Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

'Vita' e 'Testamento' di Mecenate - 1604 e 1612

Con una spada il Bagatto diede morte al Gran Re dei Tarocchi

 

Saggio di Andrea Vitali, novembre 2020

 

Cesare Caporali (1531-1601) compose diverse opere dal carattere eroicomico fra le quali la Vita di Mecenate, pubblicata postuma nel 1604, Le Esequie di Mecenate data alle stampe nel 1578 e gli Orti di Mecenate che vide la luce due anni prima della sua morte.

 

La trama della Vita si configura come una parodia degli eventi politici che cambiarono la storia di Roma dalla morte di Cesare alla definitiva presa del potere da parte di Ottaviano. Mecenate appare come il consigliere di Augusto, il protettore dei poeti, il quale

 

Dava trattenimento, ozio e pastura

a tutti i letterati di quei tempi

e dei poeti aveva precipua cura;

talché vedeasi le colonne e i tempi

tutti impiastrati d'epigrammi e versi

fatti in onor dei suoi cortesi esempi. (1)

 

Se attraverso un’arguta narrazione l’autore si prefisse di deprecare l’avvilente condizione in cui versavano gli intellettuali del suo tempo, i suoi versi migliori sono quelli in cui reinventa gli episodi delle guerre civili, dalla morte di Cesare al trionfo di Augusto, grazie a versi risibili e grotteschi, come quelli in cui descrive la battaglia di Anzio dove la nave nella quale si trovava Mecenate viene abbordata da quella di Cleopatra, adibita a cucina, rischiando la vita in quanto bersagliato da uova e frittate, mentre Murena, suo cognato, subisce una cottura allo spiedo da parte dell’Arcicuoco d’Egitto.

 

In alcuni versi Caporali cita le carte da gioco: desideroso che il proprio nipote studiasse ad “Apollonia” dove si trovavano le dotte Muse, affincé smettesse di trastullarsi invano giocando a carte, Mecenate prese il mazzo di carte appena rinnovato e lo gettò nel fuoco. Rimase tuttavia completamente integro l’Asso di Danari, fatto che indusse i migliori indovini del tempo ad affermare che si era trattato di un segno rivelatore: lui, una volta morti i suoi tanti emuli, sarebbe rimasto l’unico “patron”del mondo, ovvero l’unico mecenate.

 

A dar incominciò norma, ed effetto

A le publice cose, e a le private,

Ordinando al nepote giovanetto,

Ch'andasse a studio in Apolonia, dove

Le dotte Muse all’ hor havean ricetto,

E perche l'capo non volgesse altrove

E per tor gli anca l'occasion del gioco,

Gli abrugiò un par di carte nuove, nuove

Gran cosa certo, e da stupir non poco,

Che l'asso di Denar ch'era nel fondo

Rimase intatto fra le fiamme, e ‘l foco.

Onde preso l'augurio da quel tondo

Prediser gl'indovin, che resterebbe,

Gli emuli estinti, ei sol patron del Mondo (2).

 

Giovan Battista Vignati, poeta lodigiano, dalle date incerte di nascita e morte, nato comunque nel Cinquecento data la pubblicazione di una sua opera nel 1606, ovvero le Rime Piacevoli sopra la Corte, fu poeta di versi eroicomici. Seguendo le orme di Caporali, da lui oltremodo stimato, compose il Testamento di Mecenate, pubblicato in prima istanza a Venezia nel 1612 per i tipi di Bernardo Corsi e l’anno successivo per Bertoetti. Composta da tre capitoli in ternari risulta la sua l’opera di maggior successo, tanto da essere ristampata, a iniziare dall’impressione veneziana del 1637 per Ghirardo Imbetti (3), anche nella Vita di Mecenate di Caporali, il quale aveva già introdotto in alcuni suoi ternari l’argomento ripreso successivamente dal Vignati.

 

Il Testamento racconta la decisione di Mecenate, in prossimità della morte,  di cedere i suoi beni a poeti contemporanei e posteriori - fra cui troviamo anche cortigiani, letterati, adulatori, pedanti, etc. - in base alla loro ispirazione letteraria e ‘ideologica’, giungendo il Vignati a creare un proprio Parnaso moderno attraverso una scelta personale dei migliori poeti. L’opera, dedicata a Lancillottto Corradi, marchese e maestro di campo nella milizia spagnola, è anticipata da un sonetto burlesco-encomiastico di un certo Stefano Remignano “Academico detto lo spensierato”, in cui la derivazione dall’opera di Caporali viene evidenziata dai seguenti versi “‘l vostro libretto / può star al par con quel del Caporale” (4). Il Testamento si conclude con un “Epitaffio di Mecenate” formato da una quartina di endecasillabi.

 

Nei versi seguenti della Prima Parte dell’opera troviamo il passo di nostro interesse, laddove l’autore descrive alcuni doni che Mecenate offre a suoi servitori:

 

Il qual come compito e ben creato,

   diede per beveraggio à suoi Soldati,

   un Zecchino per uno inargentato.

A due trombetti ch'erano crepati

   donò certi braghieri da soatto (1)
   che da un Norsino (2) gli furon donati.

Et una spada ancor, con cui Bagatto,

   diede la morte al gran Rè de’ Tarocchi,

   con stoccate ch'andavan sol di piatto.

E donò quattro verghe di finocchi,

   ad un suo servitor mastro di stalla,

   che facean corvettar (3) fin’i ranocchi.

Scrive il Grammaticon Laurentio Valla, (4)

   che diede ad un suo caro Tamburino,

   certi bragoni fatti a martingalla. (5)

E l'arme ancor che fur del Rè Mambrino (6)

   eccetto un lanternino, & un Brocchiero (7)

   Che degno dono fù d'un Fiorentino (5).

 

(1) soatto = cuoio

(2) Norsino = Norcino, abitante di Norcia

(3) corvettar = saltare

(4) Laurenzio Valla = Lorenzo Valla

(5) Martingalla = cintura

(6) Re Mambrino = Immaginario Re moresco

(7) Brocchiero = scudo di forma circolare, più raramente quadrata

 

Fra le diverse donazioni destinate ai suoi trombettieri vi è una spada, considerata essere quella con cui il Bagatto uccise il grande Re dei Tarocchi con colpi dati a lama piatta. Un modo di uccidere che comportava numerosi colpi, come se fossero bastonate ma date con la spada, procurando quindi la morte in maniera lenta rispetto a un colpire di punta o di taglio.

 

Il motivo per cui l’autore ha inserito questi versi si deve esclusivamente alla tipologia dell’opera che, come detto, è di carattere grottesco, per cui inserimenti di tal genere, dettati per il solo motivo di far suscitare il riso, abbondano alquanto nell’intera opera.

 

Se nell’uso ludico il Bagatto vince sui re, “ammazza il re” nel gergo dei giocatori, occorre sapere che da “bagatto” deriva “bagattare”, parola che nell’Italia di quel periodo era ovunque conosciuta a significare rovinare, distruggere. Infatti, nella nostra lingua l’espressione "essere bagattato" con variante "abbagattato" sta a significare che si è subito un grave incidente di varia natura, che si è stati malmenati (fisico bagattato), nonché essere distrutti (6), come accaduto a quel Re dei Tarocchi, ucciso appunto per mano del Bagatto che per sua natura, essendo un personaggio che rovina attraverso i suoi trucchi,  può addirittura giungere a tanto (7).

 

Note

 

1 - Cesare Caporali, Vita di Mecenate, In Modona, Per Francesco Gadaldino, 1604.

2 - Ibidem, Parte Prima, p. 5.

3 - Giovan Battista Vignati, Testamento di Mecenate. In Stil Burlesco, diviso in tre parti, Venetia, Appresso Ghirardo Imberti, MDCXXXVII [1637].

4 - Ibidem, p. 5.

5 - Ibidem, pp. 9-10.

6 - Se nei migliori dizionari italiani la voce bagattare non è più riportata, l'utilizo del termine è oggi ancora presente in qualche Regione, soprattutto in Romagna e in diverse zone dell'Emilia.

7 - Sull’etimo e il significato di Bagatto si legga il saggio storico El Bagatella ossia il simbolo del peccato e il saggio iconologico Il Bagatto.

 

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