Saggi di Andrea Vitali

L'Imperatore

 

Fra le prerogative di ogni imperatore che aveva ricevuto il comando per volere divino, il rapporto con le valenze simboliche positive dell’aquila era sempre messo in primo piano: fra queste la capacità di vedere oltre, di essere cioè un illuminato, in qualche modo un chiaro-veggente, qualità attribuite infatti al rapace.
Nel Bestiaire di Philippe de Thaon (pp. 2013 e ss.) del 1126 si leggono questi versi sull'aquila: "Egle est rei de oisel, / mult mustre essample bel. / En latine raisun / «clear-veant» apellum, / kar le solail verat / quant il plus cler serat, / tant dreit le esguarderat / ja le oil ne cillerat, ecc" . (L'aquila è la regina degli uccelli; essa mostra un esempio molto bello. Giustamente in latino la chiamiamo “chiaro-veggente”, perché guarda il sole quando è più luminoso e sebbene lo guardi fissamente, tuttavia non distoglie lo sguardo, etc.).
Il Fisiologo latino (versio BIs, VIII), risalente secondo alcuni studiosi all’età di Carlo Magno, riporta l'etimologia fantasiosa attribuita al termine aquila da Isidoro “Aquila ab acumine oculorum vocata” (L'aquila e chiamata cosi dall'acutezza dei suoi occhi): “Essa ha una vista cosi acuta che quando plana sul mare con le ali immobili, invisibile agli occhi umani (nec humanis pateat obtutibus), è capace di scorgere da cosi grande altezza i pesciolini che nuotano, allora, scendendo fulminea, afferra la preda e con un colpo d’ala la trascina fino alla riva. Si dice che essa non distolga lo sguardo davanti ai raggi del sole e che sottoponga anche i suoi piccoli, appesi ai suoi artigli, a quella prova: quelli che sono capaci di guardare fissamente il sole, li giudica degni della stirpe delle aquile e li trattiene, invece gli altri che volgono altrove lo sguardo, li lascia cadere, come degeneri”. Qui il simbolismo dell’aquila si rapporta alla capacità dell’Imperatore di vedere oltre, alla facoltà che quest’ultimo possiede di scorgere “da lontano” le necessità del suo regno e inoltre alle sue capacità di scelta nell’individuare quanto mantenere e quanto estirpare per il bene del suo popolo.
L’aquila appare nei Tarocchi Visconti Sforza di Yale sul copricapo dell’Imperatore che tiene in mano gli usuali segni del comando, la sfera e lo scettro (figura 1), mentre nella maggior parte della produzione di tarocchi successiva la si trova impressa sullo scudo imperiale.
Sull’aquila, simbolo ascensionale, segno di potere esclusivo esercitato dall’alto e su altre sue valenze simboliche attribuite alle persone di comando, si veda quanto scritto in riferimento alla medesima presenza del rapace nella carta dell’Imperatrice.
Nei Tarocchi di Carlo VI l’Imperatore, seduto, ha al suo fianco due paggetti e tiene nelle mani lo scettro che culmina con un giglio e il globo aureo (figura 2). Il bastone del comando, presente in numerose narrazioni veterotestamentarie, era utilizzato nell’antichità da tutti i dignitari di alto rango. Il globo, per la sua sfericità che la collega al simbolo del cerchio e quindi dell’infinito, lo si trova spesso nelle mani di Dio (figura 3 - Albrecht Dürer, Il Settimo Giorno della Creazione, xilografia da Liber Chronicarum, 1493) o del Cristo per essere in seguito attribuito a tutti i Sovrani della terra (figura 4 - Michael Wohlgemut, Cambise, xilografia da Liber Chronicarum, 1494).
La presenza del giglio nella carta di Carlo VI, non testimonia che fosse stato raffigurato un imperatore francese, in quanto tale fiore fu largamente adottato nell’araldica europea, anche se la sua origine è da far risalire al cosiddetto Giglio di Francia. Il suo significato araldico appare infatti di varia natura. Se da un lato il fiore, per il suo colore, rappresenta la purezza, il candore dell’animo, l’onestà e conseguentemente la rettitudine, dall’altro può divenire rappresentazione dell’abbandonarsi alla volontà divina, cioè alla Provvidenza che sopperisce ai bisogni dei suoi eletti, così come troviamo nella tradizione biblica in Matteo (6, 28): “Osservate come crescono i gigli del campo; non lavorano e non filano, eppure abbandonato nelle mani di Dio, il giglio viene adornato meglio di Salomone in tutta la sua gloria”.
Nella carta di Carlo VI - come in qualsiasi altra raffigurazione legata a personaggi di potere dove il giglio è presente - tale fiore rappresentava le peculiarità proprie del sovrano che, come abbiamo visto, consistevano nella purezza e nell’onestà delle sue azioni e delle finalità a cui il suo governa attendeva, oltre alla dimostrazione che il popolo non sarebbe mai stato abbandonato a se stesso, ma continuamente aiutato dall’Imperatore che avrebbe sopperito ai suoi bisogni nei momenti problematici dell’esistenza.
La figura dell’Imperator nella carta dei Tarocchi del Mantegna (figura 5) e in quella in cui l’Imperatore Teodosio è raffigurato assieme a Papa Paolo II (Costituzioni dello studio Bolognese, cod. ms. 40, Archivio di Stato, Bologna), mutuata dalla carta di tarocchi precedente, appare con i piedi incrociati (figura 6).  Si tratta di un atteggiamento non particolarmente consueto, ma che si configura come segno esteriore di sicurezza e giusta valutazione, adottato in particolar modo dai magistrati nell'atto di emettere le sentenze, come troviamo nel Sachsenspiegel di Dresda di cui il Van Rijmberk fece ampia disamina (Le Tarot. Histoire, Iconographie, Esotérisme, 1947, pp. 108-113).
L’immagine dell’Imperatore non subì sostanziali modifiche nella produzione successiva al sec. XVI, conformandosi l’iconografia con gli attributi dello scettro, del globo e dello scudo con l’aquila. In alcuni casi, come nel Tarocco Vieville il globo si trova posizionato in cima allo scettro, su cui spicca una croce (figura 7).
La croce, come doppia congiunzione di punti diametralmente opposti rappresenta il simbolo dell’unità degli estremi - ad esempio il cielo e la terra -, della sintesi e della misura. In essa si congiungono il tempo e lo spazio e per questo divenne, ancor prima di Cristo, il simbolo più universale della mediazione, del mediatore. La croce diviene emblema dell’Imperatore per la sua prerogativa di mediatore fra Dio e gli uomini, in quanto detentore di un potere temporale assunto per volere divino.
Nei Tarocchi del Wirth l’Imperatore siede su un trono cubico dove è impressa la figura dell’aquila (figura 8). Molti troni possedevano tale struttura in quanto essendo un “quadrato nel quadrato ha, nell’ordine dei volumi, lo stesso significato che il quadrato ha nell’ordine delle superfici; rappresenta il mondo materiale e l’insieme dei quattro elementi e, per il suo saldo equilibrio, è stato assunto a simbolo di stabilità” (Jean Chevalier - Alain Gheerbrant, Dizionario dei Simboli, 1986, pag. 358).
Per il Wirth il trono cubico è l’unico che non può venire rovesciato in quanto la sua stabilità deriva dalla forma geometrica attribuita dagli Alchimisti alla Pietra Filosofale.

 

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