Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

“La Sinagoga de gl’Ignoranti” di T. Garzoni - 1589

Ignoranza e balordaggine del Matto dei tarocchi

 

Saggio di Andrea Vitali, gennaio 2022

 

 

La Sinagoga de gl’Ignoranti del Garzoni (1) venne stampata a Venezia presso il Somasco nel 1589 (2). Strutturata in sedici discorsi, tratta delle cause e delle conseguenze dell'ignoranza e delle caratteristiche degli ignoranti. Appaiono innegabili tecniche scrittorie e compilative desunte da scrittori come Ortensio Lando, Anton Francesco Doni e Agrippa di Nettesheim, ma soprattutto dagli Adagia di Erasmo con collage di paritetici passi, nonché dagli Hieroglyphica di Pierio Valeriano, ovvero Giovanni Pietro Bolzani Dalle Fosse. La trattazione non prende in considerazione la ‘dotta ignoranza’ tema caro a Erasmo o quell’elogio dell’asino con il quale Agrippa aveva terminato la sua De incertitudine et vanitate scientiarum. Al contrario, l’opera del Garzoni risulta un’invettiva, da studioso e letterato qual egli era, contro coloro che per insipienza, ignavia, bassa origine sociale erano rimasti involti nell'ignoranza. Una ignoranza che portava questi tali a giudicare bagatelle ogni libro e a denigrare per questo i letterati.

 

A ben vedere, potremmo mettere in relazione tale ignoranza con quella del Matto dei tarocchi, poiché, al pari del Matto, gli ignoranti non ponevano mente al divino, condannati per questo dall’autore assieme al fatto che essi non provavano gratitudine per i genitori e per i loro precettori che tanto si erano adoperati per insegnar loro la retta via:  “Essendo l’obligo nostro principale, secondo la sentenza di Platone, con gratie immortali proseguir primieramente Iddio, secondo i padri, e le madri, e terzo i precettori” (3).

 

Il Matto dei tarocchi non è un malato mentale tale da essere curato da medici della psiche. Egli è un tarocco, come abbiamo messo più volte in evidenza (4). La definizione più semplice di ‘tarocco’ ci è offerta da Andrea Moniglia che lo definisce come ‘Balordo’ (5), cioè a dire un idiota, un demente che fa cose contrarie alla ragione pensando di aver ragione e di essere nel giusto. Un ignorante per antonomasia dato che non ha mai frequentato se non carte da gioco, cibo e ogni altro piacere mondano, noncurante di logica o di qualsiasi etica. Non si tratta di un amante del solo vivere godendo dei piaceri che la vita può offrire, in cui vive e si esprime una ragione tesa a tale soddisfacimento, ma di colui che proprio per non cultura e per partito preso, ritenendosi all’altezza di competere pur essendone privo di qualità, fa di sé l’incarnazione del sapiente e del ‘so tutto io’. Come abbiamo messo in evidenza nel nostro saggio iconologico Il Matto, egli è un ignorante che pensa di poter scrivere con le penne  che reca sul suo capo chissà quali verità. In realtà si tratta solo di sciocchezze, favole per fanciulli da raccontarsi attorno a un camino acceso d’inverno.

 

Sebastian Brant nell’opera Der Narrenschiff (La Nave dei Folli) del 1494, al Sonetto LVII ‘Sulla Divina Provvidenza’, aveva così scritto a proposito della presunzione dei folli di poter scrivere chissà quali verità:

 

Matti è dato persino di trovare,

Che con lo Scritto pretendon d’indorare

Le loro penne, e si credono sapienti

Per aver scorso un libro, e intelligenti

Perché il Salterio (1) hanno intero divorato

Fino al Beatus vir (2) e li lasciato,

E credon che Dio li ha beneficati

E i Suoi doni per sempre loro lasciati (6).

 

(1) Salterio = Libro biblico dei Salmi

(2) Beatus vir =  Beato l'uomo. Il Salterio inizia con queste due parole.

 

Leggiamo ora quanto scrive al riguardo il Garzoni:

             

“SE la botte, overamente il vassello (come dice il Proverbio) dà di quello odore, che hà; non é cosa lontana dal proposito, che anco l'ignorante spenda la sua moneta per quello, che ordinariamente corre: Et, perche la buffonaria é tanto propria à lui, che si può dire, che sia l'anima istessa quasi dell'ignorante; è necessario, che tutti i detti, e tutti i motti suoi sappiano di questo odore talmente che al primo aprire della bocca si conosca, che altri non potrebbe dire, ne favellare in quel modo, che fa egli. Et, si come il divino Socrate era talmente grave, et sententioso nel suo parlare, che subito che isprimeva qualche detto, era preso in un tratto per uno Axioma di socratica prudenza; et si diceva per eccellenza. ipfe dixit. intendendo di una sentenza gravissima, et ripiena di maestà: cosi per il contrario l'ignorante é tanto buffone in ogni cosa, che subito che forma la favella, ognuno sà, che non può dire altro, che qualche cosa da grossolano, da babbione: onde resta, che tutti i detti, e tutti i motti suoi siano stampati alla stamparia del Civettone, perche sopra le sue cose non mette altro sale per condimento, che cervello di nottola, overo di barbagianni. Quindi cautamente i Pitagorici comandavano, che nessuno pigliasse à domesticare allocchi, intendendo secretamente di prohibire il commercio di certi goffi: i quali non vagliono un pane; et se pur vagliono un pane, vagliono un pan cucco solamente…Et forsi che tal volta non durano tutta una notte à cicalare, con sommo fastidio, & noia degli auditori, non si risolvendo ad altro in somma, che à longhissime frottole da recitare alle vecchie presso al fuoco… Son chiamate anco tali ciancie da Suida le morti dell'Asino proverbiosamente, essendo simili a quella longa narratione de pericoli dell'Aſino, che fa il predetto Ulisse, presso à Homero. Et Luciano le chiama Somnia Hyberna, essendo à punto fatte come quelle favole, che nelle notti lunghe d'inverno si dicono presso al fuoco à i putti, & alle femine. Son pieni i detti, et i motti di costoro (secondo il detto di Dione) de' Scommi di Dionisio: i quali nelle ferie baccanali, ridotto solamente di mille buffonarie, solevano da gli antichi usarsi; perche tutto il sugo, e tutta la sostanza loro non è altro, che buffonaria: la quale è la quinta essentia del lor cervello buffonesco” (7).

 

La ricerca dei piaceri, come dianzi detto, è uno dei motivi che fomentano l’ignoranza. Le lusinghe lo invischiano, tenendolo lontano dagli studi e facendogli apparire un orrore qualsiasi fatica per acquistare cultura e con essa il giudizio. Le scienze gli appaiono come il suono di un delicato strumento musicale a un asino:

 

“Il primo fomento adunque della ignoranza non è altro, che il piacere, et la sensualità: del corpo, la quale con dolci lusinghe tiene inveschiato quest'huomo in modo, che non può occuparsi ne' studi, per farsi da qualche cosa, ponendogli in horrore le fatiche, et i sudori, che bisogna patire, per fare acquisto delle scienze; dove che allettato, e fomentato da questa morbidezza, l'ignorante rifiuta di darsi alla lettura d'alcun libro,  et si dà in preda all'otio, & à i piaceri totalmente, sprezzando le scienze a quella guisa, che fa l'asino il suono della cetra, ò della lira” (8).  

 

La cultura dell’autore gli permette di esemplificare ogni sua affermazione con riferimenti tratti dalla storia antica e mitologica: gli ignoranti e le loro azioni sono messi in relazione con personaggi, fatti e accadimenti che servono per far comprendere al meglio i loro maldestri atti attraverso il resoconto di simili comportamenti compiuti da personaggi del loro pari, di contro le opposte prese di posizione, in analoghi frangenti, di grandi uomini. Un esempio fra i tanti riguarda i libri e i letterati, entrambi invisi sommamente agli ignoranti, assomigliati per questo dal filosofo Eudemo ai porcelli quando camminano fra le rose e le calpestano con i piedi:  

 

“Che cosa dirò di quel Re de gli Abideni: il quale hebbe in tanto odio i libri, e le lettere, che comandò, che tutti i litterati del suo Regno fussero posti in diverse gabbie, come si pongono le gaze; e che non altro gli fusse dato da beccare, eccetto la fava prohibita da Pitagora, per maggior vergogna de precetti filosofici? La qual pena durò tanto tempo, fin che, toltogli il Regno da Policrate, huomo in lettere famoso, trovandogli in un serraglio questi miseri; et inteso lo stratio,  che sotto i ministri del T'iranno, ch'erano veri Rais d'ignoranza, havevano patito, sferrati costoro dalla horribile prigionia, di ogni miseria piena, condannò tutti gl'ignoranti del suo Regno, massime quei primi soprastanti, à star legati à uno à uno con un porcello in stalla, et viver di quella broda, che gli portarebbono alcuni deputati, per rinfrancar l'honore de suoi pari, e compensar la vergogna fatta à i virtuosi; la qual cosa durò pochissimo contentandosi, l'ottimo Re di havergli più presto fatto assagiare il male, che stratiarli rigidamente, come havrebbe senz'altro potuto. Essendo adunque gl'ignoranti cosi intrattabili, e duri coi letterati; non è maraviglia, se Eudemo gli somigliò à i porcelli, quando caminano per le rose, e che le calpestano coi piedi” (9).

 

Rincarando la dose, Aristofane, aggiunge l’autore, ci rammenta l’uso invalso nell’antica Grecia di attaccare ai capelli di questi matti gloriosi delle cicale a significare la loro natura chiacchierona e priva di senno:

 

“Et Aristofane in un luogo dice, che si fanno conoscere per huomini pieni di Cicale, volendo copertamente alludere, che si fanno conoscere per matti gloriosi; Imperò che anticamente à questi tali s’attaccavano à i capelli le cicale, per significare, che erano huomini da chiacchiere solamente, e non da senno” (10).

 

Uomini che si ritenevano “soli se essere l’honore e la gloria di questo mondo” così come denunciati dal Boccaccio nel suo Il Corbaccio, laddove scrive di due amanti che, a letto assieme, abbracciandosi e baciandosi, ridevano leggendo una lettera inviata alla donna da un letterato, deriso e schernito per ogni riga da lui scritta, ritenendolo pazzo e valutando come pazzia i suoi amori ovvero i suoi autori preferiti, quali Aristotele, Virgilio e altri uomini illustri:    

 

“et quivi l’uno il lume tenendo, e l'altro la lettera leggendo et a parte, a parte guardandola; te senti nominare, o con maravigliosa risa schernire. Et te, hor gocciolone, et hor mellone, et hor ser mestola, et tal hora con atto chiamando, se quasi ad ogni parola abbracciavano, et baciavano; et parole tra baci mescolandosi addomandavano insieme, se tu quando quelle cose scrivevi, eri desto, o se sognavi. Et tal volta dicevano, parti che costui habbia lungo l'arco? Vedestu mai cosi nuovo granchio? per certo questi la cavalca, egli è di vero uscito del seminato. Et vuole esser tenuto savio, domine dagli il mal anno, torni a sarchiare le cipolle, et lasci stare le gentili donne. Che dirai? Haveresti mai creduto? Deh quante bastonate gli si vorebbe far dare, anzi gli si vorrebbe dare d'uno ventre pecorino per le gote, tanto quanto il ventre, o le gote bastassero. O cattivello a te, come t'eran quivi colle parole graffiati gli usatti, et come v'eri per meno che l'acqua versata dopo le tre. Le tue muse tanto da te amate, et comendate eran quivi chiamate pazzie, et ogni tua cosa matta bestialità era tenuta, et oltre a questo s'era assai peggio, che per te Aristotele, Tullio, Virgilio, et Tito Livio, et molti altri huomini illustri, et per quello ch'io creda tuoi amici, et dimestichi, erano come fango, da loro scalpitati, scherniti et annullati, et peggio che monton maremani sprezzati, et aviliti. Et in contrario, se medesimi essaltando, con parole da far per istomacaggine le pietre saltar del muro, et fuggirsi, soli se essere dicevan l’honore et la gloria di questo mondo…” (11). 

 

Nel Discorso Settimo in cui l’autore ragiona su “Quali siano le parti dell’ignorante”, vengono evidenziati i principali vizi degli ignoranti, fra cui l’ignavia ovvero l’essere oziosi e indolenti, e l’amore per il gioco.

 

“Ma à nostri tempi ho conosciuto io un certo Battocchio ne tanto bestiale in gridare; che un giorno ponendosi à gridare con uno cosi matto, ò cosi ubbriacco come lui, fecero fra tutta due rivoltare un tinaccio pien di vino, et risentirsi un caratello di geladina, che, disfacendosi, andò tutta in brodetto, per non poter star salda allo scontro d'un tal grido, che pareva quel fracasso, che fa il battitore di Trevigi da far la charta. Ma non posso tacere tre altre parti, che stanno attaccate all'ignorante, come la pece al fondo delle barche, che sono l'ignavia, ò l'ocio poltronesco; il gioco; et la dissolutione à lui più propria, che la tigna à i furfanti. Et quanto alla prima, Hesiodo Poeta la chiama madre di tutti i vitij, et pessima di tutti i mali: perche quelle cose che tu possedi, senz'altro te le toglie, e quelle che tu non hai, ti prohibisce che non le consegui. Demosthene, nella quarta Filippica, rassomiglia questi ignavi à quelli, che bevono la mandragora; imperò che stanno abbarbagliati d'ognora, non sapendo che cosa fare, né operar di buono” (12).

 

Dagli esempi storici forniti dall’autore su quanto segue sul vizio del gioco proprio degli ignoranti, è possibile comprendere ancor più il significato di tarocco come balordo e idiota, da attribuire pertanto alla consistenza mentale del Matto.

 

Quanto descritto sulle azioni compiute da questi ignoranti giocatori risulta alquanto ilare: uno di essi, pur di poter avere i soldi per giocare, vendette l’intera sua casa e perfino i coppi, finendo per abitare nella cantina; un altro mise all’asta la propria moglie e un terzo, che faceva il portiere, si giocò le stringhe dei calzoni cosicché dopo averle perse teneva alzati i calzoni con una mano e con l’altra apriva la porta facendo ridere sommamente coloro che entravano. Infine, il Garzoni racconta quanto accaduto a un certo Nicolino da Villanova, il quale firmò un contratto con un tale in cui si rendeva suo schiavo per tre anni nel caso avesse perso giocando a primiera. E così fu, privato in Napoli della sua libertà. Riuscendo a fuggire con una catena ai piedi, la prima cosa che fece fu di entrare in un ridotto (13), dove si giocò la catena e la perdette, proseguendo poi verso altre disgraziate perdite.

 

 

Matti giocatori

 

                                                    Xilografia da Der Narreschiff di Sebastian Brant, Basilea, 1494

 

                                                                        Dal gioco siamo noi talmente ossessi

                                                                        Da altre obliar distrazioni, e noi stessi,

                                                                        E i pochi giorni che ci son concessi.

 

 

“Quanto al giuoco particolare à gli ignoranti, Seneca, ne' Proverbij, dice apertamente, che Tanto Aleator est nequior, quanto in illa arte est doctior: imperò che al giuoco son compagni l'otio, la frode, il furto, la bestemmia, et quanti mali si ritrovano al mondo: Et di sopravanzo un giuocatore, attendendo al giuoco, diventa il maggior furfante, ch'esser possa, come di Possidippo Atheniese si legge in Xanto Historico, il qual giuocando si ridusse à questo che vendette fino ai coppi della casa, e i travi ancora, habitando in cantina, per giuocare: Si come il medesimo narra d'un certo Hiperbolo Giocatore, che sù la piazza d Athene si sforzò di vender la moglie all'incanto per far denari da giocare. Et chi non sà gli effetti del giuoco, se ogni di ne habbiamo gli essempi alla mano? come quello di Leone Hebreo Mantoano, che si giocò le strenghe dalle calze il dì della frascata; talche, essendo portiero quel giorno, con una mano  teneva le braghe, et con l'altra alzava la portiera, dando da ridere estremamente à ciascuno, che entrava. Benche Sier Nicolino da Villanova la fece più bella, che, per giocare à primiera, con un scritto di propria mano, si fece schiavo per tre anni in Napoli; e fornito di giuocare, e di perdere, essendo posto alla cathena, fece tanto, che scappò via con la cathena al piede, e di lungo entrò in un ridotto, dove si giuocava, e per sei quattrini si giocò la cathena, e poi se medesimo un'altra volta per un cavallotto da vintidue quattrini solamente” (14).

 

D'altronde l’ignorante non sapeva giocare, altrimenti non avrebbe sempre perso come abitualmente accadeva, gettando sul tavolo le carte che aveva in mano senza calcolare quelle già uscite o ragionare su quelle che i compagni di gioco potevano ancora avere:

 

“All'ultimo l'ignorante si conosce alla buffoneria de gesti, et delle parole insieme; perche, non havendo altro, che dare, dà cartaccie seguenti, secondo quello, che si ritrova in mano” (15).

 

Citando Ferecide di Siro, ricordato come uno dei sette sapienti greci, Garzoni ci ricorda come il gioco potesse rendere matti e insana la mente, facendo di questo stato la ricreazione principale di un popolo:   

 

“Là onde Ferecide Siro interrogato, quali fussero le ricreationi de’ popoli Chij devotissimi del giuoco, et delle ciancie, rispose, matteggiare, et insanire” (16).

 

Note

 

1 - Su Tomaso Garzoni abbiamo scritto ai saggi L'Hospidale de' Pazzi Incurabili - 1586 e Tarocchi 'di nuova invenzione' .

2 - Tomaso Garzoni da Bagnacavallo, La Sinagoga de gl’Ignoranti, In Venetia, Appresso Gio. Battista Somasco, M.D.LXXXIX [1589].

3 - Ibidem, Discorso Nono: I Gesti, Portamenti, Attioni, & Prodezze de gli Ignoranti, p. 130.

4 - Si legga al riguardo il saggio Tarocco sta per Matto.

5 - Si veda al riguardo il saggio Il significato di Tarocco in Andrea Moniglia – 1660.

6 - Francesco Saba Sardi (a cura), La nave dei folli, Spirali, Milano, 1984, p. 140.

7 - Tomaso Garzoni da Bagnacavallo, La Sinagoga de gl’Ignoranti, op. cit., Discorso XIII: I Detti, Parole, & Motti buffoneschi dell’Ignorante, pp. 176-179.

8 - Ibidem, Discorso Quinto: Quante cose fomentano l’Ignoranza, p. 68.

9 - Ibidem, Discorso Nono, cit., pp. 133-134.

10 - Ibidem, Discorso Ottavo: Quali siano gli uffizi pertinenti agl’ignorante, pp. 123-124.

11Il Corbaccio, Altrimenti Laberinto d’Amore di M. Giovanni Boccaccio, Di novo corretto da M. Lodovico Dolce, con la tavola delle cose degne di memoria, In Vinegia, Appresso Gabriel Giolito De Ferrari e Fratelli, MDLI. [1551], c.42r.

12 - Tomaso Garzoni da Bagnacavallo, La Sinagoga de gl’Ignoranti, op. cit., Discorso Settimo: Quali siano le parti dell’ignorante, pp. 107-108.

13 - Con il termine 'Ridotto' era ed è chiamata la sala di un circolo o di un teatro abitualmente utilizzata per giocare a carte o ad altri giochi da tavolo, piccole feste con danze, ecc.

14 - Tomaso Garzoni da Bagnacavallo, La Sinagoga de gl’Ignoranti, Discorso Settimo, cit., pp. 111-112.

15 - Ibidem, Discorso Quarto: A che cosa si conosce l’ignorante, p. 65.

16 - Ibidem, Discorso Sestodecimo: Successi, ò Trionfi dell’Ignoranza, p. 196.

 

Copyright Andrea Vitali © Tutti i diritti riservati 2022