Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

Saggi Ospiti

Miscellanea Seicentesca

Marchelli - Chianigiani - Sarpi - Banchieri - Gherardi

 

Saggio di Andrea Vitali, agosto 2018

 

Al genovese e barnabita Romolo Marchelli, divenuto assistente del Padre Generale dei Chierici Regolari di San Paolo, si devono diverse pubblicazioni di natura ovviamente religiosa quali La Principessa Chirstiana dedicata a Costanza Doria, Principessa d’Avello (1681) “Opera utile, non solo a’ Principesse, ma à Principi, à Dame, à Cavalieri, à Governanti, ed anco à Predicatori”. Si tratta in pratica di indicazioni su come una principessa avrebbe dovuto condurre la propria esistenza in senso cristiano; i Sacri Panegirici (1690) e le Prediche Quaresimali (1679)(1)da cui abbiamo tratto lo scritto di nostro interesse.

 

Nelle Prediche il Marchelli non si discosta da quello che fu il ‘modus predicandi’ del tempo contro la corruzione dei costumi insegnando nel contempo la retta via agli uomini i quali, come tante sinagoghe (2), vennero da lui intesi come ciechi mondani di contro all’esigenza di salvare la propria anima. Un suo esempio in cui racconta di tre ciechi reali ha attratto la nostra attenzione.  Il passo si trova alla ‘Predica Vigesimaquinta, Nel Martedì dopo la Quarta Dom.[enica]’ (3).

 

A tre ciechi che chiedevano l’elemosina, un passante finse con le parole di aver dato a uno di loro una moneta d’argento. I ciechi vennero pertanto alle mani, dandosi, come si suol dire ‘botte da orbi’ espressione che in questo caso non fu mai così aderente, immaginando che colui al quale era stata data la moneta volesse tenersela per sé. Il racconto della ‘pugna’, al di là di ogni umano sentire per l’infelice condizione dei coinvolti, risulta alquanto ironica attraverso espressioni quali “Manca d’arte la pugna”, “si vidde combatter Marte alla cieca”, “a’ tuoni delle ingiurie accoppiano fulmini di bastoni”, “piagati ugualmente nelle teste e nelle borse” e soprattutto per l’identità di quei ciechi con la cieca umanità come sopra espresso.  L’autore termina il suo racconto scrivendo che quella lotta fra ciechi non fu altro che un gioco di tarocchi, doloroso perché procuratore di sventura, dato che colui che negò di dare i denari (che non aveva) fu costretto a dare e ricevere bastoni.

 

Di seguito il passo originale:

 

“In fatti quante pene, quante inquietudini? David: Turbati sunt omnes insipientes corde, Sant’Agostino ad un'altra lettera: Turbati sunt omnes caci cordes. Che turbamento di ciechi è questo? Sovvengavi il caso di quei poveri ciechi, che presso alla porta del Tempio stavan chiedendo lemosina. Un passaggiero finge con le parole di dare ad uno di loro una moneta d'argento, per farne a tutti parte, ma in fatti non dá loro nemeno un quattrino; credono i poverelli all'udito, giá che non ponno creder all’occhio, ciascuno suppone, che il compagno habbia ricevuto il denaro, gli uni lo cercano dagli altri, vengono dalle lingue alle maní, e con una sanguinosa tempesta a’ tuoni delle ingiurie accoppiano fulmini di bastoni, e grandini di legnate; All’hora veramente si vidde combatter Marte alla cieca, mentre nō [non] l'occhio, ma l’udito guida a colpi ciechi le destre, e colá diluvia percosse, dove la battaglia più rumoreggia. I colpi vuoti spesso feriscono l’aria, ed impíagano le pareti, ma una sola legnata, che colpisca un capo, ne fá pagar cinquanta, rubate dal vento, con monete di sangue. Manca d' Arte la pugna, ed è più horrenda. Basti dire che tempestavano bastonate da ciechi. Divisi finalmente si trovano carichi di legnate, e scarichi di monete; piagatí egualmente nelle teste e nelle borse, e in quel giuoco di dolorosi Tarocchi chi negó dar denari, fù costretto a dare e ricever bastoni. Tanto segue trà ciechi mondani”.

 

Diremo di Bernardo Chianigiani, detto il Gramolato, attraverso una breve racconto della sua vita che ne fece Francesco Saverio Quadro nel volume Della Storia, e della Ragione d’ogni Poesia del 1742:

 

“Questo Gramolato fu BERNARDO CANIGIANI, Fiorentino, Senatore della sua patria creato nel 1568, e poi Ambasciador del suo Principe all' Imperadore, al Re di Spagna, e due volte al Duca di Ferrara. Era egli nato di Lorenzo e di Lucrezia di Bernardo Morelli nel 1524: erasi accasato nel 1550 con Ermellina di Bastiano Montauti; e morì a' 15. di Settembre del 1604., con esser in due soli figliuoli mancata ancora sua  discendenza” (4)

 

Il Quadro dimenticò di dire la cosa più importante e cioè che il Canigiani fu uno dei fondatori dell’Accademia della Crusca, quando fra il 1570 e 1580 un gruppo di amici si radunò con il desiderio di contrapporre alla pedanteria dell’Accademia Fiorentina discorsi di una certa gaiezza. I fondatori, oltre al Canigiani, furono Giovan Battista Deti, detto il Sollo; Anton Francesco Grazzini, il Lasca; Bernardo Zanchini, il Macerato; Bastiano de’ Rossi, l’Inferigno e Lionardo Salviati, l’Infarinato, aggiuntosi nell’ottobre del 1582 e a cui si deve la svolta importante assunta da quell’Accademia.

 

Con il termine ‘Crusca’ si volle evidenziare il compito dell’Accademia di separare la farina dalla crusca, operazione che in senso allegorico significava la necessità di distinguere ciò che nella lingua italiana corrispondeva al bello e al giusto da quella cattiva e impura. In quest’ottica, gli Accademici si basarono sul modello degli scrittori fiorentini del Trecento di cui Pietro Bembo ne aveva testimoniato l’eccellenza nel 1525.

 

Il soprannome Gramolato del Canigiani rispecchia le finalità di tale Accademia, in quanto parola derivante da gramola ovvero la macchina utilizzata per separare dalle fibre legnose le fibre tessili della canapa e del lino.

 

 

 

Chianigiani

 

 

 

Nel 1599 il Canigiani diede alle stampe una breve composizione poetica, una canzone a ballo in ottave come recita il titolo (5) dedicata a M. Bernardo Vecchietti.

 

In una ottava, poetando sulla necessità per il destinatario di non perdere il proprio tempo nel farsi frullare il cervello da una moglie capace solo di sottrargli soldi, l’invito era di stare nella Crusca, poiché in caso contrario sarebbe finito triste e distrutto a prendersi qualche spasso giocando a tarocchi, gioco che per i puristi di quella  Accademia si configurava come una stupidaggine non degna di alcuna persona di cultura.

 

Peggio fa, chi’l cervel perde

   Perche Donna gliel’offusca,
   Et conduce presto al verde
   Ciò ch'egli ha, & ciò ch' e' busca,

   Megl’è starsi nella Crusca,
   Ch'ir poi cinto di persone
   Fra san Piero, e san Simone
   A veder per lo scacchieri,

                        Ai nostrali, e a forestieri.

E' bandito in questo loco,

   Et con taglia crudelmente
   Qual si sia sorte di giuoco,
   Che ne pugne borsa, ò mente,
   Ben concedesi alla gente,
   Che ‘l cervello ha trist, ò lasso
   Di pigliarsi qualche spasso
   Coi Tarocchi, ò ‘l Tavolieri,

                          A nostrali, e à forestieri (6).

 

Paolo Sarpi (1552-1623), uno dei maggiori letterati del suo tempo, nonché teologo, storico e scienziato, fu l’autore della celebre Istoria del Concilio tridentino, messa all’indice al suo apparire in quanto la sua critica non risparmiò la Chiesa cattolica in considerazione del suo atteggiamento di ferma opposizione al suo centralismo.

 

Poiché occorrerebbe moltissimo scritto per  parlare della sua vita e delle sue opere, diremo solo che scrisse almeno sette libri e che insegnò filosofia a Venezia, che venne nominato Procuratore Generale dell’Ordine dei Serviti a Bologna nel 1585 e che subì attentati da parte dei sicari inviati probabilmente dalla Curia romana, che negò tuttavia ogni responsabilità, e da cui si salvò grazie all’imperizia degli stessi. Curia che comunque lo condannò per eresia senza poter tuttavia dimostrare le sue accuse.  

 

In una sua opera dal titolo Dominio del Mar’ Adriatico e sue Raggioni per il IUS BELLI della Serenissima Repubblica di Venetia pubblicata nel 1685 (7) ma riferita a eventi svoltisi negli anni 1606-1607 troviamo un suo utilizzo dei tarocchi in chiave satirica.

 

In quegli anni Venezia si trovava a dover affrontare, dal punto di vista commerciale, le aspirazioni della Spagna, dell’Austria, di Napoli e della stessa Roma che intendevano affermare il principio di libertà di navigazione nel Mar Adriatico contro la tesi del dominium gulfi avanzata da tempo dai Veneziani, in particolare contro la dottrina del Grozio sul Mare liberum. Fra l’altro a Venezia si stava facendo strada uno spirito innovatore promosso dai cosiddetti “Giovani” di contro al conservatorismo dei vecchi patrizi, decisi a rilanciare il commercio sull’Adriatico, da tempo compromesso dal controllo dei porti esercitato dallo stato pontificio.

 

Inoltre per non sottostare alle invadenze del clero, il Governo veneziano aveva proclamato editti contro l’alienazione di beni immobili ai religiosi da parte dei laici, a ordinare che i reati di una certa gravità compiuti da ecclesiasti dovessero essere deferiti ai tribunali civili e non a quelli religiosi oltre a tanti altri provvedimenti che minavano il potere della Curia romana in quella città. Conseguenza di ciò fu un interdetto che Papa Paolo V emise contro il Senato veneto, nonostante che quest’ultimo avesse affidato al Sarpi, nominato consultore d’Ordine Pubblico della città, la difesa su basi teologiche. In parole povere, la Curia non intendeva cedere alcun suo privilegio e, Sarpi o non Sarpi, a nulla sarebbero valse le contromisure dottrinali adottate da quel governo.

 

Il Sarpi nel menzionato libro, nell’ironizzare sul ‘modus agendi’ della giustizia del tempo, condanna i ‘novatori’ cioè quei giovani che volevano far cambiare rotta al commercio veneziano volendo far giungere nel suo porto chicchessia, atteggiamento contrario alle antiche ragioni che avevano determinato quanto fino ad allora era stato in uso, un diavolo quindi, per non far godere della pace i Principi. Inoltre le clausole come gli atteggiamenti venivano mischiate come se fossero stati carte di tarocchi che si davano a caso ai giocatori, senza alcun ordine specifico, valutate dal Sarpi come pazzie, e bagatelle, ovvero cose di insignificante valore, ma solo giochi furbeschi di mano. 

 

“Torna molto à proposito nelle Cause forensi [come insegnano li Dottori) tralasciar le dispute sopra le cagioni dell’Avversario quando son tanto forti, e gagliarde che non si possono distruggere, però si suole parlar fuori di proposito tirando la Causa fuor del suo Alveo per tirar il Giudice fuor di buon stato, che non attenda le buone ragioni, e faccia sentenza ingiusta; Questo artificio vien usato da alcuni Dottori messi su non da altro che da diabolico spirito à far novità, per turbation della Publica quiete, con far venir Vascelli forestieri in questo Golfo, in futura pernicie del Commun Commercio, e della sicurtà delle Città maritime contro l'antiche, e legali ragioni che ne hà questa Serenissima Republica inveterate, approvate, & acconsentire da tutt’il mondo, da Grandi, e da piccoli, da Prencipi e da tutti gl’Ordini fin' agl' ultimi Plebei con prescrittion di secoli che vi haveva posto silentio: operation per certo diabolica per metter alle mano i Prencipi che non habbino à goder la pace, la quale il Signor nostro in ministerio, e Tutella hà lor lasciata. Segno di questo ê, che nella prima cominciano à scriver contro l’autorità del Papa, ch'è il primo assalto comune delli novatori, quali ii Diavolo mette in bataglia per rovinar il Mondo, ô come a questa disputa si tirano, fingono che i Signori Venetiani fondino le loro ragioni sopra Privìleggio di Papa Alessandro, & Imperatore, e per distruggerlo fuori di proposito mutano contrò l’autorità loro, e gli mischiano come fossero quello delle Parti (8) de Tarocchi, che al fin son pazzie, e bagatelle, e giochi di Mano […]” (9).

 

Di Adriano Banchieri (1568-1634) abbiamo scritto diffusamente in un nostro precedente saggio (10) a cui rinviamo per le informazioni sulla vita e le opere. Egli, sotto lo pseudonimo di Camillo Scaligeri della Fratta, scrisse diversi componimenti fra cui il Discorso della lingua bolognese del 1630, un ‘Capriccio’, così come da lui chiamata l’opera, “utile a Signori Scolari Forastieri; dove si dilucidano, Intelligenza dell'Idioma / Academici discorsi, ecc, ecc) (11).

 

Fra i molti sonetti che arricchiscono il volume in lingua dialettale del tempo, ne troviamo uno dove sono citati i giochi più popolari del tempo, fra cui lo sbaraglino, il giulè e, appunto, i tarocchi. Come il titolo esprime, cioè “Invito d’andare fuori a prendere aria”, nel sonetto si racconta l’uscita serale di alcuni giovani, che oltre a giocare a carte, si dilettano di un bel bagno (probabilmente nel fiume), di grandi bevute in onore di Bacco e di un buon sonno ristoratore dopo le estenuanti fatiche notturne.

 

In sonetto, in rima, è composto da quattro stanze, due quartine e due terzine in dialetto bolognese del Seicento.

 

SUNETT 15

 

Invid d’andar d’fuora à piar aiara.

 

A vuoi vosc vegnir d' fuora à scrocc

     Pr quinds dì adess ch’ canta al Cucc,

     A zugaren ai zun, al maij, al trucc,

     A sbaraijn, iulè, raffa, e tarocc.

 

La sira azz spuiaren, e soura un zocc

     Mtren i nuostr pagn, e con l' zucc,

     A fuoza d' banbuozz fatt d’ stucc

     A nudarem pr l'acqua con fà i gnocc.

 

Pò turnaren à cà, e tutt stracc

     Con bon vin fresc i brinds ioverlicc (oppure iouverlicc ?)

     Faren l'un l'altr à unor d'mestr Bacc.

 

E pò con l'azzarin al tic, e ticc

     N’appizzarà alla lucerna al becc,

     E zunt al sonn, al si darà an cricc (12).

 

La traduzione, dato la lingua antica, non potrà essere che parziale, ma in ogni modo comprensibile di quanto il Banchieri ha inteso dire:

 

 SONETTO 15

 

Invito di uscire per prendere aria

 

Voglio che voi veniate fuori al battere dell’ora

per quindici giorni da questo momento in cui inizia a cantare il Cucolo,

giocheremo al ramo, a fare il verso del maiale, a prendere in giro qualcuno  

a sbaraglino, a giulè, alla riffa e ai tarocchi

 

La sera ci spoglieremo e sopra un tronco

metteremo i nostri panni a sgocciolare e con le zucche

a forma di bambocci di stucco

nuoteremo nell’acqua come fanno gli gnocchi.

 

Poi torneremo a casa e tutti stanchi

con buon vino fresco brindisi felici

farem l’un l’altro a onore di mastro Bacco

 

E poi con l’acciarino che fa tic e tic

accenderemo alla lucerna lo stoppino

e giunto il sonno ci daremo un pizzico (saluto)

 

Per concludere, ci rivolgiamo a un piccolo volume di appena otto pagine, compreso il frontespizio, contenente una poesia di Alessandro Gherardi, autore sconosciuto ai bibliofili, dal titolo Avviso della venuta del Sig. Inverno in queste nostre parti (13), stampato a Todi, con la quale il Gherardi, come da frontespizio, esorta ciascuno a riceverlo lietamente “Mostrando le utilità, che apporta, e la compagnia, che seco conduce”.

 

Fra queste compagnie quelle di cantori e suonatori e dei cari amici con cui stare assieme la sera a giocare a tarocchi aspettando di cenare, con l’avviso che se qualcuno fosse stato preso in quel momento da ardore verso il gioco, meglio sarebbe stato per lui non giocare, a sottolineare come quel gioco prendessi fortemente gli animi.  

 

[...]

E Cantori, e sonatori

    S’uniranno insieme intanto,

    Accordando il sono, e il canto

    Far concerti dolcemente

 

Tutti su allegramente (ritornello)

 

Si potrà con li Tarocchi

    Aspettar l’hora di cena;

    Mà qui tù la voglia affrena,

    Né giocar mai altrimente.

 

Tutti su allegramente (ritornello)

 [...]

 

Note

 

1 - La Sinagoga, nelle raffigurazioni cristiane, venne raffigurata sempre bendata data la sua cecità nel comprendere la figura del Cristo.

2 - Romolo Marchelli, Prediche Quaresimali, In Milano, Nella Stampa di Carlo Giuseppe Quinto, s.d. [1679].

3 - Ibidem, p. 269.

4 - Saverio Quadro, Della Storia, e della Ragione d’ogni Poesia del Volume Secondo Libro Secondo, In Milano, Nelle Stampe di Francesco Anielli, MDCCXLII [1742], p. 154

5 Bernardo Canigiani, Il Gramolato Accademico della Crusca. A M. Bernardo Vecchietti. Canzone a Ballo, In Verona, Per Francesco dalle Donne, & Scipione Vargnano suo Genero, 1599, s.n.p.

6 - Ibidem, s.n.p.

7 - Dominio del Mar’ Adriatico e sue Raggioni per il IUS BELLI della Serenissima Repubblica di Venetia, In Venetia, Appresso Roberto Meietti, M.DC.LXXXV. [1685], p. 5. L’opera fece seguito alla precedente Dominio del Mar Adriatico della Serenissima Repubblica di Venetia, In Venetia, Appresso Roberto Meietti, M.DC.LXXXV. [1685].

8 - In altri testi successivi che riportano questo brano la parola 'Parti' è sostituita da 'Carte'.

- Ibidem, pp. 3-4-5.

10 - Si legga al riguardo il saggio Trastulli della villa – Trastulli della corte.

11 - Camillo Scaligeri dalla Fratta, Discorso della lingua Bolognese, Bizarro Capriccio Arricchito di molte curiosità utili a Signori Scolari Forastieri; dove si dilucidano, Intelligenza dell'Idioma / Academici discorsi ..., In Bologna, presso Clemente Ferroni, 1630.

12 - Ibidem, p. 178.

13Avviso della venuta del Sig. Inverno in queste nostre parti. Per la quale si esorta ogn’uno à riceverlo lietamente. Mostrando le utilità, che apporta, e la compagnia, che seco conduce. Opera nova di Alessandro Gherardi, In Todi, Per Crispoldo Ciccolini, s.d.,  [ma c. metà sec. XVII].

 

 Copyright  Andrea Vitali  © Tutti i diritti riservati  agosto 2018