Saggi di Andrea Vitali

‘Taroccare’ nei libretti d’opera del Settecento

Drammi giocosi, intermezzi, commedie, azioni drammatiche e farsette

 

Come evidenziato in nostri altri saggi il termine ‘taroccare’ significa principalmente disputare con alcuno, ‘brontolare, protestare vivacemente, crucciarsi in particolare a causa di una forte alterazione emotiva, imprecare, sbuffare, andare in collera’ (1) situazioni determinate da uno stato di squilibrio che induce a inveire piuttosto che a ragionare con la dovuta logica. In tal senso il termine si connette al significato di tarocco=matto, cioè colui che ha perso il lume della ragione, termine che ha dato il nome al gioco (2).

 

Come ci riferisce il nostro socio prof. Franco Motta, nel A Greek-English Lexicon (3) il verbo Taraché ricorre in più fonti antiche, anche ellenistiche, con diversi significati fra cui disordine mentale: “La mente stravolta [hai dè frenôn tarachài] svia persino il saggio” (Pindaro, Olimpiche, 7.30); “Questo intruso [il corpo] ci assorda, ci dà agitazione [tarachèn], ci disarciona [la mente]” (Platone, Fedone, 66b);  “È nel disordine e nella confusione [tarachèn kài plànen] di queste parti dell’anima che consistono l’ingiustizia, l’intemperanza” (Platone, Repubblica, IV 444b), etc.

 

Il motivo della nostra indagine sulla parola ‘taroccare’ nei componimenti poetici per musica del Settecento e nell’Ottocento (4), deriva dalla constatazione che tale termine possedeva una valenza ‘letteraria’, adatto ad essere inserito in testi poetici e questo almeno fino alla metà dell’Ottocento. Per il fatto che dal 1850 in poi non venne più utilizzato per tale uso, è possibile ipotizzare un decadimento dovuto alla considerazione di termine eccessivamente popolare, non adatto a componimenti artistici. D’altronde a tutt’oggi tale parola non viene più utilizzata nel senso sopra descritto, se non come ‘oggetto falso, falsificato’, attribuzione di estrazione moderna che non trova giustificazione etimologica.

 

Per quanto attiene ai drammi per musica di seguito riportati, abbiamo cercato il più possibile di inserire il termine ‘taroccare’ nel contesto in cui venne utilizzato per poter evincere al meglio il suo significato, che si rapporta con la pazzia attraverso l’utilizzo da parte dei librettisti di altri termini significativi.

 

Riguardo ciascuna opera abbiamo riportato:

 

1. Le indicazioni bibliografiche.

2. L’autore del libretto come indicato nel volume oppure fra parentesi quadra se l’autore è stato de noi reperito da altre fonti.

3. Il musicista.

4. Laddove riportato, il luogo dove si svolge l’azione dell’opera o della scena di interesse.

5. l numero dell’Atto e della scena all’interno dello stesso Atto.

6. I nomi dei personaggi della scena indicata e  la loro identità fra parentesi quadra laddove descritti solitamente nella pagina a seguire il frontespizio.

7. Il passo di interesse dove si trova la parola ‘Taroccare’, cercando di mantenere la disposizione dei versi.

8. In nota il numero della o delle pagine dove si trova il passo. 

 

Brevi informazioni riguardano alcuni librettisti fra i quali eccelle Carlo Goldoni che si firmava con lo pseudonimo di Polisseno Fegejo, oltre a musicisti famosi, tendenzialmente di Scuola Napoletana, punto di riferimento europeo per quanto attenne all’opera buffa, fra i quali spiccano Gaetano Latilla, Francesco Scarlatti (probabilmente appartenente alla celebre famiglia di musicisti), Baldassarre Galuppi, Niccolò Piccinni, Pasquale Anfossi e Giovanni Paisiello. Altre informazioni possono riguardare il luogo e la data della prima rappresentazione dell’opera e alcune meritevoli curiosità.

 

Occorre inoltre ricordare che ciascuna opera era preceduta da alcuni balletti che per lo sfarzo degli abiti e delle scenografie catturavano l’applauso del pubblico presente.

 

Prima di passare all’argomento della nostra trattazione, desideriamo sottoporre all’attenzione dei lettori un passo del dramma giocoso Il Barone per forza o sia il Trionfo di Bacco poiché vi si trova la parola ‘tarocchi’ col significato fare pazza baldoria, aderendo al significato di matto=tarocco come da noi descritto in un nostro saggio (5).

 

Il Barone per forza o sia il Trionfo di Bacco

 

Il Barone per forza o sia il Trionfo di Bacco. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nel Regio Teatro di Via Santa Maria nell’Estate dell’Anno 1786, Firenze, s.e, MDCCLXXXVI [1786]

 

[Libretto di Marcello Bernardini]

 

La Musica è tutta nuova del Sig. Marcella da Capua Maestro di Cappella Napoletano.

 

Atto Secondo - Scena XV

Il Duca Ruggero, Messer Taddeo, contadino

 

Tutti.    Al tremolo suono

                      Di trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive,

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Duc.              Allegri Baccanti. - Si balli, fi canti,

                      Si gridi, e schiamazzi

                      Si rida, e tarocchi

                      Bevete fintanto - Che v’esca dagl’occhi

                      Per far più gioliva - Più lieta la festa,

                      Via datevi in testa - Con tutto vigor.

Tutti.            Al tremolo suono

                      Di Trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Tad.             Amico Caprone - Compagno diletto,

                      A tavola, e a letto - Ti voglio portar…

                                         (accarezzando il Caprone.

Duc.             Via presto Sileno  

Tad.             Son l’Arco Baleno…

Duc.             Smontate che fate?

Tad.             Son vecchio cadente…

                      Fo rider la gente - Se prendo possesso…

                                       (nello smontare cade.

                     Ridetemi adesso - Possiate crepar.  (6

 

 

 TAROCCARE NEI LIBRETTI D'OPERA

 

 Le due Contesse

 

Le due Contesse. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro di Via della Pergola nell’Autunno del MDCCLXXVI, In Firenze, Gio. Risaliti Stampatore, MDCCLXXVI [1776].

 

[Libretto di Giuseppe Petrosellini]

 

La Musica è del Sig. Giovanni Paisiello, Maestro di Cappella Napolitano.

 

La Scena si finge in Pisa.

 

Atto Primo - Scena XI

Contessina [di Belcore, giovane ricca, ma volubile], Leandro [gentiluomo amante della Contessina, che si vergona d’ esser geloso] in disparte, poi tutti a suo tempo [Prospero, Maestro di Casa della Contessa, cugino di Livietta; il Cavalier della Piuma, vedovo, viaggiatore ridicolo; Livietta, cameriera che si finge Contessina].

 

Lean.                             Voi sola, o Contessina

                                       I torti miei sapete,

                                       Voi sola, oh Dio! togliete

                                       La pace a questo cor.

A 4.                                Tacete poverino,

                                       Che siete un Seccator.

Lean.                             (Che indegni! che destino!

                                       Che barbaro rigor! )

Cont.                             Lasciamo, che tarocchi.

Pros.                             E pazzo non ne dubito.

Cav.                              Gli si conosce agli occhi.

Lean.                            Presto al duello subito.     verso il Cav.

Liv.                               E’ pazzo in verità.

                                       Tutti fuor che Leandro.

                                Che rabbia! che furore!

                                      Che strepito, che orrore!

                                      Geloso, sospettoso 

                                      Adesso via di quà.

Lean.                            Ma questo è un improperio,

                                      Ma queſto è un vituperio,

                                      Questa è una crudeltà. (7)

 

Il Giocatore

 

Il Giocatore. Intermezzi per musica da rappresentarsi in Faenza nel Teatro dell’Illustrissima Accademia de’ Remoti l’Estate dell’anno 1723, In Faenza, nella Stamp. di Gioseffantonio Archi, 1723 [data al termine del libro].

 

In tre parti con musica di Giuseppe Maria Orlandini su libretto di Antonio Salvi. La prima rappresentazione ebbe luogo a Verona nel maggio del 1715.

 

Intermezzo Primo   

Baccocco [giocatore], e Serpilla [sua moglie].

 

Bac. Si sì, maledetta

Sia pur la Bassetta,

E chi l’inventò:

Destin manigoldo!

Un picciolo, un soldo

Nè pur mi restò.

Sì sì, &c.

Disgraziato Baccocco!

Faresti a perder còn le tasche rotte.

O male spesa notte!

Senza cenar, senza dormìr, perduto

Oltre il Denar, l’Anello, e l’OriuoIo,

O la Spada, il Capello, e il Fcrrajuolo;

Disdetta traditora!

Se duravo a giocare,

Io vi lasciavo la camicia ancora:

Ma quello, che mi fa più taroccare,

E‘ l’aver moglie, e moglie scrupolosa,

Fantastica, molesta, e bacchettona,

Che brontola, barbotta d’ ogni cosa,

E spesso, bisognando, mi bastona.

Eccola, oimè… in disparte

Io mi ritiro: O miei pensieri all’arte.

           ………………………………….

Serp: Ah sei qui buona lana?

         E sì tardi si torna da giocare?

Bac. Io da giocar Serpilla! il Ciel mi guardi. (8)

 

Angelica ed Orlando

 

Angelica ed Orlando. Commedia per musica di Tertulliano Fonsaconico [Francesco Antonio Tullio], da rappresentarsi nel Teatro de’ Fiorentini in questo Autunno del Corrente anno 1735, In Napoli, A spese di Niccolò di Biase, MDCCXXXV [1735].

 

La Musica è del Signor Gaetano Latilla Mastro di Cappella Napolitano.

 

La scena si finge in una Campagna di Toscana.

 

Atto Primo - Scena XII 

Armindo collo scudo, e la lancia d’Orlando

 

Arm.                    Il Servire a innamorati

              Muove i flati a un uom di sasso:

                  Manda a spasso l'allegria;

                       E farìa, con impazienza,

                   La pazienza taroccar.

Oh, che umor curioso,

Che tiene il mio Padrone! o che cervello

Torbido, tempestoso,

Bislacco, stravagante, e a saltarello!

Ben, che ti pare, Armindo? È strazio questo

                   Da soffrir con pazienza?

Or quì siam giunti; ed ora

Mi dice: presto presto,

Ch’abbiam da far partenza: Armi, e Cavallo

                   Prendi senza intervallo.

E pur, corpo d'Apollo!

Per la sua cara Angelica,

Abbiam corse le poste a rompicollo!

Come a tanto strapazzo,

Che mi strugge le viscere,

Resister puote un povero ragazzo? (9)

 

L’Isola disabitata

 

L’isola disabitata. Drama giocoso per musica di Polisseno Fegejo [Carlo Goldoni] Pastor Arcade da rappresentarsi in Glangenfurt, In Glangenfurt, Presso gli Eredi Kleinmayer, 1765.

 

La prima rappresentazione dell’Isola Disabitata si svolse a Bologna nell’estate dell’anno 1752.

 

Goldoni, autore del libretto, scrisse molti drammi giocosi per musica come La Conversazione, La Mascherata, Lo Speziale, Gli Uccellatori, La Scuola Moderna, I Portentosi Effetti della Madre Natura, La Ritornata di Londra, La Donna di Governo, Il Mercato di Malmantile, Il Negligente, Le Pescatrici, Il Paese di Cuccagna, I Bagni d’Abano, etc

 

La Musica è del Celebre Maestro Sig. Giuseppe Scarlatti.

 

Mutazioni di Scene nei tre atti.

 

Atto Primo - Scena III  

Carolina, e Giacinta

 

Gia. Anch’ egli ha i grilli suoi.
Si vorrebbe il meschin metter con noi.

Car. Per dir la verità,
Che si metta con voi gran mal non è.
Stupisco che si metta anche con me.

Gia. Con sua buona licenza,

Evvi da lei a me gran differenza?
Car. Mi par di sì,
Gia.               Davvero?

Quali sono, signora, i pregi suoi?  

Car. Io son più ricca, e più civil di voi.

Gia. Ed io i natali miei,

E il mio stato con voi non cambierei.

Car. Di un marinar la figlia

Non potrà mai paragonar lo stato,

Con la sorella di un signor soldato.

Gia. L'arte del marinaro è signorile.

Car. Il mestier del soldato è più civile.

Gia. E pur con tutto questo,

Povera signorina,

Destinata voi siete alla cucina.

Car. Un mestiero non è da vostra pari,

Il lavar le camicie ai marinari.

Gia. Di far questa fatica avrò finito,

Quando avrò Garamon per mio marito.

Car. Quanto prima ancor io cangerò sorte,

Che Valdimon sarà di me consorte.

Gia. Non lo credo.

Car.                     Il vedrete.

Gia.                                      Alle sue nozze

Aspirare sapranno altre ragazze.

Car. Non perdo il tempo a taroccar con pazze. (parte). (10)

 

Atto Primo - Scena IV           
Giacinta sola.

 

Pazza a me? Se ti trovo,
        Mai più te la perdono;
       Voglio farti veder se pazza io sono.
       Sì, lo dico, e il sostengo,
       Son più civile assai.
       Ci rivedremo, e me la pagherai.
           Son buona buona fino a quel segno,
                  Ma se mi accendo, ma se mi sdegno,
                  Quella pettegola farò tremar.
                  La si vorrebbe metter con me?
                  Eh mi fa ridere,
                  Povera semplice!

                  Questo gran merito

                  In lei non c’è.

                  Se un’altra volta vuol provocarmi,

                  Saprò rifarmi, saprò parlar.

                  Quella pettegola farò tremar.    (parte) (11)

 

La Donna di Governo

 

La donna di governo. Dramma giocoso per musica di Polisseno Fegejo [Carlo Goldoni] da rappresentarsi nel Teatro Giustiniani di San Moisè nel presente Autunno 1764, In Venezia, Appresso Modesto Fenzo, MDCCLXIV [1764].

 

La Musica è del Celebre Signor Maestro Baldassar Galuppi, Maestro della Regia Ducal Cappella di S. Marco e del Pio Luogo degl’Incurabili.

 

Mutazioni di Scene nei tre atti

 

La scena si finge in casa di Fabrizio.

 

Atto Secondo - Scena VIII

Corallina [donna di governo], e detti [Rosalba, nipote di Fabrizio, uomo vecchio benestante; Fulgenzio, amante di Rosalba e notaro].

 

Cor. Buon pro faccia, signori.

Ros.   Che pretende, signora mia garbata?

Fulg.          Perchè venire, se non sei chiamata.

Cor. Piano con questo sei. Con sua licenza

     Ella non ha con me tal confidenza.

     Son qui per vostro bene,   

     E voi mi maltrattate?

Ros.   E in qual maniera
     Che mi fate del ben poss’ io sperare?

Cor. Vengovi ad avvisare,

     Che il vostro Signor Zio Sposar vi vuole
     Con certo sier Agabito del sole.

Fulg.          Come?

Cor. In questo momento
      Si stende l'istromento.

Ros.   Oh me meschina?

Cor. Se voi di Corallina
      Vi degnaste fidarvi,
       Trovereste la via di liberarvi.  

Ros.   In che modo?

Cor. Credete,
      Nemica non vi sono,

Ros.   Se mi amate?

      Facciamone la prova.
Fulg.          Deggio partir? 
Cor. Restate.  
      Basta che s'egli vien vi nascondiate.
      L'ho sentito raschiare;
      Ch'egli qui venga a taroccar m'aspetto.

      Andatevi a celar nel Gabinetto.            a Ful.

Fulg.          Ci vogliamo fidar?

Ros.   Sì, vuò fidarmi.
Fulg.          Mi raccomando a voi; vado a celarmi.
            Vado? resto? sono incerto
                Tra il timore, ed il sospetto.
                Se mi fermo son scoperto
                Se mi celo in gabinetto
                Ho timor d’andar in trappola
                Come il topo suol cascar.  
            Eh coraggio! Chi non risica,
                Non è mai buon giocator.
                La prudenza, e un caldo amor
                Non si possono accordar. (12)

 

L’Amore Artigiano [Altro titolo: Gli Artigiani]

 

L’Amore Artigiano, Dramma giocoso per Musica. Da rappresentarsi Ne’ Teatri Privilegiati di Vienna la Primavera dell’Anno 1767, In Vienna, Nella Stamperia di Ghelen, s.d, [1767].

 

Con alcune modifiche al testo, il dramma venne presentato al Teatro Giustiniani in S. Moisè nel Carnevale del 1794, così come descritto nel seguente libretto:

 

Gli Artigiani. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Nobilissimo Teatro Giustiniani in S. Moisè il Carnovale dell’Anno 1794, In Venezia, Nella Stamperia Valvasense, MDCCLCIV [1794].

 

L’Autore dei versi fu in questo caso Giuseppe Foppa che così scrisse nella prefazione indirizzata A CHI LEGGE   

 

Amore Artigiano del Signor Goldoni somministrò l'Argomento del Dramma presente intitolato: Gli Artigiani. L' inventare un Soggetto assolutamente nuovo combinarsi non potea colla ristrettezza del tempo; ed era molto meno adattabile al genio corrente il Dramma del Signor Goldoni scritto per altri tempi, e con differenti punti di vista. Ne ho quindi seguite le traccie col ritenerne i caratteri, e quel poco, che potea servire all' oggetto della sollecitudine estrema che si rendeva necessaria per lacomposizione della musica. La differenza delle circostanze presenti opposte direttamente a quelle, nelle quali si trovò il Signor Goldoni allorchè scrisse felicemente il suo Dramma m'ha fatto comporre un Libro che posso dire quasi nuovo. Un confronto materiale può farlo conoscere ad evidenza. (13)

 

La Musica è composizione del Sigr. [sic] Floriano Gasman, in attual servizio di Sua Maestà l’Imperatore.

 

Mutazioni di scene nei tre atti.

 

Atto Primo - Scena XVI   

Bernardo [vecchio calzolaro] al piccolo Banchetto a sedere lavorando nelle sue scarpe, Titta [fabro] presso l’incudine assottigliando un ferro prima colla lima poi col martello, Giannino [legnajuolo] al suo Banco preparando tavole per i suoi lavori segnando, e battendo a misura del suo bisogno, poi Angiolina [cuffiara] colla sua scolara, poi Rosina [sua figlia sarta] colla sua, indi Giro [parrucchier francese suo Cammeriere].

 

Tit.              Mastro Bernardo…
Bern.                    Ch' hai di nuovo Titta? (lavorando)
Tit.             Novità non ne mancano, I mosconi
                    S'accostano alla carne…
Bern.                    In questa piazza  
                    Non ci sono carogne.
Tit.              Non cen’ erano
                    Dite come và detto:
Ber.            Sì hai ragione;
                    Si sente il puzzo.
Gian.                   (Intendo il loro gergo;
                    Ma fingo non capir.)
Ber.            Titta.
Tit.               Che dite?
Ber.              Voi conoscete
                    Gualche buon murator?
Tit.              Si ne conosco.
Ber.            Trovatemene uno,
Tit.              Perche fare?
Ber.            Perche vuò far murare
                    La finestra qui sopra.
Tit.              Vi spaventano
                    I Guffi, e i Barbaggiani?
Ber.            Hò paura dei venti Oltramontani.
Tit.              Oh si stava pur bene!
                    Questa nostra piazzetta è divenuta

                    Una stalla, un porcile, un letamajo.

Gian.                   (Quest’ insolente stuzzica il vespajo:)

Ber.            Siam pieni di sozzure.

Tit.              Pieni di Piallature, e segature.

Gian.                   Non serve il taroccare: (avanzandosi)

                    Pago la mia pigione, e ci vò stare. (14)

 

Su libretto originale del Goldoni, invece, l’Amore Artigiano, dramma di tre atti per musica, venne rappresentato per la prima volta su musica di Gaetano Lattila a Venezia in occasione del Carnevale del 1761. 

 

Atto Terzo - Scena X

Rosina [Sarta] e Giannino [legnajuolo]

 

Ros.           Oh via, facciam così. Questi danari

          Dividiamoli adesso per metà;

          E ogni uno a modo suo li spenderà.

Gia.           Via, per or mi contento.

          Ma poi...

Ros.           Sull'avvenire

          Non istiamo a garrire;

          Caro Giannino, mio, non far così.

          Almeno il primo dì viviamo in pace.

Gia.           Sì, d'aver taroccato mi dispiace.

          Tu lo sai che ti vuò bene,

          Che tu sei la gioja mia.

          Prego il ciel che non ci sia

          Da pentirsi e da gridar.

Ros,           No, mio caro, non conviene

          Far l'amore come i gatti.

          Non son questi i nostri patti,
          Sempre in pace si ha da star.

a 2             È pur bello il matrimonio,
          Se non v'entra quel demonio
          Che fa i sposi delirar.    (14 bis

 

L’Astratto [Altro titolo: La Giardiniera Accorta]

 

L’Astratto. Dramma giocoso per Musica da rappresentarsi nel Teatro Pubblico della Città di Arezzo, nel Carnevale dell’anno 1783, In Arezzo, Per Innocenzo Bellotti, 1783.

 

Prima rappresentazione a Bologna come da seguente libretto:

 

L’Astratto. Dramma giocoso per Musica da rappresentarsi nel Teatro Formagliari in Bologna l’Autunno del 1772, s.l. [Bologna], s.e., s.a. [1772].

 

La Giardiniera Accorta. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nell’Autunno dell’Anno 1781 nel Teatro di Via del Cocomero, Firenze, Per Anton Giuseppe Pagani, e Comp., MDCCLXXX [1781].

 

[Libretto del Sig. Abbate Giuseppe Petroselli].

 

La Musica del Dramma è del celebre Sig. Niccola Piccinni, Maestro di Cappella Napolitano.

 

PROTESTA

 

Tutto ciò, che non è conforme ai veri sentimenti della Santa Romana Chiesa Cattolica, è solo puro scherzo di Poesia, e non sentimento dell’Autore, che si dichiara vero Cattolico. (15)

 

La Scena si rappresenta in una terra di delizie nelle vicinanze di Genova.

 

Atto Primo - Scena Prima    

 

GALLERIA

Claríce a sedere da una parte con Vespína accanto, che termina di pettínarla: Dall’altra Angelica alla Spinetta in atto di solfeggiare, e provare un aria. Leandro nel fondo, con Tavolino avanti, sopra del quale Spada, e Cappella in atto di scrivere, e D. Tímoteo, che passeggia ora accostandosi ad uno, ed ora all’altro, inquieto, e pieno di meraviglia. 

 

Ang.           Non mi fido degli amanti,

Sono furbi tutti quanti.

                                             Cantando

Fa la sol fa mi fa re:

Il cantar non fa per me.

Leand.        Due d’Epatta, sei di Luna,
E’ sfacciato ìl ventitre,  
Sì farò la mia fortuna .
Qui ci è il terno per mia fe.

Clar.           La mia povera bellezza Vespina presenta

                               a Clarice lo specchi

In che mani è capitata!
Vanne prima ad imparar. Vespina fa una riverenza,

           e in atto di piangere parte

Tim.                     Ho tre figli, e son tre pazzí,
Queste due di bell’umore.
L’altro astratto e giocatore,
E mi fanno disperar.

Ang.           Maledette sian le note.              s’ alza:

Clar.           Maledette cameriere.                s’ alza.

Lun.            Ah che il Lotto è un gran piacere!

s’ alza riponendo carte in saccoccia

Tim.            Pazzi pazzi in verità.

a 3              Signor Padre con chi l’ha?

Lei borbotta, le si adira!

Tim.            E’ la testa, che vi gira.

a 3              Le verrà l’alterazione.

Tim.            Oh per bacco, arcibaccone;

Ho ragion di barbottare,
Taroccare, e strepitar.

a 3                       Faccia pur quel che le pare
Lei tarocchi fino a sera,
Che noi stiamo ad ascoltar. (16)

 

La Vera Costanza

 

La vera costanza. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro di Via Santa Maria nel carnevale dell’anno 1777, In Firenze, Per Gaetano Cambiagi Stampator Granducale, MDCCLXXVII [1777].

 

[Libretto di Francesco Puttini]

 

La Musica è del Sig. Pasquale Anfossi Maestro di Cappella Napoletano.

 

La Scena si finge in Belfonte

 

Atto Primo – Scena XIII  

Rosina [pescatrice fedele], Villotto [cittadino ricchissimo destinato Sposo di Rosina], indi Masino [pescatore fratello di Rosina].

 

Vil.             Ecco cara.
Ros.            Che vuoi?
Vil.             Son vincitore, ed or voglio la mano,
Ros.            Vanne lungi da me.                  (vuol partire)
Mas.           Ferma Villano. -
Vil.             Tu Masino, non sai
                    Che il Conte... oh che allegrezza!
Mas.           Cosa dice costui?
                    Rosina io non l’ intendo.
Ros..           Me stessa in quest’istante io non comprendo.

(confusa)

               Ah! che divenní stupida;
                    Che barbaro martire!  
                    Non sò quel che mi dire,
                    Non sò nemmen parlar.

Vil.          Amico, quella spasima,

                   Pena, languisce e more.

                   Io sono il vincitore,  
                   E seppi trionfar.
Mas.       Per me rimango stupido;
                   Non ne capisco niente:
                   E' cosa veramente?

                   Da farmi taroccar.
Ros.       O Dio! che fiero palpito
                   Dentro il mio petto sento!  
Vil.        Del gran combattimento:
                   Il fatto ti dirò. (17)

 

La Caffettiera di Spirito

 

La Caffettiera di Spirito. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Magnifico Teatro dell’Illustrissima Accademia degli Erranti di Brescia per il Carnevale dell’Anno 1777, In Brescia, Per Daniel Berlendis, 1777.

 

[Librettista sconosciuto].

 

La Musica [è] composta dal Sig. Maestro Luigi Carusio [Caruso] Napolitano.

 

Atto Secondo - Scena Prima   

Strada. Aspetto esteriore della bottega del Caffè di Dorilla.

 

Lucio [Don Lucio, che fa la Corte a tutte le donne, e che poi s’innamora di Dorilla], ch’esce dal Caffè, e poi Marcello [Impresario, che s’innamora di Dorilla, Caffettiera Giovane vedova che s’innamora di D. Marcello].

 

Luc.            AMor m'ha dato il colpo la scioltozza.

Se n'è andata in malora; pian pianino

M'ha innamorato affè la Caffettiera.

Quell'Impresario affè come conviene

Lo voglio accomodar…Ecco che viene.

Marc.          Ah per una Donna indegna in poche ore

                                    (uscendo fuori infuriato.

A che stato crudele io sono ginnto!

Luc.            Parlo in breve, e vi dico che v’avverto

Di non pensar mai più alla Caffettiera…

Marc.          Ma chi me lo comanda?        (adirato

Luc.            Io lo comando. Assieme abbiam parola

D’unirci in matrimonio…

Marc.          (Che strega! Che demonio :) Ed io non

voglio (vuol partire

Luc.            Marcello abbi giudizio          (lo ferma.

L'avviso, che ti dò stallo a sentire,

Se tu per questa man non vuoi morire.

Un rival ebbi una volta,          (si leva.

Che mi fea taroccar;

Con in mano questa spada

L’aspettai in una strada,

Che dovea di là passar.

Egli arriva ed io m’ascondo:

Egli passa, e non mi vede:

Çon un colpo all’altro mondo

|       mostrare di tirare un’archibugiata

Io lo feci tosto andar.

Chi ha le buone orecchia intenda:

Non mi so di più spiegar.      (parte,  (18)

 

 La Locanda in Scompiglio [Altro titolo: L’Albergatrice Vivace]

 

La Locanda in scompiglio. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nell’Autunno dell’Anno 1780 nel Nuovo Regio Teatro degl’Intrepidi detto della palla a corda, Firenze, Nella Stamperia Stecchi, e Pagani, MDCCLXXX [1780]

 

L’anno seguente l’opera venne ripresa a Reggio con il titolo L’Albergatrice vivace:

 

L’Albergatrice vivace. Dramma Giocoso in musica da rappresentarsi nel Teatro dell’Illustrissimo Pubblico di Reggio La Fiera dell’Anno 1781, Reggio, Per Giuseppe Davolo, s.d., [1781].

 

[Libretto di Giuseppe Palomba]

 

La Musica è del celebre Sig. Maestro Luigi Carusio [Caruso] Napolitano.

 

L’azione si finge in un Albergo dello Stato di Roma nelle vicinanze di quello di Napoli.

 

Atto Primo- Scena XI

Barberina [Albergatrice], Micheluccio [amante corrisposto di Barberina].

 

Barb.                Or vedo, che mi amate veramente,

Così mi piace, si dee far così.

Monsieur, Mein-herr, nobil Cavaliere,

Sentite, ora vo dirvi il mio pensiere.

     Se per me chiudete in seno

          Vero amore, e vero affetto,

     Ve lo dico aperto, e schietto,
          Non mi fate taroccar.

Per esempio stò a seder
              Quì a canto al Mein-herr,
              Niun mi deve disturbar.
          Sains facons poscia al Monsieur
              Stò parlando a tu per tu,
              Gl’altri l'han da rispettar.
         Gravemente poi con lei
              Stò a parlar degli Avi miei,
              Cheto ognuno deve restar.
         E se ancor qualche affaruccio
              Tengo quì con Micheluccio,
              Niente allor deve importar.
                Che? vi torcete ?
                   Non mi capite?
                   Or lo sapete
                  Ciò che mi piace,
                  Ne lo potete
                  Dimenticar.
                  Non voglio liti,
                  Non voglio scene.
                  Come conviene

        Qui s’ha da far. (19)

 

Il Disprezzo

 

Il Disprezzo. Azione drammatica giocosa per musica da rappresentarsi nel Nobile Teatro di San Samuele il Carnovale dell’Anno 1782, In Venezia, Presso Modesto Fenzo, MDCCLXXXII [1782].

 

[Librettista sconosciuto].

 

La Musica è del Signor Maestro Pasquale Anfossi Napolitano.

 

L’azione [del primo atto] si finge in Castel Fiuminese Feudo di Alfonso.

 

Mutazioni di scene.

 

Il Secondo Atto di quest’opera venne sostituito mettendo in scena il Secondo Atto de Gli amanti canuti, musicato dallo stesso Anfossi, cosa non estranea al mondo lirico del tempo. Scrive l’Impresario:

 

Mentre stavasi tessendo il second’ Atto di quest’ Opera, fù pensato di surrogargli in vece il prim’ Atto dell’Opera intitolata La forza delle Donne sì per anticipare di qualche sera il cangiamento del teatrale Divertimento, sì per appagare un genio da moltissime voci promulgato di risentir quella Musica che tanto piacque allorchè fù creata dal Sig. Maestro Anfossi per altro di questi veneti Teatri. Tutto vi si disponeva, e si erano di già incontrate dall’Impresario alcune spese a ciò unicamente dirette; ma suo malgrado per sopragiunti imprevedibili ostacoli ha dovuto abbandonarne l’idea. Non érasi più in tempo a tal momento di riassumere il sospeso lavoro del second’ Atto dell’Opera presente, e quindi ha dovuto appigliarsi al solo espediente rimastogli, di supplire col secondo degli Amanti canuti che spera non sarà men gradito; ed accetto al benigno, e rispettabilissimo Pubblico di quello lo fosse nella sua prima Comparsa in queste Scene nello scorso Autunno. (20).

 

La scena [del secondo atto] si finge in Chiozza.

 

Atto Secondo - Scena III     

Buonattutto [giovane raggiratore], e Droghetta [cameriera];

 

Buo. Cosa dici? Ti sembra,

Ch’abbia talento, o nò?

Dro. Sei veramente

Una Briba valente.

Buo. Mostrami quell’Anel.

Dro. Vedilo pure. (mostrandoli l'Anello nel Dito,

Buo. Oh, via, che seccature.

L’Anello, e non il Dito

Voglio considerare.

Dro. Di quì non esce, e tu nol vuoi cuccare,

Buo. Come? Così diffidi

D’un Galantuom par mio?

Dro. Udir non posso bestemmiare, addio.

                                            mostrando partire,

Buo. Hò capito, hò capito,

E questa una vendetta. O via, parliamo

Un pochetto d’amor, poi torneremo

A parlar di quei Vecchi mammalucchi.

Dro. Di pur sù, ma l'Anel non lo pilucchi,

Buo. Se andar vuoi per le brutte

La mettà me ne tocca.

Dro. Quando però ti spazzerai la bocca,

Buo. Droghetta, giuro al Cielo

Non mi far taroccare. Abbi paura

D’un Mar, che và in burrasca.

Dro. Paura? Oibò, voglio che, m'entri in tasca,

Buo. Ma fai, che ti sei fatta

Dispettosa, insolente,

E quel, ch'è peggio molto diffidente?

Dro. I miei Polli conosco,

Ne mi lascio beccare… (21)

 

L’Apparenza Inganna

 

L’Apparenza Inganna. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nel Carnevale dell’Anno 1784 nel Teatro di Via del Cocomero, Firenze, Presso Anton- Giuseppe Pagani, e Comp., MDCCLXXXIV [1784].

 

[Libretto di Giovan Battista Lorenzi]

 

La Musica del primo Atto è del Sig. Maestro Giuseppe Gherardeschi di Pistoja.

Nel secondo Atto è del Sig. Maestro Carlo Spuntoni di Bologna.

 

Atto Secondo - Scena Prima    

Piazza con due Case praticabili

 

Rosina, Florindo, Fattima, Lisetta, Giramondo, e Lattuga.

 

Latt.

Ros. a 3      Se l'indegno è maritato

Fatt.           A Florindo giura fè.

Flor.          Se Fallopio v ha ingannato

Perchè mai non darla a me,

Lis.             Perché siete uno scannato 

Gir.             Ecco detto il perchè.

Fatt.           Si vi voglio a suo dispetto.    píano a Flor.

Flor.           Si vi giuro eterno amore        piano a Fatt.

Gir.             D. Fallopio, traditore.            piano a Lis,

Ros.            (Si mi voglio vend[i]car.)

Gır.             Con la spada io quì l'aspetto,

E con me l’avrà da far.

Fatt.           Siete un barbaro

Gir.             E tu canta

Flor,

Ros. a 3      Un crudele

Latt.

Lis. Gir. a 2 Si cantate

Ros.

Latt.

Lis. a 4       Mi fareste taroccar.

Flor.                                                (22)

 

La Finta Zingara

 

La finta zingara. Farsa per musica di Giambattista Lorenzi P.A. da rappresentarsi nel Teatro de’ Fiorentini nel Carnevale di quest’anno 1785, s.l., s. e., s.d. [Ma Napoli, 1785].  Questa farsa si trova in un volume assieme alla farsa Le sventure fortunate presentata per lo stesso Carnevale nel medesimo teatro.

 

La Musica è del Sig. D. Pietro Guglielmi Maestro di Cappella Napoletano.

 

La Scena si finge nel piccolo Feudo di D. Artabano.

 

Scena Prima

Rustico Casale. Da un lato palazzo mediocremente nobile di D. Artabano, con portone pratticabile. Contiguo all' istesso palazzo giardino anche pratticabile, dal quale s passa in un atrio, e da questo per pochi scalini si cala alla strada. Nell' opposto lato diverse rustiche case, e nel prospetto vaga collina da pratticarsi similmente per una strada, che ora si lascia vedere, ed ora viene nascosta dalla inuguaglianza de’ sassi, e dalle giovanette, ma folte piante, che l'adornano.

 

D. Artabano [uomo di vil condizione, che avendo accumulato qualche denaro, si compra un piccolo Feudo nell’Abruzzo, e pazzamente si crede nobile, Padre di Arminda e di Cloridea], Arminda [promessa sposa del Marchesino Bomba], Cloridea [promessa sposa del Barone Carcassa], Riccardino [amante occulto di Arminda, che per ottenerla, con inganno le ha proposto il finto personaggio del Marchesino Bomba] e Carpione [amante occulto di Cloridea, il quale similmente per ottenerla  con inganno, le ha proposto il finto immaginario Barone Bomba] con servi, che vengono dal giardino.

 

Car.            Perchè mai così cambiate                  alle donne

Ric,      a 2 Voi vi siete in un istante?

Arm.           Che tedioso!

Clo.            Che seccante!

a 2.             Via lasciam di passeggiar.

Art.             Ma che son queste scenate?

    Ricordatevi, che siamo

    Una mandra di Signori,

    E Signori, che dobbiamo

    Con Signori, e non Signori

    Da Signori sempre far.

a 4.             Sa ciascun i suoi doveri.

Art. Clo,   a 2.  Dame siam…

Ric, Car  a 2.   Siam Cavalieri…

  E potiam tre volte l'anno

  Per lo meno bettemmiar.

Art.               Ma si sappia col malanno

                     Perchè state a taroccar.

Ric,                Star non vogliono al contratto

Arm.           Non ci piace il vostro patto. (23)

 

 Il Medico Burlato

 

Il medico burlato. Dramma giocoso per musica a sette voci da rappresentarsi nel Teatro di Pisa dei Nobili Signori Fratelli Prini la Primavera dell’Anno 1790, In Pisa, Per Francesco Pieraccini, 1790.

 

[Librettista sconosciuto].

 

La Musica è del Sig. Pietro Guglielmi celebre Maestro di cappella Napoletano.

 

La Scena si finge in un luogo delizioso di Villa.

 

Atto Primo - Scena XIV   

M. Flacco [Monsu’ Flacco, ballerino grottesco, ignorante, compagno di Claretta], D. Pompilio [Cavaliere impazzito d’amore per Claretta, ballerina e finta cameriera in Casa di D. Ippocrate], poi Donna Laura [destinata sposa di D. Ippocrate, medico ignorante, che affetta il Francese con Donna Laura, della quale aspira le nozze].

 

Fla.            Ho pieno il capo

Di ciarle, e non le tasche:

Oh via non tante burle ò mia carina;

Lasciami un pò baciar quella manina.

Lan.            Se ti riesce il trovarmi... Fla, E' lesto.

Amor, tu che patisci

Di cateratte agli occhi: ora che cieco

Fra quest’ombre son’io come tu, sei

Guida à quella, che adoro, i passi miei

               A tentone a poco a poco

Vò col piè così pian piano,

Il mio ben cercando in vano

Per cotesta oscurità  

Dąmmi il segno zitto zitto

Fà un sospiro anima mia…

Un cannone di corsia

Non può meglio sospirar.

               Dimmi, ò cara, dove sei.

Lau. Sono quà . . . Pom. Sono qua.

Fla,        Deh non faccia cara lei…

Ch'io m’ avessi da stroppiar.

Se lo fa per barzelletta

Ferma un poco, ò mia diletta,

O principio a taroccar.

               Sono scherzi già d’amore,

Ma trà l’ombre, e lo scurore

Se vi piglio, se vi trovo

Quella man vi vò baciar.

               Il cervello giá a torno mi va…

Mo vi piglio…, Ci siete voi qua.

Vieni ò bella, ma un ombra quest’ è

Ombra cara tiratevi in la.

               Ah che o perso le gambe, e il cervello

Oh la testa, son cose assai brutte

Maleđette le femmine tutte,

E quell'uomo, che appresso lor và.

                                                 parte con Laura (24)

 

La Sposa Bisbetica

 

La sposa bisbetica. Farsetta per musica a 5 voci da rappresentarsi nel Teatro Valle degli Illmi Sigg. Capranica nel carnevale dell’Anno 1797, In Roma, Per Michele Puccinelli a Tor Sanguigna, s.d. [1797].

 

[Librettista sconosciuto].

 

La Musica è del Sig. Pietro Carlo Guglielmi Maestro di Cappella Napolitano.

 

La Scena si finge nelle vicinanze di Pisa in un luogo di Campagna spettante a Bonario.

 

Parte Prima - Scena Prima 

Galleria in Casa di Bonario.             

 

Isabella [figlia di Bonario], Bonario [vedovo, uomo facoltoso, e credulo], e Faccenda [Ministro di Bonario, che si finge un Personaggio d’importanza].

 

Isab. Io soggetta a Giocondina, Io figliastra d' una matta?

Fac.  Dice bene, poverina! Questa cosa non può star.

Bon. Ciarla, grida, sbuffa, schiatta.

(all' uno, e all'altra.

Giocondina io vò sposar

Sab. Non sia mai…

Fac. Partir piuttosto.

Isab. Io son pronta…

Fac. Io son disposto.

 A  2 Ipso facto, immantinente

A fuggirmene di quà

Bon. Oh fareste veramente

Una gran bestialità.

Fac.  Una pazza per padrona?

Isab. Una bestia? oh questa è buona.

Bon. State zitti, pace, pace.

Fac. e Isab. Non ci piace, non ci piace,

Bon. Ma dev'esser la mia Sposa.

A 2.   Non è cosa, non è cosa.

Bon. Ma se io…

A 2.   Ma non va bene.

Bon. Ma se lei…
A 2.   Ma non conviene.
Bon. Se i Capitoli son fatti
A 2.   Son Capitoli da matti.
Bon. Alto là, che cosa ci è?
          La mia Sposa è una Ragazza,   
          Che dev'esser rispettata,
          (E per altro un poco pazza
          E han ragione per mia fè.)
Isab. E chi può di questa furia
          Sopportar la tirannia?
Bon. Io lo vedo, figlia mia,
          Ma è vezzosa, e piace a me.
Fac. Sò che grida, sò che ingiuria;
          L'ha con questo, l'ha con quella…
Bon. Ma è carina poverella,
          E bisogna sopportar.
Fac. Ah quel sangue così freddo.
Isab. Quella flemma mi divora:
          Eh scuotetevi in buon'ora,
          Mi fareste taroccar.
Bon.  Lo conosco, lo confesso

          E un può matta la Sposina;
          Ma è vezzosa, ma è carina,
          Ne la voglio disgustar. (25)

 

Parte Prima - Scena IV

Faccenda, e detti [Giocondina, donna d'umor bisbetico, che contradice a tutti, promessa Sposa di Bonario; Cavalier Leandro amante segreto d' Isabella]

 

Fac. A meraviglia.

Il Re di Trabisonda

Mio Signor, mio Sovrano

                                     si alza, e seco tutti.

Vuol sapere i costumi, il genio, e l'indole

Dell'Europee più belle,

E voi…

Gioc. Io sono forse una di quelle.

Isab. (Superba maledetta!)

Facc. S'egli trova        a Gioc.

Una Giovane bella, come voi,

Ma che per altro sia

D'una rara modestia…

Gioc. Più modesta

Di me, dove si trova?

Non è vero?                 ad Isab.

Isab. Verissimo,

Facc. Che parli poco...

Gioc. Oh io non parlo assai,

Lo dica lei…              a Bon.

Bon. (Non la finisce mai.)

Facc. Non strapazzi la gente,

Non tarocchi, non litighi,

Non contradica...

Gioc. Io sono,

Più dolce anche del zuccaro: parlate:

Dite voi, Cavaliere.

Cav. Oh sì: voi siete

Savia, prudente, buona…

(Che a nessuno per altro la perdona.)

Facc. In questo caso dunque il mio Sovrano,

Il Re di Trabisonda vi dichiara:

                                   s' alza, e seco tutti.

Principessa Reale, e vi promette
Premj, onor, protezzione: ma avvertite,

Che se tal voi non siete
Principessa Real mai non sarete.
Cav. (Ho inteso, ho inteso il gergo,

Bravo Faccenda)

                                     intanto si fanno dei cenni e ridono  (25 bis)

 

Il Fabro

 

Il Fabro. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Regio Teatro di Via della Pergola la Primavera del MDCCXCI, In Firenze,Nella StamperiaAlbizziniana da S.M. in Campo, MDCCXCI [1791].

 

[Libretto di Luigi Romanelli].

 

La Musica è del celebre Sig. Maestro Valentino Fioravanti.

 

La Scena si finge in un Paesetto nelle vicinanze di Palermo sulla spiaggia del mare.

 

Atto Primo - Scena XVI  

Bottega di Fabbro con Fucina, Incude, e Garzoni al lavoro.  

 

Maestro Fazio [fabbro amante di Lena], indi Lena [cittadina capricciosa promessa sposa per mandato di procura a D. Velasco, capitano di nave], poi Don Pacomio [Cartapecora Curiale ignorante, amante di Lena], finalmente tutti.

 

Pac.                     Deh Signor non tanta fretta,
Ci ho una certa novelletta,
Un bel fatto molto raro
Quì successo poco fa.

Faz. Len.     Narra il fatto, amico caro,
Che da ridere farà.

Pac.            Un Artista innamorato
Un po’ rustico, e geloso  
Stava accanto al nume amato
Come Fazio adesso stà.
Un suo amico lì arrivato
Si frappose, e disse a quella:
Volgi a me la faccia bella,
Lascia questo lì crepar.
          si mette in mezzo, accanto a Lena.

Faz.            E l'Artista?

Pac.                     In un cantone
Se ne flava a taroccar.

a  3             Sù ridiamo, ah, ah, ah.

Pac.            In tal modo poi la mano
                          prende la mano di Lena.
Piano piano la pigliava .

Faz.                     E l’Artista?

Pac.            Taroccava,

a  3.            Là ridiamo, ah, ah, ah.

Pac.            Poi con qualche sospiretto
Le diceva io morirò.

Len.            Oh che fatto graziosetto!
Che al mio genio si adattò.  

Faz.            Ma un tal fatto maledetto
Come alfin si terminò?
             addirato, cacciando D. Patomio

Pac.             Piano…oh bella…lei s' infuria,
                    Ho finito il mio racconto,
                    E l’Artista a tale affronto
                    Così appunto taroccò.
 a  3             Questo fatto finchè vivo
                    A memoria sempre avrò. (26)

 

Il Naturalista Immaginario

 

Il naturalista immaginario. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nel R. Teatro di via S. Maria nella Estate dell’Anno 1796, Firenze, Presso Anton-Giuseppe Pagani, e Comp., MDCCXCVI [1796].

 

[Libretto di Giovan Battista De Lorenzi].

 

La Musica è tutta nuova del celebre Sig. Silvestro Palma Maestro di Cappella Napolitano.

 

Atto Secondo - Scena VII                 

Macario [che si crede gran Filosofo naturalista, celebre in tutte le Scienze, Zio dell’Alfonsina, innamorata di Lelio, giovine che si introduce in casa col pretesto di apprendere le scienze], Sossio [uomo sciocco, discepolo di Macario], e poi Enrichetta [cameriera in casa di Lelio che si finge Dama Letterata], e Corrado [barbiere di Lelio, che si finge Capitano], e la suddetta [Alfonsina, innamorata di Lelio].

 

Soss.     Parlerò, parlerò. Che seccatura!

                Sappia lei che un affamato

Si voleva qui belbello

Piluccare un pollastrello;

Zitto zitto venne un gatto

Che saltando sopra il piatto

Tutto a terra rovesciò.

                Ah ragion di taroccar l'affamato sł o nò

Non Capite? Or più chiaro parlerò.

                Sappia lei che che [sic] si giocava

Ed il piccolo pallino,

Alla palla era vicino

Quando al meglio del giochetto

Venne un diavol maledetto

Ed il gioco rovinò.

               Ah ragion di bestemmiare

Chi vinceva sì o nò?

               Non capite ma cospetto

Fitto fitto tutto il fatto

Qui da me si raccontò.

               Neppur basta? Eterni Dei!

Perchè il barbaro destino

Quì costei oggi mandò,

Che finor dal chitarrino

                    Quattro corde mi strappò.  (27)

 

I Tre Desiderj ovvero Il Taglialegne

 

I Tre Desiderj ovvero Il TaglialegneFarsa Nuova di un Atto in Prosa, e in Musica alla Francese da rappresentarsi in Firenze nel Teatro di Borgo Ognissanti il Carnevale del 1795, In Firenze, Nella Stamperia già Albizziniana all’Insegna del Sole, MDCCXCIV [1794].

 

La Composizione è del Sig. Domenico Somigli fra gl’Arcadi Lisendo Tiresiano.

 

La Musica è tutta nuova del rinomato Sig. Maestro Ferdinando Rutini Fiorentino.

 

La Scena si finge in Potesteria.

 

Atto Primo - Scena Seconda

Bosco foltissimo ingombrato di Alberi, in prospetto Monte altıssimo praticabile.

 

Biagio [Taglialegne] di dentro con Accetta, poi fuori scendendo la Montagna.

 

Biag. Deve un povero ammogliato
             Tribolar la notte, e il dì,
         Senza bezzi, e senza fiato
             Faticar deve così.
         Da quel giorno assai fatale
            Che l’amore a lei m’ unì,

            La gran pianta maritale
            Su la testa mi fiorì.  

Diamo principio al travaglio. Oggi avrei bisogno di fare una buona giornata. Mi è stata fatta gran richiesta di legna, non sò se potrò contentar tutti. Alle mani dicea quello che non l'aveva. Cominciamo da buttar giù questo querciolo, dà dei colpi. Questa scure mi vuoi far taroccare. Non lavora a mio modo. Gran disgrazia di noi altri miserabili! faticar molto, e mangiar poco, quando tanti senza far nulla s’ impinguano nell' opulenza. Perdonami PadreGiove, ma questa non mi par giusta. Cosa vedo! Il Ciel si oscura. Che vento!... Che lampi!...Che tuoni…quì non vi è altro scampo che piantarsi fotto questa quercia. E sempre nuove disgrazie. segue fiera Tempesta d’acqua, grandine, e fulmini. Oh povero me! or ora un fulmine m’ incenerisce. Giove, se tu mi liberi, giuro di consacrarti la Capra della mia moglie subito che torno a casa. Via, via, il Cielo si rasserena. viene un fulmine. Oh poveretto me, son morto. casca in terra.   (28)

 

L’Etio

 

L’Etio. Drama per musica da rappresentarsi nel Real Palazzo, In Napoli, Per Carlo Porsile, 1686.

 

Sulla storia di Ezio, il grande generale romano che sconfisse Attila, vennero scritti diversi libretti per musica, di cui il più famoso fu composto dal Metastasio, musicato da giganti della musica come Handel e Hasse. Il libretto su indicato da noi reperito sebbene non riporti l’autore del testo e delle musiche, risulta l’unico in cui appare il verbo ‘taroccare’.

 

La Scena si finge in Roma.

 

Mutazioni di scena nei tre Atti.

 

Atto Terzo - Scena XV

Sabina, Onorio, Etio, Gilba, Lesbino

 

Lesb. Caro padrone, ah quanto

Provasti il Fato, al tuo voler contrario.

Gil. Costui non piange tè, piange il salario.

Et. A che più mi serbate

Perfidissime Stelle.

Gil. Tarocca quanto vuoi,

Andiam Lesbin di questo cor conforto,

E lascia di piangere più il morto.

Gilba tira Lesbino per un braccio (29)

 

La Fiera

 

La Fiera. Farsa per musica da rappresentarsi nel Teatro Tron in S. Cassiano nel Carnovale dell’Anno 1772, In Venezia, s.e., s.d., [1772].

 

Una farsa dal titolo La Fiera, ossia, il Teatro in Teatro, con diverso testo musicato da Domenico Sigismondi, venne rappresentata a Torino nel 1803.

Libretto di Giovanni Doffin.

 

La Scena si finge in un Paese di Terraferma.

 

Prima Parte - Scena III

Pivetta [figliastra di Fabrizio, astronomo]vuol partire, ed incontra Volpona [vedova, cognata di Fabrizio] e dette [fra cui Trapolina amante di Sgranellone]

 

Volp, Presto, presto cori Pivetta vien a casa oh che desgrazia!

Pivet. Che cosa è accaduto Signora Zia?

Volp. Una gran desgrazia, oh che disgrazia!

andemo fubito

Trap. Oh poverina! cosa è successo Signora Volpona?

Volp. Mio Cugnà Fabrizio fegurarse xe deventà matto.

Pivet. Da vero?

Volp. Da seno, da seno.

Trap. Il Padrigno della Signora Pivetta? l'Astronomo?

Volp. Siora sì, so Paregno. L'Astrologo.

Pivet. Preſto: dunque andiamo, andiamo.

Trap. Oh quanto, che mi vien da ridere.

(diceva, che era savio.)

Volp. El giera in terazza, e adesso fegurarse

le montà su i copi.

Pivet. Andiamo, andiamo. (tirandola.

Volp. El tarocca fegurarse col Sol, con la Luna,

e con le Stelle fegurarse…

Trap. Vadino subito che non si precipiti.

Volp. El discore fegurarse d'aqua, e de battei.

Pivet. Non perdiamo tempo Signora Zia. (30)

 

La Sposa Fedele [Altri titoli: La Rosinella, ossia La sposa fedele, La fedeltà in amore, La sposa costante, La costanza di Rosinella. In Germania venne rappresentata con il titolo Robert und Kalliste, oder der Triumph der Treue]

 

La Sposa Fedele. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nel Teatro di Via del Cocomero, nella Primavera dell’Anno 1769, Si vende da Ant. Giuseppe Pagani, s.d. [1769].

 

[Libretto di Pietro Chiari]

 

La Musica è del celebre Sig. Don Pietro Guglielmi Maestro di Cappella Napoletano.

 

La Scena si finge in un Isola, Feudo del Marchese [di Vento Ponente].

 

Atto Secondo - Scena VII

Rosinella [sposa promessa di Pasqualino, salvati entrambi da un naufragio] e il Marchese [di Vento Ponente]

 

Ros. (Аh di doppio tormento

Colui mi fa morir!!).

Mar. Non vi agitate,

Cara mia Baronessa

Per cagion di quel pazzo,

Ch'io lo farò legar.Olà…

Ros. Signore,

No, tralasciate.

Mar. E come?

Baronessa, piangete?

Son di colui le smanie

Che fan di pianto inumidirvi il ciglio?

Dite: tanto per lui

Siete di cor pietoso?

Ros. Penso, Marchese, al mio perduto sposo,

L’amor di Pasqualino

Per la sua Rosinella

 Immaginar mi fa d’ esser io quella.

Pari al suo il mio Barone

Per me sentiva amore:

Di Rosinella al pari

Io l'amava di cor... Ah, non stupite

S' io dunque piango adesso,

Perchè siamo ambedue nel caso istesso .

Mar. Ecco per consolarvi

Quel che sa fare un Cavalier par mio.

Vostro spofo fon io

Se voi non mi sdegnate;

Di venti mila scudi

Di contraddote un istromento io scrivo.

Lasciate il morto, ed or pensate al vivo.

Ros. lo vostra Sposa!... Piano:

Saria la vostra mano

Al merto mio, Signor, troppo alto dono

Io di sì grande onor degna non sono.

Se perciò in sul moniento io non l’accetto

Lo vuole il mio rispetto;

|Grata però mi chiamo a un tal favore

E tempo chieggo a discoprirvi il core

Mar. Capisco, si, capisco

Baronessa adorata,

Che vedova restata.

Che non sono due giorni

Volete per modestia, e per rispetto

Aspettar qualche tempo. Io son contento:

Lascio la scelta a voi di quel momento!

Mi giubbila il core contento mi dà

Nel corpo il rumore, sentite che fa.

Tarocca borbotta fa strepito, e chiasso,

Sentite già dice, prendiamoci spasso.

Io come un cavallo, che corre veloce

Le nove, i festini men vo a preparar. (31)

 

Don Anchise Campanone

 

Don Anchise Campanone. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro di San Samuele l’Autunno dell’Anno 1773, In Venezia, Presso Modesto Fenzo, MDCCLXXIII [1773].

 

[Libretto di Gio. Battista Lorenzi].

 

La Musica è del Sig. Giovanni Paisiello Maestro di Cappella Napolitano.

 

Mutazione di Scena nei tre Atti

 

[La Scena si finge in Napoli, in Casa dio Don Rutilio, e nel Cortile].

 

Atto Secondo - Scena III

Rutilio [medico], D’Anchise [Baron di Trocchia] nel sacco, e Carmosina [serva in casa di Ruttilio] che viene avanti

 

Rut.                (Vè che delirio!) lo vi volea riporre

                        Quel sacco di farina ... Or dì; mia moglie

                        Che fa?

Car.                Grida, e tarocca.

Anch.              Accì…                                    (stranuta dentro il sacco.

Rut.                Il malanno

                        Ti colga.                                 (con rabbia

Anch.             Mille grazie

Car.               Ch’ è stato ì?

Rut.               Menicuccio

                       Che stranuta quì dietro.

Anch.             Acci…

Rut.                Va al diavolo.                         (come sopra.

Anch.             Di nuovo mille grazie… acci…acci…

Rut.                Maladetto!....                         (come sopra.

Anch.             E tabacco: Non s’incomodi.

Car.                Ohime ! La dentro chi ci sta ?    (most. spave.

Rut.                La bestia

                       Di mio genero, qui da me introdotto

                       Di nascosto in quel sacco,

                       Che si diverte di pigliar tabacco         (con rab.

Car.               Cospetto! se lo scopre la Padrona…

Anch.            Ch’è quello che dich'io: Cornelio Tacito.

                                           (cava fuori la testa dal sacco) (32)

 

Le vicende amorose

 

Le vicende amorose. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Regio Teatro di S. Carlo Della principessa il Carnevale dell’Anno 1797, Lisbona, Nella Stamperia di Simone Taddeo Ferreira, MDCCLXXXXVII [1797].

 

[Libretto di Pastor Arcade Timido]

 

La Musica è del Sig. Giacomo Tritto Maestro di Cappella Napolitano.

 

La Scena si rappresenta in un ameno Villaggio, in vicinanza di Verona

 

Atto Unico - Scena VII

Jardim ameno

 

Laureta [cantarina il di cui vero nome è Arpalice], D. Pistofilo [ricco negoziante facete e amante di Lauretta], e Bettina [giardiniera di Lauretta, che parla sempre con proverbi, e sentenze] cultivando as flores.

 

Pis. Io son già ricco:

      Non m'importa di dote, e mi contento

      Di mangiar oggi luovo

      Piutosto che domani la gallina.

Bet. Oh qui si che ha ragione

      Padroncina

      Sempre è meglio il fringuello sullo spiedo,

      Che il tordo sulla frasca.

Pis: La sentite?

      Ha un tomo in foglio di proverbj in bocca,

      Poi dicon, che Pistofilo tarocca.

Lau. Siete troppo impaziente.

Bet. Ha ragione. (33)

 

Questo dramma venne rappresentato in diversi teatri italiani con il titolo I Raggiri d’Amore come risulta dal seguente libretto:

 

I Raggiri d’Amore. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro di S.A. S. il Signor Principe di Carignano nell’Autunno dell’Anno 1792, Torino, Per Onorato Derossi, s.d., [1792].

 

In questa occasione, il libretto subì alcuni rimaneggiamenti fra cui anche il passo di nostro interesse:  

 

Atto primo - Scena Settima

Ameno giardino

 

Laur.          Olà Bettina

                    Facesti l'imbasciata a D. Polibio?

Bet.             La feci sì signora.

Laur.          Ma non si vede ancora,

Bett.            Verrà. Dice il Villano,
                    Chi va piano, va sano.

Pist.            La sentite: 

                    Ha un tomo in foglio di proverbj in bocca;
                    Poi dicon, che Pistofilo tarocca.
Bett.            Seguitando a seccarla
                    Così, voi rimarrete
                    Come il cane da caccia
                    Che ha perduto la preda.
Pist.            Ah madamina,  
                     Io la strozzo costei da galantuomo.
Bett.            Perchè

                     Perchè non posso 

                     Più soffrir questa pazza:
                     Ogni parola sua mi storpia e ammazza. (34)

 

La sposa bisbetica

 

La sposa bisbetica. Farsetta per musica a 5. voci da rappresentarsi nel Teatro Valle degl’Illmi. Sigg. Capranica nel Carnevale dell’Anno 1797, In Roma, Per Michele Puccinelli a Tor Sanguigna, s.d., [1797].

 

[Librettista Lorenzo da Ponte]

 

La Musica è del Sig. Pietro Carlo Guglielmi Maestro di Cappella Napolitano.

 

La Scena si finge nelle vicinanze di Pisa in un luogo di Campagna spettante a Bonario.

 

Parte Seconda - Scena II

Bonario [vedovo, uomo facoltoso, e credulo] e poi Isabella [figlia di Bonario]

 

Bon. Bella cosa, ch'è la moglie:

Bella cosa in verità

Porta addosso tante gale,

Tanti fiocchi, tanti arnesi,

Che l'entrata di tre mesi,

In un giorno se ne va.

Quand'è in casa poi tarocca

Colla serva, col vicino,

E il marito poverino

Chiotto chiotto se ne stà.

Bella cosa, ch'è la moglie,

Ma per me, per me non fà.

Moglie? alla larga: solo mi dispiace

Dei bei doni, che feci a quella sciocca.

Isab. Un marito mi tocca,

Papa mio caro caro,

Lo voglio, lo voglio.

La mia dote dov'è?

Bon. La dote è andata.

Isab. Oh povera Isabella sventurata!

Bon. Giocondina è la sposa,

E un po per volta a lei diedi ogni cosa.

Isab. L'ammazzerò colei…

Bon. Se ti riesce:

Fa un poco tu.

Isab. Voi siete troppo buono.

Bon. Oh ... oh ... non tante chiacchiere.

Son Genitor lo sai?

Isab. Non serve io voglio

La dote mia.

Bon. Due schiaffi tutti insieme,

Senza far ricevuta,

Gli avestì mai.

Isab. Non crederei.                     sbattendo i piedi.

Bon. Che? che?

Isah. Papà mio caro

Una povera sposa,

Che resta senza dote

Ha ragion se tarocca.

Bon. Bella moglie

Sarebbe ancora questa: via giudizio,

Altrimenti quì nasce un precipizio.

Già mi treman per rabbia le mani,

Già mi viene la bile all'insù.

Isab. Oh che vita, che vita da cani,

Dalla rabbia non posso star più.      battendo i piedi.  (35)

 

Parte Prima - Scena IV

Faccenda [Ministro di Bonario, che si finge un Personaggio di importanza], e detti  [Cavalier Leandro, amante segreto di Isabella; gli altri personaggi sono sopra menzionati]

 

Fac. A meraviglia.

Il Re di Trabisonda

Mio Signor, mio Sovrano

                                     si alza, e seco tutti.

Vuol sapere i costumi, il genio, e l'indole

Dell'Europee più belle,

E voi…

Gioc. Io sono forse una di quelle.

Isab. (Superba maledetta!)

Facc. S'egli trova        a Gioc.

Una Giovane bella, come voi,

Ma che per altro sia

D'una rara modestia…

Gioc. Più modesta

Di me, dove si trova?

Non è vero?                 ad Isab.

Isab. Verissimo,

Facc. Che parli poco...

Gioc. Oh io non parlo assai,

Lo dica lei…              a Bon.

Bon. (Non la finisce mai.)

Facc. Non strapazzi la gente,

Non tarocchi, non litighi,

Non contradica...

Gioc. Io sono,

Più dolce anche del zuccaro: parlate:

Dite voi, Cavaliere.

Cav. Oh sì: voi siete

Savia, prudente, buona…

(Che a nessuno per altro la perdona.)

Facc. In questo caso dunque il mio Sovrano,

Il Re di Trabisonda vi dichiara:

                                   s' alza, e seco tutti.

Principessa Reale, e vi promette
Premj, onor, protezzione: ma avvertite,

Che se tal voi non siete
Principessa Real mai non sarete.
Cav. (Ho inteso, ho inteso il gergo,

Bravo Faccenda)

                                     intanto si fanno dei cenni e ridono (35 bis)

 

Il Don Chisciotte della Mancia

 

Il Don Chisciotte della Mancia. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi di S. A. Serenissima il Signor Principe di Carignano l’Autunno dell’Anno MDCCLXIX, In Torino, Nella Stamperia Mairesse, s.d., [1769]

 

[Libretto di Giovanni Battista Lorenzi]

 

La Musica è del Sig. Marcello di Capua Romano.

 

La Scena è nel Toboso della Casa di Marino, e nelle sue vicinanze.

 

MUTAZIONI

 

Atto primo, Scena III. pag. 10. In vece dell'aria che dice “Non saresti per sicuro”, Sancio dice li seguenti due versi, e l’aria seguente.

 

E ti è capitato in tal momento,  

Che per la fame in piè mi reggo a stento.

          La fame vorace

          Tormento mi dà,

          Nel corpo il rumore

          Ascolta, che fa,

          Barbotta, tarocca,

          Fa strepito, e chiasso,

          E dice alla bocca,

          Son stanco, son lasso,

          E voglio mangiar.

          Io come un cavallo,

          Che corre veloce,

          Or vado dall’ Oste

          Per farlo quietar.  (36)

 

Il regno delle Amazoni

 

Il regno delle Amazoni. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Tteatro Zagnoni l'autunno dell'anno 1784, In Bologna, Nella Stamperia del Sassi, s.d., [1784]

 

Il libretto di quest'opera, scritto da Giuseppe Petrosellini, fu preso in considerazione anche da W. A. Mozart, che ne musicò l'introduzione.

La musica è tutta nuova composta dal sig. Agostino Accorimboni.

 

Poiché non abbiamo reperito l’intero libretto ma solo alcune parti di esso, riportiamo i versi che contengono il termine ‘Taroccare’:

 

Ma non saprei che scegliere.

Sono tutte belle affè.

(Sbuffa, tarocca e strepita.

Più bel piacer non v’è.)

D’odiar le Donne tutte

Com’io sempre farò. (37)

 

I versi sopracitati sono gli stessi che appaiono a p. 68 anche nel dramma giocoso:

 

La Mulinara o sia l'amor contrastato. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Bologna nel Nobile Teatro Zagnoni l'Autunno dell'Anno 1789, In Bologna, Nella Stamperia del Sassi, 1789.

 

[Libretto di Giuseppe Palomba].

 

[La Musica è dell’immortale maestro Giovanni Paisiello]

 

Il finto pazzo per amore

 

Il finto pazzo per amore. Farsa per musica a quattro voci da rappresentarsi nella Real Villa del Poggio a Cajano nell’Autunno del 1771, In Firenze, Per lo Stecchi, e Pagani, s.d., [1771].

 

[Libretto di Tommaso Mariani]

 

La Musica è del Sig. Antonio Sacchini Maestro di Cappella Napolitano.

 

La Scena si finge in Campagna dove stanno attendati i Soldati di D. Ercole.

 

Parte Seconda - Scena V

Eurilla [pastorella], poi Silvio [pastore amante di Eurilla], indi il Capitano [Don Ercole, amante di Eurilla] che torna

 

Cap. [I matrimoni,

Van sùbito conclusi…Ma che vedo

Quel maledetto pazzo

Cosa fa lì colla mia bella?]

Eur. Oh Dio!

Silvio vanne per ora:

Ci rivedremo.

Sil. Come!

Tu mi discacci? [Oh Cielo

Mi tradisse costei,

Fosse d’altri invaghita?]

Cap. Fuggi da questo pazzo
ad EURILLA non veduto da Silvio.
Eur. [Ah son spedita] (sorpresa)
Sil. Giurami almeno ingrata
Che tu non ami altri che me.
Eur. Non posso.
Sil. Come non puoi?
Eur. (Che pena!  
Potessi fargli un cenno  
Potessi dir che il Capitan ci ascolta.)
Sil. (Ah chi fu che’ m’ ha tolta
La cara Eurilla mia?) (smaniando)
Cap. [Costui vaneggia (piano come sopra )
Eurilla bada a te.]
Eur. (Son disperata.) .
Sil. Parla.  
Eur. Parlar non deggio.
Sil.[Ch’equivoco parlar... sogno, o vaneggio?
Čhe mi accadde? che fu?
Cap. [Fuggi, non vedi,
Che s’ infuria, tarocca, e sbatte i piedi?]
(ad Eurilla.)
Sil. Addio, parto per sempre
Per non vederti più.  (38)

 

La statua per puntiglio

 

La statua per puntiglio. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro Giustiniani in San Moise’ il Carnovale dell’Anno 1792, In Venezia, Appresso Modesto Fenzo, 1791

 

Libretto di Marcello Bernardini

 

La Musica è del Sig. Marcello di Capua Maestro di Cappella Napolitano.

 

Mutazione di scena nei due Atti

 

Atto Primo - Scena XVI

Tolomeo [dottore, uomo ignorante, e fanatico per le antichità], Roberto [gentiluomo romano appassiona to per Altomira, giovane bizzarra destinata sposa al Dott. Tolomeo], e detti [Monsieur Farfallone, furbo e raggitore]

 

Tol. e Rob.  Oracolo d’Atene, Greco scultor sublime,

S’ inchina al vostro merito

Un’ umil Servitor.

Far. Lipfa Fallaspi ­- minchia chianchiaja

Juspa falluspa - Cakerikan.

Tol. Come tarocca - Gioca a minchiate,

Chiama li cani - che mai vorrà?

Rob. Capite il greco? Tol Niente affattissimo.

Rob. Siete imbrogliato? To Imbrogliatissimo.

Rob. Son grechi ossequj - Lasciate dir.

Tol. Ma come diavolo - L’ho da capir? (39)

 

Il Cavaliere per amore

 

Il Cavaliere per amore. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro del Pubblico della Città di Pisa la Primavera dell’Anno 1766, In Pisa, Nella Stamperia di Pompeo Polloni, MDCCLXVI

 

[Libretto di Giuseppe Petrosellini]

 

La Musica sarà del celebre Sig. Niccolò Piccinni

 

La Scena si rappresenta nel Villaggio di Piantone [ricco contadino]

 

Atto Terzo - Scena Ultima

Sala in casa di Florindo

 

Eurilla [figlia di Piantone], Florindo [amante d’Eurilla], indi Piantone [ricco contadino] e Lisetta [serva d’Eurilla] coperta, e in ultimo Nerina [altra serva d’ Eurilla] e Rertagnone [garzone di Piantone]

 

Flor.                 Non più, Mercante io sono,

                          Nobile non son' io:

                          Perdon, bell'idol mio, ad Eur:

                          Opra è del Dio d'Amor.

Piant. a 2        Ohimè che tradimento!

Eur.   a 2         Ohimè che cosa sento!

Flor.                 Quì son le mie ricchezze,

                          accennado un libro da Mercante a che ha fotto il braccio.

                          Quì sono i miei tesori;

                          Le merci, i debitori

                          Descritti quì vedrà.

Piant. a 2        Ahimè che cosa sento!

Eur.   a 2         Che gran bestialità.

Flor. a 2          Taroccano, delirano,

Lis.    a 2         S’affannano, sospirano,

                         Ma il fatto così stà. (40)

 

Il Barone di Rocca Antica

 

Il Barone di Rocca Antica. Farsa per musica a quattro voci da rappresentarsi nella Real Villa del Poggio a Cajano nella Primavera dell’Anno 1772, In Firenze, Per lo Stecchi, e Pagani, MDCCLXXII [1772].

 

La Scena della Farsa si rappresenta nel Castello di Rocca Antica, Feudo del Barone Arsura.

 

[Libretto di Giuseppe Petrosellini].

 

La Musica è del Signor Carlo Franchi Maestro di Cappella Napolitano

 

 Parte Seconda - Scena VIII

Sala in casa del Barone con sedie

 

Giocondo [fattor di campagna del Barone] che dà ordini ad un servit. del Barone, indi Lenina [villanella]

 

Len. Se mai vi risolveste

Dopo fatto il gran giro della terra

A prender moglie…allora

Non vi scordate di Lenina.

Gio. Ah Lena

Non ne facciamo niente,                        (Moglie.

L’ho detto mille volte, io prender

Perder la libertà? pensare ai figli

Che gridan, che taroccano.

Nè la finiscon mai?
Libertà, libertà, non voglio guai.

Brutta cosa ch’è la moglie;
Sempre ciarla, strilla ognora:
Sempre sempre in sua buon’ ora  
Ha piacer di contrastar;
Ed i figli poi per ultimo,
Così sentonsi gridar.
Tata mio ci vuole il pane,
Voglio un vestito,   
Voglio marito,   

Voglio venire,

Voglio restare.

Mi compatisca Signora Lena:

Questo mio core non s’icatena:

Voglio esser libero, voglio scialar. (41)

 

La merenda alla Zuecca ossia Ogni strada conduce a Roma

 

La merenda alla Zuecca. Farsa giocosa per musica d rappresentarsi dalla Compagnia de’ Comici nel Teatro Tron in S. Cassiano nell’Autunno dell’Anno 1770, In venezia, Per Modesto Fenzo, MDCCLXX [1770]

 

[Libretto di Francesco Apostoli]

 

Musicista non menzionato  

 

La Scena si finge in Venezia

 

Mutazione di scene

 

Scena XI [di XX]

Sala

 

Giacinto, poi Cassandra

 

Giac. Quando le Donne hanno gelosia degr’ Uomini, è segno manifesto che qualche rara prerogativa in lor si racchiude. In tanto voglio con il mezzo della Vecchia procurarmi l’amor di Cattina; oggi anderò a ritrovarla alla Giudecca; e che mia Moglie tarocchi quanto gli piace.

Cass. Sig. Consorte venga a tavola?

Giac. Oggi non pranzo a Casa.

                                  (in atto di partire) (42)

 

Il Conte di Bell’Umore o sia la Contessa Pianella

 

Il Conte di Bell’Umore o sia la Contessa Pianella. Intermezzo a cinque voci da rappresentarsi in Firenze nel Regio Teatro di via Santa Maria nel carnevale dell’Anno 1789, Firenze, Presso Anton-Giuseppe Pagani, e Comp., MDCCLXXXIX [1789].

 

La Scena si finge nel Feudo del Conte.

 

[Libretto di Marcello Bernardini]

 

La Musica, è del Sig. Marcello da Capua Maestro di Cappella Napolitano.

 

Atto Primo - Scena Ultima

Il Conte [di bell’Umore, allegro e nemico dell’amore] travestito con lanterna magica, ed Armellina [cameriera di Donna Aurora, gentil Donna di spirito amante del Barone Tartaruca, uomo caricato, e prevenuto per la sua bellezza] da Tedesca con istromento, e detti [Don Pappafico Arsura, Calabrese, uomo sciocco, e ridicolo amante di Donna Aurora].

 

Pap.          Io tarocco, e voi ridete:
A 4.            Sei caduto nella rete
Pap.           Voglio dire:
A                Via che serve…
Pap.           Voglio fare…
A 4                    Lascia andare…
Bar.            Pappafico, con le buone.
Pap.           Ma finitela, Barone.
Bar.            Pappafico, voi crepare?
Pap.           Non è modo di 'trattare.
Bar.            Pappafico convenienza…
Pap.    Già mi scappa la pazienza…
                    Lei mi ha rotto…Lei mi ha fatto.
                    Qui fon preso per un matto,
                    Qualchedun la pagherà.
a 4       Già l’amico è sottosopra,
                    Si tapina, e si scapiglia,
                    Qui succede un parapiglia,
                    Ma alla fin si placherà. (43)

 

Vittorina

 

Vittorina. Dramma di tre atti per musica. Rappresentato per la prima volta in Londra l’anno MDCCLXXXII con musica del Piccini, in “Drammi giocosi per musica del Sig. Carlo Goldoni”, Tomo Secondo, Venezia, Dalle Stampe di Antonio Zatta, e Figli, MDCCXCIV [1794]

 

Libretto di Carlo Goldoni.

 

Musica di Niccolò Piccinni.

 

La scena è in casa della marchesa, e nella campagna circonvicina.

 

Atto Primo - Scena IV

Il Barone, Vittorina [cameriera della Marchesa del Vallo]

 

Vit,    (Che mai dirmi vorrà?)                     (da se.

Bar.                                     Bella ragazza,
           Vi dirò in due parole
           Quello che un altro vi direbbe in cento.
           Mio figlio si marita;
           La marchesa l'alloggia; io resto solo.
           Solo viver non posso, e se volete

           Tenermi compagnia,
           Voi padrona sarete in casa mia.

Vitt.   In casa vostra?                                    (con ammirazione -
Bar.                                            E perchè no?
Vitt.                                     Scusate.
           Voi credete onorarmi, e m'insultate.
Bar.    V'insulto ad esibirvi

           Uno stato migliore? A distaccarvi
           Da una padrona capricciosa, altera,
           Che da mattina a sera
           Grida, tarocca, e non s'accheta mai ? 
           (Povero figlio mio, la proverai.)             (da se
           V’ insulto ad invitarvi,
           A vivere tranquilla
           Con un buon veterano,
           Non ricco, è ver, ma liberale e umano?
Vitt.   Ah signor, preferisco,
           Per salvar l'onor mio, questo in cui vivo
           Stato di servitù penoso e duro.
Bar.  Con me siete in sicuro.
           Mi levo innanzi giorno,
           Corro pe boschi intorno ,
           Stanco rivengo a sera
           E dormo di buon cuor la notte intera.
           Basta condursi ben, figliuola mia,
           E chi mal pensa maledetto sia.
           (Se il cavalier sapesse,
           Che il padre suo.... Ma il cavaliere in breve
           Sposo sarà, nè a me pensar più deve.)       (da se.
           E bene ? A che pensate?
           Ricusate le offerte o le accettate?  (44)

 

La Lavandaja Spiritosa

 

La Lavandaja Spiritosa. Dramma per musica da rappresentarsi nel Teatro della molto Ille. Città di Barcelona l’anno 1772, s.l., Per Francesco Generas Stampatore, s.d.

 

[Librettista sconosciuto]

 

Ad eccezione di alcune arie, la musica de La Lavandaja Spiritosa fu composta da Nicolò Piccinni, uno dei più celebrati musicisti del Classicismo.

 

Atto Primo - Scena Prima

Campagna alle falde di alcune Colline, in vista della marina.


Palamede
, povero Gentiluomo


Aspettatemi pure a desinare.
La fame che tengo
Tormento mi dà,
Nel corpo il rumore
Sentite che fá.
Barbotta, tarrocca,
Fa strepíto, e chiasso;  
E dice alla panza
Son stanco, son lasso,
So come un Luppo
Che corre veloce
Men vado in cucina
Per ora à mangiar. (45)

 

Lo Zotico Rincivilito

 

Lo Zotico Rincivilito. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro Pubblico della Città di Arezzo, nel Carnevale dell'anno M. DCC.LXXXIII, In Arezzo, Per Innocenzo Bellotti, Stampator Vescov. [Vescovile], 1783.

 

[Librettista sconosciuto]

 

La Musica del Dramma è del Celebre Sig. Pasquale Anfossi.

 

Atto Terzo - Scena Prima

Sala

 

Il Cavaliere [Aquilante], Graziosa [Vedova], e Perenella [Cameriera di D. Aurora]

 

Gra.           Perenella, vien quà.
                   Dimmi che fà Canziano?

                   Donna Aurora che là?

Pere.          Potete immaginarlo
                   Dal fatto d'ieri sera.

Cav.           Han riposato insieme?

Pere.          Oibò: anzi il Padrone è stato
                   Tutta notte per casa,
                   Urlando, e taroccando
                   Peggio ancora di un matto.

Gra.           Io mi suppongo ben, che tutto sia
                   In confusione assai. Ma dimmi…

Pere.          Signora perdonate,
                   La Padrona a momenti
                   Potrebbe risvegliarsi, ed io conviene,
                   Per fare il mio dovere,
                   Che pronta perciò stia nel suo quartiere. Parte    (46)

 

Le furberie di Spilletto

 

Le furberie di Spilletto. Commedia per musica da rappresentarsi in Firenze nel Teatro di Via del Cocomero nel carnevale dell’Anno MDCCXLIV, In Firenze, Nella nuova Stamperia di Gio: Paolo Giovannelli sulla Piazza di S. Elisabetta, MDCCXLIV [1744].

 

L’Autore si protesta, con le parole Fato & c. sono scherzi della penna, non sentimenti del cuore professandosi vero cattolico. [Librettista sconosciuto].

 

La Musica è del Sig. Girolamo Abos, Maestro di Cappella Napoletano.

 

La Scena si finge in Empoli.

 

Atto Primo - Scena VIII

Armellina [zingana simile di volto a Spilletto], e detti [Cipriano Taccagni, mercante litigioso; Bozza, oste, giovane di buon tempo e piacevole]

 

Cipr.          Come chi una lite hà vinto,

Quando gir crede al possesso

Saltan fuora i Creditori,

E inibiscono l’impresa,

Taroccando alla distesa.

Contro giudici, e Dottori

Frà se stesso se ne stà.

Boz.           Come un gatto lesto, e ghiotto,

Che rubbato hà uno starnotto,

Quando il Cuoco se ne avvede,

Para, Piglia, e fa fracasso.

Fugge quel dall'alto; al basso,

Ma la preda mai non cede,

E ingoiando se la và.

Arm. Come quel, che nella notte

Fà un bel fogno è mette al Lotto

Arricchir crede in un botto;

E sol fa castelli in aria.

Vien la nuova a lui contraria

Fuor di sensi, senza moto,

Sbalordito resta là.

Cipr.          Avea vinto Cipriano

Ma il possesso non pigliò

Boz.           Fà fracasso Cipriano,

Io la preda ingoierò.

Arm. Fè un bel sogno Cipriano,

Sbalordito poi restò.

Cipr.)         Per me questo è un caso strano.

Boz.)          Per te questo è un caso strano.

Arm.)         Per te questo è un caso strano.

a 3    Che maggior dar non si può.

Arm. Fù la nuova a te contraria

Non far più castelli in aria.

Boz.           Io la preda mai non cedo

E ingoiando me la vò.

Cipr.          Contro Giudici, e Dottori

Taroccando me ne vò. (47)

 

Il FINE DEL PRIMO ATTO

 

Le finte gemelle

 

Le finte gemelle. Dramma Giocoso per musica da rappresentarsi in Lisbona nel Teatro della Rua Dos Cordes nell’Estate dell’Anno 1773, s.l., Nella Stamperia Reale, s.l.

 

Il dramma è del Sig. Abate Giuseppe Petrosellini Romano.

 

La Musica è del Sig. Niccolò Piccinni, Maestro di Cappella Napoletano.

 

La scena si finge in uno dè Borghi di Parigi.

 

Atto Secondo - Scena VII+

Isabella [giovane ricca, d’umore allegro, che ora fa chiamarsi Madamina Preziosa, ed ora Madama Accorta], poi Olivetta [locandiera].

 

Isab.        Le pazzie di costei

                Mi avrebber divertito, se un molesto

                Pensiero… Oimè, Belfiore

                Tolse gran parte di mia pace al core.

                Ma io legarmi! Ah nò, de’falsi amanti

                Il cieco mare infido

                Voglio mirar da lungi, e star sul lido.

Oliv.       Signorina, vi avverto,

                Che i nostri Forestieri

                Son disperati, girano, tarroccano,

                Preparano allegrie,

                Preparano regali.

Isas.      Amica io penso,

               Che poco più lo scherzo

              Potrà durare. (48)

 

La contadina fedele

 

La contadina fedele, Burletta in musica a quattro voci da rappresentarsi nei Teatri di Vienna 1771, Vienna, Nella Stamperia di Ghelen, s.d.

 

[Librettista sconosciuto]

 

Musica del Signor Carlo Franchi, Maestro di Cappella Napolitano.

 

La scena si rappresenta in un Feudo della baronessa di Roccanera.

 

Parte Prima - Scena VIII

Il Conte [Armidoro spiantato, e vantatore amante di Lauretta], indi Nardino [uomo semplice], poi la Baronessa [di Roccanera, amante gelosa del Conte Armidoro] e Lauretta [contadina, amante di Nardino]che torna.

 

Con.      Che cos'hai,

                 Che ti vedo turbato?

Nar.     Hò il capo un tantinello riscaldato.

                (Lauretta infedele!

                La sposa diletta!

                La cara Lauretta!

               Che smania che foco

               Mi ſento crepar.)            (sbuffando)

Con.    (Il brutto Villano

               Già freme, e delira;

               Tarrocca, sospira.

               Che spaſſo, che gioco!

               Mi sento crepar.)            (ridendo)

Bar.   (Il Conte che ride!

               Nardino, che freme!

               Che fanno qui insieme;)

               Nardino, Contino,

               Che state qui a far.

Con.   (Oh Diavol, che vedo!

              Che inciampo è mai questo;)

Nar.   Non sò se l'ammazzo,

               Se parto, se resto.)

a 3.    Non sò che risolvere:

              Non sò, che pensar. (49)

 

Il geloso disperato

 

Il geloso disperato. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi nel Teatro Valle degl’Illmi Sig. Capranica nel mese di Settembre l’Anno 1788,

In Roma, nella Stamperia di Gioacchino Puccinelli, s.d., [1788].

 

[Librettista sconosciuto]

 

La Musica è nuovamente composta dal celebre Sig. Ferdinando Robuschi di Parma

 

La Scena si finge in un luogo di delizie nelle vicinanze di Napoli

 

Atto Primo - Scena IV

Eleonora, e Vespina [cameriera di Eleonora]

 

Ves. Che vi pare?

Ele. E' un portento

Ma se Don Calabrone

Mi vedeva discorrer con quel matto

Qual precipizio non avrebbe fatto?

Ves. Un spasso più innocente

Dove si trova? Il vostro Sposo gridi,

Sbatta i piedi, e tarrocchi.

E se nol può veder si cavi gl'occhi.

Ele. Dici bene Vespina,

Vuò rider con costui, forse potrei

Così guarir la gelosia crudele

D'uno Sposo tiranno,

Per cui vivo in angustie, ed in affanno,

Ves. Ecco un piccolo abbozzo

D'un bigliettin, che dopo

La vostra approvazione

Vi manderà copiato in carta d'oro.

Ele. Ah... ah... che gioja!

Ves. Gioja? Egli è un Tesoro.    le da la carta  (50)

 

Le Nozze alla Mira

 

Le Nozze alla Mira. Farsa con arie in musica che si rappresenta nel Teatro Tron di San Cassiano il Carnovale 1780, In Venezia, Presso Modesto Fenzo, MDCCLXXX [1780)

 

[Librettista sconosciuto]

 

La Musica del celebre Sig. Maestro Angelo Gagni

 

La scena si finge alle porte della Mira

 

Parte Prima - Scena Prima

Notte

Strada con Bottega di Caffè illuminata con Lampioni di Cristallo, e Locanda da una parte della Scena con veduta delle Porte

 

Madama Cornelia [servita dal Conte Lippa], il Conte Lippa [servente di Madama Cornelia], e Roberto [amante timido di Polissena] al Tavolino con lumi, fuori della Bottega che giocano a Rocombol indi Lauretta Locandiera.

 

Co. Questo vostro giuoco di Rocolo non mi comoda per niente affatto. Non vuò giocar altro. Con voi Madama Cornelia perdo 400 Puglie, e con il Sig. Roberto 250, tenete conto, che vi pagherò.

Rob. Eperchè Sign. Conte Lippa non vuole più giuocare?

Co. Per la ragione, che mi guadagnate sempre; non voglio altri Codigli. (in collera. Mad. Non vi alterate Sign. Co: , faremo la pace.

Co. Madama Cornelia, li Viaggiatori pari miei non si riscaldano per così poco. Sono

Avvezzo alle perdite. Ultimamente a Parigi, in una notte ho perduto 60000 Testoni d’ oro.

Mad. Veramente è una perdita considerabile!

Rob. (il Signor Co:, quando sbarra, sbarra sempre il pezzo più grosso.)

Co. Il perdere per me è una malattia incurabile.

Ma. Se vi fosse qui mio Marito, ch’è alla Città per un suo affare, registrerebbe questa di Lei perdita nella sua raccolta.

Rob. Voi diceste Sig. Co:, che non vi riscaldate; ed a me pare, che diate nelle smanie.

Co. Voi sbagliate Sig. Roberto, io non tarocco per si picciole bagatelle (1) (51)

 

(1) bagatelle = cose di poco conto  

 

L’arrivo del Burchiello da Padova in Venezia

 

L’arrivo del Burchiello da Padova in Venezia. Farsa per musica in due Atti, a Cinque Voci di Gaetano Fiorio comico. Da rappresentarsi nel Nobil Teatro Grimani di S. Gio. Crisostomo il Canovale dell’Anno 1780, In Venezia, Appresso Pietro Sola, MDCCLXXIX [1779].

 

Libretto di Gaetano Fiorio

 

La Musica nuova è del celebre Sig. Maestro di Cappella Luigi caruso Napolitano.

 

Mutazioni di scena nei due atti.

 

ATTO PRIMO

Scena Settima

 

Fiorina [locandiera], e detto [Raspino, locandiere]

 

Fior. Io mi sono sbrigata in un momento

(Quivi Raspino, Oh Ciel! Or sì lo sento!

                                                              Da sè

Rasp.  Alfin pur vi riveggo

Signorina gentil! E dove andaste?

Quando di Sposo a voi diedi la mano,

Vi dissi pur, che senza il mio permesso

Dalla Casa giammai moveste il piede;

m’ ubbidite, o nò ciascuno il vede.

Fior. Ebben! M’hanno mangiata?
Siete il gran taroccone!
Fui dalla Sarta, per il mio Capotino,
Poi dalla Conciateste,
E giacchè fuor di casa mi trovai
A visitar molte mie Amiche andai.
Raf. Che bella cosa?
E intanto il povero Raspino
S'affatichi, in Locanda qual Facchino.
Io non y’hò già sposata
Perchè in visita andaste tutto il giorno
E non vorrei,
Che della Sarta,
Edella Conciateste col pretesto,…
Fior. E di me dunque, ingrato!
Sospettar voi potete? .
Un sì gran torto, prima di sofferire…
Uccidetemi almen, saprò morire.  piange.  (52)

 

 

Note

 

1 - Si legga il saggio Dell’Etimo Tarocco

2 - Si legga il saggio Il significato della parola Tarocco

3 - Liddell – Scott, A Greek-English Lexicon, Oxford, Clarendon Press., 1996 (Edizione aggiornata)

4 - Per l’Ottocento si veda l’articolo Taroccare nei libretti d’opera dell’Ottocento

5 - Si legga il saggio Il significato della parola Tarocco.  Neill'articolo 'Taroccare' nei libretti d'opera dell'Ottocento abbiamo riportato un ulteriore passo di un dramma con il medesimo significato. 

6 - pp. 65-66

7p. 30

8 - pp. 3-4

9 - p. 30

10 - p. 6

11 - pp. 6-7

12 - pp. 97-98

13 - p. 3

14 - pp. 33-34-35

14 bis - Drammi Giocosi per musica del Sig. Carlo Goldoni, Tomo Terzo, Venezia, Dalle Stampe di Antonio Zatta e Figli, MDCCICIV, pp. 201-202

15 - p. VIII

16 - pp. 1-2

17 - pp. 26-27

18 - pp. 30-31

19 - pp.21-22

20 - p. 36

21 - pp. 41-42

22 - p. 28

23 - pp. 37-38

24 - pp. 27-28

25 - pp. 3-4-5

25 bis - pp .9-10-11

26 - pp. 21-22

27 - pp. 37-38

28 - pp. 7-8

29 - p. 57

30 - p. 8

31pp.41-42-43

32 - p. 42

33 -  p. 36

34 - pp. 9-10

35 - pp.29-30

35 bis - pp. 9-10-11

36 - p. 49

37p. 27

38pp. 44-45

39 - p.29

40 - p.83

41pp. 59-60

42 - p. 19

43 - p.25

44pp. 255-256

45 - p. 3

46 - p. 52

47 - pp.32-33

48 pp. 58-59

49 - Pagine non numerate

50 - p. 12

51 - pp. 5-6

52 pp. 14-15

 

Copyright 2017 Andrea Vitali