Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

IL Giuoco di Fortuna di Guido Casoni - 1622

Giocare a tarocchi con la fortuna

 

Saggio di Andrea Vitali, ottobre 2020

 

Il poeta e scrittore Guido Casoni (Serravalle, 1561-1642) considerato uno dei grandi della letteratura italiana tanto che in vita venne additato come “uno de’ principali letterati de’ nostri giorni” (1), diede alle stampe a Venezia nel 1622 la commedia Il giuoco di fortuna (2).

 

Nel Prologo l’autore tuttavia dichiara, rivolgendosi agli spettatori-lettori che “quì non si recita, ma si giuoca […] questo nostro giuoco sarà giuoco di carte, ma di carte dipinte per giuoco dell’Autore”. Nello stesso Prologo spiega di cosa si tratta: di un gioco che si fa con la fortuna la quale venne dagli Antichi considerata onnipossente, virile, donatrice delle ricchezze e degli onori e, al pari, dispensatrice delle miserie umane. Un gioco che può finire solo con la morte. Per vincere, occorre che l’uomo faccia ricorso alle virtù, le sole in grado di farla cedere e quindi di sopraffarla. Le carte, continua il Casoni, verranno poste sul tavolo affinché tutti le vedano, rivestite di riso e di pianto assieme, attraverso il racconto di naufragi, i quali saranno forieri di giovamento, di incendi che faranno risorgere la vita, di servitù che darà occasione di gioire, di amori che daranno una felicissima vita. Quando il gioco sembrerà perduto, ecco allora che con somma meraviglia lo si vedrà vinto con grande gioia dei vincitori.

 

Si tratta di un gioco che svolge una funzione importante, quella di far ricordare, attraverso i personaggi e le vicende in cui incorrono, i principi fondamentali dell’esistenza, del gran teatro del mondo, come d’altronde era il gioco dei tarocchi, un grande affresco mnemonico teso a insegnare, attraverso l’uso ludico, i valori cristiani della Scala Mistica secondo il concetto “Ludendo Intelligo” (3).

 

Come ha giustamente osservato Pasquale Guaragnella (4), la commedia del Casoni si presenta come “un gioco di tarocchi”, dove ciascuna carta-personaggio svolge un preciso ruolo, teso alla vittoria finale contro la fortuna.

 

Ma veniamo alla trama, che inizia con una famiglia di Pistoia, che potremmo equiparare a un mazzo di carte ancora accorpate, la quale a causa di lotte intestine fra le più diverse fazioni che incendiavano la città, decide di lasciare la casa. Durante il viaggio s’imbattono in una tempesta che fa naufragare il vascello su cui si erano imbarcati il padre Tersandro, la moglie Onoria, la figlia Florimena e il servo Orifilo. Riusciti a salvarsi, gettati sull’isola di Minorca, incappano in ulteriori “avventurose disavventire”: la figlia e il servo vengono catturati da corsari e condotti come schiavi a Tunisi; Tersandro, che ha subito la stessa sorte, viene liberato quasi subito da una galea napoletana, mentre Onoria, nell’assistere dalla riva a tanta sciagura, si getta in mare per suicidarsi, venendo creduta morta da Tersandro per lungo tempo.

 

Nel proseguo, ritroviamo Tersandro confessare al nuovo servo Eurillo il suo amore per una giovane di nome Florimena, lo stesso della figlia, combattuto fra il ricordo della moglie perduta e di una possibile se non probabile nuova perdita, quella della ragione dato che si era infatuato di una giovane. Un dialogo che dà la possibilità all’autore di disquisire sulla virtù della Prudenza, quale lume, faro per la ragione e nel contempo, attraverso il racconto da parte di Eurillo della propria vita, di mettere in luce il carattere del servo.

 

Figlio del Signore dell’isola perduta, racconta Eurillo, abbandonata dopo che il padre aveva perso l’isola in guerra, incontrò una donna sola e smarrita, da intendersi come una prostituta, dalla quale ebbe la bellezza di sei figlie. Al pari della moglie, con il tempo tutte queste si perdettero. Nonostante tali funeste vicende, dichiarò, che egli non si era mai perduto e che mai si sarebbe perso. Una storia risibile, ovviamente, volta solo a incoraggiare Tersandro per fargli superare il momento, e che si contrappone con la sua falsità, con la sua essere stata inventata, alla veridicità di una vicenda al contrario vera e lacrimevole, suscitando un riso che, contrapponendosi al pianto, designano la scena del “gran teatro del mondo”. Riso e pianto.

 

Intanto Onoria, moglie di Tersandro, racconta alla serva Diligenza di aver vissuto, dopo il vano tentativo di suicidio, su un’isola dove il mare l’aveva gettata, vivendo in una grotta  e di essere poi salita sulla cima di un alto monte per rendersi conto del luogo ove si trovava. Un’ascesa che si manifesta come una procedura dell’arte della memoria: “dalla cima di un monte si contempla il teatro ‘mirabile’ del mondo per ricomporre il proprio interno” (5).

 

Dopo essersi resa conto che l’isola era quella di Minorca, ritornata nella grotta si accorse di una porta ricoperta d’edera. Una volta entrata, vide un sepolcro, quello di un mago di nome Eurimidonte, re delle Baleari, sulla cui lastra tombale era scritto che alla sconsolata abitatrice della grotta venivano offerte gemme preziose con l’invito a recarsi a Napoli per recuperare le cose perdute. 

 

La scena seguente vede un giovane di nome Artemidoro dialogare con il proprio servo Capovano, il cui nome già identifica il carattere del personaggio. Il primo racconta del suo amore infelice per Florimena che egli crede essere sua sorella, e di come l’Amore malefici i cuori, valutandolo al pari di un freddo veleno. Cosa impossibile per Capovano, la cui replica sottolinea come l’Amore, essendo fuoco, non può essere freddo e che il mondo, essendo nel contempo maschio e femmina, innamorandosi di sé stesso ingravida e partorisce.

 

Un nuovo personaggio entra in scena, quello di Vagoamoroso, un narcisista sempre in viaggio per soddisfare tutte le donne che, secondo il suo parere, non potevano resistere al suo straordinario fascino, stimato per matto dal suo servo Orifilo, proprio da colui che un tempo era al servizio di Tersandro e Onoria. Uno spostarsi continuamente da un luogo all’altro che fa dire allo stesso servo, ironicamente, che tali mutazioni piacevano anche al Sole che cambiava sovente ‘albergo, pigliando casa a pigione ogni mese”.

 

Ma passiamo a Florimena e a Artemidoro, entrambi infelicemente innamorati l’una dell’altro, reputando di essere fratelli. Lui il Sole e lei la Luna, astro infelice perché la volontà del padre la vuole sposa al vecchio Tersandro. Così dialogano:

 

Flor. Ben dissi infelice, che l'anima mia non ha volere, perche non posso volere ciò, che vorrei. Amo, e non voglio l'amato; amo, & odio l'amore, il quale mi rende noiosa la vita, e con funesti effetti d'odio mi fà bramare la morte. Artemidoro fratello, e signore, nega la legge, che voi siate mio, perche io sono vostra, la congiuntione del sangue ci disgiunge, l'affetto fraterno impedisce l'affetto amoroso, il legame della natura prohibisce il nodo maritale. Fuoco tenebroso, fiamme infelici, che nodrendovoi stesse nelle mie vene, miseramente mi consumate. Se le mie lagrime nō possono estinguervi, ben potrà il sangue ammorzandovi lavare la bruttezza della mia colpa. Ma oime ecco Artemidoro, ecco la bellezza nel suo oriente, che fuga la notte della mia vita nell'occidente della sua morte.

Art. Florimena, m'havete forse chiamato per compagno delle vostre lagrime, poiche sì mesta vi veggio?

Flor. Anzi il Sole della vostra presenza sgombra ogni nube di mestitia.

Art. Sole infelice, oscurato sempre da tenebroso ecclissi.

Flor. Non dura sempre l'ecclissi.

Art. La Luna è sorella del Sole, e non dimeno ella, impedendo la luce, lo rende ecclissato.

Flor. Non fà ciò di suo volere, ma tratta dalla legge del suo invariabile corso, Anzi ch'ella altro lume non hà, che quello, che le comparte il fratello.

Art. Ma se la terra si frapone, qual colpa ha il Sole, se non può concedere il lume alla sorella?

Flor. E’ vero, ma in tanto la sorella, orbata di luce, miseramēte languisce.

Art. Non patisce ecclissi la Luna, se non quando ella è in oppositione del Sole; & però non può, se non di se stessa dolersi, mentre quasi ingrata s'oppone al fratello

Flor. Beato ecclissi, poi ch'all'hora fucscede, quand'ella rivolta al fratello, si mostra tutta ricca, e pomposa del suo bel lume.

Art. E beato il Sole, poi ch'all'hora tutta luminosa, e bella con amoroso lume la vagheggia.

Flor. Il Sole ingrato s'ecclissa, quando la sorella seco si congiunge, quasi ch'egli s'addolori, perch'ella voglia seco amorosamente unirsi.

Art. Anzi languisce di dolcezza il Sole quando con la sorella si congiunge, & però ecclissato pallido diviene.

Flor. E come si può egli unire con la forella, se i Cieli fraposti tra loro con legge fatale nō lo permettono?

Art. Dura conditione.

Flor. Anzi santa legge del Cielo; (6).

 

Per Florimena l’unico modo per liberarsi da questo lancinante dolore d’amore e della malinconia che ne consegue, appare il suicidio per veleno, sentendo di stare smarrendo l’intelletto, la volontà e la memoria. Artemidoro, che vorrà seguirla nella morte, berrà lui stesso un creduto liquido velenoso, in realtà un oppiaceo in grado di far perdere solo i sensi per un certo tempo.

 

Giungiamo infine all’epilogo, la cui felice risoluzione vedrà come protagonista Orifilo, licenziato dal pazzo Vanaglorioso e senza un soldo in tasca.

 

 «Orifilo, pervenuto a un punto basso della sua vicenda, sentenzia che "la nostra vita è come un giuoco di tavoliere, nel quale chi sa giuocare con avantaggio vince tal'hora il giuoco co 'l punto cattivo". È la tematica dell'occasione e non è per caso che il servo punti sull'arte della memoria:  

 “se per mia felice sorte questa vedova fosse la Signora Onoria la mia padrona, come spero, ho vinto il giuoco perché riconosciuto da lei mi rendo certo che per la memoria dell'antica, e fedele mia servitù sarò più padrone che servitore nella sua casa”.

 

Nel mentre Orifilo chiede a Onoria di essere ricevuto, questa ‘ricorderà’ che un tempo egli serviva la sua famiglia.

 

On. Costui si chiama Orifilo? Voglio udirlo volentieri in memoria della buona servitù, ch'ebbe già la casa nostra da un altro Orifilo, compagno delle nostre sventure”

 “Orif. Ecco Signora Onoria il vostro Orifilo, ecco il misero avanzo della tempesta del mare, della servitù dei consoli, e di mille rivolgimenti della fortuna”.

 

Per merito di Orifilo avviene anche il secondo riconoscimento: interrogato Eurillo sull’identità del suo padrone, scopre che si tratta di Tersandro, il suo vecchio padrone e a questo punto lo fa incontrare con Onoria. Ordauro, padre presunto di Artemidoro e Florimena, chiede infine a Tersandro di rinunciare alla promessa di matrimonio con Florimena, per consentire le sue nozze con Artemidoro, al quale dichiarerà essere il suo vero e unico figlio. Tersandro che ha ritrovato la moglie accetta senza problemi. Ed è ancora Orifilo a scoprire la vera identità di Florimena, figlia di Tersandro e Onoria. Se incesto fosse avvenuto non era quello di Florimena nei confronti di Artemidoro, ma di Tersandro con la propria figlia.

 

Non rientra nella nostra finalità mettere qui in evidenza la straordinarietà degli aspetti contenutistici di carattere filosofico, psicologico e letterario dell’opera, per i quali rimandiamo all’ottimo saggio del Guagnarella, quanto evidenziare come per questo gioco di carte l’autore abbia fatto ricorso non solo a quella della Luna e del Sole, come i critici hanno sottolineato in riferimento alla vicenda dei due amanti infelici, ma a numerose altre, sia attraverso la descrizione dei caratteri dei personaggi che nella narrazione di situazioni che li riecheggiano. Spesso volte i nomi con cui noi identifichiamo le carte vengono semplicemente citati nella narrazione. Si tratta di un’indagine che non poteva ovviamente essere commentata dai critici in quanto, oltre a non essere il principale aspetto della loro indagine, la conoscenza del simbolismo dei tarocchi, e in questo caso anche delle Minchiate ovvero i tarocchi toscani, prevede specifiche conoscenze.

 

Ne presenteremo un elenco con i relativi passi:

 

Il Matto / Pazzo

 

Vagoamoroso è il matto per eccellenza, non solo perché più volte viene indicato come tale, ma anche per un suo dire che lo accomuna iconograficamente alla medesima carta:

 

Vag. Oh non sapete, ò pure fingete di non sapere, che più volte con stupore del mondo ho fatta esperienza d'ornare con vaghissime penne questo felice, e bene avventurato capello, à cui tocca in sorte il coprire in parte questa chioma inanellata, questa lucida massa d'oro finissimo; ma non durano le piume più d'un giorno, perche non così tosto giungo ove sia frequenza di donne, ch'elle invaghite, infiammate, perdute nel mio amore co' i sospiri cocentissimi, che dalle bocche innamorate essalano in un momento le bruciano (p. 134)

 

Di seguito la parola Pazzo come riportata in altri momenti dell’opera:

 

Orif. Chi vide mai il più ridicolo pazzo di costui, brutto, laido, come il peccato, e fa professione di spiritare le donne d’amore. (p. 40).

 

Orif. A fè, che voi sete pazzo, io sarò savio, perche entrerò nell’hosteria ove co’ i soavissimi manicaretti del mio Untogodi, darò ristoro alla virtù smarrita. (pp. 78-79).

 

Orif. O pazzo da catena, (p. 154).

 

Tac. O Capovano, sopra ogni vanità vanissimo, perché tāta malinconia?

Capov. Meschina non senti la ruina che t’è caduta addosso?

Tac. Sentirei bene un pazzo, se tu mi toccassi un tantino, tantino. (p. 148).

 

On. Diligenza, costui è pazzo à tutta botta, voglio rasserenarmi la mente co ‘l pigliarmi giuoco di lui. (p. 133).

 

Il Bagatto

 

Come abbiamo da tempo scritto, la carta del Bagatto presenta un prestigiatore alle prese con il gioco dei bussolotti, nel quale usa trucchi per truffare la gente, dando a intendere falsità. Per questo motivo, uno dei significati attribuitogli, accanto a numerosi altri, fu quello di esprimersi attraverso bugie.

 

Eur. E però, perche la verità, come cosa celeste vive, & vivendo s’invigorisce, & la bugia per sua natia debolezza, non mai s’invecchia, ma appena nata muore, ho voluto, che muora la menzogna, & viva la verità. (p. 90).

 

Eu. Dica chi vuole; la bugia è l'arte dell’arti; ma bisogna saper fare il mestiere, perche non sempre, non in tutte l'occasioni, non in tutte le cose si deono mescolare le menzogne; poiche quãd'uno è scoperto per bugiardo, perde la fede, & si come lo scorpione porta seco il rimedio del suo veleno, così egli ha seco l'antidoto delle sue bugie, perche non se li crede. Ma è necessario di saper adoprare i colori, co 'l fare professione di sempre dire il vero, e d'abborrirei ciancioni… (p. 41)

 

L’Imperatrice

 

Ord. Vuoi dunque vivere sola senza marito, & doppo la morte del padre schiava del fratello?

Flor. Più tosto schiava del mio amato fratello, che con Tessnadro Imperatrice del mondo. (p. 105).

 

L’ Imperatore

 

Capon. Il lauro è honore d’Imperatori, & de’ Poeti, & deve venire da mano reale, e non dalla tua mano unta, e bisunta in cucina. (p. 109).

 

Vag. Ma io in breve co’ i raggi di questi due lucidissimi carbonchi, ch’illuminano il venereo cielo di questo volto, ch’imporano queste guancie ridenti, gridato Re, Imperatore, Monarca c’a tutti i cuori ho rilegato il semplicetto Cupido in Paso, ove pueribilmente lagnandosi, piange, ma invano, il perduto Imperio dell’anime amanti (pp. 36-37)

 

L’ Amore

 

La figura di Cupido bendato che con arco e frecce colpisce i mortali, si ritrova in molte raffigurazioni dei Trionfi dei tarocchi.

 

Ter. Ti maravigli, ch'io, ch'ancora non sono entrato nel primo senio, & che mi trovo di forze intiere, e di complessione robusta, habbia dato luogo alle fiamme amorose? non sai, che se ben Amore è dipinto fanciullo, nondimeno gli antichi dissero, ch'egli è il più antico Dio di tutti li Dei; onde non è maraviglia, se i vecchi sentono tal’hora nel cuore il fuoco della sua face. Et ch'egli èfinto cieco, non perche sia cieco, perche anzi ha ne gli occhi il suo dolcissimo imperio, e yive, e spira ne' sguardi cari, e soavi, ma perch'egli non ha discretione, & alla cieca ferisce indifferentemente giovani, e vecchi, anzi che, quanto più s'invecchia, tanto più adopra la severita delle sue leggi; ondefù chi lo chiamò: 'manfueto fanciullo, e fiero veglio.

Eur. Sì, ma credo, ch'Amore fia per cuore del vecchio, comeil lampo, ch'appare, e svanisce; E in vero, che si può fare, come disse quell’altro; s'al desio non risponde il corpo infermo?

Ters. T'inganni, perche la forma si conserva meglio nella materia soda, non che nella solubile, e molle. Li giovanetti hanno tenero il cuore, e però in un medesimo tempo bramano, e sprezzano, amano; & odiano, volubili più delle fronde, & più inconstanti del tépo [tempo]. Ma l'huomo d'età matura non così facilmente s'innamora; ma s'avviene, ch'Amore gl'imprima nel cuore l'imagine di bella donna, non possono tutti gli accidenti humani, non può il tempo istesso distruggitore di tutte de cose cancellarla giamai. Ben lo sò io, poiche tra l'ombre dense, & oscure de' miei fieri travagli, sentomi penetrata al cuore l'imagine risplendente di Florimena, la quale ivi dipinta per man d'Amore, vivrà inseparabilmente cō la mia vita.

Eur. Questo vostro amore vi tiene in continuo moto di speranza, e di tema, di bene e di male; onde ogn’ hora il vostro cuore và miseramente fluttuando nella tempesta d’amorosi pensieri.

Ters. Ben sai, ch’amore è un misto di bene, e di male, che per ciò fu detto fuoco vitale, soave ferita, del cuore, dolce incendio, saporito veleno, dilettoso male, giocondo supplicio, e lusinghevole morte. (pp. 87 - 89).    

 

La Giustizia 

 

Eur. Et io posso dire, che ‘l rufiano sia simile alla bilancia, che piega da quella parte, donde più riceve. (p. 94).

 

Dilig. Ben venga gentil’huomo, ma con titoli meglio stagionati, e con bilancia migliore, per pesare i miei meriti; (p. 56).

 

L’Eremita

 

Quanto scritto riguardo al vivere di Onoria in una grotta e il suo ascendere alla vetta di un monte è da mettere in relazione con la carta dell’Eremita.  Il percorso ascensionale per una visione del mondo dall’alto che permette di ricomporre la propria interiorità smarrita, è iconograficamente raffigurata nella carta dell’Eremita di cosiddetti Tarocchi di Carlo VI dove un monte stilizzato appare di fronte al Vecchio in cerca di una risposta. (foto)

 

La Fortuna

 

Ters. …, perche la fortuna, ch’aveva già incominciata la machina delle mie sciagure, volse con tormentosi accidenti ridurla al sommo delle miserie; (p. 13).

 

Orif. O che gran giuoco di fortuna, ò Signor Dio quanto sono profondi i segreti della tua providēza. (p. 176).

 

Orif. Chi può sapere come passino i giuochi di fortuna; (p. 165).

 

Orif. perche la nostra vita è come un giuoco di tavoliere, nel quale chi sa giuocare con avantaggio vince tal’hora il giuoco co ‘l pūto cattivo. (pp. 154-155).

 

La Forza

 

Vag. Vittoria, vittoria, ecco il famoso campione d'Amore, ecco il vincitore de gli animi, e l'espugnatore della castità; ecco chi mette à ferro, e fuoco la fortezza de i cuori fà prigione i voleri, innalza i trofei delle spoglie amorose, e trionfa di tutte le femine dell'universo, come farò dite mia bella Onoria, ben ti vedo comparere tirata dalla forza, che sferza, che punge, che ferisce, ch'uccide della mia bellezza. (p. 130).

 

L’Appeso (Il Traditore) e la Prudenza (7)

 

Trap. Voleste dire, senza cibo l’appetito, povero, misero, tradito, lo so ben io. (p. 97).

 

Ord. Questa serva non può raffrenare la lingua, ma per altro è molto à proposito per la casa, perch’ è ritenuta, e guadagna nel conservare la roba. Non cuoce mai le uova, se non con l’acqua, e le comparte con molta prudenza, perche à me dà il rosso, a’ figliuoli il bianco, & a’ servidori l’acqua, che inzuppandovi il pane satia senza spesa l’appetito. (p. 97).

 

Eur. La prudenza padrone è una scorta fedele all’huomo, ella sa guidarlo per strade, in cui non s’incontrano i mali.

Ters. Il prudente non sempre vede ciò, che bisogna, ma come io dicevo, le tenebre de gli affetti oscurano in modo l’intelletto humano, che egli, c’ha per oggetto la verità, erra sovente nell’apprenderla e tradisce la volontà nell’elettione delle cose. (pp. 9-10).

 

Ters. Così confido, perch’ella d’animo candido, e prudente sà, che la castità virginale non ha cautela maggiore, che ‘l matrimonio. (p.138).

 

La Morte

 

On. Venga pure la morte quãdo piace à Dio, perche il morire per tempo è un fuggire le minaccie, e gl’insulti della fortuna. E sappi, che vivendo io bene, non posso temere la morte, perch'ella non ha giuridittione sopra quelli che virtuosamente vivono, poiche la virtù honora la morte, ma la morte non contamina la virtù. (p. 69).

 

Flor. So, che la morte è un porto tranquillo, in cui si salva la nave di questa vita da i pericoli della fortuna tempestosa del mondo; (p. 122)

 

Il Diavolo (L’Inferno) con Fuoco e Aria, elementi delle Minchiate

 

Flor.  O’ sfortunata, ò infelicissima Florimena, ò tenebrose fiamme del mio scelerato amore; oscuri con dense nubi la serena sua faccia il cielo; copra con nero velo il lucido suo aspetto il Sole, s’ottenebri l'aria çõ nembi, e con procelle; fuggano i mortali la pestifera mia presenza; vomiti l'inferno le furie, che mi tormentino; qui gli horrori, quì il fuoco d'Averno caliginoso mi circondi; qui la morte in sembianze horrende mi spaventi, sì ch'io spiri quest'anima penosa, e disperata nell'aria impura, e tutta ardente di vampe sulfuree, alle quali s'unisca l’ardore infame, che con infausto incendio m’incenerisce il cuore. (p. 107).

 

Eur. Sì, perche la donna è stoppa, l’huomo è fuoco, il diavolo è il mantice, che sempre soffia, ond’è facile, che ne segua l’incendio d’amore. (pp. 138-139).

 

Art. Chiedi la tua Florimena, oggetto dolcissimo de gli occhi tuoi, e disperi di poterla giamai possedere. Ami bellezza, che s’avvicina alle bellezze del Cielo, & odi il tuo vano, & illegitimo amore. Brami la tua sorella il tuo amato bene, e potendola havere, non la vorresti. Cerchi corrispondenza d'amore, e fuggi l’horrenda vista di sì prodigioso amore. Ben dissi, ó Amore, che sei un velenoso male, poiche tu sei l’Anfesibena, e 'l mio cuore è la Libia, che ti nodrisce; tu sei l'Idra verde, habitatrice dell'acque, poiche vivi nelle mie lagrime sotto verdeggianti spoglie di velenose speranze. O Florimena innocente cagione di tanti mali; Ma che dico? anima mia tinta di caligine infame; tu, tu segui l'ombre oscure del tuo cieco furore, tu serva del proprio errore sei annodata di catene servili d'impurissimo fuoco. Non vedi quali fiamme sulfuree ti cingono, e ti tengono assediata nel cuore? il quale infetto d'avvelenate voglie, non si può dire tua sede, ma solo tuo Inferno di crucci, e di tormenti. Ah Florimena , fe innocentissima spiri aura pura, e soave nel mio torbido fuoco, non sappia il Cielo, che 'l fumo spiacēte [spiacente] dell'inhonesto mio ardore s'innalzi à turbare le santissime leggi dell’honestà. Frenerò questo pestifero affetto con la ragione, òfarò, che resti sepolto, sotto le ceneri della mia morte. (pp. 33-34).

 

La Torre

 

Ters. Tolga Dio, che altro pensiero mi viva nel cuore; s’armino più tosto contro di me il cielo di saette, la terra di mostri, il mare di procelle, gl’huomini d’ira, e gli animali tutti di rabbia, e di veleno. (p. 18).

 

Dilig. Fulmini il Cielo sopra di me tutta la sua ira, s’io paleso giamai ciò, che siete per dirmi. O’ il Signore mi guardi. (p. 20).

 

Trap. Ma questi concetti scaturiscono dal fonte della vostra avidità, la quale è il veleno del commercio humano, perche un rìcco avaro è à guisa d'un'alta torre fessa, cadente, che da ogni parte minaccia ruina, che da tutti è mirata di lontano, ma niuno se le accosta. (p. 61).

 

Le Stelle

 

Art. Spiega Florimena arditamente il tuo amore, di che temi? non sai, che egli non è parto del nostro volere, ma delle stelle, & ove non si concorre la nostra elettione, cessa ogni dubbio di colpa. (p. 114).

 

Le Stelle e il Sole

 

Orif. Giustaméte havete ottenuto l'imperio di Cupido, perche nella beltà vostra divina si vede in un giro d'occhi la grandezza del mondo amoroso. Perche lo splendore, che vi lampeggia nel volto è il Sole, la fronte il cielo, gli anelletti tremuli, e pendenti dei crine dorato sono le celesti chiome di Berenice, gli occhi vivaci due stelle fiammeggianti, le guancie i fiori orientali dell'aurora, la voce l'armonia delle sfere divine, il riso l'iride celeste, gli sguardi sono baleni, i sospiri tuoni dolcissmi, le soavi lagrimette una pioggia ridente, il mento ornato della barba', la terra adorna d'herbuccie odorose seminate di fiori, il bacio il fulmine d'Amore, che ferendo arde, & ardendo incenerisce i cuori. (pp. 36-37).

 

Luna e Sole

 

Dil. Ben venga monte altissimo di ogni gioia.

Orif. Ben ritrovata valle profondissima d'ogni mio contento.
Dilig. Tu sei il mio bel Sole.
Orif. E tu la mia vaga aurora.
Dilig. Tu il mio giorno ricco di lume.
Orif. Tu la mia notte ornata di stelle.
Dilig. Tu la mia viva morte.
Orif. Tu la mia dolce vita.
Dilig. Non più, che mi sento la rabbia d'amore
Orif. Il rimedio è quì pronto, per sanarti

Dilig. Non lo rifiuto; ma tutte le cose à suo tempo, intanto dove sei stato hoggi. Questo pezzo di giorno, per l'amarissima tua assenza è stato per me una notte oscura. Orif. Et io in questa tua imaginata notte fono stato il tuo elefante d'Amore, c'ha solitario adorata la Luna, in perpetuo spasimo, per desiderio di rivedere la mia Diligēza, dolce fune, che mi lega, cara saetta, che mi ferisce, soave fuoco, che m'abbrucia, felice rete, che m'ha preso. Deh siano queste braccia il tuo soavissimo laccio, che beate ti si stringano al collo. (pp. 126-127)

 

Riguardo la Luna e il Sole si legga inoltre il già riportato dialogo fra Florimena e Artemidoro.

 

Sole e Mondo

 

Vag. Nasce il Sole nell’Oriente, e nascendo saluta, & abbellisce il mondo. (p. 71).

 

Sole

 

Ord. Scuso il naturale talento, so, che la donna giovane senza il marito è come la terra senza il Sole; quella vive involta tra l’ombre del duolo, 6 questa resta coperta dalle tenebre della notte.

Flor. Sì ma la terra attende dall’oriente il lume del Sole, & io infelice aspetto solo dall’occidente della mia vita l’oscurità della mia morte. (pp. 103-104).

 

Mondo

 

Dilig.  So che vivo nel mondo sì, ma come s’io fossi fuora del mondo, humile, abietta, rimessa, che vorrei essere sorda, per non udire la vanità di questi accidenti humani, adesso son curiosa arreco fastidio con le mie interrogationi; patienza. (p. 19).

 

Capov. Et io vi dico, ch’Amore habita in tutte le cose, e lo provo; il mondo è maschio, e femina, e però s’innamora di se stesso, si congiunge con se medesimo, s’ingravida, e partorisce, come si legge ne’ miei Poemi, quando dissi

 

Il mondo s’ama, e partorisce per amor di Madonna Laura.

Fior, fronde, herb’aria, antr’onde, arme, archi, ombr’aura.  (p. 29).

 

Tac. in somma questo mondo è una miniera di travagli, perche quanto più si và sotto, tanto più copiosa si trova la vena delle afflittioni. Gli huomini si vanno volgendo, e rivolgendo in questi accidenti del mondo, e quãdo credono uscirne, all'hora più avviluppati si trovano, cosi mi ricordo ch’essendo io in uu giardino, entrai in un labirinto, e quanto più caminavo, e m'affrettavo, per uscirne, tanto maggiormente m'intricavo. ò mondo, mondo chi non ti conosce è tondo. (p. 119).

 

Anima del Mondo

 

Come raffigurata nella carta del Mondo dei Trionfi già dall’inizio del Cinquecento.

 

Ord. L’oro figliuola mia è l’anima del mondo, che dà il moto à tutte le cose con le sue braccia invisibili tira à se le menti, rapisce i voleri, & incatena gli animi. (p. 105).

 

Anima

 

Art. Florimena, ov’è la tua costanza? non sai, che l’anima è peregrina albergatrice del corpo, e però s’ella lascia di se honorata memoria, nulla importa, che cada ruinoso questo suo albergo mortale (p. 122).

 

Trombe. Nelle Minchiate il Trionfo più alto con il significato di Fama e Gloria

 

Vag. e se ‘l Cielo à te concedesse di potere essermi ministro di gioia in questo amore, tutte le trōbe [trombe] di tutte le Provincie del mondo non bastarebbono à publicare la tua felicità. (p. 39).

 

Ori. udite la tromba della mia voce, che grida all'armi, all'armi, all'amorosa guerra, per dovere doppo, c'haveretę abbattuta la nemica intuonare la lieta voce di vittoria, vittoria. (p. 130)

 

Orif. Ho detto, che la fama non impiegò meglio giamai la sua tromba, ch’in celebrare la beltà vostra immortale. (p. 36).

 

Speranza. Trionfo nelle Minchiate

 

Dilig. La speranza è il cibo dell’anima afflitta. (p. 27).

 

Terra. Trionfo nelle Minchiate

 

Vag. La terra ricca d'herbe, ornata di fiori, fregiata di fronde, pomposa di frutti, inargentata d'acque, gravida d'oro, e di gemme, non farebbe fastosa per tanti pregi, se 'l Cielo quasi marito suo non l'abbracciasse, e stringesse amorosamente nel seno, & con benigni influssi sopra lei girandosi, non la rēdesse copiosa di tanti doni. Voi bellissima Signora Onoria siete la terra, & io sano il Cielo, se nel vostro seno riceverete gl'influssi miei amorosi, vi pregierete d'essere adorna nō d'herbe di fiori, di fronde, di frutti d'acque, d'oro, e di gemme, ma dell’amore del figliuolo di Venere, del fratello di Cupido, del cugino carnale delle Gratie, dell'ardore de' cuori, dell'incendio dell'alme, della soave brama di tutte le donne, del bello, più bello, bellissimo, del leggiadro, più leggiadro, e leggiadrissimo Vagoamoroso.

On. Ben diceste, ch'io sono la terra, poiche soggetta alle tempeste, a’ venti, a' fulmini di tāti [tanti] sinistri miei lagrimosi accidenti, mi contento, com'ella giace infima tra gli altri elementi, vivere ultima, humile, abietta tra tutte le donne. E se voi siete il Cielo, vivete nella vostra purità, che cosi voi con l'influenza della virtù, & io con gli ornamenti della pudicitia produrremo herbe salubri, fiori eterni, fronde sempre verdi, frutti immarcescibili, acque purissime, oro purgato, & gemme risplendenti di vera gloria Vag. Qual gloria più certa, e più pregiata di quella d'Amore? (pp. 131-132).

 

Orif. Così tengo ancor io, con tutto che sia gran diletto il vedere bella, e ridente verdura, che campeggi in vago, e delitioso giardino. (p. 81).

 

Aria. Trionfo nelle Minchiate

 

Capov. E se bene mi tenete per un civetton notturno, non crediate però, ch’io sappia, ch’Amore è come l’aria, che si caccia per ogni buco. (p. 28).

 

Acqua. Trionfo nelle Minchiate, raffigurata da un vascello

 

Ters. ma nel secondo giorno, da che partimmo dal porto, turbi così imperiosi commossero il mare, ch’l legno battuto dall’onde, & agitato da’ venti, fracassato in un subito l’arbore, rotte le sarte, & perduto il timone, corse senza governo, fino che cedendo à tanta fortuna, incominciò à fare acqua: (p. 12).

 

Ters. Horsì, che posso dire, che la nave del mio affetto naviga verso il porto d’Amore. (pp. 93-94).

 

Segni Zodiacali. Trionfi nelle Minchiate

 

Vag. Attendi, e guarda, che l’anima non ti lasci per maraviglia. L’anno era dominato da Venere, la stagione dipendeva dal Tauro, che dalle fiorite corna spargeva mille amorosi influssi, quando stando io nel lido del mare, vagheggiato dalle Dee maritime, che stavano tutte perdute, e fisse nel lume di questi miei vivaci soli d’amore; ecco giungere un legno, dal quale discesa bella, & avenente giovane donna… (pp. 72-73).

 

Note

 

1 - Nostra Ed. di riferimento: Gio: Francesco Loredano, La Lira. Rime del Cavalier Marino, Parte Prima, Venetia, Per Francesco Baba, MDCLIII [1653], s.n.p.

2 - Guido Casoni, Il Giuoco di Fortuna, In Venetia, Appresso Tomaso Baglioni, MDCXXII [1622].

3 - Si legga al riguardo il paragrafo “L’Armonia Celeste” al saggio La storia dei tarocchi.

4 - Pasquale Guaragnella, Teatri della Memoria. Sul Giuoco di Fortuna di Guido Casoni, in “Studi Secenteschi”, Biblioteca dell’“Archivum Romanicum, Vol. XL – 1999, Firenze, Leo S. Olschki Editore, MCMXCIX [1999].

5 - Ibidem, p. 130.

6 - Guido Casoni, Il Giuoco di Fortuna, cit., pp. 52-55.

7 - Per il rapporto Appeso-Prudenza si legga il saggio iconologico L’Appeso.

 

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