Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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L'Imperatore

 

Saggio di Andrea Vitali, 1995

 

Il potere dell’Imperatore, da estendere anche alla figura del Re, si manifestava come un’immagine di Dio e faceva riferimento alla corte celeste, modello delle corti terrene. Assecondando il concetto d’identità Macrocosmo – Microcosmo, la gerarchia terrena doveva imitare la Celeste, prevedendo quindi un capo con una schiera di personaggi a lui sottostanti dotati di un potere ovviamente inferiore. Nei commentari dei Salmi come nell’apparato illustrativo del Salterio, l’immagine di Davide, modello del sovrano con i suoi poteri sacri simboleggiati dall’arpa che egli suona per creare un ordine musicale, diffonde un immaginario regale il cui testimone è stato raccolto dai Re della terra, novelli Davide che creano sulla terra una sacra armonia mediante il loro governo.

 

Venezia, a partire dalla pace del 1177 viene raffigurata in pittura con i tratti della Vergine dell’Incoronazione.

 

 Ovviamente, come la storia ci ha insegnato, anche se il potere del sovrano era considerato derivato dall’alto, non tutti gli Imperatori o Re si comportavano di conseguenza. Numerosi furono gli insegnamenti espressi da dotti sul giusto e corretto comportamento che ogni sovrano doveva adottare e fra questi Innocenzo Ringhieri che nel 1551 così scrive al riguardo:

 

“Se gli è vero che il legittimo, giusto, & savio Re, nato per dominare gli altri, & reali Donne, debba per ragioni di maggioranza esser venerando a’ tutti, & a’ Suditi un chiarissimo essempio   d’ogni virtù, che qualunque nella strada del ben’oprar’indirizzi, & con ottime leggi la norma del vivere honesto insegni, dando dovunque bisognano & guiderdoni, & gastighi, come potranno dir coloro che per odio ò per invidia a torto di molte mende v’incolpano, che dentro al vostro petto un Re sapientissimo non alberghi: pietoso, prudente, & giustissimo, che venerabili nel cospetto di tutti coloro che v’osservano, & amano non vi renda: & quinci ne dia legge scorgendo al difficile, & faticoso calle d’ogni virtù, i vostri fedeli, & seguaci ad ogni atto lodevole sempre invitando, & la lor vita ottimamente reggendo, a questi del ben servire il guiderdone, & a quegli la pena della inubbidienza, & del temerario loro ordire imponendo, cose tutte che degne di grandissima reverenza vi dimostrano, & se colui è nato Re per l’opinione de savi, che regger potrebbe gli altri, & se stesso, avvenga che in effetto reame non posseda, con tanta saviezza da lacciuoli in ogni parte tesi, & dall’amorose insidie con tanta discretezza, & tanto avvedimento guardandovi, & tanti cuori con un solo sguardo accendendo, & affrenando possi dire forse con vero, che in voi non siano qualitadi, e conditioni Reali […]” (1).

 

(Libera traduzione:  "Se è vero che il legittimo, giusto, e saggio Re, nato per dominare gli altri e le reali donne, per il motivo di essere il maggiore debba essere venerato da tutti, chiaro esempio di ogni virtù per i sudditi, indirizzando ognuno a operare sulla strada del bene, e insegnando con ottime leggi il comportamento per vivere onestamente, dando, quando e laddove occorra, compensi e castighi, come potranno affermare ingiustamente coloro che a causa dell’odio o dell’invidia e che vi incolpano per le loro molte pecche, che nel vostro cuore non dimori un Re sapientissimo? Pietoso, prudente e giustissimo: atteggiamenti che vi rendano degno di venerazione alla presenza degli altri che vi osservano e vi amano, e promulgando leggi laddove esistono complicazioni atte a superarle, sostenendo le vie faticose delle virtù, sempre invitando i vostri fedeli e seguaci a comportarsi lodevolmente e governando la loro vita, a questi ultimi dare il compenso per il loro ben servire, e agli altri imponendo la pena per la loro disubbidienza e per il loro temerario osare contro di voi, queste sono tutte qualità che dimostreranno che voi siete degno di grandissima reverenza. E se colui che è nato Re per l’opinione dei Saggi, in grado di reggere gli altri e sé stesso, non avesse alcun reame, usando tanta saggezza attraverso i propri rapporti e tanta discretezza nelle insidie amorose, e stando bene in guardia nell’operare, infiammando nel contempo tanti cuori col solo vostro sguardo, nell’eventualità voi non vi comportaste in tal modo, allora si potrebbe forse dire, non a torto, che in voi non esistono qualità e condizioni reali”).

 

Fra le prerogative di ogni imperatore che aveva ricevuto il comando per volere divino, il rapporto con le valenze simboliche positive dell’aquila era sempre messo in primo piano: fra queste la capacità di vedere oltre, di essere cioè un illuminato, in qualche modo un chiaro-veggente, qualità attribuite infatti al rapace.


Nel Bestiaire di Philippe de Thaün del 1126 si leggono questi versi sull'aquila:

 

"Aigle est reis de oisels, 

Mult mustre essamples bels. 

En latine raisun 

Clear-veant l'apelum, 

Kar le soleil verat 

Quant il plus clers serat,

Tant dreit l'esguarderat 

Ja l' oil ne cillerat; ecc"  (2).

 

(L'aquila è la regina degli uccelli; essa mostra un esempio molto bello. Giustamente in latino la chiamiamo “chiaro-veggente”, perché guarda il sole quando è più luminoso e sebbene lo guardi fissamente, tuttavia non distoglie lo sguardo, etc.).


Il Fisiologo latino (versio bis, VIII), risalente secondo alcuni studiosi all’età di Carlo Magno, riporta l'etimologia fantasiosa attribuita al termine aquila da Isidoro “Aquila ab acumine oculorum vocata” (L'aquila e chiamata cosi dall'acutezza dei suoi occhi):

 

“Essa ha una vista cosi acuta che quando plana sul mare con le ali immobili, invisibile agli occhi umani (nec humanis pateat obtutibus), è capace di scorgere da cosi grande altezza i pesciolini che nuotano, allora, scendendo fulminea, afferra la preda e con un colpo d’ala la trascina fino alla riva. Si dice che essa non distolga lo sguardo davanti ai raggi del sole e che sottoponga anche i suoi piccoli, appesi ai suoi artigli, a quella prova: quelli che sono capaci di guardare fissamente il sole, li giudica degni della stirpe delle aquile e li trattiene, invece gli altri che volgono altrove lo sguardo, li lascia cadere, come degeneri” (3).

 

Qui il simbolismo dell’aquila si rapporta alla capacità dell’Imperatore di vedere oltre, alla facoltà che quest’ultimo possiede di scorgere “da lontano” le necessità del suo regno e inoltre alle sue capacità di scelta nell’individuare quanto mantenere e quanto estirpare per il bene del suo popolo.

 

I tutti i mazzi di tarocchi miniati Visconti e Visconti-Sforza, l'aquila (4) appare sul copricapo dell'Imperatore, che tiene in mano i consueti segni di comando, il globo e lo scettro:

 

- Visconti di Modrone, in possesso della Cary Collection of Playing Cards presso la Beinecke Library della Yale University,  New Haven  (figura 1)

- Brera-Brambilla, ora alla Galleria Brera di Milano, (figura 2)

- Colleoni-Baglioni, presso l’Accademia di Belle Arti, Carrara (figura 3)  (5)

 

L’aquila appare inoltre sullo scudo del cosiddetto Foglio Cary di inizio sec. XVI, (figura 4) e in foglio di tarocchi, probabilmente ferrarese, presente presso il Museo di Belle Arti di Budapest, riprodotto da Stuart S. Kaplan nel secondo volume della sua Enciclopedia dei Tarocchi (6) (figura 5 – Da sinistra e dall’alto: Carro, Torre, Ruota di Fortuna, Morte, Diavolo / Imperatore, Papa, Imperatrice, Papessa, Matto). L’aquila sullo scudo è anche una caratteristica dei cosiddetti Tarocchi di Marsiglia, a partire dal sec. XVII.

 

Nei Tarocchi di Carlo VI l’Imperatore, seduto, ha al suo fianco due paggetti. Sulla testa porta una corona, espressione di un simbolismo cosmico e tiene nelle mani lo scettro che culmina con un giglio e il globo aureo (figura 6). Il bastone del comando, presente in numerose narrazioni veterotestamentarie, era utilizzato nell’antichità da tutti i dignitari di alto rango. Lo scettro, in quanto riduzione fisica di tale bastone, per la sua posizione verticale se da un lato simboleggia l’uomo in quanto tale e la superiorità di colui che lo indossa rispetto agli altri, dall’altro indica che il potere ricevuto dall’alto lo qualifica quale mediatore fra la terra e il cielo. Corona e scettro rappresentano quindi gli emblemi del sovrano stesso.

 

Il globo, per la sua sfericità che la collega al simbolo del cerchio e quindi dell’infinito, lo si trova spesso nelle mani di Dio (figura 7 - Albrecht Dürer, Il Settimo Giorno della Creazione, xilografia da Liber Chronicarum, 1493) o del Cristo per essere in seguito attribuito a tutti i Sovrani della terra (figura 8 - Michael Wohlgemut, Cambise, xilografia da Liber Chronicarum, 1494). Il globo si manifesta pertanto quale simbolo del regno che l'Imperatore governa.


La presenza del giglio nella carta di Carlo VI, non testimonia che fosse stato raffigurato un imperatore francese, in quanto tale fiore fu largamente adottato nell’araldica europea, anche se la sua origine è da far risalire al cosiddetto Giglio di Francia. Il suo significato araldico appare infatti di varia natura. Se da un lato il fiore, per il suo colore, rappresenta la purezza, il candore dell’animo, l’onestà e conseguentemente la rettitudine, dall’altro può divenire rappresentazione dell’abbandonarsi alla volontà divina, cioè alla Provvidenza che sopperisce ai bisogni dei suoi eletti, così come troviamo nella tradizione biblica in Matteo (6, 28): “Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano, eppure abbandonato nelle mani di Dio, il giglio viene adornato meglio di Salomone in tutta la sua gloria”.


Nella carta di Carlo VI - come in qualsiasi altra raffigurazione legata a personaggi di potere dove il giglio è presente - tale fiore rappresentava le peculiarità proprie del sovrano che, come abbiamo visto, consistevano nella purezza e nell’onestà delle sue azioni e delle finalità a cui il suo governa attendeva, oltre alla dimostrazione che il popolo non sarebbe mai stato abbandonato a se stesso, ma continuamente aiutato dall’Imperatore che avrebbe sopperito ai suoi bisogni nei momenti problematici dell’esistenza.


La figura dell’Imperator nella carta dei Tarocchi del Mantegna (figura 9) e in quella in cui l’Imperatore Teodosio è raffigurato assieme a Papa Paolo II nel codice manoscritto Costituzioni dello studio Bolognese (7), mutuata dalla carta di tarocchi precedente, appare con i piedi incrociati (figura 10). Si tratta di un atteggiamento non particolarmente consueto, ma che si configura come segno esteriore di sicurezza e giusta valutazione, adottato in particolar modo dai magistrati nell'atto di emettere le sentenze, come troviamo nel Sachsenspiegel di Dresda di cui il Van Rijnberk fece ampia disamina (8). 


L’immagine dell’Imperatore non subì sostanziali modifiche nella produzione successiva al sec. XVI, conformandosi l’iconografia con gli attributi dello scettro, del globo e dello scudo con l’aquila. In alcuni casi, come nel Tarocco Vieville il globo si trova posizionato in cima allo scettro, su cui spicca una croce (figura 11).


La croce, come doppia congiunzione di punti diametralmente opposti rappresenta il simbolo dell’unità degli estremi - ad esempio il cielo e la terra -, della sintesi e della misura. In essa si congiungono il tempo e lo spazio e per questo divenne, ancor prima di Cristo, il simbolo più universale della mediazione, del mediatore. La croce diviene emblema dell’Imperatore per la sua prerogativa di mediatore fra Dio e gli uomini, in quanto detentore di un potere temporale assunto per volere divino.


Nei Tarocchi del Wirth l’Imperatore siede su un trono cubico dove è impressa la figura dell’aquila (figura 12). Molti troni possedevano tale struttura in quanto essendo un “quadrato del quadrato ha, nell’ordine dei volumi, lo stesso significato che il quadrato ha nell’ordine delle superfici; rappresenta il mondo materiale e l’insieme dei quattro elementi e, per il suo saldo equilibrio, è stato assunto a simbolo di stabilità” (9). 


Per il Wirth il trono cubico è l’unico che non può venire rovesciato in quanto la sua stabilità deriva dalla forma geometrica attribuita dagli Alchimisti alla Pietra Filosofale.

 

Note

 

1 - Innocentio Ringhieri, Cento giuochi liberali, et d’ingegno, Libro Nono, dal “Giuoco del Re, tratto dal giuoco delle carte”, In Bologna, Per Anselmo Giaccarelli, M.D.LI [1551], pp. 131v- 132r.

2 Le Bestiairie de Philippe de Thaün, Texte Critique publié avec Introduction, Notes et  Glossaire par Emmanuel Walberg,  Lund, E. Malmström, 1900, vv. 2013 -2020,  p. 74.

3 - Francesco Maspero - Aldo Granata, Bestiario Medievale, Casale Monferrato, Piemme, 1999, p. 70.

4Sull’aquila, simbolo ascensionale, segno di potere esclusivo esercitato dall’alto e su altre sue valenze simboliche attribuite alle persone di comando, si veda quanto scritto in riferimento alla medesima presenza del rapace nella carta dell’Imperatrice.

5 - Una copia di questa ultima carta, datata fine XV secolo, si trova presso il Museo Fournier de Naipes (Museo Fournier di Carte da Gioco) a Vittoria, Spagna.

6 - Stuart R. Kaplan, Encyclopedia of Tarot, Vol. 2, Cincinnati, U.S. Games Systems, 1984, p. 276.

7Cod. ms. 40, Archivio di Stato, Bologna.

8 Gérard van Rijnberk, Le Tarot. Histoire, Iconographie, Esotérisme,  Edition de la Maisnie, Paris, 1947, pp. 108-113.

9Jean Chevalier - Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, Primo Volume, Milano, Bur, 1987, p. 358.

 

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