Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Il Folle sul gambero - sec. XVI

Il gambero nella simbologia del Matto e altrove

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2022

 

 

"Egli è più matto, ch’un granzo, che porta il cervel nella tasca".

 

Proverbi Italiani Raccolti per Orlando Pescetti, In Verona, Presso Girolamo Discepolo, MDXCVIII [1598], p. 441.

 

 

Come abbiamo spiegato nel saggio iconologico Il Matto (Il Folle), nella Sacra Scrittura colui che non crede è considerato folle, e spesso figure di stolti compaiono nelle Bibbie del XV e XVI secolo a illustrare il Salmo 52 nella traduzione latina della Vulgata [Salmo 53 in Bibbie protestanti]: "Dixit insipiens in corde suo: non est deus" (Il pazzo [insipiens] ha detto nel suo cuore: non c'è Dio). Seguendo tale credo, il folle, inteso come colui che non crede, non si cura di nulla se non di soddisfare ogni suo desiderio terreno.  

 

 

Insipiens

 

Salterio - Innario (particolare) cor. 8, c. 1. Miniatore di cultura ferrarese, fine del sesto decennio del sec. XV

Napoli, Biblioteca provinciale Francescana

Primi due versi: "Dixit insipiens in corde suo: non est deus

 

 

In una xilografia dell’opera di Sebastian Brant De Narrenschiff (Basilea, 1494) questo tipo di folle appare seduto sopra un gambero con una mano trafitta da una canna sulla quale si appoggia, mentre una quaglia è raffigurata volare verso la sua bocca. La presenza della canna e del gambero è così descritta:

 

Chi mercede illimitata vuol godere,

L'appoggio di una canna potrà avere

Fragile, e su un grosso gambero sedere. (1)

 

 

 folle su gambero Brant

 

Xilografia da Der Narrenschiff di Sebastian Brant, 1494

 

 

Il fatto che la canna, come si può osservare nella immagine soprastante, sia spezzata e trafigga il palmo del folle, è inevitabile conseguenza dell’appoggiarcisi sopra, in quanto essendo fragile può spezzarsi creando inevitabili conseguenze dolorose. Solo un pazzo avrebbe potuto farlo, come il seguente passo tratto da un libro di storia evidenzia:  

 

“Nel decimoquarto anno di Ezechia, Re di Gerusalemme, Senacherib, Re degli Assiri, assaltò la Giudea: il quale havendo preso tutte le terre delle due Tribu, Ezechia temendo di Gerusalemme, mandò a lui ambasciadori, promettendo di dargli quella forma di tributo, che da lui fosse addimandato. Senacherib chiese trecento talenti di argento, e venti di oro; e giurò, che, come cio havesse ricevuto, si dipartirebbe. La qual somma da lui pagata, andò egli contra lo Egitto, e contra gli Ethiopi; e lasciò Rabsac per generale con altri due Capitani, e con grande esercito a saccheggiar Gerusalemme. I quali havendo rizzati bastioni et altre fortezze sotto le mura, chiamarono a parlamento Ezechia. Il quale non osando di commettersi alla lor fede, mandò a quelli tre de' piu honorati suoi ministri. Alhora dissero coloro: Se Ezechia stima di valersi dell'aiuto de gli Egittij, ė pazzo, non altrimenti, che sia pazzo uno, che si appoggi sopra una mazza rotta di canna; la quale non lo difende dal cadere, e gli offende la mano” (2) .

 

Se il vuoto interno della canna viene messa in relazione con l’assenza di senno del personaggio, il suo sedere su un gambero accomuna il folle all’incedere del crostaceo, ritenuto incostante. Per questo motivo il Ripa considera il granchio o gambero simbolo di irresolutezza: "Il granchio è animale, che cammina inanzi, e indietro, con eguale dispositione, come fanno quelli che sono irresoluti, or lodono la contemplazione, hora l'attione, hora la guerra, hora la pace." (Il granchio è un animale che cammina avanti e indietro, con la stessa inclinazione di chi è irresoluto: ora ama la contemplazione, ora azione, ora la guerra, ora la pace" (3). 

 

D'altronde, che il pazzo non ragionasse volendo cavalcare un gambero che si muove ora avanti e or indietro è cosa ovvia, così come ci ricorda Anton Francesco Doni (Firenze, 1513-Monselice 1574) che nella sua Filosofia Morale (4), doveracconta come un matto si considerò tale avendo messo le briglie a un gambero non conoscendo come il crostaceo si muovesse:

 

 

Folle su gambero da Doni

 

Xilografia dal  Libro Secondo della Filosofia de Sapienti Antichi di Anton Francesco Doni, 1552

 

 

“ANCHORA il Gambero Marino facendo il gagliardo con un Buffone, si lasciò cavalcare da lui, ma egli pazzo non sapendo che gli andasse all’indietro, gli messe la briglia alla bocca, et l’andava al Culo; et spronando per andare inanzi tornava adietro; Io son matto a pensare di uscirne à bene con esso teco, perche non conosco la natura tua” (5).

 

La presenza della quaglia è giustificata dalla credenza di questi pazzi che, anche se non lavorano, ovvero anche se non si adoperano per la salvezza, il cibo non mancherà mai a loro, cibo da intendersi come grazia divina. Così i versi al riguardo:

 

… Che Dio possa dar mercede

A chi senza lavoro averla crede

Se pensi, statti pur le mani in grembo

E attendi che dal ciel piovano a nembo

In bocca tua quaglie e piccioni arrosto!

Se così fosse da Dio stato disposto,

Toccherebbe a ogni fante paga uguale,

Che lavoro o pigrizia sol gli cale:

Perché dovrebbe Dio con merce’ eterna

Ricompensare chi mal si governa

E non fa nulla, o il torbido pigrone

Che dormendo pretenda al guiderdone? (6)

 

Prima di introdurre quanto scritto sul gambero da autori del Cinquecento, è necessario conoscere un testo dell’epoca in cui si trova la spiegazione della presenza della canna nella mano del folle, così come da noi sopra espresso.  Come da Matteo 28, i Romani misero addosso al corpo del Cristo una veste ruvidissima di porpora per burlarsi della sua ambizione di considerarsi un Re; una corona di spine credendolo superbo e infine una canna che lo indicava come pazzo, profanandolo nell’onore, e volendo intendere che, come la canna era priva al suo interno di consistenza materiale, così la persona e la testa del Cristo erano prive di senno. 

 

Come per beffa misero a Christo una canna nella mano destra, & de gli alti misterij che di quella traggono. Cap. IIII.

 

“POSTERUNT arundinem in dextera eius, & percutientes caput eius, salutabant eum dicentes. Ave Rex Iudeorum, cioè. Eglino gli posero una canna nella destra mano, & percotendogli il capo lo salutavano dicendo. Ave Re de' Giudei. Dice San Mattheo al capo vigesimo ottavo. Il che è tanto come dire. Non contenti d'haver vestito il figliuolo di Dio d’una vesta frusta di porpora, & d’haver gli messo in testa una corona di spine: gli misero ancora nella man destra una canna vota, & inginocchiati lo percotevano su la testa con essa, & lo salutavano per Re di Giudea. Il proverbio che dice, alla terza và chi è vincitore, assai bene si adempiè in questa terza burla, che fecero a Christo, & della sua divina persona: percioche con la prima, che fu la porpora, lo notarono d’ambitioso: & con la seconda, che fu la corona, lo motteggiarono di superbo: & con la terza che fu la canna lo notarono di pazzo. Cipriano, nel Trattato in Passione Domini dice. Come gli altri Principi significavano la sua gran dignità nel vestir di porpora, & dimostravano la sua alta possanza nel mettersi la corona, & si vedeva la loro retta giustitia nello scettro che portavano; cosi volsero quei del palazzo di Pilato rappresentarci tutto questo per scherno in Christo Giesu, & a maniera di burla con tutto quello servire. Meglio diremo, che l'offesero, che dir che gli servirono, poiche lo vestirono d'una porpora vecchia, & gli misero in testa una pungente corona, & gli diedero per scettro una canna vota, volendo in questo darci ad intendere, che com'egli era un gran burlatore: cosi il Regno suo era una gran burla & baia, & hebbe grandissima ragione per sentirla, percioche tutte le ingiurie passate erano per dargli pena: ma questa della canna lo toccava nell’honore: percioche in questa gli volsero dar ad intendere, che si come la canna naturalmente è priva della sua midolla, così la persona & testa di Christo era priva di senno” (7).

 

La Chiesa vide nell’andamento del gambero che si muoveva or in avanti or in indietro, l’incertezza del peccatore nel cercare di riparare le sue colpe: una volta deciso di emendarsi ritornava tuttavia sui suoi precedenti passi, continuando a peccare. Il gambero deve essere quindi accostato al cane spesso presente ai piedi del folle nei tarocchi e in altre manifestazioni artistiche sull’argomento, in quanto insignito di una connotazione negativa per la sua abitudine di rimangiare il proprio vomito, come un peccatore che dopo aver peccato ed essersi confessato, cade ugualmente in tentazione: “Sicut canis revertitur ad vomitum suum, sic imprudens qui iterat stultitiam suam (Proverbi 26: 11).

 

Il sacerdote Giovan Battista Possevino (Mantova 1520 - ? 1549) si rivolge nel seguente brano di una sua opera di lezioni edificanti di vita (8) a un ipotetico personaggio che dopo essersi adoperato tanto per redimersi attraverso le buone azioni, è spinto di nuovo a peccare, accusato dal religioso di comportarsi come il gambero che torna sempre indietro:

 

Sic stulti estis, ut cum spiritu ceperitis, nunc carne consumamini? Sete sì matti che havendo cominciato con lo spirito Santo à vivere spiritualmente con tanta edificatione di tutto ’l Mondo, vogliate adesso perder il tutto, e lasciarvi accecare dalla carne attaccandovi alla fragilità della legge? O che parole da dire à un Religioso che si và raffreddando e intepidendo: hai dunque fatto buon principio, et hor voi a guisa d'un gambero tornar adietro; hai fatto tante mortificationi, tanti digiuni, tante orationi, patito tante tribulationi et adversità, et hor vuoi haver buttato via ogni cosa et perderne tutto il frutto, con darti à commettere peccati mortali, i quali mortificano tutte le precedenti buone opere, benche ritornando in gratia, ritornano anch'esse. Tanta passi estis sine causa, si tamen sine causa?” (9).

 

Sull’uomo che ritorna a peccare, dopo aver abbandonato il proprio fine, e per questo accostato al gambero, un sermone del predicatore Girolamo Savonarola (Ferrara 1452 - Firenze 1498) risulta esplicito al riguardo: 

 

 

Predica del Savonarola

 

Xilografia da Prediche del Reverendo Padre Frate Gieronimo Savonarola, 1540 

 

 

 Sermone decimo settimo – Feria ji. dopo la seconda domenica. xl.

 

“O Signore io so, che tu se la sapientia infinita, adunque la casa tua debbe essere ordinatissima: ma quando io considero il disordine delle cose humane: e so che tu le governi con la tua sapientia: non posso far: che io non mi maravigli: e che io non dica. (Deus repulisti nos) Signore tu ci hai scacciati della casa tua: noi siamo nella casa del disordine, signore tu se pur quello che conduci le cose naturali, & veggo, che vanno tutte al fine loro, e non erano quasi mai: anzi pare che elle habbino intelletto. Dall'altra parte to veggo gli huomini, che vanno arrovescio, & hanno lasciato il fine loro, e caminano a' contrario come fa il gambero, il quale dicono costoro, che va all'indrieto” (10).

 

Interessante osservare come nella interpretazione dei sogni derivata da popoli antichi, il gambero significasse un uomo maligno che difficilmente avrebbe mutato la sua natura, così come troviamo in un’opera di Paride Ceresara (Mantova 1466 - ?):

 

“Cancri, overo Cambari, significa povero hom et maligno et con grande difficultade esser bono, ecc” (11).

 

L’andamento del crostaceo non venne esclusivamente preso come punto di riferimento per evidenziare il modo di agire peccaminoso dell’uomo, ma utilizzato anche per altri fini come quello di insegnare ai predicatori i modi di rivolgersi al popolo con le giuste parole, che non dovevano essere né vane né profane in quanto esse avrebbero favorito la malvagità e la scelleratezza dato il loro serpeggiare come il gambero, così come espresso in un passo di un’opera di Marco Marulo (Marko Marulić, Marko Pečenić, Marcus Marulus Spalatensis o Dalmata) (Spalato 1450 - Ivi 1524):

 

Del Officio del predicatore evangelico

 

“DI QUANTA diligentia, e di quanto studio bisogna, che sia il predicatore, nel insegnare ce lo mostra l'Apostolo quando egli esorta Timoteo dicendo, predica la parola di Dio, e sia sollecito a tempo, e fuor di tempo Corregi, prega, e riprendi con ogni pacientia, e dottrina. Il medesimo mostrò come egli debbe esser accorto, e circospetto nel parlare, quando disse, Tu hai la forma delle sane parole, che tu hai intese da me, in fede et amore in GIESU Christo. E poco dopo dice, non voler combatter, ne contender con parole, perche tal cosa non è utile a nulla se non a distruggere gli audienti. Attendi con ogni sollecitudine di mostrarti huomo da bene e acceto a Dio e di mostrarti un ministro che rettamente amministra il verbo di Dio. E poco di sotto dice, Fuggi le parole vane, e profane, perche elle nutriscano l'impietà, e vanno caminando, e serpendo, come il cambero” (12).

 

Fra le favole raccontate sul gambero con fini etici, due sono quelle più famose che ritroviamo nel Cinquecento, di cui la prima riguarda un gambero o una ‘gambaressa’ che volle insegnare ai suoi figlioli come muoversi per evitare i pericolosi pesci che intendevano cibarsi di loro e le reti dei pescatori. Osservando infatti come i figli si muovevano, li redarguì dicendo loro di non camminare muovendosi or avanti or indietro dato che altrimenti sarebbero stati una facile preda. Poiché essi non riuscivano a muoversi come il padre (o la madre) voleva, uno dei piccoli chiese al genitore di camminare davanti a loro in modo che essi potessero muoversi imitando il loro incedere. Ovviamente, in base alla natura del gambero, nulla di quanto il genitore avrebbe voluto, fu possibile che i figli soddisfacessero. L’insegnamento che se ne traeva era che non si doveva mai biasimare altrui di un proprio vizio.

 

Riporteremo questa favola in due versioni, di cui la prima fa presa a prestito da Filippo Ghisi (sec. XVI) nel suo Giuditio di Paride (13) per satireggiare Venere attraverso le parole di Momo, figura mitologica greca, figlio della notte, additato da Esiodo come la personificazione del sarcasmo e della mania di censurare. Infatti, egli additò la Dea dell’Amore come incapace di insegnare al figlio Cupido i giusti comportamenti, dato che lei era la prima a sbagliare.

 

Momo. Tu mi fai tornare à mente la favola d'un gambero o d'una gambaressa che ella si fosse, la quale voleva insegnare à caminare à suoi figliuoli, onde la gli disse una volta: voi sapete ò figliolini miei cari, che quà noi siamo in loco pericoloso, ove da pescatori si sono tese di molte insidie, et oltre di ciò ci viene molte volte da pesci più grossi data la caccia, e però per salute della vita vostra hora che sete homai grandicelli, v’è necessario d'imparare a caminare, e fuggire sempre, che ve ne nasca occasione: hora mentre essi si provavano, e caminavano (ben fai) come è il costume de granchi all'indietro; nò figli (le diss' ella ) voi non caminate bene à caminar a questo verso, perche a questa guisa andareste proprio a dar di botto in bocca al nemico, vi bisogna andare avanti, e non tornar a dietro. e per molto, che in parole ella s'affaticasse ad insegnarli, apunto; e non v'era ordine: si che alla fine uno di loro le disse; cara madonna madre, camina tu alquanti passi prima, e secondo che vederemo muovere i piedi à te, cosi ci moveremo anchor noi: hor mentre, che ella voleva loro insegnare, e’ si fa cosi, e si muove prima il piè diestro, e poi il sinistro, et cetera; madesi; ell' era gambaressa ne più ne meno come loro, e caminava anch'ella all'indietro; onde le dissero i figli, madonna madre, ò che questa è la vera forma di caminare, ò che se non? la buona, tu non sei atta ad insegnarci, non sapendo andar per te stessa. Tu vuoi far qui la maestra in parole nell'insegnare ad instruire i figli ò Venere, e dall'altra parte vedi un poco come hai ben instrutto quel capestro di Cupidine tuo figliuolo, che senza portare una riverenza à Giove istesso, non che à gli huomini, et a te medema, che le sei madre; tiene tutta via in iscompiglio il cielo e la terra” (14).

 

La seconda versione di questa favola è descritta in versi da Giovan Mario Verdizotti (Venezia 1530 - Ivi 1607) in un suo libro di favole morali (15) dove aggiunge al termine della storia l’insegnamento che ciascun padre avrebbe dovuto essere sempre un esempio di virtù per i figli se voleva che quanto egli diceva avesse valore e forza, assumendo innanzitutto come norma per sé stesso le opere insegnate. Infatti, se così non fosse stato i figli lo avrebbero additato come un granchio, considerato al tempo possedere due bocche, così come riporta Ludovico Guicciardini (Firenze 1521-Anversa 1589) nelle sue L’Hore di Ricreatione (16):  

 

 

Spesso riprendersi altrui, di ciò che anco in no stessi si ritruova.

 

“Un’ gambero riprendeva il figliuolo acerbamente, dicendo che egli non sapeva andare; & che andando ei tornava a dietro: del che il figliuolo alteratosi disse, mio padre voi parlate come un’granchio, che ha due bocche, andate innanzi voi, & io vi seguitero” (17).

 

Di seguito la versione in versi della favola descritta dal Verdizotti:

 

 

Gambero et figliuolo

 

Xilografia da Cento Favole Morali De i piu antichi, & moderni autori  di Giovan Mario Verdizotti,  1570

 

 

DEL GAMBERO, ET SUO FIGLIUOLO.

 

     IL Gambero riprese un giorno il figlio

Spinto d'amor de la maniera brutta,

Ch' ei tenea nel nuotar sempre à l'indietro:

Dicendo, che piu bel parea quel corso,

Che move ogni animal col capo inanti,

Ch'è membro principal di tutto il corpo.

     Allhor il figlio, che veduto havea

Il padre e tutti i genitori suoi

Far sempre quello, ond' esso era ripreso,

Disse: Padre, se vuoi, ch'io cangi stile,

Mostrami prima tu di ciò la via;

Ch'io seguirotti, poi che quella norma

Del vero caminar, che piu t'aggrada,

Appreso havrò dal tuo medesmo esempio:

Perch'io non ho veduto, che giamai

Habbi tu seguitato altra maniera;

Ond'io mi diedi à far quel, ch’imparai

Da te, da gli avi, e da fratelli tuoi.

     Cosi devrebbe ogni buon padre sempre

Mostrarsi à i figli di virtute esempio,

Se vuol, che 'l suo parlar, che li riprende

Del vitio appreso, habbia valore e forza

Da ritrarli da quello à miglior uso:

Ch'è d'autorità spogliato e privo

In mover altri à seguitar virtute

Colui, che sta nel vitio immerso sempre.

Però devria colui, ch'altri riprende,

Esser con l'opre ognihor norma à se stesso;

Et con l'essempio de la buona vita

Mover in prima, e poi con le parole

Gli altri chiamar di quella al bel camino:

Chà quel si ridurrian piu facilmente,

Persuadendo piu l'opra, che 'l dire.

 

Non biasmar del tuo vitio un'altro mai. (18)

 

La seconda favola, che ha per titolo La volpe e il gambero, descritta fra gli altri nei Dialoghi Piacevoli (19) di Stefano Guazzo (Casale Monferrato o Trino 1530 - Pavia 1593), racconta una gara alla corsa fra i due animali. Una volpe venne sfidata da un gambero che le aveva dato fra l’altro il vantaggio di partire per prima. Sicura di vincere, la volpe parti veloce, ma il gambero senza alcun sospetto da parte della volpe, si attaccò alla sua coda cosicché giunta al traguardo stabilito essa si volse indietro per vedere dove il gambero si trovasse. Ma in questo suo voltarsi fece si che il gambero le si ponesse dinnanzi. Questa favola intendeva insegnare come fosse in realtà giusto vincere sempre attraverso la virtù, sebbene in certe occasioni divenisse difficoltoso esercitarla, e come le contese servissero agli uomini per affidarsi a essa, motivati dal desiderio di non farsi precedere né di farsi raggiungere.

 

 

La volpe e il gambero

 

Xilografia da Dialoghi Piacevoli di Stefano Guazzo,  1586

 

 

De L’Honore Universale

 

Dialogo Nono

 

[fra] Lodovico Nemours, et Annibale Magnocavalli

 

“AN. Io appresi infin da fanciullo la favola del gambaro, il quale sfidata la volpe à correre, et offertosi di lasciarla precedere nel principio del corso, le si aggrappò leggiermente alla coda, onde essa giunta al segno da loro prefisso, si voltò indietro per vedere ove fosse rimaso il gambaro, il quale in quel rivolgimento di lei si trovò innanzi, et rimase vincitore. Chi vorrà dunque à guisa del gambaro precedere con inganno, si potrà giustamente dire, ch'egli passi dal mezo all'estremo, ma non si potrà già dire di colui che cerca di vincere con la virtù, et non con inganno, anzi malagevolmente la virtù si esserciterebbe, o non sarebbono gli huomini solleciti nel possederla in eccellenza, se non vi fossero gli stimoli delle contese; et un certo desiderio di non lasciarsi precedere da quei che sono innanzi, et di non lasciarsi giungere da quei che rimangono dietro, onde ben disse un poeta

 

Più veloce il destrier al corso ha ’l piede,

          S'altro destrier lo segue, altro il precede” (20).

 

 

Se i buffoni ritenevano con i loro lazzi di poter ottenere beni e privilegi dai ricchi nonché accomodarsi alle loro mense, dato che suscitavano in questi le risa, molte volte rimanevano delusi, come ci racconta Anton Francesco Doni (Firenze, 1513 - Monselice 1574) (21) nei suoi Marmi (22), dove racconta di un buffone il quale, entrato nella casa aperta di un nobile dove si stava preparando il pasto a pian terreno, iniziò a saltellare e a raccontare ridicole storie. Il padrone di casa, certo Greco, molto astuto, dimostrando un finto interesse per le ciance del buffone, si rivolse a lui dicendogli che gli sarebbe piaciuto che egli si fosse seduto con loro a capotavola. Tuttavia, fece intendere al buffone che era divenuta usanza in quella casa fare salti all’insù e in piano per verificare, attraverso il salto più lungo, chi si fosse meritato di sedere a capotavola. Un Conte, ospite del padrone di casa, saltò per primo giungendo mezzo braccio fuori dalla porta d’ingresso alla sala. Poi saltarono tutti gli altri presenti. Sicuro di vincere, si esibì il buffone, e con tre salti uscì di più di due braccia fuori dalla porta. Il padrone di casa, che si era appostato dietro l’uscio, chiuse immediatamente la porta, lasciando fuori il buffone che rimase così gabbato (‘uccellato’ nel testo). L’autore conclude la narrazione, descritta in dialogo fra il Nobile e il Perduto, entrambi Accademici Peregrini, come segue:

 

Per. O la fu bella, ma piu bella sarebbe ella stata se il Buffone havesse detto, Signore io son di razza di Gambero, che salto indietro, et non inanzi, et chi cavalcasse bisognerebbe che facesse pensiero d'andare indietro, et non inanzi, spronasse quanto egli volesse.

Nob. Pur che non havesse poi tosto un bastone, et detto come disse il Piovano Arlotto. Io ti farò veder che tu andrai come una Nave, non che un Cavallo restio, et un Gambero”.

 

Di seguito il racconto descritto dal Doni:

 

"Nob. Egli di State sempre desınava a porta aperta, et quanti virtuosi venivan là, tutti pasceva; Avenne che la State, che si mangia in terreno, poco inanzi che si mettesse in tavola, e venne un buffone, et si cominciò a trattenere con gli altri di casa, & dir delle novelle, delle ciancie, et altre cose da suo pari; onde tutti gli fecero carezze. Eccoti il Signore, & non si tosto arrivato in casa; questo Buffone se gli sa incontro con sue baie. Il Greco che era astuto et sagace Signore, prese quelle sue stoltitie per buone, et care, et con un dirgli tu sia il ben venuto, quanto tempo è che io t'aspetto, io voglio che tu stia quà in capo di tavola, et per una volta io ti vo far godere, et quivi gli fece vedere, il pasto tutto preparato in tavola, fecegli assaggiare un vino pretioso, et con un modo garbatissimo prese a dire. Signori, voi sapete la nostra usanza: che inanzi che nessun di noi si metta a tavola, si fa tre salti all'insu per poter meglio desinare, et tre lanci per la piana, et chi vince all'insu, ha il secondo luogo della tavola, et chi per lo lungo; stà in capo di quella; et io saro stamattina il primo; et fatti tre salti in aere, vinse; dopo lui saltò il buffone, et tutti gli altri. Hor su disse il Conte egli mi tocca il secondo luogo. Et quì prese la corda per lo lungo della stanza, et fece tre saltetti, tanto che egli arrivò fuor della porta mezzo braccio. Il Buffone subito prese la corda (per guadagnarsı il primo luogo) et con tre salti quanto potette saltò, onde egli uscì fuori piu di due braccia. Il Greco che s'era fermato dentro all’uscio, mostrando di vedere chi piu saltava; quando lo vide fuori, diede di mano alla porta et lo serrò fuori, tuttavia dicendo: và che noi te la diamo vinta. Onde il Buffone s'accorse d'essere stato uccellato. Il Signore postosi a tavola mangiò quella mattina con le porte chiuse, cosa che mai piu a suoi giorni non gli era accaduta” (23).

 

Si fece ricorso al Gambero anche per eventi spettacolari allestiti per le più svariate situazioni, come in occasione del matrimonio del nobile Giovanni Malvezzi a Bologna, quando Cupido venne presentato in piedi su un gambero che si muoveva all’indietro talmente ben fatto da sembrare vero:

 

“Si vide poi venir fuori il Dio d’amore in piedi in sulla schiena di un Gambero, cosi ben fatto, che andando allo indietro dava gran maraviglia à riguardanti, non si sapendo ben discernere s’era vero, ò finto” (24).

 

Troviamo ancora il Gambero nelle satire, cosa ovviamente prevedibile, data la caratteristica del suo incedere. Giovanni Battista Guarini (Ferrara 1538 - Venezia 1612), lo utilizzò per schernire lo stile con cui Giason De Nores aveva composto una sua critica nei confronti del Pastor Fido. L’autore, dopo aver messo in luce una serie di scritte disordinate compiute dal rivale, lo accusò di operare come un gambero, introducendo prima un discorso, porne poi un altro e ritornare di seguito indietro al primo:

 

“Ma passiamo ad altro, se qui volessi andare appresso al vostro disordine, lasciando le materie, che pertengono alla settima particella, farei un salto all'undecima, dove de gli stili si tratta, si come havete fatto voi, ne senz'arte, Messer Giasone. percio che la nona vi chiarisce in poche parole sì fattamente, ch'io mi maraviglio come da quella sola non habbiate apparato e d'intendere, e di tacere: di che nell'ultima parte di questa nostra difesa più lungamente ragionerassi. Ma voi havete valicato le due, ottava, e nona senza far conto con esso loro, e non solo havete dell'undecima favellato prima, che della decima, lasciando le materie della settima, sdrucciolate all'undecima, e poi tornate un'altra volta alla settima. Ecco dalla materia de' misti che si disputa nella settima, vi recate à favellar dello stile, ch'è opera dell'undecima, e dopo un lungo discorso, retrocedendo à uso di gambero, le quistioni della settima ripigliate. Ma sarà forse questo un vostro novello modo di filosofar col disordine, come tutti coloro, che fanno, hanno fatto sempre con l'ordine. O quanto vi torna conto il confondere e lo ’mbrogliare. Il Garbuglio fa pe’male stanti eh?” (25).

 

Anche in un trattato sull’arte della memoria troviamo menzionato il gambero. Nel Dialogo nel quale si ragiona del modo di accrescere, et conservar La Memoria (26), Lodovico Dolce (Venezia 1508 - Ivi 1568), descrive come, seguendo il metodo mnemotecnico di Pietro da Ravenna, occorreva muoversi al fine di ricordare quanto si vedeva di naturale e artistico. Se l’incedere considerato migliore era quello di spostarsi da sinistra verso destra seguendo il corso del sole “divisando per diritta via i luoghi con quell'ordine che noi scriviamo su la carta le lettere”, l’autore ricorda un personaggio che, non avvezzo a queste teorie, camminava all’indietro come il granchio o il gambero, così come fanno gli Ebrei nel loro modo di leggere e di scrivere, ovvero iniziando alla rovescia:

 

“Nell'ordinare i luoghi effettuali o per natura o per arte, dobbiamo spesso ripigliar città, case, monasteri, e cose tali. In che seguiteremo il modo di Pietro da Ravenna; il quale è, che da mano sinistra andiamo verso il corso del Sole tenendo alla destra, divisando per diritta via i luoghi con quell'ordine che noi scriviamo su la carta le lettere: il qual modo è via più acconcio di qualunque altro. In che fu uno, che non essendo bene introdotto, da principio, caminava all'indietro a guisa che fa il Granchio, o il Gambero: e per usar piu propria similitudine, si come fanno gli Hebrei, l’ordine di leggere o di scrivere le lettere, incominciò alla rovescia” (27).

 

Un esempio poetico in cui l’andamento del gambero viene paragonato a quello di un amante si trova in un sonetto di Guidubaldo Benamati (Gubbio fine sec. XVI - Ivi 1653) inserito nell’opera La Faretra di Pindo (28). Se la lettura dei versi dal punto di vista simbolico evidenzia riferimenti di carattere sessuale, quella letterale parla di un amante, il quale ritornò alla spiaggia dove aveva trovato dei gamberi donati poi all’amata. Desideroso di trovarne altri, pose la mano destra nella tana di un gambero venendo ferito dalle branchie del crostaceo. Nonostante ciò, l’amante comunicò all’amata di non odiare quel gambero, anzi di averlo caro, sentendosi simile a lui. L’avaro destino aveva infatti voluto che, a somiglianza del muoversi del gambero, anche lui tornasse indietro rinunciando all’amara grazia dell’amata.

 

Un Gambero marino donato à Celinda.

 

CELINDA, io son tornato hoggi à quel Lito,

   Che que' granchi mi diè, ch' in don ti porsi,

   E 'n quel buco medesino à cercar corsi;

   Che far pesca novella hebbi appetito.

Spinta colà la destra, à mezo il dito

   Sentij d'un non sò che pungenti morsi:

   Io tirai non di men la preda, e scorsi

   Ch’un Gambero marin m' havea ferito.

Mira com'egli è grande! Il dente amaro

   Con cui ferimmi, fur le branche: & hora

   Non l'odio, non l'offendo; anzi m'è caro:

Simile à lui son' io; però che ancora

   Voluto hà ch'io camini il Fato avaro

   Ne la tua amara gratia indietro ogni hora (29).

 

Muoversi come il gambero, andando all’indietro e soprattutto possedere anche gli occhi dietro, era fondamentale, come esprime l’autore del seguente componimento dal titolo Canto d’Huomini che vanno col viso volto di drieto, poiché tutti erano traditori ed era necessario pertanto guardarsi per non pentirsi poi di non essere stati accorti. Chi si comportava in quel modo poteva stare tranquillo, a differenza di coloro che offesi da avversi colpi avrebbero dovuto far finta che nulla fosse successo, facendo oltremodo i sordi per non vergognarsi di non essere stati preparati.

 

Canto d’Huomini che vanno col viso volto di drieto.

 

LE cose al contrario vanno,

    Tutte, pensa quel che vuoi;

    Come 'l Gambero andiam Noi,

    Per far come gli altri fanno.

Ei bisogna hoggi portare

    Gli occhi drieto, e non davanti;

    Che cosi s'usa di fare,

    Traditor siam tutti quanti:

    Tristo à chi crede à i sembianti,

    Che riceve spesso inganno.

Però vi facciamo scusa,

    Di questo nostro ire adrieto;

    Ei s'intende, oggi ogniun l’usa,

    Questo è modo consueto:

    Chi lo fa dunque stia cheto,

    Noi sentiam che tutti il fanno.

Crediam questo me riesca,

    Poi ch'ogniun da di drieto hoggi;

    Se riceve qualche Pesca,

    Vede, e pensa ove s'appoggi:

    Con man tocca, pria ch'alloggi,

    Poi non ha vergona, ò danno.

Chi non porta drieto gli occhi,

    Per voltarsi indrieto, incorda;

    Di gran colpi convien tocchi,

    Per vergogna fa alla Sorda:

    Drieto al fatto si ricorda,

    Quando siede, il mal che fanno.

Non pigliate meraviglia,

    Se le Donne ancor fan questo;

    Ciascuno hoggi s'assottiglia,

    Ogni mese è lor, bisesto:

    L'un soccorre all'altro presto,

    E cosi tutte vi vanno (30).

 

Boccaccio nel suo Il Corbaccio, nell’additare un personaggio che giaceva con una donna impegnata, paragona il suo cavalcare l’amante a un granchio, dicendo che con quell’atto egli era uscito dal seminato. Nonostante ciò, l’uomo riteneva di dover essere considerato un savio, lui che assieme all’amante scherniva quanto scritto da un letterato in una sua lettera inviata alla donna, definendo quest’ultimo pazzo per aver, fra gli altri versi, ricordato i suoi amori preferiti, ovvero Aristotile, Virgilio e quant’altri degni e illustri storici. E nel disprezzare lo scrittore, con parole “da far per istomacaggine le pietre saltar del muro, et fuggirsi, soli se essere dicevan l’honore et la gloria di questo mondo”. Solo dei pazzi potevano pensare questo di loro (31).

   

“Vedestu mai cosi nuovo granchio? per certo questi la cavalca, egli è di vero uscito del seminato. Et vuole esser tenuto savio, domine dagli il mal anno, torni a sarchiare le cipolle, et lasci stare le gentili donne. Che dirai? Haveresti mai creduto? Deh quante bastonate gli si vorebbe far dare, anzi gli si vorrebbe dare d'uno ventre pecorino per le gote, tanto quanto il ventre, o le gote bastassero. O cattivello a te, come t'eran quivi colle parole graffiati gli usatti, et come v'eri per meno che l'acqua versata dopo le tre. Le tue muse tanto da te amate, et comendate eran quivi chiamate pazzie, et ogni tua cosa matta bestialità era tenuta, et oltre a questo s'era assai peggio, che per te Aristotele, Tullio, Virgilio, et Tito Livio, et molti altri huomini illustri, et per quello ch'io creda tuoi amici, et dimestichi, erano come fango, da loro scalpitati, scherniti et annullati, et peggio che monton maremani sprezzati, et aviliti. Et in contrario, se medesimi essaltando, con parole da far per istomacaggine le pietre saltar del muro, et fuggirsi, soli se essere dicevan l’honore et la gloria di questo mondo…” (32).

 

Boccaccio ci ricorda, inoltre, nella sua Genealogia de gli Dei che gli antichi, nell’accumunare il gambero al granchio, scrissero che Giove pose in cielo la costellazione del Cancro in seguito a un favore che un gambero fece al padre degli Dei. Quando Giove sulle rive del fiume Bragada venne colpito dalla straordinaria bellezza della ninfa Garamantide, decise di possederla. Questa, accortasi di essere guardata in maniera concupiscente, mentre Giove le si avvicinava cercò di fuggire, ma un gambero che stanziava nell’acqua vicino ai suoi piedi, con le sue chele le bloccò il dito mignolo. Fermata per il dolore la sua corsa, venne raggiunta da Giove che la possedette ingravidandola. Nacque così il ventesimo figlio di Giove, ovvero Iarba divenuto in seguito Re dei Getuli.

 

 

Iarba Re di Getuli ventesimo figliuolo di Giove.

 

“IARBA Re de' Getuli fu figliuolo di Giove, et di Garamantide nimpha si come testimonia Vergilio, dove dice.

 

Questi nati d'Amone, et della Ninpha Garamanta, qual fu da lui rapita.

Paolo poi dice, ch'egli fu figliuolo di Giove, et della figliuola del Re Bisalpo, con la quale giacque Giove in forma di Montone. Ma di questa cosa l'honorato Andalone narra favola tale. Giove ritornando dal convito de gli Ethiopi, havendo sulla riva del fiume Bragada Garamantide nimpha bellissima, che si lavava i piedi, essendo di natura libidinoso subito desiderò congiungersi con lei, ma la donzella veggendolo venire verso lei, tutta smarrita volse incominciar a fuggire, ma un gambero, ch'era nell'acqua vicino a suoi piedi la pigliò nel dito minuto d'un piede, et per la doglia le fece ivi alquanto dimorare, onde cercando di levarselo da piedi fu sopragiunta da Gione, il quale giacendo seco la impregnò, et per tale congiungimento partori Iarba. Giove poi per lo ricevuto servigio dal gambero, pose quello in Cielo, et il fece un segno del Zodiaco, quale propriamente si dice Cancro. Leontio dice Iarba essere creduto vero figliuolo di Giove, quando egli circondando il mondo con la sua libidine macchiò tutti i luoghi, et Garamantide essere stata figliuola di Garamante Re de' Garamanti da lui nella ripa del Nilo trovata, et violata” (33).

 

Note

 

1 - Francesco Saba Sardi (a cura), La nave dei folli, Spirali, Milano, 1984, p. 139.

2Historie di Giovanni Zonara Monaco, Diligentissimo Scrittore Greco; Dal Cominciamento del Mondo insino all’Imperadore Alessio Conneno: Divise in Tre Libri, Tradotte nella Volgar Lingua da M. Lodovico Dolce; Con una Tavola…, In Vinegia, Appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, MDLXV [1565], pp. 89-90.

3 - Cesare Ripa, Iconologia, Roma, Appresso Lepido Faeij, 1603, p. 225.

4 - Libro Secondo della Filosofia de Sapienti Antichi, Nel quale si vede, I Tradimenti della Corte del Mondo, Et quanto sien grandi, Scritto da Sendebar Moralissimo Filosopho, In Vinegia, Nell’Accademia Peregrina, MDLII [1552], p. 103.

5 - Ibidem, p. 69.

6 - Francesco Saba Sardi (a cura), op. cit., p. 140.

7 - La Prima Parte del Monte Calvario dove si trattano tutti i Sacratissimi Misterij avenuti in questo Monte insino alla morte di Christo. Composto dall’Illustre S. Don Antonio di Guevara, Frate dell’ordine regolare di S. Francesco, et Vescovo di Mondogneto. Tradotto di Lingua Spagnuola nell’Italiana, dal Signor Alfonso D’Uglioà Hispano, In Vinegia, Appresso Giolito De’ Ferrari, MDLX [1560], p. 35.

- Delle Dichiarationi delle Lettioni di Tutti li Matutini Dell'Anno, del Breviario Rom., & Ambrosiano, come si vede nel fine di tutta l'Opera. Prima Parte. Dall'Advento fin'alla Pentecoste. Di Gio. Battista Possevino Sacerd. Mant. Teologo dell’Illustriss. Monsig. Giovanni Fontana, Vescovo di Ferrara, In Ferrara, Appresso Benedetto Mammareli, MDXCII [1592].

9 - Ibidem, Fra la terza settimana Doppo l’Ottava dell’Epifania,p. 288.

10 - Prediche del Reverendo Padre Frate Gieronimo Savonarola de l’ordine di San Domenico dell’osservantia di Toscana sopra L’ESODO, Et questi Salmi, In exitu Israel. Qui habitat, In domino confido. Qui confidunt in domino. Quam dilecta tabernacula. Con una Esortatione fatta al popolo Fiorentino. Con Tre Prediche sopra la historia di Gedeone, Nuovamente aggiunte a questo volume [Raccolte per Messer Lorenzo Di Violi, notaio fiorentino, dalla viva voce del Reverendo Padre], Stampate in Venetia da Giovanantonio de Volpini detto il Rizo stampadore, Adi. 2. Marzo. MDXL [1540], c. 199v - c. 200r. 

11 - Expositione de gli Insomnii secondo la Interpretatione de Indi, Persi et Egyptii. Tradute de Greco in Latino. Per Leone Toschano. Et al presente date in luce. Per il Tricasso Mantuano [Paride Ceresara], Stampate in Vineggia, per Marchio Sessa, Neli anni del Signore. M.D.XXXIIII. [1534], p. 69.

12 - Opera di Marco Marulo da Spalato Circa l’Institutione del Buono, e Beato Vivere, Secondo l’essempio de’ Santi, del Vecchio e Nuovo Testamento. Divisa in Sei Libri. Tradotta in Lingua Toscana da maestro Remigio Fiorentino, dell’ordine de’ Predicatori, In Venetia, Appresso Francesco Bindoni, L’Anno MDLXIX [1569], c.95v. 

13 - Giuditio di Paride Dialogo di Filippo Ghisi Nobile Genovese; Nel quale con nuova Mytologia si spiega quello, che sotto questa favolosa corteccia veramente intendevano gli antichi, In Venetia, Appresso Francesco de’ Franceschi Senese, MDXCIIII [1594].

14 - Ibidem, pp. 118-119.

15 - Cento Favole Morali De i piu antichi, & moderni autori Greci, & Latini, Scelte, et trattate in varie maniere di versi volgari da M. Gio. Mario Verdizotti: Nelle quali oltra l’ornamento di varie e belle figure, si contengono molti precetti pertinenti alla prudenza della vita virtuosa & civile, In Venetia, appresso Giordano Zileti, et compagni, MDLXX [1570].

16 - L’Hore di Ricreatione di M. Lodovico Guicciardini Patritio Fiorentino, In Anversa, Apresso di Guglielmo Silvio stampatore Regio, M.D.LXIX. [1569], p. 25.

17 - Ibidem, p. 25.

18 - Cento Favole Morali, op. cit., pp. 81-82.

19 - Dialoghi Piacevoli del Sig. Stefano Guazzo Gentil’Huomo di Casale di Monferrato. Dalla cui famigliare Lettione potranno senza stanchezza, & satietà non solo gli Huomini, ma ancora le Donne raccogliere diversi frutti morali, & spirituali. Nelle quali si tratta..., In Venetia, Presso Gio. Antonio Bertano, Ad instantia di Pietro Tini, Libraro in Milano, MDLXXXVI [1586].

20 - Ibidem, cc. 102v-103r.

21 - Di questo autore abbiamo trattato al saggio Di una lettera del Doni ad Annibal Caro - 1552.

22 - La Quarta Parte de Marmi del Doni, In Vinegia per Francesco Marcolini, MDLII [1552].

23 - Ibidem, pp. 17-19.

24 - Il Torneamento fatto nelle Nozze del Signor Giovanni Malvezzi da i Signori Cavallieri della Viola, In Bologna, per Gio. Rossi, & Aless. Benac [chi]. Al segno di Mercurio, MDLXII [1562], s.n.p.

25 - Il Verato Secondo ovvero Replica dell’Attizzato Accademico Ferrarese in difesa del Pastorfido, Contra la seconda scrittura di messer Giason De Nores intitolata Apologia, In Firenze, Per Filippo Giunti, MDXCIII [1593], pp. 140-141.

26 - Dialogo di M. Lodovico Dolce, nel quale si ragiona del modo di accrescere, et conservar La Memoria, In Vinegia, Per gli Heredi di Marchiò Sessa, MDLXXV [1575].

27 - Ibidem, p. 29.

28 - La Faretra di Pindo del Sig.r Guid'Ubaldo Benamati, Contenente Strali d’amore della vita celeste…, In Vinetia, Appresso Giacomo Sarzina, 1628.

29 - Ibidem, p. 110.

30 - Tutti i Trionfi, Carri, Mascheaate [sic] ò canti Carnascialeschi andati per Firenze, dal te[m]po del Magnifico Lorenzo vecchio de Medici; qua[n]do egli hebbero prima cominciame[n]to, per infino à questo anno presente 1559. Con due tavole, una dinanzi, e una dietro, da trovare agievolmente, e tosto ogni Canto, ò Mascherata, In Fiorenza, Anton Francesco Grazzini [Curatore], Lorenzo Torrentino [Stampatore], MDLVIIII [1559], pp. 70-71.

31 - Per la lettura completa del brano si veda al saggio "La Sinagoga de gl'Ignoranti" di T. Garzoni - 1589

32Il Corbaccio, Altrimenti Laberinto d’Amore di M. Giovanni Boccaccio, Di novo corretto da M. Lodovico Dolce, con la tavola delle cose degne di memoria, In Vinegia, Appresso Gabriel Giolito De Ferrari e Fratelli, MDLI. [1551], c.42r.

33 - Della Genealogia De Gli Dei di M. Giovanni Boccaccio Libri Quindeci: Ne’ quali si tratta dell’Origine, & Discendenza di tutti gli Dei de’ Gentili. Con la spositione, et sensi allegorici delle favole: et con la dichiaratione dell’historie appartenenti a detta materia. Tradotti et Adornati per M. Betussi da Bassano. Aggiuntavi di nuovo la vita del Boccaccio, con le tavole capi, & di tutte le cose degne di memoria, In Venetia, Appresso Francesco Lorenzini da Turino, MDLXIIII. [1564], c.181v.

 

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