Saggi di Andrea Vitali

Il Principe inventore del Ludus Triumphorum

Nella Bologna dei primi del Quattrocento

 

Questo scritto rappresenta una versione ampliata del capitolo “Trionfi, tarocchi e tarocchini a Bologna dal Quattrocento al Novecento” inserito nell’opera Il Tarocchino di Bologna. Storia, Iconografia, Divinazione dal XV al XX secolo (Edizioni Martina, Bologna, 2005)

IL PRINCIPE

Un famoso dipinto, fino a pochi anni fa conservato in Palazzo Felicini a Bologna e ora misteriosamente scomparso, ritrae in abiti seicenteschi il Principe Francesco Antelminelli Castracani Fibbia, discendente dal celebre condottiero Castruccio Castracani (figura 1). Il dipinto, opera di un artista sconosciuto del sec. XVII, ritrae il Principe in piedi vicino ad un tavolo, con in mano alcune carte di tarocchino bolognese a figura intera (la prima, visibile, è la carta dell'Imperatore). Altre carte sono a terra (la Regina di Bastoni, la Regina di Denari e un'ulteriore irriconoscibile) mentre un' altra è raffigurata cadere dal tavolo (l'Otto di Denari).

 

Sotto il dipinto, sono riportate le seguenti parole : 


FRANCESCO ANTELMINELLI CASTRACANI FIBBIA, PRINCIPE DI PISA, MONTEGIORI, E PIETRA SANTA, E SIGNORE DI FUSECCHIO, FILIO DI GIOVANNI, NATO DA CASTRUCCIO DUCA DI LUCCA, PISTOIA, PISA &  FUGITO IN BOLOGNA DATOSI A' BENTIVOGLJ,  FU FATTO GENERALISSIMO DELLE ARME BOLOGNESE, ET IL PRIMO DI QUESTA FAMIGLIA CHE FU DETTO  IN BOLOGNA DALLE FIBBIE,  EBBE PER MOGLIE FRANCESCA, FILIA DI GIOVANNI BENTIVOGLJ.
INVENTORE DEL GIOCO DEL TAROCCHINO DI BOLOGNA: DALLI XVI RIFORMATORI DELLA CITTÀ EBBE PER PRIVILEGIO DI PORRE L'ARMA FIBBIA NELLA REGINA DI BASTONI  E QUELLA DELLA DI LUI MOGLIE NELLA REGINA DI DENARI. NATO L'ANNO 1360 MORTO L'ANNO 1419.

L’affermazione che fu quel Principe ad inventare il gioco dei Tarocchini, apparsi  circa 130 anni dopo la sua morte (1) unitamente al fatto che non sposò mai Francesca Bentivoglio, indusse gli storici dei tarocchi a sommariamente  affermare, senza tuttavia compiere debita indagine storica presso gli archivi, che quel Principe non era mai esistito e che l’attribuirgli quella qualifica di inventore non fu altro che un’operazione per mettere in luce la famiglia degli Antelminelli Fibbia, dato che le carte dei Tarocchini all’epoca del dipinto erano alquanto amate dalla società bolognese.

 

Ma a ben saper leggere, una volta appurata l’esistenza di quel Principe attraverso i documenti, e attentamente valutate alcune apparenti incongruenze storiche, l’affermazione di inventore dei Tarocchini deve leggersi come inventore dei Tarocchi, o meglio del Ludus Triumphorum ovvero gioco dei Trionfi, come venne chiamato quel gioco dalla sua origine e per tutto il Quattrocento. 

 

Innanzitutto la storia, attestata dai documenti che fino ad oggi sono stato in grado di reperire, ci dice che Francesco Antelminelli Castracani esistette realmente e che non fu parto della fantasia di colui che commissionò il dipinto. L’unico errore, ma ininfluente ai fini dell’assegnazione di inventore del Ludus Triumphorum, concerne l’attribuzione della paternità di Francesco a Giovanni, un figlio di Castruccio Castracani. Giovanni Castracani Antelminelli fu in effetti figlio del condottiero come ci informano le diverse cronache che trattarono di quella nobile famiglia toscana. Un’informazione diretta ci è offerta dal testamento che il Castracani aveva fatto redigere un anno prima della sua morte e che fu integralmente riportato da Aldo Manucci nell’opera Le attioni di Castruccio Castracane degli Antelminelli Signori di Lucca con la genealogia della famiglia (2), dove troviamo inoltre interessanti notizie sugli ultimi momenti di vita del condottiero e sui suoi figli. 


Vediamone alcuni passi: “…avendo fatto il suo testamento l’anno adietro del MCCCXXVII alli 20. di Dicembre, in Lucca…ma sentendosi mancare, & essere sopra fatto della gravezza del male; & avendo discorso con li suoi Segretarij, & dati molti ordini; fece chiamare à se la Duchessa sua moglie, M. Nicolo Castracani Antelminelli, Principal Vegli, Duccio Sandei, & F. Lazaro, Priore di Altopascio; & lasciolli nel testamento tutori, con Enrico, Valevano, Giovanni & Verde, suoi figliuoli; a’ quali con volto intrepido diede la benedizione paterna e l’ultimo bacio” (3).  Castruccio spirò il 23 settembre 1328 all’età “d’anni XLVII, mesi cinque, & giorni cinque” (4). Giovanni morì ancora giovane nel 1343 e fu sepolto a Pisa, accanto alla madre, nella chiesa di S. Francesco (figura 2 - Lastra tombale di Giovanni Castracani / figura 3 - Stemma dei Castracani nella lastra tombale): “Nel medesimo tempio è sepolto Giovanni, figliuolo di Castruccio, che fu cavaliere, & homo di molto conto sulla guerra:  & si vede scolpito sopra, armato, e vestito con l’habito Cavalerescho, con le insegne della sua famiglia: & la iscrittione dice: Virtutis exemplum. momentaneo iuventutis flore clarescens, praematurae mortis in cursu praeventus, tegor hac in petra Ioannes, natus olim Illustris Domini Castruccij, Lucani Ducis, altissimae mentis, indelendae memoriae, libertatis patriae defensoris, hostibus semper invicti. Anno MCCCXLIII. Die XIJ.Maj”. (Esempio di virtù. Mentre acquistavo fama nell’effimero fiorire della giovinezza, prevenuto nel cammino da prematura morte, giaccio coperto da questa pietra, io Giovanni, figlio del già illustre signore Castruccio, duca di Lucca, di altissimo ingegno, di memoria indistruttibile, difensore della libertà della patria, mai vinto dai nemici. Anno 1343. Il 14 di maggio) (5). Risulta evidente che in base all’informazione scritta sotto il quadro, il nostro Francesco non poté essere figlio di Giovanni, in quanto egli nacque dopo diciassette anni dalla morte di quest’ultimo.

Che Giovanni fosse, con gli altri suoi fratelli, principe oltre che di diverse città toscane anche di Pietra Santa e Monteggiori, è testimoniata da un Privilegio dell’Imperatore Lodovico il Bavaro che “Volendo poi finger alcuna dimostratione di benevolenza e, meschiarla alla grande ingratitudine, confermò alli 10. di Aprile alla Duchessa, moglie di Castruccio, le entrate, che gli aveva lasciate il marito; e diedegli libera podestà, & dominio sopra il castello di Monteggiori, & suo distretto come Patrimonio, con tutte le ville nel Contado, & terre sopra Pietrasanta; assegnando quattromila Fiorini d’oro l’anno sopra esse Vicaria, a lei & à figliuoli, & e loro discendenti. & alli 17. di dicembre fece due Privilegi à quella Signora, à Valerano, e Giovanni predetti, confermandoli Signori di Monteggiori, & loro successori, con la istessa entrata” (6). Di questo Privilegio il Manucci riporta il testo integrale nella sua opera, assieme al testamento di Castruccio.

Chi fu allora questo Francesco raffigurato nel quadro? Come apprendiamo sempre dal Manucci, ma anche da altri documenti e da alberi genealogici della famiglia (figura 4), egli nacque da Orlando, figlio di Errico, primogenito di Castruccio Castracani. Dal Manucci veniamo a conoscenza che Enrico, fratello di Giovanni, ebbe un figlio di nome Orlando il quale ebbe quattro figli e cioè Castruccio, Enrico, Francesco e Rolando.

Un discendente dei Fibbia, Padre Flaminio Fibbia dell’Ordine Benedettino inviò il 12 marzo 1594 ad un suo cugino una lettera con la quale informava il parente riguardo un albero genealogico presente nella casa del “Signor Bernardino l’Antelminelli Gentiluomo dè Principali della Città” di Lucca che lui stesso aveva visto e di una copia in rame del quale era stato omaggiato. Scrive di seguito che questo Signore di Lucca giudicava che la famiglia in questione discendesse da un Francesco, figlio di Rolando a sua volta nato da Enrico, figlio del Principe Castruccio e a proposito dello stemma riferisce che “Ora io non dubito punto, che la Famiglia nostra Cada da questa degli Antelminelli per mezzo di Castruccio Castracane, et me ne da grande Argomento l’Arma, la quale è l’istessa che la nostra non alterata, già la nostra sa vostra Eccellenza è il cane da mezzo in su col colare in Campo azzurro, et le Fibbie in Campo bianco, et l'Arma antica vera delli Antelminelti usata da Castruccio Castracane e il mezzo Cane bianco col Colare in Campo Azzuro, Coperto dal mezzo in giù da un Campo bianco schietto, nel quale noi v’avemo poste le Fibbie Causa della variazione del Cognome; già l’Aquila vi è aggiunta da poco in qua. Egli hà biasimato, che vi si ponghi l’Aquila, et sebbene io v’hò detto, che questo fu un dono che Carlo Quinto fece alla nostra famiglia, mi rispose, che egli ancora l’hanno da imperatori in Dono … ma che la vera [Arma], è il Cane Bianco col Colar posto in Campo azzurro, et di sotto tutto il resto dello Scudo bianco, in che noi, come o detto, abbiamo posto le Fibbie”. Di seguito il benedettino elenca i nomi presenti nell’albero genealogico, iniziando con Castruccio Castracane, Principe di Lucca, che “ebbe Enrico, et di lui Orlando, dal quale nacque Francesco, che abitò in Bologna, et da questa derivò la Famiglia ora detta – de Fibbia – o – dalle Fibbie – siccome volgarmente parla la Città di Bologna, et gli Anali di detto, aggiungendovisi però nelle Scritture, alias de Castracani, questo Francesco ebbe due figliuoli, Perazzino ed Antonello” (7).

A proposito della presenza dell’Aquila nello stemma, questa derivò dal fatto che l’Imperatore Carlo V con una sua lettera-patente del 27 febbraio 1533 dichiarò "Dottore laureato e cavaliere Aurato delle Milizie Pontificie" Alessando Fibbia, un discendente del Nostro, e con un’altra lettera-patente del 1 ottobre 1533 gli concesse di apporre nell’Arma gentilizia un’aquila nera tenente in bocca una fibbia (8). Che Francesco fosse figlio di Orlando nato da Enrico, figlio di Castruccio, è testimoniato anche nelle opere dei maggiori storiografi della città di Bologna, come ritrovo nel Dolfi (9) e nel Montefani (10), i quali si rifanno entrambi all’Alidosi (11).  Riporta questa discendenza anche un albero genealogico della famiglia come ho trovato presso l’Archivio di Stato in Bologna (12).

Sul fatto che il ramo discendente da Enrico si trasferisse a Bologna non ci sono dubbi, come prova anche un testamento del 5 novembre 1561, redatto da un Joannis Baptista Frassetti, dove un Francesco Fibbia, figlio di Vincenzo, scrive a proposito della sua nobile famiglia che questa derivò da Francesco “descendentis a stirpe Henrici primogeniti Castruccii de Castracanis, olim Lucae Principis, qui Henricus expulsus fuit Anno 1328, & in hac civitate Bononiae Domicilium elexit, et habitavit in Domo Magna, sub Capella Sancti Prosperi, quam Vincentius praedictus postea vendidit illis de Desideriis Anno 1475 …” (discendente dalla stirpe di Enrico, primogenito di Castruccio Castracani, già principe di Lucca. Il quale Enrico fu scacciato nell’anno 1328 ed elesse la sua dimora in questa città di Bologna e abitò in una grande casa nella parrocchia di San Prospero, che il predetto Vincenzo poi vendette a quelli dei Desideri nell’anno 1475) (13).

Abbiamo pertanto potuto appurare che il Francesco Fibbia del dipinto è realmente vissuto, che fu Principe di Pietrasanta e Monteggiori grazie al Privilegio che Lodovico il Bavaro trasmise ai discendenti dei figli di Castruccio e che visse a Bologna in seguito al trasferimento in questa città della sua famiglia. Evidentemente non sposò mai Francesca, figlia di Giovanni II Bentivoglio, in quanto questa sposò nel 1482, quindi in epoca più tarda e proprio a Bologna, Galeotto Manfredi, Signore di Faenza. Un matrimonio che non durò molto poiché nel 1488 il marito cadde pugnalato da sicari su mandato della stessa moglie, la quale si sposò successivamente con il Conte Guido Torelli, già protonotario apostolico. 

 

La fama di questa vicenda che negava un possibile matrimonio fra il Principe con Francesca Bentivoglio, aveva indotto precedenti storici di tarocchi a rifiutare in toto quanto scritto nel dipinto. Ma occorre conoscere gli atteggiamenti medievali riguardanti le alleanze famigliari e leggerli conseguentemente nel senso giusto. Infatti il far contrarre matrimoni in realtà mai avvenuti fra personaggi di provenienza nobiliare fu costante pratica per tutto il medioevo fino al Seicento, come ci ricorda il Prof. Rolando Dondarini, docente di storia medievale all’università di Bologna: “I tentativi di darsi un tono e una discendenza prestigiosa attraverso false unioni e ascendenze fantasiose furono particolarmente frequenti tra il Quattro, Cinque e Seicento, quando molti biografi si avvalevano presso famiglie potenti con le loro ricostruzioni inventate e servili. È nota la polemica che Cherubino Ghiradacci dovette affrontare quando sostenne che i Bentivoglio in origine erano beccai, mentre i loro discendenti millantavano una discendenza da Re Enzo e dal suo rapporto puramente leggendario con Lucia di Viadagola, colei che avrebbe detto a Re Enzo: ‘Ben ti voglio’”.

 

Non ci sono pervenute fonti che attestano la presenza di un’altra Francesca, sia che fosse stata figlia di Giovanni I o appartenente ad un ramo secondario della Famiglia Bentivoglio, di cui non si sappiano con certezza le vicende matrimoniali, ma ad ogni modo i Fibbia furono strettamente legati ai Signori di Bologna, in quanto molti di essi ricoprirono ruoli di comando nell’esercito di quella famiglia, come ho trovato in tutti i documenti sopra citati. Ricordo, a questo proposito, un Biagio detto il Bolognino il quale nel 1420 andò con i Bentivogli a prendere possesso di Castel Bolognese e che l’albero genealogico Discendenza di Guarniero I. Progenitore della Nobilissima Famiglia Antelminelli descrive con le stesse parole presenti nel quadro “Biagio detto Bolognino Principe di Monteggiori e Pietrasanta Fugito in Bologna datosi a Bentivogli fu Generale Capitano. dell’Armi in Bologna. E creato Cavagliere fu de’ Signori”. Stesse parole che troviamo ad illustrare anche il Nostro “Francesco Antelminelli Castracani Signore di Fusechio Conte Palatino, fugito in Bologna, e fatto Nobile Cittadino fu detto dalle Fibbie” (14).

Sappiamo che gli stemmi dei Fibbia e dei Bentivoglio erano impressi, come afferma lo scritto nel quadro, nelle carte seicentesche della Regina di Bastoni e della Regina di Denari: ne è un esempio il  Tarocco alla Torre, di epoca seicentesca, dove lo stemma Fibbia appare proprio sulla Regina di Bastoni (la Regina di Denari manca dal mazzo). Questi stemmi appaiono anche nelle medesime carte di diversi mazzi del secolo XVIII come in quelli delle fabbriche con insegna Al Mondo (figura 5 - figura 6) (15) e Alla Colomba (figura 7) (16).

La facoltà di inserire stemmi di qualsiasi natura, compresi quelli nobiliari, nei mazzi antichi di carte non era soggetta a particolari autorizzazioni, cosicché qualsiasi stampatore poteva farlo. Occorre a questo punto domandarsi perché fossero stati inseriti proprio quelli della Famiglia Fibbia e dei Bentivoglio, se non in base ad una tradizione che vedeva nei Fibbia e nella loro famiglia alleata l’origine di queste carte. 

 

Continuando nella nostra disamina, occorre innanzitutto dire che chi commissionò il dipinto non conosceva l’epoca precisa di quando i tarocchi fossero stati inventati, come non lo sapevano gli uomini che ne trattarono sia nel Cinquecento che nei secoli successivi, tanto che sul finire del Settecento si finì con l’attribuire ai tarocchi un’origine egizia. Se si indagano i documenti che gli storici del Quattro e Cinquecento espressero sull’inventore di quel gioco e sul periodo della sua esistenza, nessuno  ammette di averne notizia tanto che diversi ipotizzarono che i tarocchi fossero stati inventati al tempo dell’antica Grecia o in epoca ancora più antica, quando sappiamo che le carte da gioco non esistevano. Uno di questi fu Flavio Alberto Lollio (1508-1569) che nella sua Invettiva contra il Giuoco del Tarocco (17) così scrive al riguardo, adirato verso quel gioco che amava tanto ma che non gli offriva mai le carte giuste per vincere: “Ei mostrò ben d’haver poca facenda, / Et esser certo un bel Cacapensieri / Colui, che fù inventor di simil baia: / Creder si dè, ch'ei fosse un dipintore / Ignobil, scioperato, et senza soldi, / Che per buscarsi il pan, si mise à fare / Cotali filostroccole da putti. / Che vuol dir altro il Bagatella, e 'l Matto, / Se non ch'ei fusse un ciurmatore, e un barro? / Che significan altro la Papessa, / Il Carro, il Traditor, la Ruota, il Gobbo: / Là Fortezza, la Stella, il Sol, la Luna, / E la Morte, e l'Inferno: e tutto ’l resto / Di questa bizarria girandolesca, / Senon che questi havea il capo sventato, / Pien di fumo, pancucchi, et fanfaluche? / Et che sia ver, colei che versa i fiaschi / Ci mostra chiar, ch'ei fusse un ebbriaco: / E quel nome fantastico e bizarro / Di Tarocco, senz’ethimologia, / Fa palese a ciascun, che i ghiribizzi / Gli havesser guasto e storppiato il cervello.” (18).

 

Da questo passo comprendiamo che era inoltre sconosciuto il significato del termine ‘Tarocco’ e il suo l’etimo, termine che venne a sostituire nell’uso ludico quello di ‘Trionfo’ agli inizi del Cinquecento. Oggi, grazie a documenti del tempo, il significato di quella parola e la sua derivazione etimologica sono stati chiariti dallo scrivente (19).

 

Nel quadro è scritto che Francesco Fibbia fu l’inventore dei Tarocchini, quando abbiamo visto che questi rappresentano una variante cinquecentesca del gioco dei Tarocchi, già esistenti a Bologna fin dal sec. XV con il nome di Trionfi. Ciò significa che l’autore delle scritte, additando un personaggio vissuto a cavallo fra il Trecento e il Quattrocento quale inventore dei Tarocchini, non conosceva quando questi ultimi fossero stati creati, ritenendoli la forma originaria e non una successiva variante. Il fatto che i Bolognesi avessero dimenticato il termine Tarocchi e il suo gioco composto da 78 carte contro le 62 del gioco dei Tarocchini, non deve stupire. A questo proposito scrive il Prof. Michael Dummett: "Anche se ancora esistenti nel 1588, la vecchia forma e il mazzo completo erano stati completamente dimenticati alla metà del XVII secolo, benché persistesse il nome di Tarocchino" (20).

 

Dummett, che ricordiamo aver insegnato Logica Formale presso l’Università di Oxford oltre ad essere stato autore di monumentali opere storiche sui Tarocchi, non porta esempi su questa sua affermazione, probabilmente da lui data per scontata. Ne offrirò pertanto una fra le tante. Nelle sue “Osservazioni al Canto Primo” riguardante la strofa XXXII dell’operetta in sei canti tutta in bolognese L’Dsgrazi d’Bertuldin dala Zena di Giuseppe Maria Buini (nato c. 1680), pubblicata nel 1736 (21), l’autore a proposito del seguente verso “Dù zugavn’ di stanza a taruchin”, cioè che due persone giocavano di stanza ai Tarocchini” definisce “di stanza” come una “Specie di gioco pres[s]o noi usitata, che si fa con le carte dei Tarrocchini, gioco inventato dalla studiosa mente dei Bolognesi, del quale Gregor. Tolos. Syntag. Jur. Lib.30. cap.4. num.11 disse trovarvisi dentro semi di buon fine, e di scelta erudizione” (22).

 

In pratica, il Buini, citando quanto il famoso giurista francese Pierre Gregoire detto il Tolosano (c.1540-1597) aveva scritto nella sua opera Syntagma Juris Universi, e cioè che quelle carte possedevano qualità educative essendo ricche di erudizione, si fa vanto d’essere stata Bologna ad inventare quel gioco di carte, che il Buini intese essere quello dei Tarocchini.

 

Infatti se si indaga quanto scritto da Pierre Gregoire nel suo Sintagma Juris Universi del 1582 (23) leggiamo che il giurista parla di Tarocchi e non di Tarocchini: “Inventi tamen ludi sunt foliorum, in quibus dum luditur, vestigia quoque quaedam eruditionis apparent, ut in Tarotiis, & ijs cum quibus excusae sunt unà sententiae sacrae paginae & philosophorum, apud Vuechellum Lutetix typographum” (Tuttavia furono inventati giochi di carte, nei quali mentre si gioca appaiono anche le tracce di una certa erudizione, come nei Tarocchi, e in quelli insieme ai quali sono state composte massime sacre e di filosofi, presso il tipografo Vuechello di Parigi) (24). Il che significa che per il bolognese Buini i Tarotiis erano i Tarocchini, e non i Tarocchi, termine e gioco oramai da lui sconosciuti.

 

Ma c’è di più poiché il Buini, continuando a scrivere sul Tarocchino, attesta che “il Ginerlberti ne scrisse la Storia, ed origine facendo vedere, che i Tarrocchini non sono altro, se non se la tragica faccenda de’ Geremei Guelfi, e Lambertazzi Ghibellini, così il Valdemusi da Prusilio ne distese la varia fortuna” (25). In pratica egli afferma che il bolognese Ginerlbelti scrivendo la storia del Tarocchino asserì che quel gioco raccontava, attraverso immagini, la tragica vicenda della lotta fra la famiglia guelfa dei Geremei e quella ghibellina dei Lambertazzi e che un altro bolognese Valdemusi da Prusilio ne descrissi gli eventi. Poiché la lotta fra le due fazioni si svolse a Bologna nel XIII secolo, il vedere impresse in quelle carte la guerra fra queste due famiglie, ci porta inevitabilmente a pensare che lo storico Ginerbelti ritenesse che i Tarocchini fossero stati ideati subito dopo la contesa o al massimo dopo pochi decenni a ricordo di una guerra fra bolognesi che aveva destato al tempo molto clamore. Il che significa che anche quello storico bolognese non conosceva la data reale della creazione del Tarocchino, avvenuta duecentocinquanta anni dopo quegli eventi.

 

Da quanto abbiamo potuto costatare, nessuna informazione errata è imputabile alle scritte presenti nella pittura, se non l’attribuzione ininfluente della paternità del Principe. Anche il preteso errore del matrimonio del Principe con Francesca Bentivoglio va interpretato alla luce di quanto sopra espresso. 

 

Veniamo infine alla motivazione che dà per certo essere stato quel Principe ad inventare il Ludus Triumphorum. Le date indicate nel quadro risultano essere molto vicine a quelle ipotizzate per la nascita del gioco dei Trionfi, e questo non può che sorprendere. Poiché i documenti più antichi conosciuti riguardanti il gioco dei Trionfi risalgono al 1440 (Firenze) e 1442 (Corte Estense) (26), per congettura storica riguardante la pratica d'uso si deve far risalire la loro creazione ad un periodo precedente non inferiore ai venti/venticinque anni, epoca che corrisponde alla presenza del Principe a Bologna. 

 

Tale congettura in riferimento alla pratica d’uso è comunemente avvalorata dagli storici del Medioevo. Un solo esempio sarà sufficiente: dalla prof. Chiara Frugoni veniamo informati che gli occhiali furono ideati intorno all’anno 1285 per il fatto che il domenicano Giordano da Pisa in una sua predica del 1305 tenuta a Firenze in Santa Maria Novella, li cita come risalenti a circa venti anni prima: “Non è ancora venti anni che si trovò l’arte di fare gli occhiali, che fanno vedere bene; ch’è una de le migliori arti e de le più necessarie che ‘l mondo abbia, e è così poco che si trovò: arte novella, che mai non fu. E disse il lettore: io vidi colui che prima la trovò e fece, e favellaigli” (27). Quindi non solo il buon domenicano comunicò in occasione della predica che gli occhiali, ancora sconosciuti a Firenze, erano stati inventati circa venti anni prima, ma asserì anche che la loro creazione era avvenuta da pochissimo tempo. Un’affermazione che suggerisce che per gli uomini di quell’epoca venti anni dovevano essere considerati un periodo di tempo breve, e che si trattava quindi di un’invenzione recente.

 

Poiché ignoravamo se il domenicano fosse stato il primo a commentare quell’invenzione, per maggiormente avvalorare l’affermazione della Prof. Frugoni, si rendeva necessaria da parte nostra un’ulteriore indagine per verificare se altrove fossero già presenti tracce credibili dell’esistenza degli occhiali nei 15-20 anni precedenti alla sua relazione. Abbiamo potuto pertanto appurare l’esistenza a Venezia di due documenti in tal senso, risalenti al 1300 e al 1301. Mentre la regolazione 1301 è la prima a parlare espressamente di lenti in vetro, quella del 1300 descrive lenti in cristallo da porre vicino agli occhi vietando la produzione di prodotti contraffatti con vetro trasparente. Poiché questo ultimo regolamento attesta di essere una copia di un regolamento corporativo risalente al 1284, data che risulta in sintonia con la datazione del nostro dominicano, i due documenti costituiscono una duplice prova riguardante la pratica d’uso con 15-20 anni di ritardo rispetto all’ideazione (28).

 

Risulta pertanto ovvio, dato che i primi documenti sui Trionfi appartengono agli anni '40 del Quattrocento, ricercarne la loro creazione 20/25 e più anni addietro. 

 

Occorre infatti considerare il tempo necessario affinché questo gioco acquisisse una tale popolarità da divenire oggetto di realizzazione artistica miniata presso le corti. Fra gli altri, su questo aspetto sono concordi con lo scrivente il Prof. Rolando Dondarini, docente di storia medievale all’Università di Bologna, il Prof. Paolo Aldo Rossi, storico dei Tarocchi e docente di storia del pensiero scientifico all'Università di Genova e il Prof. Franco Cardini, uno dei nostri più illustri medievisti. Inoltre il loro contenuto deve essere messo in relazione con i contesti culturali del tempo, un contenuto che, nello specifico, viene fatto risalire dal Prof. Cardini alla fine del Trecento o inizi Quattrocento.

 

Nella medesima epoca in cui apparvero i primi Trionfi miniati (1442), carte simili ma di fattura popolare erano d'altronde già utilizzate a Bologna dalla gente comune, testimoniando una pratica presente da tempo nella città (29). 

 

Sulla data ipotetica di nascita del gioco così scrivono, fra l'altro, R. Decker, T. Depaulis e M. Dummett, importanti storici dei Tarocchi, nel volume A wicked pack of cards. The origin of the Occult Tarot: "A lower bound for the date of the invention is harder to determine. It probably occurred around 1425; the earliest date with any claim to be plausible would be 1410" (30). In pratica essi suppongono che l'ideazione del gioco fosse avvenuta intorno al 1425, ponendo come limite massimo il 1410, epoca che vede il nostro Principe a Bologna.

 

Se l’autore delle scritte nel quadro avesse menzionato l'esistenza del Principe in date più tarde o precedenti di diversi decenni rispetto a quella che noi conosciamo come realistica della nascita del gioco dei Trionfi - il periodo fra il 1410 e il 1420 - avremmo subito compreso che si sarebbe trattato di un tipo di operazione concepita per mettere in forte evidenza il ruolo di questa Famiglia, data la grande popolarità di quelle carte da gioco nella Bologna Seicentesca.

 

È stato per un puro caso che l’autore delle scritte abbia indicato come ideatore di quel gioco il Principe Fibbia vivente in Bologna proprio negli anni in cui oggi noi sappiamo essere stato ideato il gioco dei Trionfi? Si è trattato di un ‘azzeccarci’ inconsapevole volendo promuovere l’immagine della propria famiglia, o forse è più plausibile che egli sia venuto in possesso di un documento antico che ha riportato, consapevole che ciò avrebbe arrecato anche prestigio alla famiglia? Parlare di una coincidenza sarebbe davvero improponibile!

 

Per di più Francesco Fibbia visse in un periodo storico che vide l’inizio della costruzione della Basilica di San Petronio (1390) e della Cappella Bolognini (1400-1420) in cui esiste quell'immagine dell’Appeso che fu adottata dai Trionfi per rappresentare la figura del Traditore. Inoltre la Cappella in questione venne intitolata ai Magi, i quali da sempre sono raffigurati nella carta della Stella del Tarocco Bolognese, assieme a quel diavolo gastrocefalo, troneggiante al centro dell’Inferno, che ritroviamo nell’iconografia degli antichi Tarocchi Bolognesi. 

 

Per un'ulteriore analisi riguardante il Principe Fibbia e la nostra ipotesi sui primi Trionfi da lui ideati, si legga l'Addenda inserita nel saggio L'Ordine dei Trionfi. 


Note

1 - La creazione del Tarocchino avvenne verso la metà del Cinquecento quando i Bolognesi, per snellire le partite, tolsero diverse carte dal mazzo composto da 78 carte restringendo il loro numero a 62.

2 - L’opera venne stampata a Roma nel 1590.
3 - Ibidem, p. 95

4 - Ibidem, p. 97

5 - Ibidem, p. 107

6 - Ibidem, p. 105

7 - Adolfo Cavazza, Notizie intorno alle Famiglie Fibbia, Fabri, D’Arco, Fava e Pallavicini, Bologna, 1901, pp. 7-8.
8 - Ibidem, p. 11.
9 - Scipione Pompeo Dolfi, Cronologia delle Famiglie Nobili di Bologna, 1670, p. 320.
10 - Lodovico Montefani, Famiglie Bolognesi, Bologna, Biblioteca Universitaria, ms. n. 34, c. 33.

11 - Cfr: Gio. Nicolò Pasquali Alidosi, DelliAntiani Consoli di Bologna, e Confalonieri di Giustitia della Città di Bologna, Libro Quinto, In Bologna, Per Sebastiano Bonomi, 1621.

12 - Bologna, Archivio di Stato, Fondo Archivistico Fibbia-Fabbri, Alberi di Famiglia, Busta 1.
13 - Questo testamento fu stampato dal manoscritto originale dalla ex Tip. Longhi di Bologna nel 1764. Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, 17 Biografie storiche - Testamenti, Cap. I, n. 12.
14 - Bologna, Biblioteca Archiginnasio, coll.32.E.10. La morte del Principe è datata in questo documento al 1399.

15 - Collezione Giuliano Crippa, Milano. 

16 - Bologna, Biblioteca dell’Archiginnasio, Carte da Gioco, 16.Q.V.23.
17 - Flavio Alberto Lollio, Invettiva di M. Alberto Lollio Academico Philareto contra il Giuoco del Tarocco, Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara, ms. CL I, 257.

18 - Ibidem, vv. 205-226. L’intera Invettiva è stata riportata da Girolamo Zorli nel suo sito www.tretre.it al link http://www.tretre.it/uploads/media/LOLLIO__IMPERIALI_-_INVETTIVA_e_RISPOSTA_-_FE1554.pdf

19 - Si leggano i nostri saggi Il significato della parola ‘Tarocco, Tarocco sta per Matto, Dell’Etimo Tarocco.

20 - Michael Dummett, Il Mondo e l'Angelo, Napoli, 1993, p. 224.

21 - Giuseppe Maria Buini, L’Dsgrazi d’Bertuldin dala Zena, Miss in rima da Gioseff Mari Buini Accademic dal Tridell d' Bulogna. Accademic Dal Tridell D’Bulogna. Con le Osservazioni, e Spiegazioni dei Vocabili, ò termini Bolognesi del Conservatore della Società de’ Signori Filopatrij di Bologna, Bologna, Per Costantino Pisarri sotto le Scuole all'insegna di S. Michele, 1736.

22 - Ibidem, p. 98. Per completezza d’informazione riportiamo la strofa XXXII e quanto il Buini chiarisce nelle sue Osservazioni in riferimento a detta strofa:

 

Canto Primo - XXXII

 

In quell mentr, ch’j asptavn’, ch’s’amanvass,

      Dù zugavn’ di stanza a taruchin,

      E dù altr’ a caplett’ in s’un tavlin,

      E dù a batt’ mur, e un d’lor stava a spass,

      Ch’ s’ i truvavn del lit, al sentenziava,

      E tutt’ l differenzi l’accumdava. (p. 9)

 

Osservazioni al Canto Primo - XXXII

 

v.1. Ammanvass - Che restasse ammanito, ed approntato, manibus  aptatum prandium, direbbersi latinamente.

v. 2 Di stanza - Specie di gioco pres[s]o noi usitata, che si fa con le carte dei Tarrocchini, gioco inventato dalla studiosa mente dei Bolognesi, del quale Gregor. Tolos. Syntag. Jur. Lib.30. cap.4. num.11 disse trovarvisi dentro semi di buon fine, e di scelta erudizione, e il Ginerlberti ne scrisse la Storia, ed origine facendo vedere, che i Tarrocchini non sono altro, se non se la tragica faccenda de’ Geremei Guelfi, e Lambertazzi Ghibellini, così il Valdemusi da Prusilio ne distese la varia natura” (p. 98).

v. 3. A Caplett - Gioco vigliacco affatto, e di mera fortuna detto cosi dal chiudersi in un capello diversi quattrini di rame di nostro conio; uno de' giocatori chiama lettera, e l’ altro lione, che sono le cose in quelli improntate, rovesciato poi il capello, vince chi ha indovinato l’una, o l'altra delle apparenze chiamate. Se non fosse, che i soli Birrichini [nullatenenti e questuanti], e Filatoglieri vi giocano, ragazzi di niun conto, e per i soli stessi quattrini, certo che il gioco sarebbe affatto proibito, essendo una specie di Bassetta. (p. 98)

v. 4. A batt mur - Questo è pure gioco vile, mentre per le strade usasi con battere una delle monete suddette nel muro, quale dee battersi con tale artifìcio, che caduta a terra si accosti alla moneta, che l’ altro prima nella stessa maniera gittò a terra, quanto è la lunghezza d' una misura fra le parti convenuta (p.99).

 v. 4. A spass - Senza impiego, ozioso, e che stava a vedere gli accidenti, che ai compagni occorrevano. (p. 99).

23 - Petro Gregorio, Tertia ac postrema Syntagmatis Juris Universi Pars, Pars III, Liber XXXIX (contrariamente al citato XXX nel Buini), Cap. 4, n.11 (Ludi foliorum qui innoxj, & ludi & lusoris mala), Lugduni, Apud Antonium Gryphium, M.D.LXXXII. [1582].

24 - Ibidem, p. 818.

25- Si veda nota 20, Ossevazioni al Canto Primo, XXXII, v. 2.

26 - Si legga il nostro saggio Bologna e l’Invenzione dei Trionfi

27 - Chiara Frugoni, Medioevo sul naso. Occhiali, bottoni e altre invenzioni medievali, Roma, Laterza, 2001, Cap. I p. 3. Cfr: Giordano da Pisa, Quaresimale fiorentino 1305-1306, edizione critica a cura di C. Delcorno, Sansoni, Firenze, 1974, Predica XV (23 febbraio 1305), p. 75.

28 - Vincent Ilardi, Renaissance Vision from Spectacles to Telescopes, Philadelphia 2007, pp. 8-9, online al link http://books.google.com/books?id=peIL7hVQUmwC&printsec=frontcover&source=gbs_ge_summary_r&cad=0#v=onepage&q&f=false Siamo grati a Prof. Michael S. Howard, socio della nostra Associazione, per questa informazione.

29 -  Si veda al riguardo il saggio Bologna e l'invenzione dei Trionfi

30 - Londra, Duckworth, 1996, p.27. 

 

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