Germini (Minchiate) è il Capitolo in lode della Zanzara, composto da Agnolo Allori, detto “il Bronzino” (1503-1572),  discepolo in pittura del Pontormo, ma  anche dilettante di poesia bernesca (intorno al 1530-40). Alcuni versi del Capitolo  (dedicato a Benedetto Varchi  in seguito alla richiesta da lui rivolta ad artisti toscani,  fra cui il Pontormo, di pronunciarsi se fosse maggiore la pittura o la scultura), sono incentrati sui Trionfi toscani:

 Ponete mente il giorno delle feste
     Dove si giuoca a Germini, ed allora
     Vi fian le mie parole manifeste.
L’Imperadore e ‘l Papa che s’adora
     Vi son per nulla, e le virtù per poco,
     Fede e Speranza, ed ogni altra lor suora.
Il zodiaco e ‘l mondo, e’l sole e ‘l fuoco,
     L’aria e la terra, ogni cosa si piglia
     Con quelle trombe alla fine del giuoco.
La gente s'argomenta, ed assottiglia
     Fino a un certo che, poi s'abbandona,
     Gli studj ed ogni cosa si scompiglia.
Chi trovò questo giuoco, fu persona
     Che dimostrò d'aver cervello in testa ,
     E tanto manco poi se li perdona:
Ch' egli aveva a cercar (veggendo questa
     Tromba tanto valer) di quella cosa,
     Che fu cagion d' un suon di tanta festa,
La qual trovata, aver la generosa
     Zanzara in una carta ornata e bella,
     Dipinta come quando o vola o posa.
E far che fosse ogni trionfo a quella
     Soggetto; e cosi il giuoco andava in modo,
     Che 'l ver saria rimasto in sulla sella.
S'io stessi sano, e ch' io avessi il modo
     Tanto ch' io fossi un tratto imperadore,
     Io farei pur un' insegna a mio modo.
Io non ne vorre' andar preso al romore,
     E lascerei quell' aquila a' Trojani,
     Che mandò quel fanciullo (39) al Creatore.
La ne dovette far parecchi brani
     Del poverino: e dicon che fu Giove
     Che 'l portò in cielo; io 'l crederei domani.
E senza andarmi avviluppando altrove,
     Torrei questa, ch'io canto, per bandiera:
     Ed udite a ciò far quel che mi muove.
La fama ha quelle trombe, e vola altera
     Come costei, ond' io l' ho per figliuola
     D'una zanzara; ell'ha quella maniera.
E se la fama tanto vale e vola,
     Quanto varre' la madre e volerebbe
     Per la riputazion, non ch'altro, sola?
Credo che solo al nome tremerebbe
     Quanto la terra imbratta e l'acqua lava,
     E che col tempo ognun meco starebbe.
Ecc.


Ulteriori documenti sempre riguardanti i Germini sono costituiti dalla novella di Agnolo Fiorenzuola Sopra un caso accaduto a Prato (ca.1541), dove troviamo indicazioni sul gioco attraverso modi di dire dei giocatori («se fa a germini e dica al compagno: Dà uno di quei piccioli” e “il compagno die ‘l trenta dua, e’ dice “Bene”; se dice: ‘Da un dell’aria’, e colui die una salamandra, ‘e dice: “Buono, buono, compare”» e da La Cortigiana di Pietro Aretino (Seconda versione, 1534) dove  nell' Atto V, alla scena 11, Rosso dice: “poco starete a far gemini dei tarocchi con Livia”. 
 

Appartiene invece alla tipologia di componimenti dei “Tarocchi Appropriati” il Capitulo de’ trionfi del passo col Matto e l’Amore facti in Prato l’anno MDXXXIIII di Niccolò Martelli dove ciascun trionfo è abbinato ad una gentildonna di Prato. A questo Capitolo fanno seguito le Stanze facte a l’improviso lungo el Bisentio sopra una parte de l’insegne de’trionfi, composte dall’autore sempre nel medesimo anno (40-41).

Il Martelli, valutato uno scadente letterato dai critici degli ultimi due nostri secoli, 
fu ai suoi tempi variamente giudicato. Così scrive di lui Armando Sapori trattando della storia commerciale del Rinascimento:  «Niccolò Martelli, uomo del secolo XVI, che lasciò egli pure gli affari, nel partire da Firenze disse di "volersi ricreare con i versi [ne scrisse tanti, e brutti, dedicati ai signori che lo ospitavano] dalle beghe della vile mercatura"». Apostolo Zeno nelle annotazioni all'opera Biblioteca dell'Eloquenza Italiana di Monsignore Giusto Fontanini, Arcivescovo d'Ancira (Parma, 1803) scrive che "Il Martelli da giovanetto andò a Roma, in tempo che vi era Pietro Aretino d'anni XXVIII, il quale postogli affetto, compose in sua lode un capitolo e insieme lo confortò a entrare nel dilettevole campo della poesia toscana, in cui poscia riuscì più che mezzanamente felice". Al contrario, nel Tomo IV delle Opere di Monsignor Giovanni della Casa, curato da Battista Casotti (Napoli, 1733), troviamo che per testimonianza degli eruditi Compilatori dell' Accademia Fiorentina delle Notizie Storiche , il Martelli era uomo "di mirabìl facondia, e dì grande, e soave ingegno”.
 
Ritornando al Capitulo de’ trionfi del passo, occorre precisare che l'espressione "del passo" sta indicare quelle carte di Trionfi oggi comunemente conosciute come Arcani Maggiori, cioè le carte più rilevanti dal punto di vista simbolico e allegorico.

Questo l'inizio del poema:

Senza giudicar, Donne, a passïone
di voi s’è facto i Trionfi del passo,
però stia ognuna u’ l iuditio la pone.
E udirete, mentr’andiamo a spasso,
e mentre l’un ragiona, e l’altro canta
chi l’ha di voi più alto e chi più basso.
Quella di Marïan ch’ha in sé tanta
bellezza che potria far arder Giove,
la Tromba fia, de’ Germini el quaranta.
Etc.

 
Il Capitolo termina con queste rime:

 

Ècci due altre cose che vanno
L’un senza l’altro, chè ‘l matto e l’Amore,
però fra queste ancor si noteranno.

…….

Or se tu domandassi me, lectore,
quel che d’esti trionfi pare a me,
risponderei, per far al vero onore,
che sare’ chi avessi el quaranta per sé.

 

Il Martelli riportò in una sua lettera indirizzata ad una certa "Mad. M. Dem" il ricordo di come e quando avvenne l'occasione della stesura del Capitolo de' Trionfi, così come troviamo ne Il Primo Libro delle Lettere (42), di cui proponiamo il relativo passo:

"Et passato detto piacevol carnovale, soggiunse la quaresima, i quali giorni si spendevon quietamente & alle prediche & alle perdonanze, & alle laude, secondo il consueto della christiana religione, delle piu belle & honeste della Terra, sempre accompagnata, di poi passata anchora la resurretion del Signore, & cominciandosi aprir la stagione, la quale richiedea i diporti, & i solazzi fuor della Terra per la felice & gratiosa primavera, che incominciava, ne parve d'uscire con qualche cosa di nuovo, per variar i piaceri cominciandosi delle piu belle, &  gratiose della Terra in terza rima, à fare i trionfi del passo, per potere distinguere & consegnare le lodi di ciascuna secondo meritava, & si fecion tanto à proposito & giusti senza partialità che ciascheduna par che del suo luogo rimanesse contenta, equali trionfi alla presenza della maggior parte al convito dello honorevole M.Giovanbattista Spighi cantati & recitati in su la lira furono del medesimo Auttore: ne bastò solamente questo, che si seguitò di fare anchora  alcune stanze sopra à una parte di essi trionfi, almeno di quelle, che alla presenza & in compagnia della Signora Contessa de Bardi, sempre si trovavano, qual stanze si cantorono & publicorono, ma non dettano, perche voi non volete, in altro splendidissimo convito à santa Anna, al non men bello che commodo luogo, del cortesissimo & genial Lorenzo Segni, dove al si concorse tanti varij & dilettevoli piaceri di moresche, & balli rustici di più di dieci miglia lontano, che fu una cosa infinita, che concorse non solamente tutto Prato, ma della città nostra di Fiorenza anchora, così finito quel giorno dilettevole, & lungo naturalmente, ma breve per li spessi, & varij piaceri che quivi s 'adunorono non molti giorni dopo si ascese  al dilettevol Poggio delle sacca; dove essendosi per piu d'una volta, per voi sentiti i trionfi & stanze sopra essi composte dopo il danzare, & honestissimamente  festeggiare à l'ombra di cipressi, & di mirti vicini à un bel fonte, non mancò chi di voi all’improviso  cantasse alcune stanze, non solamente sopra le doti datevi sopra i cieli, ma anchora sopra gli habiti leggiadri, et bei colori, che difusamente ciascheduna portava: etc".

Sulla natura del volgare toscano

Benedetto Varchi (1503-1565) nacque a Montevarchi, in Toscana. Assecondata dal padre la sua predisposizione per gli studi letterari, studiò giurisprudenza divenendo notaio. In seguito fece parte dell'Accademia Fiorentina occupandosi di linguistica, critica letteraria, estetica e filosofia, ma anche di alchimia e botanica. Scrisse il trattato L'Hercolano (pubblicato postumo nel 1570), la commedia La Suocera e moltissimi sonetti. La sua attività letteraria, molto apprezzata dai contemporanei, gli valse la nomea di filosofo che lo rese ben presto famoso, anche se in realtà fu soltanto un divulgatore di idee filosofiche.


La sua opera più famosa rimane comunque L’Ercolano, un dialogo tra l’autore e il conte Ercolano, sulla natura del volgare toscano (L’Ercolano, dialogo di Benedetto Varchi  dove si ragiona delle lingue e in particolare della toscana e fiorentina). Il successo fu immediato grazie soprattutto al fatto che fu il primo libro di linguistica a non essere scritto in latino. Discutendo se la lingua greca fosse più o meno ricca del nostro volgare, il Varchi descrisse centinaia di espressioni fiorentine, tutte relative al parlare corrente, senza corrispondenze nella lingua greca.

Una di queste riguarda il gioco delle minchiate: “Dare il suo maggiore, tolto dal giuoco de’ germini, o vero de’ tarocchi nel quale sono i trionfi segnati col numero, è dire quanto alcuno poteva e sapeva dire il più, in favore, o disfavore di chi che sia; e perchè le trombe sono il maggiore de' trionfi del passo, dar le trombe vuol dire fare l'ultimo sforzo”.


Tre  letterati del Settecento

Il gesuita Giambattista Roberti (Bassano del Grappa,  1719-1786) si occupò di lettere, di teatro e di scienze. Un personaggio poliedrico in tutti i sensi. A Parma, presso il Collegio dei Nobili, insegnò Retorica e ricoprì la carica di Accademico trovandosi per questo anche preposto all’organizzazione delle rappresentazioni teatrali, che costituivano un momento importante nel metodo educativo dei collegi gesuiti. Questa esperienza influenzò il gusto e la sensibilità artistica del Roberti, che si interessò molto da vicino alle esperienze teatrali italiane ed europee di quegli anni, mostrando particolare predilezione per le opere di Carlo Goldoni. A Bologna, mentre insegnava  filosofia manifestò una profonda attenzione per le scienze, cosa che lo portò a stringere amicizie con famosi personaggi  del tempo come Francesco Algarotti. Dopo la soppressione della Compagnia, il Roberti si trovò in prossimità del pensiero illuminista. Fra i suoi numerosi componimenti troviamo un poemetto dal titolo Le Perle pubblicato a Bergamo nel 1771. L’opera,di carattere didascalico,è dedicata alla pesca delle perle e al loro utilizzo, con cenni sulle gemme e i metalli preziosi; nelle note egli accenna anche alla fabbricazione delle perle artificiali, nonché aisistemi di pesca subacquea. Il componimento venne dedicato al patrizio genovese Conte Gian-Luca Pallavicini ed è nella dedica che troviamo un riferimento ai tarocchi bolognesi e alle minchiate, laddove l’autore, passando in rassegna i diversi divertimenti che attraevano l’amico Conte, si augura che anche il suo libro potesse risultare fra questi:

Dunque, Signor, li prendi, e ad essi dona
Il tranquillo silenzio d' una sera,
Solinga sera ed a Minerva sacra:
Chè finalmente è tuo bello costume,
Mentre ad altri il sottil ombre accigliato,
Che è del pensoso guerreggiare Ispano
Giocosa immago, e le Tosche minchiate,
Ed il felsineo vario tarocchino
Suscitatore di piacevol ira,
E il teatrale riso e il lieto ballo
Le notti usurpa, bel costume è farti
Tua notturna delizia un dotto libro:
Un di que' libri che tu alberghi a folte
Ornate schiere, e quelli che la pura
Religion letteraria de’Giunti,
De gli Stefani esatti e de' Manuzj
Ne le purgate edizïon veraci
Li volea a i miglior dì da colpe immuni;
ecc


Interessante notare come il Roberti descrive il Tarocchino: l’espressione “Suscitatore di piacevol ira” denota un atteggiamento aperto, benevolo seppur l’autore fosse uomo di Chiesa e per di più un Gesuita. Da uomo di mondo, appare evidente che il Roberti aveva compreso che non vi poteva essere divertimento laddove le passioni dovevanoo essere controllate o addirittura represse.

Niccolò Forteguerri (1674 -1735 ), nacque a Pistoia e trascorse la maggior parte della sua vita a Roma come ufficiale della Curia. Pubblicò antologie nello stile dell'Arcadia, oltre a favole e satire, ma è soprattutto ricordato per il Ricciardetto, scritto fra il 1716 e il 1725, composto di trenta canti in ottave, pubblicato postumo col nome dell'autore grecizzato in Niccolò Carteromaco. "Il Riciardetto è un frutto tardivo della dissoluzione del poema e delle idealità cavalleresche, nel solco della tradizione creata dal Morgante del Pulci e dal Baldo folenghiano. Esso non è propriamente né una satira, né una parodia, poiché la materia cavalleresca costituisce il semplice spunto, il punto d'appoggio per il libero e gioioso e sapido fantasticare di cui si compiace l'autore, e ch'è il pregio principale del poema" (43).

È all’Ottava 46 del Canto XII che troviamo riferimenti ai tarocchi e ad altri giochi di carte, un Canto il cui Argomento viene così descritto dall’autore:


Le Dame e i Cavalier menando vanno
Con le villane in balli il giorno lieto.
Rinaldo, Astolfo togliendo d'affanno,
Scopre alla vecchia ria tutto il decreto.
I due cugini a contrastar si danno
Contro i folletti, e cascano ad un peto;
II quale fu si puzzolente e strano ,
Che Iddio ne scampi ogni fedel Cristiano.

Ottava 46


Gli uomini stanno in casa; e se talora
Per alcuna bisogna son forzati
Ad uscir, vanno con la fante fuora;
E quando in casa si son ritirati,
Ora da questa, or da quella Signora
Cortesemente sono visitati,
E trattenuti a l'ombre, a' tarocchini,
A primiera, a tresette, a' trionfini.

Giovan Santi Saccenti (1687-1749) nacque a Cerreto Guidi. Avviatosi dapprima agli studi della Giurisprudenza, li abbandonò per dedicarsi alla poesia. Per sopravvivere fece il notaio. La maggior parte dei suoi lavori confluì postuma nel volume Le Rime di Giovan Santi Saccenti da Cerreto Guidi, Accademico Sepolto. Così scrive di lui l’editore della ristampa successiva di quest’opera nel 1808: “Di aspetto severo anzi che nò riusciva molte volte piacevole, e vivace nella compagnia degli amici, coi quali era liberale dei suoi versi universalmente applauditi per quella schietta naturalezza, e spontaneità di vena, che gli distingue. Fu, con raro esempio, modesto estimatore delle cose sue, e non pensò giammai di renderle pubbliche colle stampe; ma restatene le copie presso i suoi familiari, furono queste raccolte, e pubblicate per la prima volta nel 1761 in data di Roveredo, e più correttamente nell'anno 1789  in Cerreto”.


In un Sonetto egli ammette la sua ignoranza nei riguardi del gioco delle carte e dei tarocchi:

 
SONETTO

 

Quadriglio non l'intendo, e alle Minchiate
Stento a saper se il Diavolo è tarocco,.
Vengo a veglia, e sto quì come un pitocco
A trincar del caffè quanto ne date.


Al più faro due rime sconcertate,
O un Sonetto dirò guasto, e ritocco;
Saprò forse cavar da un tema sciocco
Qualche nojosa diceria da Frate.


E in grazia di tant' opra, io vidi iersera
Comparire una Lepre a casa mia,
E lì stanca dar fine alla carriera.


Benvenuta, diss'io, vosignoria
Chi vi manda? rispose in sua maniera:
Chi ha della roba da gettarne via:


Oh somma cortesia!
Se ognun l' ammira, e con stupor ne parla
Io che farò ? confondersi ? eh! mangiarla.

Bologna e i Tarocchini

Oltre ai sopracitati documenti bolognesi descritti nel paragrafo "Versi Appropriati" diversi altri testi furono composti prendendo spunto dai Tarocchini. Uno di questi porta l’altisonante titolo di La Granda de Tarochini che invita le Sfere Celesti Aeree Ferree, e Sotteranee, al Trionfante Applauso Universale del Sig. Andrea Casale (44). Si tratta di un componimento anonimo in versi sciolti facenti parte di una raccolta miscellanea manoscritta contenente documentazione del sec. XVIII, ma riferita anche ad eventi del secolo precedente. La data più recente risale al 1709 con un proclama di Federico IV di Danimarca. Con il termine Granda viene oggi chiamata una combinazione realizzata coi trionfi nel gioco del tarocchino. Andrea Casale (o Casali), nobile bolognese, nacque a Bologna nel 1582 dal Senatore Mario Casali e dalla Signora Barbara Malvezzi. Militò nell'esercito di S.M. Cattolica combattendo all'assedio di Ostenda. Ferito, fu creduto morto e, fatto schiavo dai turchi, condotto a Tunisi. Dopo 25 anni fu riscattato dai Padri dell’Opera del Riscatto e una volta libero andò a Roma dove la sua identità di nobile bolognese fu dapprima contestata, ma poi riconosciuta. Dopo alterne vicende fu esiliato a Civitavecchia dove morì, poverissimo, nel 1639.

Questa storia è versificata dall’autore abbinando i nomi dei Tarocchini alle diverse situazioni, come troviamo ad esempio nei seguenti versi relativi al suo ferimento “Vien fulminato da nemica mano / Con una traditrice archibugiata / Che nel sinistro braccio lo Saetta e in quelli riguardanti il suo ritorno a RomaE a viva Forza delli suoi Contrarij / Per Giusta causa, e buon Temperamento / quasi in pomposo Carro trionfale / Lo riconduce nell’amata patria”. Di seguito ai versi troviamo un “Applauso” cioè una rima in lode dell’eroe, dove tutti i Trionfi sono invitati affinché “Cantino con applauso universale e viva, vivo in Vita, Andrea Casale” (figura 12).


Una poesia, composta sull’Amore utilizzando i nomi dei Trionfi, si trova in una miscellanea di scritti in prosa e in versi databili dal XVII al XIX secolo che trattano argomenti religiosi, politici e satirici riguardanti in gran parte i sommi Pontefici (45).La composizione, dal titolo Con li Trionfi e con le figure del Gioco Tarocchino in quest’Ordine disposti, si descrive poeticamente la forza d’Amore, descrive l’Amore che alla guida del suo carro colpisce con le sue saette, senza alcuna distinzione, il cuore degli uomini affermando la pazzia di coloro che pensano di resistergli, dato che l’Amore governa su tutto ciò che il sole e la luna illuminano, concludendo con l’affermazione che non esiste al mondo un potere più grande del suo (figura 13). 


Volendo documentare per ultimo anche un momento della letteratura dialettale, seppur appaia di difficile comprensione si riporta un sonetto la cui lingua dialettale appare molto diversa da quella odierna. Il documento è compreso in un fascicolo di miscellanea con molti altri sonetti in dialetto bolognese (46). La data della sua composizione dovrebbe risalire fra il 1757 e il 1763, epoca in cui ebbe luogo la Guerra dei Sette Anni. Diversi componimenti che fanno parte della miscellanea sono infatti datati all’incirca a quel periodo: il primo tratta la presa di Praga, il secondo è una risposta al maresciallo Schewerin, mentre altri hanno come argomento il Re di Prussia. Questi riferimenti sono verosimilmente inerenti alla Guerra citata, nella quale ebbero un ruolo preponderante la Prussia e il suo re Federico II il Grande. Di seguito si riporta la traduzione dall’originale visibile in foto (figura 14): 


Per fare una partita a Tarocchino
I tedeschi, i francesi e i russi
Contro il Re di Prussia si misero un giorno a tavolino
Con l’idea di vincergli un’acquavite.

 
Lui che stima i giocatori poco meno che niente
Sta far fare le carte alla sua destra
E scartando a quel Re che era più vicino
Fece un rifiuto che non esiste.


Egli ha la presunzione d’andare avanti
E di potere dare marcio (47) a tutto il mondo
A forza di questi prussiani belli ed eleganti


Ma cominciano a sminchiare (48) da capo a fondo
Signori alleati non guardate al suo brutto gioco
Portategli via tutti gli occhi, lasciate però il piatto con la posta (49).

 

Il Ribelle Tekeli

La liberazione dell'Ungheria dai Musulmani assunse in Europa i caratteri di una vera e propria crociata contro gli infedeli. Il nobile ungherese Imre Thökoly (1657-1705) che aveva combattuto a fianco dell’Impero Ottomano, rinnegando la sua terra e la sua religione, divenne l'emblema del tradimento. Significativo al riguardo è un sonetto di condanna a lui rivolto imperniato sui Trionfi bolognesi riportati  in ordine discendente, Il giuoco de Tarocchini sopra Michele Tekely Ribello (figura 15) dove il traditore Tekely (trascrizione impropria del cognome) viene definito "Angelo infernale"  per aver spinto la Turchia in guerra contro l'Austria.  Dal finale del sonetto comprendiamo che il componimento fu scritto quando  Thökoly era ancora vivente, dopo le sue grandi sconfitte, quindi con molta probabilità verso l'ultimo decennio del sec. XVII.

Così l'incipit del sonetto:

Angel d'Inferno sei Michel, che al Mondo
Tentasti d'Austria il Sol rendere nero,
tu la Luna Ottomana, astro che immondo
suscitasti fellon contro l'Impero.


Una politica rovinosa

 

Nell’Almanacco della Commedia Umana per il 1886 edito da Sonzogno apparve una satira sulla vita economica, sociale e politica dell’Italia attuata con i tarocchi. Il componimento, che reca il titolo Il Nuovo Giuoco dei Tarocchi, venne composto abbinando due quartine a ciascuna carta di Trionfo, le cui figure furono liberamente rimodellate per l’occasione e incorniciate da schizzi di carattere allegorico. Il Bagatello venne associato ad Agostino Depretis, Primo Ministro del tempo; i versi che accompagnano la carta del Papa (Leone XIII) appaiono come una pesante accusa di stampo radicale alla ricchezza del Vaticano; la carta dell’Imperatore critica il Ministro degli Esteri Pasquale Mancini, reo del riaccostamento italiano ad Austria e Germania; l’Appeso diventa il buon contribuente oberato dalle tasse, nello specifico quelle del decimo di guerra e sul macinato. Particolarmente espressivi sono i versi che accompagnano la carta della Torre (figura 16) contro la politica coloniale del governo, il quale aveva occupato la baia di Assab nel 1870 e quella di Massaua nel 1885. Versi profetici, oseremmo dire, in quanto previdero il disfacimento delle ambizioni italiane in Eritrea che avvenne appena un anno dopo a Dogali, il 25 gennaio 1887. Così infatti recitano i versi:

Con tant’arte l’avevan fabbricata
A base di perfidia e ipocrisia,
Che di supporla un giorno rovinata 
Per lo men reputavano pazzia. 

Eppur non correrà lunga stagione 
Che si vedrà cangiar questa bonaccia 
In uragan tremendo, e il torrione 
Di sé nemmen più lascerà la traccia.
 

Note

1 - I Tarocchi Sola-Busca risalgono alla fine del sec. XV.  Il loro nome deriva dalla famiglia dei proprietari. Ultimamente sono stati acquistati per la cifra di 800.000 euro (a mio avviso ben spesi) dallo Stato Italiano per la Pinacoteca di Brera. L' autore (probabilmente il miniaturista Mattia Serrati dal monogramma M.S. inciso su numerose carte) non raffigurò nei Trionfi le figure tradizionali ma, a parte il Folle, guerrieri e personaggi dell'antichità classica (ad esempio: Lempio, Catullo, Nerone, Sabino, Catone, etc) e in due casi personaggi desunti dalla tradizione biblica: Nabuchedenasor (Trionfo XXI)  e Nenbroto (Trionfo XX). Di quest'ultimo  è possibile creare un parallelismo con il significato della Torre in quanto il personaggio (la Bibbia lo cita come Nimrod o Nemrod e gli attribuisce l'idea della costruzione della torre di Babele) viene raffigurato di fronte ad una colonna colpita da un fuoco scendente dal cielo. Le 56 carte minori presentano invece scene di vita quotidiana e di fantasia.
2 - L'eccellente disamina si deve a Giuseppe Crimi nell'opera L'oscura lingua e il parlar sottile. Tradizione e fortuna del Burchiello, Manziana (Roma), 2005, p. 210.  
3 - Sui "maccheroni" con il significato di "sciocco" si confronti: Angelico Prati, Vicende di parole, in "Il Folclore Italiano", IX, 1934, pp. 33-35.
4 - Cfr: Sonetto Burlesco LXXXI, 5-8 "Questo si è, ch' egli han patito pene / a star tanto in su' libri spenzolati, / sì che meritano d'essere dottorati / e ser Pecora faccia questo bene". 
5 - Sull'andamento parodico dei versi si confronti F. Petrarca, Rime Estravaganti, 6, 9-11: "di questa spene mi nutrico et vivo / al caldo, al freddo, a l'alba et a le squille; / con essa vegghio et dormo, et leggo et scrivo", in Francesco Petrarca, Trionfi, Rime Estravaganti, codice degli abbozzi,  a cura di Vinicio Pacca e Laura Paolino, introduzione di Marco Santagata, Milano, 1996, p. 674. 
6 - L’opera, che fu data alle stampe nel 1523, venne scritta dal Boiardo con ogni probabilità verso il 1487.
7 - Due sonetti amorosi, in Gaspare Sardi, Adversaria…, cod. lat. 228 = ά. W. 2, II, due piccoli fogli tra le cc. Ferrara, ca.1530-1560. Modena, Biblioteca Estense.
- Venezia, 1543.
9
Nella letteratura teatrale e romanzesca, atto con cui un personaggio viene a conoscere la vera identità propria o di un altro personaggio, fino allora per varie vicende ignorata.
10 - 1546. Biblioteca Marciana, Venezia.
11 - Ms. 2.5. I/30 Roma 1550; fondo P. Giovio. Como, Biblioteca Comunale.  La satira di anonimo  fa riferimento al conclave seguito alla morte di Paolo III Farnese dal quale uscì Papa il cardinale Gianmaria Ciocchi del Monte col nome di Giulio III (7 febbraio 1550).
12 - Roma 1521, Cod. Magliabechiano XXXVII.10. 205; c. 14v. Firenze, Biblioteca Nazionale.
13 - Libro X, gioco C, cc.160v. e sgg. A proposito del gioco verbale detto "Giuoco del Re", desunto dalle carte, il Ringhieri, illustrando i semi  delle carte, li abbina alle quattro virtù morali: Coppe-Temperanza; Colonne-Fortezza; Spade-Giustizia; Specchi-Prudenza (Le Colonne stanno per i Bastoni e gli Specchi per i Denari). Per quanto riguarda altre opere che elogiano la Primiera, occorre ricordare il Gioco da primiera, con una nuova gionta... Opera de molto spasso & dilettevole da leggere (Bologna, 1550) di Benedetto Clario Cieco che la definisce, senza gettar discredito sugli altri giochi di carte, con l'espressione "de gli altri giochi è 'l fior".
14 - Giulio Ferraro (a cura di), Drammi Rusticali scelti ed illustrati con note, in “Teatro Italiano Antico”, Volume X , Milano, 1812, p. 232. Sul gioco dei Trionfetti si veda l'articolo Trionfi, Trionfini e Trionfetti.
15 - Scrittore francese, Charles de Saint-
Évremond (1613-1703) lasciò una vasta serie di scritti, quasi tutti brevi e d'occasione: poesie e lettere galanti, confidenze e riflessioni morali o filosofiche, dialoghi, apologhi, racconti e commedie. I suoi giudizi sulla letteratura e sul teatro lo identificano come una delle menti critiche più acute del secolo. Per questo motivo era ovunque citato e lo si  trovava anche lì a Wesminster, appunto "come il Matto ne' Tarrochi".
16 -  L'espressione "di corta suppellettile" significa che Saint-Évremond 
era considerato dallo scrittore (a torto) un autore di scarsa importanza. In senso figurato infatti  per suppellettile si intende l'insieme delle nozioni che arricchiscono la cultura fondamentale. La definizione corta lo identifica come un autore che ha arrecato uno mediocre contributo al sapere.
17 - p. 329.
18  - "Sciamilo dicevasi una spezie di drappo di più sorta e colori, che forse risponde al raso de' nostri giorni. Da un luogo della presente Commedia si sa che ci erano sciamiti di Cipri; e da un altro apparisce che fossero tessuti bianchi o del color naturale della seta, e poi tinti" (nota di Gaetano Milanesi curatore di un'edizione delle Commedie pubblicata a Firenze nel 1856, p. 290). 
19 - "II Mangia era una figura che prima fu di legno, poi di metallo, e in ultimo di pietra, la quale stava in cima della torre della Piazza del Campo di Siena, e con un martello che aveva in mano sonava le ore"
(nota di Gaetano Milanesi curatore di un'edizione delle Commedie pubblicata a Firenze nel 1856, p. 290). 
20 - L'espressione "Tricche tracche" veniva utilizzata per spiegare il suono di cosa che impetuosamente scoppiava e lo strepito delle mani battute contro colui che era sulla berlina. La Crusca non la riporta, mentre fu usata dal Burchiello "Ogni castagna in camicia e pelliccia / scoppia e salta pel caldo e fa tric tracche".
21 - Di significato leggermente diverso è l’espressione “contare quanto il re o fante di picche”, cioè non contare nulla.
22 
Le lettere di Alessandro Tassoni tratte da autografi e da copie e pubblicate per la prima volta nella loro interezza da Giorgio Rossi, in "Collezione di opere inedite o rare dei primi tre secoli della lingua". Pubblicata per cura della R. Commissione pe' testi di lingua nelle Provincie dell'Emila, Volume 84, Bologna, Romagnoli-Dall'Acqua, 1901. Libro IV (1625-1632), Lettera CCCXLII (1), p. 313.
23 - Ibid, lettera CDXXVI (84), p. 381.
24 - Ibid, lettera CDXXVIII (86), p. 383.
25
- Cachinno: letteralmente “risata strepitosa” qui ad indicare una risata gentile.
26 - La frase si trova in una premessa ai lettori, definita "Benigno Lettore".

27 - Si veda in particolare il saggio Trastulli della villa - Trastulli della corte

28Il furto amoroso, comedia onesta, Et spassevole, nuovamente data in luce per sfuggir l’Otio dal Sig. Camillo Scaligeri dalla Fratta, con gustosi intermedi Innapparenti, & Apparenti a ciascun atto appropriati, In Venetia, Appresso Giacomo Vincenti, 1613, p.107.

29 - Sul concetto della parola  tarocco come pazzo si veda al saggio Il significato della parola 'Tarocco'

29 bis - Girolamo Gigli, Il Pilone ovvero il bacchettone falso, commedia, s.l., s.e., s.d. [1712], p. 240

29 tris - Giuseppe Vollo, Tutto è un sogno. Dramma, Torino, Tip. Steppenone, Comandona e C.. 1857, p. 36.

30Occorre ricordare il successo della traduzione tedesca curata da Schopenhauer.
31 - Da un anonimo a Parma.
32 - Pavia 1525-1540, ms. 8583, cc. 258-269. Parigi, Bibliotèque de l’Arsenal.
33 - Venezia, 1534.
34 - In Gaspare Sardi, Adversaria…, cod. lat. 228 = ά. W. 2, II. Ferrara, ca.1530-1560. Modena, Biblioteca Estense.
35 - Ms. 3938 / CIII /25. Fondo Ubaldo Zanetti, sec. XVIII. Bologna, Biblioteca Universitaria.  
36 - Ms. 83 / 9 Fondo Ubaldo Zanetti. Bologna, sec. XVIII. Bologna, Biblioteca Universitaria. 
37 -  Le informazioni sui componimenti presi in esame sono desunte dall'articolo di Thierry Depaulis Early Italian List of Tarot Trumps, in  "Journal of the International Playing-Card Society", Volume 36, No. 1, Luglio-Settembre 2007, pp..42-47.
38 - Le rime di Serafino de' Ciminelli dall'Aquila, 1, Ed. Mario Menghini, Bologna, 1894 (1896), pp. XLIII-XLIV. Lo Strambotto in questione venne fatto conoscere per primo da Terry Depaulis  nella rivista "The Playing-Card", vol. 36, No 1, Luglio-Settembre 2007.
39 - Ganimede
40 - Ad eccezione dello Strambotto de Triumphi  portato a conoscenza da Thierry Depaulis e del Primo Libro delle Lettere del Martelli, individuato dallo scrivente,  gli altri documenti della "Miscellanea" furono fatti conoscere da Franco Pratesi, a cui si deve un infaticabile lavoro di recupero di testi rinascimentali sul gioco dei tarocchi. Da parte nostra dobbiamo inoltre sottolineare che l'espressione "Poco starete a far gemini dei tarocchi con Livia" riportata nella Cortigiana da Pietro Aretino, non significa "giocherete poco ai Germini con Livia" ma "avrete scarse possibilità di giacere con Livia". Al riguardo si veda al saggio I Tarocchi in Letteratura III.
41 - Altri documenti che riguardano in particolare il gioco dei tarocchi e anche il loro ordine si trovano nell'opera La Piazza Universale di tutte le professioni del Mondo (Venezia, 1585) di Tommaso Garzoni da Bagnacavallo, nella Tipocosmia (Venezia, 1561) di Alessandro Citolini da Serravalle (si veda nota 22 all'articolo Rochi e Tarochi) e nel Trattatello sul gioco (Venezia, ca. 1570) di Sperone Speroni degli Algarotti.
42 - Niccolò Martelli, Il Primo Libro delle Lettere, Firenze, Doni, 1546, p. 19. Trascrizione a cura di Barnaba Lucchesi (2009).
43 - Dizionario Letterario Bompiani. Opere VI, p. 214. 
44 - Ms. A 1920, parte II, pp. 1/3 e 1/4 per la Granda dei Tarocchini e p. 1/5 per l'Applauso. Bologna, Biblioteca dell'Archiginnasio.
45 - Ms. B 3949, carpetta 11, foglio tt. Bologna, Biblioteca dell'Archiginnasio.
46 - Ms. 3935 Caps C - carpetta con indicazione MSS C 22, p. 57. Bologna, Biblioteca Universitaria.
47 - Nel gioco dei tarocchini bolognesi, "marcio" equivale a "cappotto", cioè quando gli avversari non realizzano alcuna presa. Il termine è oggi utilizzato ancora dai giocatori anziani.
48 - Sminchiare = Giocare il trionfo più grande e proseguire con gli altri (dal gioco fiorentino delle Minchiate). Questo termine è rimasto anche oggi nel dialetto bolognese ad indicare un'azione ripetuta e molto decisa. 
49 - Il piatto che conteneva la posta si chiamava Tondo o Tondino.
 

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