Saggi di Andrea Vitali

Un omicidio nella Bologna del '700

Per debiti al gioco dei Tarocchini

 

Riprendendo un nostro articolo sui crimini commessi a Bologna (1) in cui è menzionato il gioco dei Tarocchini, riportiamo i momenti più salienti di una vicenda processuale che vide il figlio di un barbiere sotto accusa in quanto sospetto reo di aver ucciso barbaramente con un coltello affilato, la Vigilia del Santo Natale del 1751, il frate portinaio del Monastero dei Canonici Lateranensi detto di S. Giovanni in Monte, allo scopo di rubargli i denari che al giovane servivano per pagare i propri debiti derivanti, fra gli altri, dall’aver perso al gioco dei Tarocchini.

 

La descrizione dei colpi inferti con un coltello è assai minuziosa, degna dei migliori resoconti degli odierni investigatori. Ma veniamo alla descrizione: 

 

 

Bononien. Homicidii cum qualitatibus

Proditionis, & Latrocinii

 

 

“Nella mattina delli 24. Decembre dell'anno 1751. Vigilia del Santissimo Natale avutasi notizia dalla Curia Arcivescovile di questa Città di Bologna, che nel Monasterio dei Canonici Lateranensi detto di S. Giovanni in Monte si era rinvenuto occiso nelle proprie stanze

Frà Franceſco Nobili Portinajo, e Laico professo di detto Monasterio, vi si portorono quei Ministri per formarne il corpo del delitto, e con il solito giudizio del Perito costò, che il sudetto Frà Francesco era stato barbaramente occiso, mentre stava giacendo nel proprio Letto, da cui vedeasi caduto, o per opera del Delinquente collocato in terra disteso con sola Camiscia tutta intrisa di sangue con cuscino sotto il capo, calzoni di pelle gialla posti sopra li piedi, e corona introdotta nel piede destro.

Con ferita immediatamente sovra la Trachea, ed, Esofago profonda fino alle vertebre del collo con incisione a traverso delle dette Trachea, ed Esofago, apparendo perciò un vacuo, nel quale vi entrava un pugno di mano chiusa di uomo, giusta l’esperimento fattone dal Chirurgo.

Altra ferita nel petto dalla parte sinistra, quattro deta sotto la zinna di figura bislonga, e larga, come una grossa costa di cortello penetrante nella cavità del Torace.

Altra ferita cutanea nel braccio sinistro vicino all'articolazione della mano.

Altra nella piegatura del gomito dello stesso braccio parimente cutanea.

Altra nella palma della mano sinistra con incisione di porzione degl’integumenti, e lacerazione fin’alla Radice del deto pollice.

Altra nella palma dell'altra mano con incisione del deto Pollice, e frà il deto sudetto, e l'Indice estendendosi detta ferita fino alla parte esteriore di dette due deta fatte tutte da istromento incidente, e perforante(2).

 

Tralasciando di riportare tutte le informazioni di come la cella del frate fosse stata messa sotto sopra, diremo che per le indagini sul corpo del reato, vennero interrogati un arrotino e il suo garzone la cui bottega era situata fuori dagli ‘Scalini della Gabbella’. Tradotti in carcere, la loro testimonianza risultò fondamentale per individuare il colpevole:

 

“ln seguito di che fattesi le necessarie diligenze, si rinvenne, che il sudetto cortello era stato arruotato nel giorno di Mercoledì avanti il delitto da Domenico Pesci Cortellinaro fuori delli Scalini della Gabbella, e dagl’esami stragiudiziali di questo, e di Domenico Rossi suo Garzone, che ambedue furono ristretti in carcere, risultando, che un tal cortello gli era stato portato da un Giovane, che minutamente descrivevano, il quale a prima ricercò, se quella era la bottega, in cui si serviva il Barbiere di S. Stefano, ed indi cavato fuori il cortello, che teneva ascosto frà la giubba, ed il sottoabito, ed un stuccio con un rasojo di Roma, volle arruotato subito il cortello, ed il rasoio lo lasciò con ordine di portarlo poi alla bottega di detto Barbiere a S. Stefano, si venne in cognizione da tali circostanze, che questo Giovane fosse

Giuseppe Spifani Bolognese figlio di Gaetano Barbiere in strada S. Stefano, giovanastro, che viveva in qualche miseria separato dal Padre, ed in altra volta avea commesso un Furto d'Anello con diamanti a Pellegrino Zani Orefice; per il chè si ordinò da detta Curia Ecclesiastica l’arresto, ovunque si ritrovasse, ancorchè in luogo immune, e si chiamò in ajuto il braccio secolare della Legazione” (3).

 

Su conseguente ordine del braccio secolare, diverse guardie si recarono a casa dello Spifani per trarlo in arresto. Accortosi del fatto e indossate velocemente le sottocalze, il giovane fuggì inseguito dalle guardie, riuscendo a riparare presso la Chiesa di San Giuliano. Ma poiché l’ordine delle autorità religiose era stato di arrestarlo anche se si fosse rifugiato in luogo immune, cioè una chiesa, gli sbirri lo inseguirono fin dentro il luogo sacro catturandolo. 

 

“Portatasi dunque nella notte di Sabbato 28.di detto Mese di Decembre una squadra de Birri della Legazione alla Casa da lui abitata nel tentare l’arresto, gli riuscì di gettarsi in camiscia, come era giacente in letto, e con sole sottocalzette da una fenestra in strada, ed inseguito, ma non sopragiunto da Birri, confugiarsi nell'immune della Chiesa di S. Giuliano, ove dalli stessi birri fu arrestato e tradotto alle Carceri Arcivescovili” (4).

 

Risultò che il giovane conosceva il frate ucciso per essere andato al convento “da due, o tre anni in quà in occasione, che faceva il Portinajo, ed egli andava in quel Monasterio a prendere qualche carbone di fuoco, ed a fare la barba ai Religiosi in luogo di suo Padre, che era ammalato, ed una sol volta essere stato alla sua prima stanza a fargli la barba, quando suo padre era infermo” (5).

 

Messo alle strette risultò che era a conoscenza dei denari posseduti dal frate e che la notte in cui avvenne il delitto ne aveva condiviso ‘amichevolmente’ il letto.

 

“Si pretende in questo, che l’Inquisito Giuseppe amico dell'Ucciso, prattico delle sue stanze, e sciente, che avesse denaro, s' introducesse in esse nella notte del delitto con qualche specioso pretesto, ed amichevolmente ammesso forse anche a dormire nello stesso Letto, come indicano le circostanze, che a suo luogo si osserveranno, ivi l’occidesse con enormissima prodizione, e susseguente latrocinio, e questa pretensione si ricava dalla serie delli gravantissimi indizj, dalli quali si pretende di più, che resti pienamente convinto a norma dell’utilissimo Chirografo della Santità di Nostro Signore felicemente Regnante publicato sovra il convinto, e sono li seguenti” (6).

 

A questo punto segue una nutrita serie di nomi di creditori, pagati il giorno successivo al delitto, oltre ad una elencazione di comportamenti che lo individuavano quale pessimo soggetto, fra cui l’aver perso ripetutamente ai Tarocchini non pochi denari:

 

“Inoltre si hà in Processo, che l’Inquisito essendo rimasto debitore di due paoli di Casimiro Marchesini e fattiglieli richiedere non li potesse conseguire fino alla sera del Santissimo Natale prossimo passato, come depone.

Risulta ancora, che l’Inquisito dalli 12. Settembre fino alli 19. Novembre dell'anno prossimo passato fu solito d’andare quasi ogni giorno alla bottega del sudetto Marchesini a giocare a Tarrocchini, e perdere alle volte trè, o quattro tazze di Caffè, ed una volta sedici, o venti bajocchi, ed in altra ventiquattro, come depone Giuseppe Ronzi, garzone di detta bottega” (7).

 

Nonostante l’avvocato dei poveri assegnato a difendere lo Spifani desse del suo meglio per scagionare il suo assistito, quest’ultimo venne condannato a morte dalla Congregazione per omicidio preterintenzionale a scopo latrocinio, con ordine che la sua testa fosse recisa dal corpo ed esposta presso la Porta della città più vicina al luogo del delitto.

 

"Josepb Spiſani Bononiensis conviñtus de homicidio cum qualitatibus Proditionis, & Latrocinii malleo percussus, juguletur, & in frusta scindatur, ac caput e spatulis recisum exponatur super Porta Civitatis vicimiori loco commissi delitti" (8).

 

Così il pomeriggio del 4 settembre, dopo nove mesi dal delitto, secondo usanza, il Parroco dei Celestini si recò presso le prigioni per comunicare al giovane incarcerato la decisione della Congregazione. Quest’ultimo, dispostosi a ben morire, venne spiritualmente assolto dalla scomunica dal Monsignor Vicario Generale. In Piazza San Petronio, luogo dell’esecuzione, il giovane ammise pubblicamente non solo la propria colpa, ma l’intenzione già programmata di uccidere anche l’Abbate del Monastero. La sua testa non venne esposta al pubblico, avendo accolto il Legato Pontificio la supplica avanzata dalla Compagnia della Morte.

 

“195 E nel doppo pranzo dello stesso giorno, che fù Venerdì 4. Settembre dell'anno 1752. datosi dal Paroco de Celestini, secondo il solito l'avviso della morte a detto Giuseppe, si dispose a ben morire, e fu assoluto in carcere da Monsignor Vicario Generale dalla scommunica incorsa per l'omicidio in persona di detto Religioso, e con commune consolazione di chi avea giudicato confessò in publico il delitto, con di più, che si era di già incamminato per andare ad occidere nelle proprie stanze l'Abbate dello stesso Monasterio, e nella mattina seguente fu eseguita la Giustizia nella Piazza di S. Petronio, avendolo l'Eṁo Legato aggraziato dall'esposizione della Testa per supplica della Compagnia della morte” (9).

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Note

 

1 - Si legga il saggio Crimini e Tarocchi - Sec. XVI

2 - Filippo Mirogli, Istruzioni Teorico-Prattiche Criminali, In Roma, Nella Stamperia di Generoso Salomoni, MDCCLIX [1759], pp. 323-324.

3 - Ibidem, p. 325

4 - Ivi

5 - Ibidem, p. 332.

6 - Ibidem, p. 327.

7 - Ibidem, pp. 330-331.

8 - Ibidem, p. 358.

9 - Ivi

 

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