Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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Scherzo sopra le minchiate - sec. XVII

Le Minchiate in testi letterari del Seicento

 

Saggio di Andrea Vitali, dicembre 2021

 

 

In questo saggio sono riportati scritti letterari di autori seicenteschi per la prima volta commentati riguardo le espressioni in essi contenute tolte dal gioco delle minchiate.

 

 

Scherzo sopra le minchiate

 

 

Fra i numerosi componimenti di Francesco Melosio (Città della Pieve, 1609 - 1670) si devono versi posti in note dai maggiori musicisti del tempo, come Carlo Caproli, Giacomo Carissimi, Fabrizio Fontana, Arcangelo Lori, Marco Marazzoli, Atto Melani, Carlo Rainaldi, Luigi Rossi, Mario Savioni. Dedicò a Claudio Monteverdi il sonetto Lodasi la penna di un virtuoso amico (in Poesie e prose), lo stesso anno 1695 che vide la rappresentazione dell’opera monteverdiana L’ Incoronazione di Poppea.

 

La sua impronta marinista venne lodata dal Calcaterra che lo definì “uno dei poeti manieristici che più svolsero la nuova maniera veristica e sensuale”. Nell’assumere diversi ruoli politici ebbe, per un destino comune a tanti, di non veder pagate le sue prestazioni, cosa che lo indusse a comporre opere di carattere satirico. In occasione di una riunione presso l’accademia della regina Cristina di Svezia tenutasi in Palazzo Farnese a Roma, il Melosio recitò La bugia, poesia estemporanea ispirata a un candeliere d’argento vinto nell’estrazione di una lotteria, i cui versi giocavano sul doppio significato della parola bugia. La composizione venne talmente applaudita che colpì anche il marchese Massimiliano Palombara, gentiluomo alla corte di Cristina di Svezia. Quest’ultimo, dopo due anni, raccolse col titolo La bugia le sue rime ermetiche in uno stile che non può che ricordare alcune composizioni del Melosio. 

 

I suoi sonetti più famosi e controversi furono composti sulla condanna a morte dei responsabili di una congiura contro il duca Carlo Emanuele e la di lui madre Cristina, la reggente Cristina di Francia. Questi versi vennero stimati dal Catucci “Implacabili nel loro contrappunto di spietate acutezze, e degni di stare a paragone con le più inquietanti incisioni di Jacques Callot, Le miserie della guerra o I supplizi” (1).

 

In seguito il Melosio venne nominato vice uditore generale di guerra nell’armata del duca di Savoia, vale a dire giudice criminale militare in quanto “non meno habile nelle cose della guerra che nella professione delle belle lettere” (2), a testimonianza della sua grande fama ed estimazione, tanto che nel 1659 divenne Governatore di Capranica.

 

Dalla sua raccolta Poesie (3) abbiamo tratto questo Scherzo sulle minchiate, in cui diversi tarocchi (Arcani Maggiori) delle Minchiate sono presi a prestito quali riferimenti di emozioni e situazioni amorose. Ricordiamo che nel gioco delle minchiate i tarocchi erano 40, essendovi stati aggiunti ai tradizionali 22 Trionfi i quattro elementi, le tre virtù teologali più la cardinale Prudenza, e i 12 segni zodiacali. I tarocchi dall'1 al 5 sono detti Papi, mentre i cinque tarocchi più alti, che di solito non sono numerati, vengono detti Arie (4).

 

Scherzo sopra le minchiate

 

Mentre nell’aria punta i raggi ardenti

   Vibra la terra a scolorir, i fiori,

   Sotto quel vinti due (1) posiamci ò Clori,

   Per ismorzar di Papa cinque (2) il venti (3)

 

Del vinsette (4) poss’io goder gl’armenti,

   Se ‘l tredici (5) non hò da’ tuoi rigori,

   E se l’otto (6) tu sei, contanti ardori

   Restino al fin con trentacinque (7) spenti.

 

Dal sedici (8) talora ogn’alma è vinta.

   Tu porti lieve qual Nentuno l’onda,

   La ferita del trenta tre (9) dipinta.

 

Non farò come il trenta (10) à niuna finta,

   Se mi dispenserai l’aria seconda (11).

   Ti giurerò di non dar mai la quinta (12). (5)

 

 

(1)    vinti due = la Terra. I versi “sotto quel venti due”, da collegare a “posiamci”, sono da interpretate come sotto un albero, fronde, ecc.

(2)    Papa cinque = L’Amore

(3)    il venti = Il Fuoco

(4)    vinsette = ventisette = Segno zodiacale dell’Ariete

(5)    tredici = La Morte

(6)    otto = La Giustizia

(7)    trentacinque = Segno zodiacale dei Gemelli, a significare che il poeta e Clori erano inscindibili l’uno dall’altra.

(8)    sedici = La virtù teologale della Speranza

(9)    trenta tre = Segno zodiacale del Leone

(10)  trenta = Segno zodiacale del Cancro. Per il fatto che il cancro (granchio o gambero) era ritenuto muoversi nel suo incedere or in avanti ora indietro con eguale disposizione, divenendo simbolo dell’incostanza, i versi dicono che l’uomo sarebbe andato avanti spedito nel suo corteggiamento, senza frenarsi per nessun motivo 

(11)  aria seconda = La Luna, da intendere come la femminilità della donna e quindi i versi “Se mi dispenserai l’aria seconda” significano “se si fosse concessa”.

(12)  quinta [aria] = Le Trombe. Poiché le trombe annunciano qualcosa di importante e sulla carta delle Trombe delle minchiate appaiono le parole Fama Volat, i versi “ti giurerò di non dar mai la quinta” significano che il poeta non avrebbe mai dato fama all’eventuale rapporto amoroso con Clori, ovvero che l’avrebbe tenuto segreto

 

 

Scoprire un bel trentaquattro su ‘l viso

 

 

Di Lodovico Adimari (Napoli 1644 - Firenze 1708) così parla il critico letterario Giovanni Mario Crescimbeni nel Nuovo Dizionario Istorico (6): Fu egli uno di que' saggi che senza badare a ciò, che lo svogliato secolo i' volesse, e disprezzando affatto l'applauso popolare, vollero nella volgar Poesia seguitar l'orme de' veri maestri. Ebb' egli uno stile grande, splendido e maestoso, lavorato con singolar chiarezza e con nobili frasi poetiche; e siccome era molto erudito e ben inteso nelle principali scienze, così i suoi componimenti arricchiva di savia dottrina”.

 

Di padre italiano e madre spagnola, Lodovico Adimari mostrò fin da giovane una spiccata tendenza per la poesia e le lettere. Divenne membro della Crusca, dell’Accademia dell’Arcadia di Roma con lo pseudonimo di Termisto Marateo, dell’Accademia degli Apatisti di Firenze e dei Concordi di Ravenna. Vivendo in Firenze, sospettato di un tentato uxoricidio riparò a Lucca da dove venne comunque espulso per presunta immoralità. Si rifugiò pertanto a Mantova dove il Duca Carlo Ferdinando lo accolse benignamente fra i suoi gentiluomini di Camera nominandolo marchese. La dedica a Cosimo III di Firenze dei suoi Sonetti Amorosi (1693) e delle Poesie Sacre gli valsero il perdono del tentato uxoricidio, tanto da essere nominato successore del Redi alla cattedra di Lingua Toscana.

 

Fra i suoi componimenti si annoverano i drammi: Il carceriere di se medesimo (1681) posto in musica da Alessandro Melani; L’Amante di sua figlia (1683) e Le gare dell’amore e dell’amicizia (1679) (7) mera traduzione con qualche rifacimento del Duelo de Honor y Amistad dello spagnolo Jacinto de Herrera.

 

Ed è proprio in quest’ultimo dramma che, come da frontespizio, venne in tempo di Carnevale “Recitata da’ Cavalieri della Conversazione di Borgo Tegolaia, e dall’Autore consagrata”, dove l’Adimari cita il gioco delle Minchiate, secondo un cliché abbondantemente utilizzato da molti autori, che vedeva riferirsi a specifiche carte di tarocchi per evidenziare il carattere di una persona o una situazione in fieri.

 

Riassumendo brevemente la vicenda, diremo che Teresa, figlia di don Ferdinando, è bramata dal Re nonostante egli sia sposato con la sua Regina. Teresa ama il favorito del Re don Rodrigo Abarca, il quale è convinto che don Giovanni Zapatta, Cameriere del Re, provi il suo stesso sentimento per Teresa. In realtà don Giovanni è innamorato di Leonora, sorella di Teresa, entrambe Dame della Regina. Don Rodrigo in nome dell’affettuosa amicizia che sente per don Giovanni, immaginando la passione dell’amico per Teresa, si offre di rinunciare alla donna affinché don Giovanni possa sposarla, ma quest’ultimo rifiuta la proposta dando a dimostrare di non poter pensare che l’amico, che provava tanto affetto per lui, rinunciasse alla sua felicità per mantenere l’amicizia con lui. Un incontro notturno nel parco della reggia fra tutti i personaggi coinvolti porterà al completo chiarimento della situazione, cosicché Teresa dichiarerà il suo amore a don Rodrigo e Leonora a don Giovanni. Il Re verrà perdonato dalla Regina da tempo a conoscenza dello sbandamento amoroso del consorte.

 

Nel seguente dialogo, Broglio, servo di don Giovanni e il cui nome è tutto un programma, avendo intuito la passione del Re per Teresa, destinata come detto a sposare don Rodrigo, mette una pulce nell’orecchio a don Ferdinando in maniera alquanto evasiva sulla possibilità che Teresa potesse mettere le corna al promesso sposo. Un evento che avrebbe potuto procurare disonore oltre che a Teresa anche a don Ferdinando stesso.

 

Atto Terzo - Scena Seconda

 

Broglio [un servo], e [don] Ferdinando [padre di Teresa]

 

Ferd. […] Mi richiama la Regina prontamente à palazzo, che sarà mai? L'invito repentino, e non aspettato, mi perturba la mente. Pensando più m' insospettisce il pensiero: ne veggio ancora dove à finir vada questa via, fattami prendere dall'imbasciata regale. Broglio, sapresti tu dirmi dove la vada à riuscire?

Brog. O Signor no, perche io son certo, che questa via non ha riuscita, e senza dubbio la va à finire in un chiasso.

Ferd. Che impropria risposta. Finalmente il dover chiedere importanti notizie à persona che non intende, è pure una grande sciagura.

Brog. Una sciagura da vero, anzi una sciagurata, sciaguratissima.

Ferd. Chi?

Brog. Teresa.

Ferd. Teresa? come Teresa? che c'è di Teresa?

Brog. Un gran male.

Ferd. Male in Teresa?

Brog. Signor sí.

Ferd. Che male?

Brog. A dirvela la si vuole empire di vitupero.

Ferd. Che male? che vitupero? io non intendo gli aforismi di questo novello Ippocrate. Brog. Io ippocrata? Il Ciel me ne guardi. Prima boia, che almeno, i colli lui gli addirizza.

Ferd. Avverti à non irritarmi di vantaggio con i tuoi scherzi; dimmi prontamente quel che c'è di Teresa.

Brog. Niente, niente.

Ferd. Come niente, se poc'anzi mi dicesti che c'era del male?

Brog. Si, ma nell'onore.

Ferd. Onore, e niente eh? O indegno.

Brog. Onore, e niente signor sì; perche io non ho visto cosa, che si stimi niente, quanto l’onore.

Ferd. Diasi bando alle sciocche disgressioni, e venghiamo al proposito di Teresa.

Brog. A gli spropositi di Teresa volete voi dire.

Ferd. Spropositi di mia figlia? Et in che sproposita Teresa?

Brog. Non è egli uno sproposito spropositissimo, quando la giuocha alle minchiate, dar via tutte l’altre carte basse, per tenersi sempre il Rè nelle mani.

Ferd. Che giuoco? Che Rè?

Brog. Il giuoco è, che se non lo scarta, a voi si vuole scoprire un bel trentaquattro su ‘l viso, e la vostra riputazione farà dieci dell’ultima (8).

 

Il penultimo intervento di Broglio risulta chiaro nel suo significato, essendo uno "sproposito" il tenersi in mano il Re e scartare le carte basse. In tal modo si offre l'opportunità agli avversari di seccarsi il seme del Re e poterlo quindi tagliare (9). In partita i Re vengono pertanto giocati quasi sempre per primi, soprattutto se si applicano le regole del 1679 quando, verosimilmente, l'Adimari giocava a ognun per sé.

 

La seconda frase (scoprire un bel trentaquattro su ‘l viso, dove il 34 nel gioco delle minchiate è il segno zodiacale del Toro, animale che presenta due belle corna) evidenzia che se Teresa avesse avuto una storia con il Re, don Ferdinando lo sarebbe venuto a scoprire.

 

Riguardo la terza citazione (la vostra riputazione farà dieci dell’ultima), nel gioco delle minchiate l'ultima presa, comunque venga fatta, vale 10 punti. Fare l'ultima presa è quindi titolo di merito e far "dieci dell’ultima" appare qui come titolo di merito per la reputazione di don Ferdinando. Questi ultimi versi, visto il lieto fine per il padre di Teresa come dal testo, suggeriscono che il disonorato don Rodrigo avrebbe abbandonato la promessa sposa, cosicché sia lo sposo che il padre non sarebbero stati tacciati di disonore,

 

Alla scena dodicesima, il dialogo fra il Re e Broglio inizia con un riferimento alle versicole delle Minchiate:

 

Atto Terzo - Scena Duodecima

 

Rè, Broglio, e Regina in disparte.

 

. Son Rè?

Brog. Io son matto, e tutti e due entriamo in verzicola (10).

 

Le versicole (o, come in questo testo, virzicole) sono combinazioni di almeno tre carte, analoghe alle scale o ai tris nelle mille varianti di scala quaranta o del burraco. Le versicole procurano punti aggiuntivi e la loro realizzazione è uno degli obiettivi, forse il principale, dei giocatori di minchiate. I Re entrano (cioè fanno parte) di una versicola, appunto quella dei Re; il matto, oltre a far parte di una sua specifica versicola assieme a Papa 1 e le trombe, ha la proprietà di poter essere aggiunto a tutte le versicole. La frase del servo ‘e tutti e due entriamo in verzicola’ è quindi una semplice costatazione e cioè che entrambi, Re e Matto, erano accomunati dall’essere pedine dello stesso gioco, ovvero della medesima vicenda.

 

In occasione di un dialogo fra Leonora e Broglio, troviamo ancora da parte di quest’ultimo un riferirsi alle carte delle minchiate:

 

Atto Primo - Scena Decimaterza

 

Leonora e Broglio

 

Leon. O via, Broglio risoluti à compiacermi, e non fare più il matto.

Brog. Il matto eh? Una gran carta à chi la fa girare; entra per tutto, conta pertutto, e non può essere presa da nessuno. Basta, sia che carta si vuole, date qua, voglio servirvi, O carta, o carta, m’aiuti il Cielo, che non ci sia il diavolo, o che non abbia dato in un trentuno. Ora vado.

Leon. Dove?

Brog. A portar la lettera à don Rodrigo.

Leon. E che gli dirai?

Brog. Che questa è una carta, che glie la manda la Teresia, che veda che carta ella è, e che risponda, se no, pagherà un sessanta (11). 

 

Mentre sul significato del “pagare un sessanta” rimandiamo il lettore all’omonimo paragrafo di questo saggio, sul valore della carta del matto il servo riassume le sue tre principali caratteristiche che ne fanno una "gran carta": entra in (si aggiunge a) tutte le versicole, conta per tutto ovvero può essere giocato al posto di qualsiasi carta e non può essere preso (12). La frase “m’aiuti il Cielo, che non ci sia il diavolo” è un augurio che Broglio fa a sé stesso di non incontrare qualche briccone che potesse imbrogliare il gioco ovvero la vicenda, e poiché nelle minchiate il trentuno è il segno zodiacale dei pesci, le parole “o che non abbia dato in un trentuno” cioè " che non abbia riferito qualcosa a qualcuno che non fosse un trentuno", si riferiscono al medesimo augurio di non aver detto qualcosa a persona che potesse parlare della situazione, a differenza dell'uomo pesce che non parla come non parlano i pesci.

 

 

Il più bel quarto di minchiate

 

 

Giacinto Andrea Cicognini (Firenze, 1606 - Venezia, 1651) venne considerato dai contemporanei il più grande drammaturgo del tempo. Le sue circa cinquanta opere riscossero ampi consensi da parte del pubblico e della critica in considerazione della sua aderenza alla concezione seicentesca di teatro come spettacolo di consumo, dove venivano utilizzate le più ricercate tecniche sceniche e scenografiche unitamente alla fusione di elementi simbolici e realistici in una drammaturgia dove il tragico si sposava con il comico in perfetta coesione.

 

I suoi lavori più celebri furono L'Orontea e Il Giasone, i due melodrammi più popolari del Seicento in tutta Europa, musicati il primo da Pietro Antonio Cesti e il secondo da Francesco Cavalli.

 

Di seguito alcuni titoli di suoi componimenti: Il Figlio ribelloovvero Davide dolente (Venezia 1668); Le fortunate gelosie del principe Rodrigo (Perugia 1654); Adamiraovvero La statua dell'onore (Venezia 1657); Don Gastone di Moncada (Venezia 1658) e La forza del fatoovvero Il matrimonio nella morte (Firenze 1652).

 

La forza del fatocon sottotitolo “Opera tragica di lieto fine", è un caratteristico esempio del gusto per le iperboli, per gli intrecci complicati e inverosimili che domina tutto il teatro del Cicognini. Il contrasto tra amore e ragion di Stato si propone come elemento drammatico della vicenda, ambientata in una sfarzosa reggia della Castiglia dove l’infelice Deianira deve rinunciare all’amore del Re Alfonso, costretto per motivi dinastici a sposare Rosaura. Dopo il matrimonio contratto per vendetta da Deianira con il nobile don Fernando, l’azione precipita verso un tragico finale nel quale Deianira, per difendere il suo onore di sposa minacciato dal Re, che non si rassegna alla sua perdita, causa involontariamente la morte sia di Rosaura sia di don Fernando. Il dramma si conclude con le nozze di Alfonso e Deianira, che suggellano il trionfo dell’amore sulla ragion di Stato, ottenuto però attraverso una serie macchinosa di delitti.

 

Dalla stessa opera, nel seguente dialogo fra la vecchia Pasquella e don Fernando la frase “dite voi se si può veder’ il più bel quarto di minchiate di questo” fa riferimento alle prime quattro carte delle minchiate, dette Papi, che rappresentano quattro persone di grande autorevolezza ovvero il Papino, il Granduca, l’Imperatore e l’Imperatrice.

 

Atto Primo – Scena Undecima

 

Pasquella, Vecchia, Matrona di Rosaura, e Balia

D. Fernando Auluga Caval. Amante di Deianira, stà in Corte.

 

D. Fer. Il fatto stà, che mi lasciate dire: Don Carlo è venuto questa mattina a gli appartamenti della Principessa mia Signora!

Pasq, Signor nò; vi fù bene iersera, e trattò seco à lungo, e di segreto.

D. Fer. Sapete, che trattassero?

Pasq. Signor nò; mà la Principessa m'ha accennato, che ci son buone nuove da vero.

D. Fer. Si confida dunque con voi Rosaura?

Pasq. Che meco? Oh, ch' l Cielo ve lo perdoni; la mi dice ogni cosa; e non hò veduto una fanciulla, che slarghi le sue cose più volentieri come quella.

D. Fer. E che vi hà detto?

Pasq. M’hà detto, che si faranno nozze avanti sera.

D. Fer. E chi sono gli Sposi?

Pasq. Che fate il buffone eh? eh Galeone, crediamo noi, che voi lo sappiate? La Padrona, e ‘l Rè; la Duchessa, e D. Fernando, eccovi le coppie belle, e fatte; dite voi se si può veder’ il più bel quarto di minchiate di questo.

D. Fer. Dite voi da vero?

Pasq. S’io non vi dico da vero, prego il Cielo, che mi faccia morire senza maritarmi (13).

 

Sempre il Cicognini mette in bocca a Parasacco, un servo sciocco, nell’opera scenica L’Amorose Furie d’Orlando, le seguenti parole:

 

Atto Primo - Scena Sesta

 

Par. Ecco le brocche. Che, venite anche voi? O via dentro tutti, che con queste mezzine (1) io paio il trenta dua (2) delle minchiate (14

 

(1) mezzine = brocche da mezzo litro.

(2) trenta dua = trentadue = Segno zodiacale dell’Acquario.

 

 

Pagare un Sessanta

 

 

Di Andrea Moniglia, di cui abbiamo descritto vita e opere in un nostro saggio (15), riportiamo un passo dal dramma civile Il Conte di Cutro per spiegare il significato dell’espressione “Pagare un Sessanta”, tolto dal gioco delle Minchiate, come precedentemente espresso.

 

Nella scena quinta del terzo atto, assistiamo al dialogo di tre protagonisti del dramma: Fiammetta in abito da garzone sotto il falso nome di Lesbino; un uomo di nome Bruscolo, fratello di Fiammetta, e Davo, un gobbo tartagliante. A quest’ultimo, a cui viene consegnata una lettera su commissione di Ottavio, Conte di Belmonte, viene intimato di far recapitare immediatamente al mittente una risposta. Il gobbo Davo, nel tentativo di rimandare nel tempo la risposta, dichiara che nel caso avrebbe pagato un Sessanta.

 

Atto Terzo - Scena Quinta

 

Lesbino, Bruscolo, Davo.

 

Servo a Vosignoria.

Il Conte m’ha commesso

Che questo Foglio in propria Man le dia,

E che vuol la Risposta adesso adesso.

Bru. Tu l’hai fatta pulita. Dav. Mi và, và

Ogni cosa al contrario;

To, torna, e dì, che la risposta avrà

Que, quest’altr’ Ordinario.

Les. La vuole or’ora. Bru. Non v'é Discrizione;

E’peggio d’un Nerone.

Dav. E ta, ta, ta, ta, tanta

Rabbia ha costui? Tu mi fa, fai confondere:

Non vo, voglio rispondere,

Al più, più, più pa, pagherò un Şessanta (16).

 

L’autore per far comprendere le tante espressioni usate dal volgo fiorentino da lui riportate nel dramma, descrive in coda al volume i significati dei proverbi e dei vocaboli in una Dichiarazione da lui presentata nei seguenti termini:

 

 

Dichiarazione

 

De i Proverbi, e Vocaboli Propri degl’Abitatori del Contado, e della Plebe Fiorentina adoprati nel presente Drama (17)

 

 

Scena V

 

"Pagherò un sessanta. Questo Proverbio deriva dal giuoco delle Minchiate, ovvero de' Ganellini, ne' quali giuochi colui che non risponde à quel Seme, che si giuoca, come à Spade, ò à Denari, Coppe, ò Bastoni, paga per pena un Resto, che in lingua Fiorentina si dice un Sessanta, il perché quando segnando, cioè contando, chi arriva á sessanta segni, allora vince quel tanto, che sono restati d’accordo, che vaglia il Sessanta; Onde viene in dettato, Chi non Risponde paga un Sessanta" (18).

 

In parole povere, il servo non intende rispondere - gioco di parole fra il rispondere alla lettera e il rispondere al seme giocato - preferendo pagare un sessanta, cioè l'importo stabilito a inizio partita e che viene pagato al giocatore quando segna (realizza) sessanta punti. Si tratta di una disponibilità a pagare qualche denaro per non avere onorato in tempo utile una richiesta.

 

Un ulteriore esempio di tale espressione si trova nella commedia Amore opera a caso (19) di Mattia Maria Bartolommei (Firenze 1640 - 1695). Figlio di Girolamo, fu un letterato del secolo XVII e divenne nel 1694 Arciconsolo dell'Accademia della Crusca. Compose alcune commedie (Amore opera a caso, 1668; La sofferenza vince fortuna, 1669, ecc.), e curò nel 1694 la pubblicazione del Lamento di Cecco da Varlungo di Francesco Baldovini, idillio rusticano in quaranta ottave.

 

Alla scena ventiduesima del secondo atto della commedia Amore Opera a Caso, una lettera risulta sempre la motivazione che induce un servitore di nome Brandello ad affermare che Enrigo, figlio del vecchio don Alfonso, avrebbe fatto meglio a non giocare mai più alle minchiate dato che avrebbe dovuto pagare ‘tanti sessanti’, probabilmente perché non onorava mai in tempo le sue perdite. 

 

Scena XXII.

 

Brandello solo.

 

“O Che quell’Enrigo non giuochi mai alle minchiate ve, che pagherebbe tanti sessanti, che la beata rena, á farlo rispondere si dura una fatica diabolica, ma è bisogna che quella lettera, che io gl’hò dato, parlassi, ò sotto voce, ò in cifera, perche egl’è stato un bel pezzo à intenderla, e mi gnardava [sic] con cert’occhi stizzosi, che io ne disgrado una pecora scatenata, e doppo avermi sbirciato ben bene, e pagatomi il porto con alcune male creanze, mescolate circum circa con dieci, ò dodici scappellotti, voleva attaccarla meco, ma io che sono astuto me gli son presi con pazienza, e non gli ho voluto dar questo gusto, di poter far meco una lite, à tal che poi tutto mortificato m’hà posto in mano questa lettera, dicendomi: portala á chi tu sai” (20).

 

 

Il giocare a minchiate contro lo scrivere sonetti

 

 

Ad Agostino Coltellini (Firenze, 1613 - 1693) si deve soprattutto l’aver fondato l’Accademia degli Apatisti, le cui prime riunioni si tenevano presso la sua abitazione. Fu membro della Crusca anche se non vi assunse una posizione di rilievo. A lui si devono molti componimenti di carattere sacro e profano. Fu scarsamente interessato alla discussione sulla letteratura del suo tempo, amando al contrario i grandi poeti trecenteschi. Nelle sue Le Instituzioni dell'anatomia del corpo umano, un poemetto didascalico in gran parte ricalcato sulla Anatomia reformata del danese Thomas Bartholin e da lui firmato con l’anagramma di Ostilio Contalgeni, l’autore cita il gioco delle minchiate. 

 

Poiché ebbe sempre a che fare con personaggi che criticavano i suoi lavori, nei seguenti versi introduttivi all’anatomia egli li esorta a non disturbarlo più, anzi di voler loro bene se non lo avessero infastidito. D’altronde, se a qualcuno nei giorni di festa piaceva giocare alle minchiate e a sbaraglino, non capiva perché lui non poteva comporre sonetti, epigrammi o capitoli, suo principale divertimento, studiando inoltre testi di antichi scrittori come Aristotile, Tommaso d’Aquino e Ippocrate, le cui lingue, sebbene fossero diverse dalla sua dato che non scrivevano ‘mamma o babbo’, infiammavano ancorché il suo cuore indirizzando il suo pensiero verso il Divino.

 

Introduzione all’Anatomia

 

“Libero nacqui, e liber vò morire,

   mentre piaccia a colui, che mi mantiene,

   E quant’a gli altri dica chi vuol dire.

E chi non crede, ch’io non sappia far bene

   Il mio mestier, per aver’altro in testa,

   Se non vien’ a trovarmi, io glien vò bene.

Ma s’altri i giorni e utili, e di festa

   Consuman’alle minchiate, e a sbaraglino,

   Non so, perc’a me s’abbia a negar questa.

Ricreation di fare un sonettino;

   Un capitolo, o’ ver’ un’epigramma,

   O studiar’ Aristotii’ ò Aquino,

Che alle cose celesti il cor m’infiamma,

   Ippocrate, e quegli altri, i quai non sono

   Già da lingua, che chiami babbo, o mamma” (21).

 

 

Minchiate, il badalucco della estate

 

 

Di Girolamo Leopardi (Firenze, 1559 - dopo il 1636) parleremo attraverso gli scritti dei critici che trattarono di lui.

 

Giovan Mario Crescimbeni, nella sua L’istoria della volgar poesia scrisse: “I Capitoli, e le Canzoni piacevoli del Leopardi furono ristampate nel 1616, con la giunta d’un capitolo in lode de’ Sogni. La prima stampa fu nel 1613, nella stamperia de’ Sermartelli in 4. e il loro Autore chiamossi fra gli Accademici della Borra, a’ quali dedicò la prima edizione del suo libro, il Ricardato. Il suo stile è buono e faceto, ma non arriva alla perfezione della maggior parte di coloro, che in stile Berniesco poetarono nel secolo sedicesimo” (22).

 

Giulio Negri nella Istoria degli Scrittori Fiorentini così si espresse: “Fu’ gentilissimo, e piacevolissimo Poeta; l’Amore delle Conversazioni di Firenze sua Patria; l’Onore della [sic] Muse; e la Gloria dell’Accademia della Borra, nella quale fiorì, e si fece ammirare col nome di Ricordato [sic]. Visse nel principio del Secolo decimo settimo, e compose tra l’altre sue vaghissime Poesie Dodeci Capitoli, e  Canzoni due giocondissime; e tutte queste Poesie furono da lui dedicate a’ Signori Accademici sopradetti; impresse in Firenze da Sermartelli l’Anno 1613. Due di lui Canzoni; una nel Monacarsi la Signora Laura Rinuccini: l’altra à Vincenzo Salviati, in lode della Villa di Camerata; mm.ss. trovansi presso Antonio Magliabechi, il quale ci ricorda di lui con somma lode” (23).

 

Così Francesco Zambrini nel 1837: "Leopardi (Girolamo). Gentiluomo fiorentino, e buon poeta bernesco che vivea nel principio del secolo XVII. Abbiamo di lui alcuni Capitoli e Canti piacevoli. S’egli non raggiunse, dice il Gamba, in fama i più chiari poeti berneschi, ha tuttavia belle voci, e significati d’ottimo conio” (24).

 

Nel capitolo De’ Finimondoni, o vero Affannoni, inserito nel volume Capitoli e Canzoni Piacevoli (25), l’autore ricorda a un amico quando da giovane era usanza andare fuori città in qualche villa di campagna o in periferia, trascorrendo il tempo a giocare a trionfini (26), oppure a minchiate, e non al gioco del trentuno secondo il costume moderno. Era quello il divertimento estivo di allora, mentre in inverno in città si giocava alle girelle fra amici cari. Si sceglievano i giochi che piacevano maggiormente a tutti senza ingannare nessuno né invocare il cielo e le stelle per vincere. L’autore citando i diversi giochi crea un paragone fra i Trionfini, gioco di carte a cui maggiormente si dedicavano nobili e signori, con quello delle minchiate che definisce “di poca cosa” essendo piuttosto gioco d’osteria e del popolino (27). 

 

Capitolo Secondo.

Al medesimo [Gismondo Chelli].

 

“Era costume andarsene di fuori

Alcuna volta, in qualche villa appresso,

O’ ne’ sobborghi, secondo gli umori;

A’ trionfin s’usava fare spesso

Di poca cosa ò vero alle minchiate,

Non al trentuno, come si fa adesso.

Questo era il badalucco della [e]state:

Di verno si faceva alle girelle (1),

Nella città, sé vene ricordate.

Basta che egli eran giuochi pelle, pelle (2):

Non si usava ingannar com’oggi intendo

Non si tirava giù, né Ciel, né Stelle” (28).

 

(1) Fare le girelle = andare in giro con amici per recarsi a casa di qualche compagno di giochi. La stessa girella era considerata alla stregua di gioco.

(2) giuochi pelle, pelle = giochi con amici stretti.

 

Il citato gioco del trentuno veniva e viene svolto con i quattro semi italiani, e non prevede rialzi o puntate libere per cui un giocatore al termine di una partita può perdere al massimo quanto ha puntato. Nell’opera scenica del Cicognini Il Principe Giardiniero (29) alla scena quinta del secondo atto troviamo quanto segue: “Gioca per trattenersi a Dama, mà di punto in bianco cambia gioco, e dà un solennissimo trentuno, ed ella in poche poste te lo manda in mal’hora” (30). Fare trentuno divenne sinonimo in generale di vittoria come troviamo nell’ottava 45 dell’anonimo componimento Le Valorose Prove de gli Arcibravi Paladini (31) i cui due ultimi versi recitano “[…] e ben chil sappia ognuno / del dàto: bene merito: trentuno” (32).

 

 

Diventare il cucù delle minchiate

 

 

Margherita Costa (Roma, primi Seicento - ?) fu una singolare letterata del suo tempo oltre che famosa cantante e inizialmente prostituta. Nata da povera famiglia, provenienza che non ebbe mai intenzione di negare, si ingegnò per ottenere benefici dai potenti attraverso le dediche dei suoi lavori. Per lei il musicista Domenico Mazzocchi compose La catena d’amore, ma la rivalità fra Margherita e un’altra cantante finì per far cantare l’opera da castrati (1626). Trasferitasi a Firenze dove cercò di ingraziarsi i Medici, pubblicò le due raccolte di poesie La Chitarra e Il Violino dedicandole a Ferdinando II. A queste seguì Lo stipo con dedica a Lorenzo de’ Medici. Dal Cardinale Mazzarino, che la invitò a cantare presso la corte francese, ebbe un’importante protezione che lei ricambiò con furbeschi omaggi poetici. A Parigi pubblicò la Festa Reale per il Balletto a Cavallo (1647), i sonetti la Selva di Diana dedicati alle donne e La Tromba di Parnaso in cui abbondò in dediche alle Regine di Francia e Inghilterra, al Re di Polonia, al Principe di Condè, al Mazzarino, ecc. La sua ultima opera conosciuta Gli Amori della Luna, lavoro teatrale del 1654, venne da lei dedicata ai duchi di Brunswick.Per l’intera sua vita calcò le scene cantando in moltissimi teatri.

 

Fra gli altri tanti componimenti, non certamente di elevata fattura letteraria, ricordiamo la ‘comedia ridiculosa’ Li Buffoni (33) dedicata all’attore Bernardino Ricci detto il Tedeschino, con il quale Margherita ebbe un rapporto amoroso e che ricordò inserendolo nel ruolo di buffone nella sopradetta commedia. 

 

 

Li Buffoni

 

 

In un dialogo fra il buffone di corte Tedeschino e la Principessa Marmotta troviamo un riferimento alle minchiate, quando la Principessa esorta il buffone a intrattenerla con qualche gioco per dissipare dalla sua testa i tanti pensieri che la facevano girare come un arcolaio. L’iniziale disponibilità del buffone viene in seguito a mancare quando la Principessa lo invita a ballare per lei una ciaccona (34), cavalcare una canna (35) e fare capriole. Il Tedeschino dichiara essere uomo diverso da quello che ella pensava fosse: intelligente e scaltro, nonché politico accorto capace di escogitare le migliori soluzioni per i governi, non certamente avvezzo a divertire con quelle bagatelle (36) richieste dalla Principessa. il cui compito era dà affidarsi agli altri buffoni di corte che a poco servivano se non per quelle. Non avrebbe pertanto dato corda alla Principessa per farlo diventare il ‘cucù’ delle minchiate, lui che sebbene buffone, era nato cavaliere. Per ‘cucù’ delle minchiate dobbiamo intendere il Matto, il Bagatto, ovvero l’uomo che ha perso la ragione e la serietà.

 

Atto Secondo - Scena Terza

 

Marmotta Principessa di Fessa Moglie del Principe Meo

Tedeschino Buffone innamorato della Principessa Marmotta

 

Mar. Benvenga il Tedeschino; a punto, a punto

Tu giungi a tempo, come suole il Porco

Venir di Carnevale co'l pan’unto.

Vien quà; fatti più sotto. Vuoi tù farmi,

Tedeschino, un piacer per vita tua?

Hò in capo molti grilli; ed il cervello

Mi và girando più d’un’arcolaio;

Onde vorrei da te qualche bel gioco,

Per traviarmi un poco.

Ted. Eccomi pronto a ciò, che mi comandi.

Farò, dirò, darò quanto domandi.

Mar. O’ via alle mani?

Ted. Che volete, ch’io faccia? eccomi pronto.

Mar. Quattro botte di ballo, una Ciaccona,

Cavalcare una canna a la disdossa (1),

Far quattro capitomboli in persona.

Ted. Voi mi pigliate in cambio; non son’ io

Un Boffonaccio da tutti mistieri.

Son buon trattenitore, homo scaltrito;

Nè in Corte i pari miei sono un pan perso.

Ah Marmotta, Marmotta, voi scherzate;

E mi vorreste con’ tai giochi fare

Diventare il cucù de le Minchiate.

Io non fò capitomboli, nè salto,

Il caval sù la canna, o ballo, o scherzo;

Son Politico accorto, e de gli stati

Sò mescolar le carte quanto ogni altro,

Oh vè, che fantasia? guarda pensiero?

Bench'io faccia il Buffone,

Ne la mia villa nacqui Cavaliero (37)

 

(1) disdossa = senza sella.

 

 

L’Ammirabile giuoco delle Minchiate

 

 

Concluderemo questa panoramica di testi sulle minchiate, uscendo dal Seicento per entrare nel secolo successivo, presentando un elogio al gioco delle minchiate, forse il più interessante, tratto dalla commedia La Marchesa di Prato Falciato o sia l’Impostor Ravveduto (38) di Audalgo Toledermio, ‘Pastor Arcade’ (39) il cui vero nome è sconosciuto.

 

 

La Marchesa

 

 

Il gioco delle minchiate viene descritto dalla Marchesa a un personaggio di nome Leandro, come completamente fondato sulla matematica, con regole che rispecchiavano la perfetta aritmetica, tanto da riportare una valutazione del Conte Abbotta (altro personaggio della commedia), da lei ritenuto la summa della conoscenza scientifica, il quale dichiarò di stimare maggiormente un maestro di minchiate che il più dotto ed erudito uomo esistente al mondo. 

 

Atto Secondo – Scena III

 

Leandro, e Marchesa

 

Mar. Come vi sono delle belle Dame in Siena?

Lea. Per quello, che ho potuto vedere, suppongo che non ceda a verun’altra Città d' Italia, riconoscendovi nel mirarle alla venustà del volto unito un composto andamento, che le rende più ammirabili.

Mar. Sento, che sieno assai spiritose.

Lea. Tal’è la fama, benchè io non possa dargliene un positivo ragguaglio; poichè l'obbligo de miei studj, e l’accuratezza de’ miei precettori non mi hanno permesso di poterle trattare.

Mar. Come! Ella non andava alla conversazione di quelle Dame? Male! poichè la nobile conversazione è l’unica scuola, ove si apprende ogni virtù. Sarà però ella tornato Maestro dell'ammirabile giuoco delle Minchiate, avendo questo avuto i suoi natali nel grembo dell'ingegnosa Toscana.

Lea. Posso quasi dire, che questo mi sia affatto ignoto; poichè chi ha l'obbligo di attendere a cose maggiori, non ha tempo da perdere per apprendere i giuochi.

Mar. Come! Ella non sa giuocare alle Minchiate? Peggio! e poi attendere a maggiori cose? Ella non sa che cosa sia questo virtuosissimo giuoco. Basta a dire, che è tutto fondato sù la Mattematica; vi bisognano le più fine regole di una perfetta aritmetica. Lea. Spero dunque di venirne con facilità Maestro, avendo procurato di approfittarmi non solo dell’Aritmetica, ma ancora dell'Algebra.

Mar. Divenirne con facilità Maestro? Eh, lei s’inganna: poichè pochi sono quelli, che arrivano a possederne tutte le finezze.

Lea. Ma chi ha assuefatto l’ingegno in poetiche fantasie, in sottili filosofiche meditazioni, e in esplicazioni di mattematiche verità, gli farà facile il comprendere le finezze d’un giuoco.

Mar. Non dica cosi, non dica così. Gli basti sapere che il Signor Conte Abbotta, che può dirsi, che ritenga in se l’epilogo di tutte le scienze, stima più un bravo giuocatore di Minchiate, che il più dotto, e il più erudito Uomo del Mondo (40) (41).

 

Note

 

1 - Marco Catucci, Dizionario Biografico degli Italiani, Volume 73, (2009). Enciclopedia Treccani, online.

2 - Archivio di Stato di Torino, Patenti controllo Finanze, 1330-1717, R.1648, c. 28.

3 - Delle Poesie del Sig. Dottor Francesco Melosio Da Città della Pieve, Parte Terza, In Venetia, Appresso Iseppo Prodocimo, M.DC.LXXXXV. [1695]. Prima edizione: Bologna, 1678.

4 - Per l’ordine delle minchiate si veda al sito I Germini ovvero il Nobilissimo Giuoco delle Minchiate Fiorentine, curato da Nazario Renzoni, nostro consulente scientifico.

5 - Delle Poesie del Sig. Dottor Francesco Melosio, op. cit., p. 45.

6 - Nuovo Dizionario Istorico, ovvero Istoria in Compendio Di tutti gli uomini, che si sono renduti celebri per talenti, virtù, sceleratezze, errori &c., Dal Principio del Mondo sino a Nostri Giorni, Composto da una Società di Letterati, Tomo I, Napoli, Per Michele Morelli, 1741.

7 - Le Gare dell’Amore, e dell’Amicizia. Commedia di Lodovico Adimari, In Firenze, Alla Condotta, MDCLXXIX [1679]

8 - Ibidem, pp. 149-152.

9 - Nei giochi in cui è obbligatorio rispondere al seme giocato, come le minchiate e i tarocchi, il whist e il bridge, seccarsi un seme significa restare senza alcuna carta di quel seme. In questo modo se qualcuno gioca quel seme il giocatore che se lo è seccato può prendere "tagliando" con una briscola (con un trionfo in minchiate e tarocchi).

10 - Le Gare dell’Amore, e dell’Amicizia, op. cit., p. 186.

11 - Ibidem, p. 61.

12 - Si veda al saggio Come il ‘Matto de’ tarocchi’ del Carducci.

13 - Nostra edizione di riferimento: La Forza del Fato, overo. Il Matrimonio nella Morte. Opera Tragica di Lieto Fine. Del Dottor Giacint’Andrea Cicognini, In Venetia, Appresso Andrea Giuliani, Si vende da Giacomo Batti Libraro in Frezzaria, MDCLV [1655], s.n.p.

14 - L’Amorose Furie d’Orlando, Opera Scenica di Giacinto Andrea Cicognini, In Bologna, Per Giacomo Monti, 1663, p. 27.

15 - Si legga il saggio Il significato di Tarocco in Andrea Moniglia - 1660.

16 - Il Conte di Cutro. Drama Civile, Fatto rappresentare da’ Signori Accademici del Casino sotto la protezione del Sereniss. Principe Francesco Maria di Toscana, in “Delle Poesie Dramatiche di Gio: Andrea Moniglia, Accademico della Crusca, Parte Terza”, In Firenze, Nella Stamperia di S. A. S. alla Condotta, 1689, p. 538.

17 - Ibidem, p. 564.

18 - Ibidem, p. 570

19 - Amore Opera a Caso. Commedia di M.M.B., In Firenze, All’Insegna della Stella, 1668.

20 - Ibidem, p. 77.

21 - L’Istituzioni dell’Anatomia del Corpo Umano. A beneficio de’ Professori, e altri studiosi di essa Spiegate in versi da Ostilio Contalgeni Accad. Apatista, Parte I, In Firenze, Nella Stamperia d’Amadore Maffi, 1651, p. 10.

22 - L’istoria della Volgar Poesia scritta da Giovanni Mario De’ Crescimbeni Detto tra gli Arcadi Alfesibeo Carlo Custode d’Arcadia, Vol. IV, lib. III, In Roma, Per il Chracas, MDCXCVIII [1698], p. 179.

23 - Istoria degli Scrittori Fiorentini, Opera Postuma di Giulio Negri Ferrarese della Compagnia di Gesù, In Ferrara, Per Bernardino Pomatelli Stampatore Vescovale, 1722, p. 302.

24 - Francesco Zambrini (a cura di), Cenni Biografici intorno ai Letterati Illustri Italiani o Brevi Memorie di quelli che co’ loro scritti illustrarono l’Italico Idioma, Faenza, Presso Montanari e Marabini, MDCCCXXXII [1837], pp. 123-124.

25 - Capitoli, e Canzoni Piacevoli di Girolamo Leopardi, Fiorentino. Nell’Accademia della Borra, detto il Ricardato, In Fiorenza, Nella Stamperia de’ Sermartelli, MDCXIII [1613].

26 - Su questo gioco si veda al saggio Trionfi, Trionfini e Trionfetti.

27 - Minchiata o sminchiata, come veniva chiamato ancora quel gioco di carte, significa, ugualmente al termine tarocchi, cosa di poco conto, una cosa sciocca. Si veda al saggio Farsa Satyra Morale dove abbiamo la frase “sminchiata voise dir da sciocchi”.

28 - Capitoli, e Canzoni Piacevoli, op. cit., pp. 71-72.

29 - In Bologna, per Vincenzo Monti, 1664.

30 - Ibidem, p. 62.

31 - Anonimo, In Firenze, dalle Scalee di Badia, c. 1570, s.n.p..

32 - Ibidem, s.n.p.

33 - Li Buffoni Commedia Ridicolosa di Margherita Costa Romana. A Berardino Ricci Cavaliero del Piacere Detto il Tedeschino, In Fiorenza, Nella Stamp. nuova d’Amador Massi, e Lor. Landi, 1641.

34 - La ciaccona era una danza in voga nel Seicento caratterizzata da un ritmo ternario con movimento moderato.

35 - Sul simbolismo del Matto che cavalca una canna si veda al saggio iconologico Il Matto (Il Folle).

36 - Per comprenderne il significato del termine' bagatelle' si legga il saggio iconologico Il Bagatto.

37 - Li Buffoni, op. cit.,pp. 95-96.

38 - La Marchesa di Prato Falciato o sia l’Impostor Ravveduto. Commedia di Audalgo Tolodermio Pastor Arcade, in “Biblioteca Teatrale Italiana Scelta e Disposta da Ottaviano Diodati Patrizio Lucchese. Tomo VI”, In Lucca, Per Gio. Della valle, MDCCLXII [1762].

39 - ‘Pastori Arcadi’ erano chiamati i componenti dell’Accademia dell’Arcadia, fondata a Roma il 5 ottobre del 1690, vero e proprio movimento letterario che ebbe grande diffusione in tutta Italia nel secolo successivo. Scopo dell’Accademia fu di contrastare quello che era ritenuto il cattivo gusto del Barocco.

40 - La Marchesa di Prato Falciato, op. cit., pp. 260-262.

41 - Ringraziamo Nazario Renzoni, grande esperto di storia del gioco delle minchiate, per la sua preziosa consulenza.

 

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