Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Tarocco sta per Matto

Documenti letterari tratti da nostri saggi

 

Saggio di Andrea Vitali, 2017

 

In questo articolo si riportano alcuni passi in ordine cronologico di opere letterarie, sparsi in diversi nostri saggi, che evidenziano il significato di ‘tarocco’ come ‘pazzo, matto’. Per un maggiore approfondimento di ciascuna opera, si vedano al termine i saggi di provenienza. Tutte le opere, ad eccezione del testo di Bassano Mantovano individuato da Ross Cadwell e quelle di Francesco Berni e Flavio Alberto Lollio, conosciute da decenni, sono state portate alla luce dallo scrivente.

 

IL  DUECENTO

 

Pedro Amigo

 

Nonostante Pedro Amigo sia vissuto nel XIII secolo (? - poco dopo il 1302), le sue celebri Cantigas (1) sono conosciute attraverso documenti cinquecenteschi.  La nostra attenzione è stata attratta dalla cantiga d’escarnio Hun cavaleyro, fi’ de clerigon (Un cavaliere, figlio di un chierico) che parla di un uomo figlio di un chierico, quindi di bassa estrazione, che non possedeva nel suo paese alcun bene, ma che nella terra in cui era giunto dava da intendere di essere il più nobile di tutti, dato che la gente non sapeva chi in realtà egli fosse e da dove provenisse. La frecciata del poeta è diretta contro quest’uomo non perché si tenesse in considerazione più di quanto avrebbe dovuto, dato che coloro che lo conoscevano sapevano delle sue origini modeste, ma per non aver voluto riconoscere come parente un suo nipote (da parte di zio) arrivato da poco, il quale secondo lui, avrebbe discreditato la nobiltà del suo lignaggio.

 

Del componimento venne operata una trascrizione semidiplomatica, facendo riferimento alla versione presente nel Canzoniere Nazionale Portoghese, da Paxeco-Machado. La filologa e professoressa Elza Fernandes Paxeco (1912-1989) assieme al marito José Perdo Machado (1914-2005), storico, filologo, dizionarista e bibliografo, docenti entrambi di filologia presso l’Università di Lisbona e Coimbra, sono da considerarsi fra i massimi filologi portoghesi. Le loro numerose trascrizioni di testi antichi risultano a tutt’oggi un punto di riferimento per tutti gli studiosi soprattutto di filologia romanza.

 

Di grande interesse è la trascrizione che i due filologi danno del v. 8  della Cantiga dove con criterio critico-filologico sostituiscono l’espressione ‘caro colhi” che appare non avere senso con ‘[h]e taroco’, termine che, come abbiamo evidenziato in nostri saggi, significa pazzo, folle, matto.

 

Mentre i dizionari portoghesi moderni attestano che la parola ‘tarouco’, è usata in ambito popolare sia come aggettivo che come sostantivo maschile, per indicare qualcuno che ha perso la memoria a causa della vecchiaia, smemorato, balordo, idiota (Pop, Classe gramatical: adjetivo e substantivo masculino: Que perdeu a memória por causa da velhice; desmemoriado, caduco, apatetado, idiota), occorre dire che la parola oggi utilizzata usualmente nella lingua portoghese colta con il significato di folle, pazzo, è "taralhoco" con variante ‘taralhouco’.

 

IL QUATTROCENTO

 

Giovan Giorgio Alione

 

L’astigiano Giovan Giorgio Alione (c.1460/70-1529) compose nel 1494 la Frotula de le done (2), componimento ricco di riferimenti sessuali e intriso di una forte misoginia. Quest’ultima si manifesta attraverso accuse rivolte alle donne e al clero, soprattutto ai frati: le donne astigiane si addobbano per far capire agli uomini che sono di facili costumi, le puttane hanno aumentato le tariffe, tutte tradiscono i mariti che hanno poca fantasia sessuale, mentre i preti e soprattutto i frati conoscono ogni variazione in merito e fanno 'hic, hec hoc', dove hic è da intendersi in senso onomatopeico in riferimento al tipico singhiozzo dell'avvinazzato, mentre hec e hoc alludono ad altri scurrili intrattenimenti a cui i frati del tempo si dedicavano.

 

Per la comprensione della parola taroch all'interno di questo componimento ci siamo valsi sia della traduzione che di molti lemmi della Frotula fece Enzo Bottasso nell'opera da lui curata Giovan Giorgio Alione, L'Opera Piacevole, sia della competenza del prof. Bruno Villata, autore di un esame critico delle Farse dell'Alione, dove per taroch entrambi danno "sciocchi". Sciocco, secondo il Dizionario Generale de’ Sinonimi Italiani dell’abate Giovanni Romani significa "Colui che non sa far buon uso del senno, nel che si avvicina a Stolto" divenendo 'per scarsezza di senno sinonimo di pazzo'.

 

 Questi i versi di nostro interesse:

 

      Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù
      Cole chi per so zovent
Ne se san fer der sul tasche
Con o temp devantran masche
Quant gnuni ni dirà pù nent
So dagn per ciò gl'abion el ment
Cho diao san furb el cù.

 

La frase in questione è riferibile a un proverbio ancora in uso, secondo il quale quando 'il cul è frust, paternoster viene just', ovvero quando le donne invecchiano appaiono bigotte (diventano masche = streghe), mentre prima frequentavano preti e frati per altri motivi

 

Traduzione

 

I mariti non sanno dare al rintocco [compiere il loro dovere con le mogli al suono del rintocco, cioè quando la campana annuncia la mezzanotte] 

secondo Melchisedec [secondo quanto sarebbe giusto. Il mio Re è Giusto è infatti il significato principale del nome Melchisedec, personaggio emblematico dell'Antico Testamento] 

Loro [i mariti] fanno hic [sono ubriachi, con senso onomatopeico], i preti [fanno] hic e hec [bevono e vanno con le donne. Hec in sostituzione del corretto lat. fem. haec]

ma i frati, [fanno] hic, hec e hoc  [bevono, vanno con le donne e ben altro, ne fanno cioè di tutti i colori]

Ancora ci sono degli sciocchi [Inoltre ci sono degli sciocchi]

che danno giù da Ferragù [che sono fatti della stessa pasta di Ferragù, cioè rozzi] (1)

Quelle [mogli] che per la loro giovinezza [della loro giovinezza] 

non sanno farsi dare nelle tasche  [non sanno far tesoro, cioè non riescono a concedersi in un modo o nell’altro per denaro, per arricchirsi]           

con il tempo diventeranno masche [streghe]       

quando nessuno dirà loro più niente [quando non interesseranno più a nessuno] 

con danno loro, perciò abbiano a mente [stiano attente] 

perché il diavolo se ne netta il sedere  [se ne frega].

 

(1) Ferragù = si tratta di un personaggio rozzo magari tratto dalla tradizione transalpina a partire dalla Vita Karoli. Va ricordato che ai tempi dell’Alione Asti era territorio francese (Informazione fornitaci dal prof. Bruno Villata).

 

Bassano Mantovano

 

Ross Caldwell, consulente scientifico della nostra Associazione, ha menzionato un ulteriore documento dove il termine tarochus viene utilizzato con il significato di ‘matto, idiota, imbecille’. Questo si trova in una Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti) (3), del poeta Bassano Mantovano (?- prima del 1499)

 

Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.

 

(Mia suocera era con me, e questo pazzo pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi).

 

IL CINQUECENTO

 

Francesco Berni

 

Nel Capitolo del Gioco della Primiera (4), testo conosciuto da tempo, Francesco Berni (1497-1535) scrive che “…viso proprio di tarocco colui a chi piace questo gioco, che altro non vuol dir Tarocco che ignocco, sciocco, balocco degno di star fra fornari et calzolai et plebei a giocarsi in tutto di un Carlino in quanto a tarocchi, o a trionfi, o a Smischiate che si sia, che ad ogni modo tutto importa minchioneria et dapocaggine, pascendo l’occhio col sole, et con la luna, et col Dodici come fanno i puti”.

 

Flavio Alberto Lollio

 

Flavio Alberto Lollio (1508-1569) nella sua celebre Invettiva (5), altro testo conosciuto, così definisce il suo amato-odiato passatempo “…quel nome bizzarro / Di tarocco, senza ethimologia, / Fa palese a ciascun, che i ghiribizzi / Gli havesser guasto, e storpiato il cervello./ Questa squadra di ladri, e di ribaldi, / Questi, che il vulgo suol chiamare Trionfi, / M’han fatto tante volte si gran torti,/ Si manifeste ingiurie, ch’io non posso / Se non mai sempre di lor lamentarmi /…”.

 

Andrea Calmo

 

Di Andrea Calmo (c.1510-1571), commediografo e attore comico, nato e vissuto a Venezia, abbiamo individuato presso la Biblioteca Marciana una serie di lettere manoscritte di cui una risulta di grande interesse per la nostra trattazione (6). Di tale lettera il manoscritto conserva due esemplari, di cui il secondo appare, per brevi incisi, come una correzione del precedente con apporti di varianti di valore.

 

Il nostro interesse verso questa lettera è dovuto al termine theroco che appare nel secondo esemplare in sostituzione della parola scirocho [il vento scirocco] nel primo. Ciò risulta di grande importanza in quanto la parola scirocho, che nella prima lettera sta ad indicare l’azione del vento che rende le persone sciroccate, cioè fuori di testa, folli, fa assumere il medesimo significato al termine theroco nel secondo esemplare, evidenziando come la parola tarocco sia da porre in relazione con uno stato di pazzia.

 

L’argomento delle lettere si basa su un immaginario custode di una casa che scrivendo ai padroni assenti, li informa sugli avvenimenti accaduti nelle terre dell’autore. Una di queste vicende riguarda l’ortolano dei frati carmelitani (l'ortolan deli frati de i Charmeni) il quale, salito sul suo cavallo carico di tre sacchi di calce da portare alla fiera di Pentecoste (cargo de tre [nella variante ‘dodese’] miera de calcina per andar a le pentecoste), si era imbattuto in ventimila cavalieri di Cardova (se scontrò in vintimille cavalli de cordovani [numero volontariamente esagerato]) armati alla leggera (armadi ala liziera) che, completamente in balia del vento scirocco, cioè sciroccati, fuori di testa (che per comandamento de scirocho e nella variante che per comandamento de theroco) erano stati comandati, cioè erano stati spinti a compiere scorrerie (erano sta comandati che scorsegiasseno) nelle vie e nei vicoli della periferia (de la tangerlina). L’ortolano li affrontò con ingiurie (li assaltoge con le pestenachie) e con altre ridicole azioni (facendo capriole) avendo poi salva la vita.

 

Giovanni Paolo Lomazzo

 

In una rima dell’opera De’ Grotteschi (7), Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592), pittore milanese, il ‘Tarroco’ viene descritto nella sua accezione di pazzo, matto:

 

Pose una donna pregna una sua mano

     Sopra una nate, non potendo havere

     Per desio di lumache quattro schiere;

     Che al figlio restar poi in modo strano.

Il qual distrusse tutto il sesso humano;

     Che à più spirti donava gran piacere,

     Con un pugnal horrendo che lo fiere

     Scopò con un Tarroco Mantovano.

Per qual s'ascose sotto d'un ginebro;

     Quando che già Borgnino giovan bruno

     In Roma dianzi cacò giù pe'l Tebro,

Con la figlia di Cerber; secondo uno

     Mi disse, che già nacque da un cerebro;

     Che non stimò l'humor di ciascheduno.

  

(Una donna gravida pose una mano sopra una natica (1), poiché non poteva soddisfare la sua voglia di mangiare tante lumache, non volendo poi che il figlio ne rimanesse deturbato. Il qual figlio distrusse il sesso altrui (2) poiché a più spiriti (3) donava un gran piacere. Con un pugnal orrendo percosse (4) ferendolo un pazzo (5) mantovano, che si nascose sotto un ginepro. Quando già precedentemente il giovane bruno Borgnino (6) a Roma defecò (7) giù per il Tevere come una Furia (8), e uno mi disse a suo parere che un'azione del genere poteva essere stata partorita solo da un cervello (9) che non teneva in considerazione lo stato d'animo altrui (cioè di offendere il pudore degli altri)

 

(1) Nella tradizione italiana esiste la concezione che se una donna in cinta prova un forte desiderio di mangiare qualcosa, affinché non rimanga una traccia visibile (angioma) sul corpo del figlio, si tocca il sedere perché è parte del corpo non visibile. 

(2) Il senso è che questa macchia interferì in modo abnorme nella sua attività sessuale, facendogli concedere il suo didietro

(3) spiriti = persone

(4) scopare = percuotere

(5)  Tarocco = pazzo, matto

(6) Trattasi di Ambrogio Brambilla, incisore e scrittore, contemporaneo del Lomazzo, che gli dedicò nell’opera un personale sonetto di grande considerazione.

(7) cacò = defecare

(8) Figlia di Cerbero = Furia

(9) cerebro = cervello

 

Antonio Maria Spelta

 

Antonio Maria Spelta (1559-1632) pubblicò nel 1607 La Saggia Pazzia, scritta ‘a difesa delle persone piacevoli, & à confusione de gli arcisavi, e protomastri’, cioè contro coloro che si vantavano di sapere senza avere in realtà alcuna cognizione. Dal Capitolo VII dedicato ai Gloriosetti, & Ambitioselli, sotto l’argomento ‘Pazzia Dilettevole’, riportiamo un passo dove l’autore, mettendo quest’ultimi alla berlina, li descrive considerare gli altri, ovvero i veri sapienti, alla stregua di tarocchi, vale a dire di persone di nessun valore, pressoché dei pazzi: “Quando un Pollone và in furia, non la grandeggia sì bene, quanto costoro ne’ circoli per farsi tenere bei Cervelli. La dove questi cervellini ambitioselli vanno à vela à più potere, alzati dal Garbino [il vento Libeccio] della gloria per dritto, & per traverso. Uno saprà con gran fatica metter insieme quattro versami, & si terrà un Vergllio, ouero un’Ariosto. Haurà à pena imparato l’Alfabetto Greco, & vorrà essere tenuto un’ Isocrate, riputandosi saper tanto, che gli altri siano tarocchi”.

 

Nel Capitolo VII laddove l’autore tratta della Pazzia de gli Astrologi, sempre sotto l’argomento ‘Pazzia Dilettevole’, troviamo di nuovo la parola ‘tarocchi’, dove, come per il caso precedente, vengono considerati tarocchi quindi dei matti, coloro che si affidano agli astrologi. Dopo una trattazione sulla falsità scientifica dell’Astrologia, lo Spelta così continua: “Né questo si dee tacere, che à gli Imperadori Filosofi Medici, & Poeti furono publici honori decretati, e statue inalzate; ma a sorte niuna d’Astrologo questa carezza fù fatta. Se bene Plinio scrive, che à Beroso per veri pronostici predicationi furono fatte statue con la lingua d’oro; Sé Beroso predisse cose vere, non le predisse per osservatione Celeste, mà per altro, come le Sibille. Che dite Signori Astrologi con i vostri Pronostici, Tacuini, & Lunarij pieni di tante menzogne, ricchi di tante bugie, che fanno star le persone melānconiche, predicendo il mal’ànno, che venga à quelli, che vi danno credito: Dè miei quattrini nō spenderete. Sono ben tarocchi, quelli che vi danno fede” (8).

 

IL SEICENTO

 

Ludovico Sesti

 

In occasione della disputa intercorsa fra Francesco Buoninsegni, che aveva scritto una satira contro il lusso delle donne, e la monaca Arcangela Torabotti che gli aveva risposto con una sua antisatira, l'Accademico Aristocratico Lucido Ossiteo [Ludovico Sesti] ponendosi fra i due a favore del Buoninsegni, scrisse la Censura dell'Antisatira della signora Angelica Tarabotti fatta in risposta alla Satira Menippea contro il lusso donnesco del Signor Francesco Buoninsegni (9)Rivolgendosi alla Tornabuoni la accusò di dire una falsità nell'asserire che il Buoninsegni avrebbe parlato delle donne, e non degli uomini, per il timore che gli Dei avessero potuto colpirlo con qualche fulmine, conoscendo la loro maggior interesse verso il sesso femminile, meritevole di grandi attenzioni. Ma se così fosse stato, il Buoninsegni non ne avrebbe dovuto parlare affatto, scrive l’autore. E poi, da dove sarebbe derivato questo pensiero di attrazione degli Dei verso il merito femminile? [Unde hoc est = da dove deriva ciò].

 

Tale disamina è anticipata dall’autore con le seguenti parole: “Pensavo d'essere al fine, quando mi si fa innanzi un'argomento in Tarocco, a cui non si può far di meno di non rispondere”. Per ‘argomento in tarocco’, si deve intendere un argomentare su cose false, fuori di testa, da cui la necessità di disquisire per far conoscere la verità. In questo senso ritroviamo ancora una volta il significato di Tarocco, come matto, stolto e nello specifico il primo esempio in cui viene definito falso, come erano infatti i matti. Ancora oggi in Italia, ad esempio, l'oro falso è chiamato 'oro matto'. 

 

La ‘cattiveria’ dell’autore non finisce però con queste parole, data la sua dichiarazione di aver trovato il testo della Tornabuoni zeppo di errori di stampa  prefissandosi pertanto di correggerlo. Di seguito la frase in oggetto:

 

“Pensavo d'essere al fine, quando mi si fa innanzi un'argomento in Tarocco, a cui non si può far di meno di non rispondere. Dite donque che il Sig. Buoninsegni tacendo degli huomini, ha parlato di voi, perche ha havuto paura di qualche fulmine, sapendo che gli Dei furono sempre fautori del merito femminile: Unde hoc est? Anzi sapendo questo, dovea tacere. Ma perche è falso questo, come erroneo il vostro discorso, senza tema di fulmini (havendo il Lauro di Poeta in fronte) egli intraprese a farlo, e lo farà ogn'altro che habbia spirito virile. Se poi mi dite, che questo sia un errore stampa, io vi rispondo, che già m'accorsi tutto il Libro esser tale, e però mi posi ad emendarvelo”.

 

Una Giudiata seicentesca

 

Nella città di Roma fin dal Cinquecento e per tutti i due secoli successivi, il Papato, per distogliere il popolino dalle sue mortificazioni e delusioni, ritenne di dovergli dare in pasto una vittima sacrificale che individuò nella comunità ebraica, la migliore etnia su cui scaricare le proprie tensioni. Si assistette così alla nascita delle giudiate, rappresentazioni teatrali allestite su carri itineranti trainati da buoi che attori e musici mettevano in scena nella varie piazze della città.

 

Dalla giudiata di nostro interesse, L'Ebreo finto Conte (10), stampata a Todi nel 1697, che verte su un amore contrastato e un tesoro da ritrovare, abbiamo scelto di riportare le quartine di nostro interesse.

 

Questa la vicenda in esse raccontata: poiché Tognino è caduto preda della follia, Artemisia e Cianfraglia, per rinsavirlo, adottano un rituale magico consistente nel toccarlo in vari punti del corpo con una pietra. A questo scopo, una volta legato l’insavio e stesalo a terra, Cianfraglia compie l’incantesimo suggerito da Artemisia. La pietra non può non far ricordare quando Mosè colpì con il suo bastone nel deserto una roccia, ovviamente pietra, facendo scaturire l’acqua che salvò gli ebrei assetati (7). Una pietra quindi dalla funzione liberatoria presa a prestito dal passo biblico per ironizzare sulle credenze degli ebrei.

 

Testo originale

 

Saltarello

 

Ar. Dicetegli adesso sti parole qui

Sciotè (1) cho sta pietra incantata te tocco

Che mo lo iuditio te facci venij

Per la virtù de tabarabatocco. (2)

 

Aq. Mo faccie la prova ò da dì scuscie (3)

Sciotè cho sta pietra incantata te tocce

Que mo glù iuditie te facci venie

Per la virtù de tabarabatocce (4).

 

Quando hanno legato Tognino, lo colcheranno in terra; e poi con una pietra lo tocheranno in più lochi; e doppo un poco di tempo ritorna in se e lo sogliono.

 

Canto

 

To. Chi ma legato mo si che tarocco (5)

Sont’in camiscia (6) come che la và

Galinaccio (7) no so manco alifrocco (8)

E’ voi le mie Zoie arretrovà.

 

Ar. Erivo matto stà pietra qui và toccò

E’ subito va fatto aresanà,

E adesso à voi lo tutto voglio dì

Del Conte, e delle gioie, ma nò qui..

 

Per meglio comprendere il significato del testo, diamo di seguito spiegazione di ogni singolo termine evidenziato con numeri.

 

(1)  Sciotè = termine senza etimo, qui con significato di ‘eletto’ o ‘caro’ a indicare il sentimento provato verso l’amico impazzito.

 

(2)  tabarabatocco = termine senza senso, solo parola che riempie la bocca utilizzata per incantare il pubblico. Un po’ come il nostro ‘ambaràbaciccicoccò’. L’uso di una parola di tal genere era finalizzata a ironizzare sulle pratiche magiche ebraiche, allo scopo di evidenziarne l’assurdità.

 

(3)  di scuscie = discutere grandemente. Qui con il significato che se il rituale non avesse avuto successo, il tutto sarebbe finito in un grande litigio. In pratica i due sarebbero venuti alle mani.

 

(4) tabarabatocce = la finale della parola in e piuttosto che in o come ritroviamo nel tabarabatocco della prima quartina, intende evidenziare la differenza regionale di provenienza di Cianfruglia Aquilano rispetto ad Artemisia, romana.  Lo stesso vale per la precedente parola tocco divenuta qui tocce

 

(5)  tarocco = matto, pazzo. Non essendo l’amico più controllabile, perché fuori ragione, doveva essere tenuto fermo per evitare che facesse atti sragionati.

 

(6)  Son’t in camiscia = essere in camicia = mostrarsi, apparire. Come se l’amico impazzito avesse compreso lo stato in cui si trovava.

 

(7)  Gallinaccio = persona superba che vuole e pensa di apparire bello quando bella non è. Fare il ‘galletto’, significa infatti darsi delle arie ritenendosi superiore a tutti. Persona che per il suo sentire diviene oggetto di scherno in quanto di nessun valore. Inoltre, il ricorso a un gallo mette in evidenza il rapporto piume – matto, assecondando la versione iconografica del Folle.

 

(8)  alifrocco = parola popolare a indicare una persona che non vale nulla, da non prendere in considerazione, da non perdere tempo nello schernirla dato che non ne varrebbe la pena considerata la sua inconsistenza.

 

Libera traduzione in Italino del testo:

 

Artemisia [rivolta a Cianfraglia Aquilano]:

 

Ditegli ora queste parole che vi dico,

Caro, con questa pietra magica ti tocco

affinché subito ti faccia rinsavire

per il potere di tabarabatocco.

 

Cianfraglia Aquilano

 

Facciamo pure la prova altrimenti prenderò le botte se non avrò successo.

Caro eletto, con questa pietra magica ti tocco

affinché subito ti faccia rinsavire

per il potere di tabarabatocce.

 

Quando hanno legato Tognino, lo stenderanno in terra; e poi con una pietra lo toccheranno in più parti del corpo; e dopo un po’ di tempo [Tognino] ritornerà in sé e lo scioglieranno.

 

Tognino

 

Chi mi ha così legato che pazzo sono,

appaio come un ridicolo gallinaccio 

e persona neuppure degna di essere derisa (1)

E voi cercate di ritrovare i miei gioielli.

 

(1) In pratica, Tognino dice di essere talmente matto, fuori di testa a tal punto che il suo stato non viene preso in considerazione neanche per essere schernito.

 

Artemisia

 

Eri matto e questa pietra vi toccò

e subito vi ha fatto risanare.

e adesso voglio dirvi tutto

del Conte e dei gioielli, ma non ora e in questo luogo.

 

Per concludere, questo componimento si presenta come un ulteriore documento testimoniante il significato della parola tarocco come matto. Si tratta di un personaggio, quello di Tognino, a cui la follia ha tolto una buona parte di cervello, cioè la capacità di ragionare, facendolo entrare nella categoria delle persone mentalmente tarate (11).

 

L'Hostaria di Velletri  commedia di Giovanni Briccio

 

Fra le diverse scene, che ovviamente si svolgono in Velletri, di nostro interesse è la XII del Primo Atto, dove in un dialogo fra Pasquarello e Monello troviamo un’ulteriore testimonianza del significato di tarocco = matto. La frase che lo testimonia è “L’è pure in bel asso de tarocchi”, espressione che nell'uso ludico significa un personaggio di poco conto dato che l'asso ha un potere limitato di presa. Ma c'è di più, in quanto se asso è anche termine che significa persona eccellente, in realtà quì ci troviamo  di fronte a un asso di tarocchi, cioè a uno che eccelle in idiozia. La similitudine di ‘asso’ a significare eccellente, insuperabile con un asso dei tarocchi mette pertanto in ridicolo il personaggio, reso oggetto di un inganno perpetrato ai suoi danni, incapace di ragionare per rendersene conto. L’aggettivo ‘bel’ fra l’altro amplifica il concetto, dato che nella nostra lingua ricorriamo a questa parola per sottolineare maggiormente una condizione, come ad esempio nelle espressioni dispregiative tipo “è un bel cretino, è un bell’idiota”.

 

Di seguito l'intera scena:

 

Atto Primo - Scena XII

Monello, Romanesco garzone di un oste e Pasquarello, cognato dell'oste

 

Mo. Che fate signor Pasquarello, io ho tolto licenza dal vostro cugnato, e da tutta la casa, per fare il debito mio, piglio ancora grata licenza da V. S: pregandolo a volermi usare per il bon servitio qualche cortesia di mancia se li piace.

Pa. Te la voglio dare morto amorevolmente, ma voglio che tu perzì (1) me faccia

no favore. Dimme no poco te basta l'anemo a te essere co mico a fare na vennetta (2).

Mo. Lassame un poco vedere, dove costui vuol battere, Sig.si che mi basta l'animo, non sarà la prima volta, che mi ritrovo in questi balli (3), Tanto stimo a sbugiàr (4) la panza a uno, come a sputar in terra. Al mio paese se diceva per proverbio, guardate (5) dal foco di Mongibello (6), e dalla collera di Monello.Ma che cosa vi è intravenuto.

Pa. Ero iuto alla giostra della vufara su alla chiazza (6), e uno de chilli cornuti senza no respietto allo munno (7), allenta la vufara aduosso, ca no c'è mancato no tantillo ca no me haggia stropeiato.

Mo. Vedemo un poco se il gonzo volesse cascare nella rafa (8). Conoscete voi costù.

Pa. Era uno de chilli, ca teneva la corda en mano.

Mo. Io lo conosco, e so chi è, che fui presente al tutto; certo che havete ragione di farli qualche affronto, perche il suo fu un brutto procedere: e non dubita che tutti quelli gentilomini Velletrani, dicevano che si era portato male, e che se voi non ne facete vendetta, non vi tenevano per galanthuomo, & io pigliandola per voi li risposi, che di sicuro colui si potesa tener morto, havendola, fatta a un par vostro.

Pa. Buona pè (9) vita mia: o Monello caro, commo farimmo nui a trovar sso (10) cornuto.

Mo. Lassate la cura a me de retrovarlo, che io non voglio altro da voi, se non dui cose; la prima qualche buon pezzo di arme per menar le mani, e l'altra una buona mancia da poter sfrattar via, e poi lassate far a me, che ve l'ammazzo, senza, che voi meniate un colpo; mi basta solo, che stiate a vedere.

Pa. So contiento a fare chillo che vuoi tu, fermate, e aspettame loco, ca mo vao

nell'ostaria, e busco no bello pezzo di arme.

Mo. Andate che vi aspetto. Hoggi è proprio una giornata da far burle, e tirar denari. Costui come si crede ch'io voglia questioneggiare per lui; l'è pure il bel asso de tarocchi; la questione, che son per fare sarà di levarli di mano un poco di lugagni (11), e l'arme che mi darà, o glie la voglio far bella.

Pa. Sara bona chesta spata, overo (12) so pistolese (13)?

Mo. Dateme l'uno, e l'altro, questo lo terrò alla cintura, e la spada sotto il braccio: e cosi quando me incontrarò in lui, metterò mano a quell'arme, che giudicarò megliore; andiamo, che sò io dove ho da trovarlo; ma dove è la mancia.

Pa. No te dubetare de chesso (14) tu, iamo (15) via. (12)

 

(1)  perzì = per ottenerla

(2)   vennetta = vendetta

(3)  balli = situazioni

(4)  sbugiar = lacerare

(5)  guardate = guardatevi da, state attento

(6)  Mongibello = l’Etna

(7)  munno = mondo

(8)  rafa = rete

(9)  = per

(10) sso = questo

(11)  lugagni = denari

(12)  overo = oppure

(13)  pistolese = pistola

(14)  chesso = questo

(15)   iamo = andiamo

 

IL SETTECENTO

 

Giuseppe Manzoni

 

Presso la Biblioteca Marciana abbiamo individuato il componimento Le Astuzie di Belzebù (13) del Mons. Giuseppe Manzoni (1742-1711). Le stanze in ottava rima del Canto I, immancabilmente gradevoli, tratta del Re degli Inferi il quale avendo indetto in occasione del carnevale una riunione di diavoli e streghe allo scopo di comprendere i progressi da loro ottenuti nella conquista delle anime all’Inferno, si trovò a dover placare una rissa scoppiata fra i diavoli stessi, i quali si erano messi con detti ad evidenziare a mo’ di crescendo rossiniano quanto avevano compiuto cercando l’uno di superare gli altri nel manifestare i propri successi. La bagarre inevitabile venne infine smorzata da Belzebù, facendo a tutti i diavoli abbassare gli occhi dalla vergogna, additandoli simili a quei fanciulli ‘tarocchi’ che a scuola, a causa del possesso di una penna, sgridati dal precettore, velocemente si dispongono al loro posto paurosi a sol emettere un fiato. L’attributo ‘tarocchi’, usato qui come aggettivo indirizzato ai fanciulli, sta a significare ‘impazziti, sciocchi’, carattere messo in bocca al precettore nel richiamarli all’ordine.

 

XXIII

 

Tacciano tutti, ed abbassano gli occhi,

   E l’uno l’altro, e questi quello guata.

Come fè ciurma di fanciul tarocchi

   In scuola per la penna, e dall’entrata

Ne odano il precettor, che gridi: Sciocchi!

   Perché tanto romor? Chì si v’ha usata,

Peste insolente? Al posto ritornati

Tutti non osan di raccorre i fiati.

 

Marcello Bernardini

 

Nel seguente libretto per musica il termine tarocchi è utilizzato per esprimere pazza baldoria (14).

 

Il Barone per forza o sia il Trionfo di Bacco. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nel Regio Teatro di Via Santa Maria nell’Estate dell’Anno 1786, Firenze, s.e, MDCCLXXXVI [1786]

 

[Libretto di Marcello Bernardini]

 

La Musica è tutta nuova del Sig. Marcella da Capua Maestro di Cappella Napoletano.

 

 Atto Secondo - Scena XV

Il Duca Ruggero, Messer Taddeo, contadino

 

Tutti.    Al tremolo suono

                      Di trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive,

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Duc.              Allegri Baccanti. - Si balli, fi canti,

                      Si gridi, e schiamazzi

                      Si rida, e tarocchi

                      Bevete fintanto - Che v’esca dagl’occhi

                      Per far più gioliva - Più lieta la festa,

                      Via datevi in testa - Con tutto vigor.

Tutti.            Al tremolo suono

                      Di Trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Tad.             Amico Caprone - Compagno diletto,

                      A tavola, e a letto - Ti voglio portar…

                                         (accarezzando il Caprone.

Duc.             Via presto Sileno  

Tad.             Son l’Arco Baleno…

Duc.             Smontate che fate?

Tad.             Son vecchio cadente…

                      Fo rider la gente - Se prendo possesso…

                                       (nello smontare cade.

                     Ridetemi adesso - Possiate crepar.

 

 

L’ OTTOCENTO 

 

Andrea Locrense

 

Nel seguente libretto per musica, con l’espressione “Con quella figuraccia da tarocco” viene attribuito ad un personaggio l’essersi reso pazzo agli occhi degli altri (15).

 

Le nozze poetiche ovvero Bietolino sposo. Melodramma giocoso da rappresentarsi nel Teatro di Trento, Verona, Dalla Tipografia Bisesti, 1811

 

[Libretto di Andrea Locrense]

 

La Musica è del Sig. Maestro Ferdinando Orlandi

 

La Scena si finge in Campagna sul Lido del Mare, nelle vicinanze di Genova

 

Atto Primo - Scena XIV

 

Ninetta [cameriera della Marchesa Armonica Contralto, Dama vedova e bizzarra] frettolosa, e detti [Don Ramiro, giocondo capitano; Don Venanzio Gianicolo, uomo ricco, che si da aria di letterato

 

Nin. Ah… signori che fate? non sapete?

Ram. Non sapete?

Nin.            Cose grandi, cose strane.

Ven. Ma parla…

Nin.            La Signora…

          Il Poeta...

Biet.                           E così?

Nin.                    Fuggon per mare.

Ram. Che ascolto!                        con sorpresa

Car.  (Oh quanto questa nuova è lieta!)

Ven.  Oh furfante Poeta…Or non potremo

         L'Opera far… capite…
Rem.                             Io smanio, e fremo.

Car. (Io godo)                               fra se

Biet.                             Io bevo bile.

Ram. Oh donna infida.'
Biet.  Oh sesso femminile:

Ram. Fuggir con quello sciocco.
Biet.  Con quella figuraccia da tarocco.
Ven.  Dell'opera il libretto

         Lasciato avesse almeno.
Car. (Sento quest'alma respirar nel seno)

                                                      fra se

Nin. F, con me far volea lo spasimato.
Ram Don Bietoìino…

Biet.                          Capitan…

Ram.                                  Sospendo

          L'odio verso di voi.
Biet.   Grazie vi rendo.
Ram. Anzi contro l'indegna

          Far lega ci conviene.
Biet.  Lega: così va bene

          Contro l'indegna copia fuggitiva,

          Farem lega offensiva, e distruttiva.

Ram.  Dalla rabbia io deliro.

Car.  Compiango il vostro stato, o D. Ramiro.

Nin.  Andiam, meco venite,

         Perchè mi è noto il luogo.

Car.  Vengo ancor io per sollevarmi un poco

Biet.  E' anch'io là volgo il passo;

         E cose in ver farò da Satanasso.  partono 

 

A conclusione riportiamo il significato della parola tarocco, compresa la sua variante tarocc, così come enunciato da vocabolari di lingue volgari italiane:

 

Vocabolario Piacentino Italiano (16):

 

Tarocc  =Mincion = babbeo, babbione, ignocco (ovvero sciocco, buono a  nulla, scimunito)

Mincion cmè la lüina = non torrebbe ad accozzar tre palle in un bacino = Dicesi di chi per dappocaggine non sa fare le cose più facili.

 

Vocabolario Milanese Italiano (17):

 

Tarlamm equivale a Tarocco = scioccone

 

Francesco Pertusati

 

Scritto in dialetto tardo settecentesco milanese, per evidenziare la corrispondenza della parola tarocco con il significato di sciocco (variante di matto) riportiamo i seguenti versi dedicati da Francesco Pertusati alla propria figlia in occasione del suo matrimonio. Di seguito i versi con la traduzione in italiano corrente

 

LXXXVI.

 

Ma i mèe donn….se no sii donn de tarocch,

Dervii i oeucc, e sappièe, che tremi, e geli, 
Quand vedi de sta gent attorna ai socch, 
Che a dilla in curt, bestemmen el vangeli: 
Parlegh ciar, e casciei al so malann:  
De sti amis l’è mei perden, che trovann (18).

 

Ma le mie donne….se non siete donne sciocche (pazzerelle)

Aprite gli occhi e sappiate che sia che sia freddo o che geli

Quando vedrete questo tipo di persone che vanno attorno alle sottane,

Che a farla corta bestemmiano i vangeli,

Parlate loro chiaramente e cacciateli alla malora;

Di questo tipo di amici è meglio perderli che trovarli.

 

Saggi di Provenienza 

 

1 -  Un 'Cavaleyro' taroco

2 - Taroch - 1494

3 - Il significato della parola Tarocco

4 - I Tarocchi in Letteratura I

5 - Il significato della parola Tarocco

6 - Vento Theroco

7 - Tarocchi Grotteschi

8 - Diavoli tarocchi e altre storie

9 - Uomini contro Donne

10 - L'Ebreo finto Conte

11 - Dell'Etimo tarocco

12 - Un bel asso de tarocchi

13 - Diavoli tarocchi e altre storie

14 - ‘Taroccare’ nei libretti per musica del Settecento

15 - ‘Taroccare’ nei libretti d’opera dell’Ottocento

16 -  Lorenzo Foresti, Vocabolario Piacentino-Italiano, Piacenza, Fratelli Del Majno Tipografi, 1836, pp. 183 -184.

17 - Giuseppe Banfi, Vocabolario Milanese - Italiano ad uso della Gioventù, Milano, presso la Libreria di Educazione di Andrea Ubicini, 1857, p. 736.

18I Tarocchi nelle Riviste dell'Ottocento

 

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