Saggi di Andrea Vitali

La Morte

 

Fino al sec. XIII, scrive Tenenti, non esiste una figurazione della morte non strettamente cristiana. Dalla metà del Quattrocento, con l’avvento delle grandi epidemie, in particolar modo la peste che mieté milioni di vittime, la paura della morte incombente produsse i suoi effetti anche nell’arte figurativa di carattere profano.
Grande diffusione ebbe allora la Leggenda dei tre morti e dei tre vivi in cui tre personaggi che in vita erano stati ricchi e potenti parlano di se stessi e della vanitas ad altrettanti vivi di alto rango, al cospetto della morte. La rappresentazione più usuale è quella di uno scheletro armato di falce, strumento che lo connette a Chronos, il Dio del tempo il quale diventa elemento ausiliario della morte.
Si può trovare inoltre con in mano un arco o una spada. Essa mantiene tali strumenti anche nel caso venga raffigurata a cavallo, nel ruolo di uno dei “Quattro Cavalieri dell’Apocalisse” (figura 1 - Anonimo, xilografia, sec. XVI) oppure nelle raffigurazioni del trionfo petrarchesco in cui è assisa, con in mano la falce, sopra un carro guidato da buoi psicopompi (dal greco ψυχοπομπóς, da psyche - anima - e pompós - colui che conduce) il cui compito è quello di accompagnare le anime dei morti nel loro viaggio dopo la morte (figura 2 - Philip Galle, Trionfo della Morte, acquaforte, sec. XVI).
I personaggi che accompagnano il suo carro, o che vengono calpestati, appartengono a classi sociali ricche e potenti, siano essi laici o religiosi, persone che per i loro privilegi erano in grado di vivere agiatamente e a cui la morte appariva molto più devastante di quanto lo era per quei miseri contadini che morivano in continuazione come mosche e che, tutto sommato, non avevano né salute né tesori di cui lamentare l’abbandono in seguito alla loro dipartita da questa terra.
La più antica raffigurazione conosciuta della morte a cavallo, che calpesta persone e brandisce la spada contro dei viventi, si trova in un affresco della metà del sec. XIV presso il monastero benedettino del Sacro Speco a Subiaco (figura 3).
Accanto all’iconografia della morte e dei suoi trionfi, intorno alla metà del XV secolo si sviluppò il motivo della Danza Macabra, dapprima con intenti moralistici, quali forti immagini legati al “Memento Mori”, per svilupparsi poi come satira contro la corruzione e il fasto delle classi agiate (figura 4 - figura 5 - Hans Holbein il Giovane, xilografie, 1547).
La Morte danzante che trascina nel suo ballo del trapasso l’intera umanità fu fra l’altro motivo ispiratore per molti musicisti sin dal Medioevo. Stefano Landi musicò nel sec. XVII una celebre passacaglia detta Della vita i cui versi recitano: “O come t’inganni / se pensi che gl’anni / non hann’ da finire / bisogna morire. / È un sogno la vita / che par si gradita, / è breve il gioire, / bisogna morire./ Non val medicina, non giova la China, / non si può guarire, bisogna morire. / Non vaglion sberate, / minarie, bravate / che caglia l’ardire, / bisogna morire. / Non si trova modo / di scioglier ‘sto nodo, / non val il fuggire, / bisogna morire. / Commun’è il statuto / non vale l’astuto / ‘sto colpo schermire, / bisogna morire. / Si more cantando, / si more sonando / la Cetra , o Sampogna, / morire bisogna. / Si more danzando, / bevendo, mangiando; / con quella carogna / morire bisogna. / La Morte crudele / a tutti è infedele, / ogn’uno svergogna, / morire bisogna. / È pur ò pazzia / o gran frenesia, / per dirsi menzogna, / morire bisogna. / I Giovani, i Putti, / e gli Huomini tutti / s’hann’a incenerire /, / bisogna morire. / I sani, gl’infermi, / i bravi, gl’inermi, / tutt’hann’a da finire / bisogna morire. / E quando che meno / ti pensi, nel seno / ti vien a finire, / bisogna morire. / Se tu non vi pensi / hai persi li sensi, / sei morto e puoi dire: / bisogna morire”.
Le immagini della Morte nei tarocchi aderiscono alle versioni più consuete con la presenza dello scheletro: se nei Tarocchi Visconti-Sforza è raffigurato in piedi, con in mano un grande arco (figura 6), in quelli di Carlo VI (figura 7) e nei tarocchi Visconti di Yale (figura 8) appare a cavallo brandendo la falce e calpestando papi, vescovi e cardinali.
Tale iconografia rimarrà invariata nella carta della Morte in tutta la sua successiva produzione, compresa quella del Wirth, anche se intrisa da valenze di carattere esoterico (figura 9).
Il numero 13 che connota la carta fu nell’antichità considerato di cattivo augurio. Nella Bibbia il tredicesimo capitolo dell’Apocalisse è quello dell’Anticristo e della Bestia. Numero nefasto quindi, ma anche il più potente e sublime: Zeus nel corteo dei dodici Dei avanzava come tredicesimo, mentre Ulisse, il tredicesimo del suo gruppo, sfuggì all’appetito divoratore del Ciclope.

 


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