Saggi Storici sui Tarocchi di Andrea Vitali

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Tarocco sta per Matto

Documenti letterari tratti da nostri saggi

 

Andrea Vitali, febbraio 2017

 

 

In questo scritto si riportano in ordine cronologico passi di opere letterarie (quelli da noi ritenuti i più significativi) che si trovano in diversi nostri saggi e che evidenziano il significato di ‘tarocco’ come ‘pazzo, matto, scicco, idiota". Per un maggiore approfondimento di ciascuna opera, si vedano al termine i saggi di provenienza. Tutte le opere indicate sono state portate alla luce dallo scrivente, a eccezione del testo di Bassano Mantovano individuato da Ross Caldwell e quelle di Francesco Berni e Flavio Alberto Lollio conosciute da decenni.

 

IL DUECENTO

 

Pedro Amigo

 

Nonostante Pedro Amigo sia vissuto nel XIII secolo (? - poco dopo il 1302), le sue celebri Cantigas sono conosciute attraverso documenti cinquecenteschi.  La nostra attenzione è stata attratta dalla cantiga d’escarnio Hun cavaleyro, fi’ de clerigon (Un cavaliere, figlio di un chierico) che parla di un uomo figlio di un chierico, quindi di bassa estrazione, che non possedeva nel suo paese alcun bene, ma che nella terra in cui era giunto dava a intendere di essere il più nobile di tutti, dato che la gente non sapeva chi in realtà egli fosse e da dove provenisse. La frecciata del poeta è diretta contro quest’uomo non perché si tenesse in considerazione più di quanto avrebbe dovuto, dato che coloro che lo conoscevano sapevano delle sue origini modeste, ma per non aver voluto riconoscere come parente un suo nipote da parte dello zio arrivato da poco, il quale, secondo lui, avrebbe discreditato la nobiltà del suo lignaggio.

 

Del componimento venne operata una trascrizione semidiplomatica, facendo riferimento alla versione presente nel Canzoniere Nazionale Portoghese, da Paxeco-Machado. La filologa e professoressa Elza Fernandes Paxeco (1912-1989) assieme al marito José Perdo Machado (1914-2005), storico, filologo, dizionarista e bibliografo, docenti entrambi di filologia presso l’Università di Lisbona e Coimbra, sono da considerarsi fra i massimi filologi portoghesi. Le loro numerose trascrizioni di testi antichi risultano a tutt’oggi un punto di riferimento per tutti gli studiosi soprattutto di filologia romanza.

 

Di grande interesse è la trascrizione che i due filologi danno del v. 8 della Cantiga dove con criterio critico-filologico sostituiscono l’espressione ‘caro colhi” che appare non avere senso con ‘[h]e taroco’, termine che, come abbiamo evidenziato, significa pazzo, folle, matto.

 

Mentre i dizionari portoghesi moderni attestano che la parola ‘tarouco’ è usata in ambito popolare sia come aggettivo che come sostantivo maschile per indicare qualcuno che ha perso la memoria a causa della vecchiaia, uno smemorato, balordo, idiota (Pop, Classe gramatical: adjetivo e substantivo masculino: Que perdeu a memória por causa da velhice; desmemoriado, caduco, apatetado, idiota), occorre dire che la parola oggi utilizzata usualmente nella lingua portoghese colta con il significato di folle, pazzo, è "taralhoco" con variante ‘taralhouco’ 1.

 

IL QUATTROCENTO

 

Giovan Giorgio Alione

 

L’astigiano Giovan Giorgio Alione (c.1460/70-1529) compose nel 1494 la Frotula de le done ricca di riferimenti sessuali e intrisa di una forte misoginia. Quest’ultima si manifesta attraverso accuse rivolte alle donne e al clero, soprattutto ai frati: le donne astigiane si addobbano per far capire agli uomini che sono di facili costumi, le prostitute hanno aumentato le tariffe, tutte tradiscono i mariti che hanno poca fantasia sessuale, mentre i preti e soprattutto i frati conoscono ogni variazione in merito e fanno 'hic, hec hoc', dove hic è da riferirsi per onomatopea al tipico singhiozzo dell’avvinazzatto, mentre hec e hoc alludono ad altri scurrili intrattenimenti a cui i frati del tempo si dedicavano.

 

Per la comprensione della parola taroch all'interno di questo componimento ci siamo valsi sia della traduzione che di molti lemmi della Frotula fece Enzo Bottasso nell'opera da lui curata Giovan Giorgio Alione, L'Opera Piacevole, sia della competenza del prof. Bruno Villata, autore di un esame critico delle farse dell’Alione, dove per taroch entrambi danno ‘sciocchi’. Sciocco, secondo il Dizionario Generale de’ Sinonimi Italiani dell’abate Giovanni Romani significa "Colui che non sa far buon uso del senno, nel che si avvicina a Stolto" divenendo 'per scarsezza di senno sinonimo di pazzo'.

 

 Questi i versi di nostro interesse:

 

      Marì ne san dè au recioch
Secundum el Melchisedech
Lour fan hic. Preve hic et hec
Ma i frà, hic et hec et hoc
Ancôr gli è – d'i taroch
Chi dan zù da Ferragù
      Cole chi per so zovent
Ne se san fer der sul tasche
Con o temp devantran masche
Quant gnuni ni dirà pù nent
So dagn per ciò gl'abion el ment
Cho diao san furb el cù.

 

La frase in questione è riferibile a un proverbio ancora in uso secondo il quale quando 'il cul è frust, paternoster viene just', cioè quando le donne invecchiano appaiono bigotte (diventano masche = streghe), mentre prima frequentavano preti e frati per altri motivi

 

Traduzione

 

I mariti non sanno dare al rintocco [compiere il loro dovere con le mogli al suono del rintocco, cioè quando la campana annuncia la mezzanotte] 

secondo Melchisedec [secondo quanto sarebbe giusto. Il mio Re è Giusto è infatti il significato principale del nome Melchisedec, personaggio emblematico dell'Antico Testamento] 

Loro [i mariti] fanno hic [sono ubriachi, in senso onomatopeico], i preti [fanno] hic e hec [bevono e vanno con le donne. Hec in sostituzione del corretto lat. fem. haec]

ma i frati, [fanno] hic, hec e hoc [bevono, vanno con le donne e ben altro, cioè ne fanno cioè di tutti i colori]

Ancora ci sono degli sciocchi [Inoltre ci sono degli sciocchi]

che danno giù da Ferragù [che sono fatti della stessa pasta di Ferragù, cioè rozzi] (1)

Quelle [mogli] che per la loro giovinezza [quando sono giovani] 

non sanno farsi dare nelle tasche [non sanno far tesoro, cioè non riescono a concedersi in un modo o nell’altro per denaro, per arricchirsi]           

con il tempo diventeranno masche [streghe]       

quando nessuno dirà loro più niente [quando non interesseranno più a nessuno] 

con danno loro, perciò abbiano a mente [stiano attente] 

perché il diavolo se ne netta il sedere [se ne frega].

 

(1) Ferragù = si tratta di un personaggio rozzo magari tratto dalla tradizione transalpina a partire dalla Vita Karoli. Va ricordato che ai tempi dell’Alione Asti era territorio francese (Informazione fornitaci dal prof. Bruno Villata) 2.

 

Bassano Mantovano

 

Ross Caldwell, consulente scientifico della nostra Associazione, ha menzionato un ulteriore documento dove il termine tarochus viene utilizzato con il significato di ‘matto, idiota, imbecille’. Questo si trova in una Maccheronea (dedicata a Gaspare Visconti), del poeta Bassano Mantovano (?- prima del 1499)

 

Erat mecum mea socrus unde putana
Quod foret una sibi pensebat ille tarochus
Et cito ni solvam mihi menazare comenzat.

 

(Mia suocera era con me, e questo pazzo pensava di poterle portare via un po' di denaro, così cominciò a minacciarmi). 3.

 

IL CINQUECENTO

 

Francesco Berni

 

Nel Capitolo del Gioco della Primiera, testo conosciuto da tempoFrancesco Berni (1497-1535) scrive che “…viso proprio di tarocco colui a chi piace questo gioco, che altro non vuol dir Tarocco che ignocco, sciocco, balocco degno di star fra fornari et calzolai et plebei a giocarsi in tutto di un Carlino in quanto a tarocchi, o a trionfi, o a Smischiate che si sia, che ad ogni modo tutto importa minchioneria et dapocaggine, pascendo l’occhio col sole, et con la luna, et col Dodici come fanno i puti” 4.

 

Pietro Aretino 

 

L'Aretino (1492-1556) parlò di carte e di tarocchi in diverse sue opere. In riferimento a questo argomento ricordiamo soprattutto Le Carte Parlanti in forma di dialogo fra le carte, appunto parlanti, e un artista che le dipingeva, chiamato il Padovano dal suo luogo d’origine. In essa, apparsa all'inizio con il titolo Dialogo del divin P. Aretino nel quale si parla del giuoco con moralità piacevole, l’Aretino propone anche una disamina del significato dei Trionfi in cui traspare, accanto a un evidente sarcasmo, un atteggiamento di rispettoso ossequio verso le carte e il gioco. Infatti, qualora utilizzato con giusta moderazione, il gioco delle carte viene esaltato sotto molteplici aspetti in quanto capace di insegnare la costanza, la perseveranza, l’attenzione, a saper vincere e a saper perdere, ad amministrare con oculatezza il denaro e a rischiare il giusto.

 

Utilizzando i tarocchi, l'Aretino compose anche una famosa satira e menzionò i tarocchi nell'opera La Talanta, commedia in cinque atti d'ispirazione terenziana (Eunuchus) e plautina (Miles gloriosus e Menaechmi). Fu commissionata all’Aretino dalla Compagnia veneziana dei Sempiterni e rappresentata a Venezia nel 1542 con le scenografie del Vasari. La scena si svolge a Roma e narra la storia di una moderna Taide, Talanta, corteggiata da quattro uomini di diversa età e condizione sociale: il giovane Orfinio, il vecchio Messer Vergolo (Veneziano), l'anziano capitano Tinca (Napoletano) e Armileo (Romano). Quest’ultimo finge di amarla per frequentare la sua casa, dove vive schiava Stellina, la fanciulla di cui è realmente innamorato. Dopo rapimenti, fughe, prigionie, travestimenti e un'agnizione finale, Talanta concederà il suo amore disinteressato a Orfinio.

 

Nella Scena XII dell’Atto III,  in un dialogo fra Tinca con il parassita Branca, il capitano assecondando il suo modo di porsi da gradasso afferma di possedere una tale eloquenza da poter  dare animo perfino ai tarocchi:

 

Tinca: Ella diventarebbe una Marfisa udendo ciò, peroche la mia eloquenza metteria core a i tarocchi.

Branca: Bella similitudine! 5

 

Qui, il termine Tarocchi ben lontano da poter essere interpretato come un mazzo di carte, si riferisce invece alle persone folli, stupide, idiote, che non conoscono cosa siano i sentimenti. Tarocchi, appunto.

 

Flavio Alberto Lollio

 

Flavio Alberto Lollio (1508-1569) nella sua celebre Invettiva, altro testo conosciuto, così definisce il suo amato-odiato passatempo “…quel nome bizzarro / Di tarocco, senza ethimologia, / Fa palese a ciascun, che i ghiribizzi / Gli havesser guasto, e storpiato il cervello. / Questa squadra di ladri, e di ribaldi, / Questi, che il vulgo suol chiamare Trionfi, / M’han fatto tante volte si gran torti,/ Si manifeste ingiurie, ch’io non posso / Se non mai sempre di lor lamentarmi /…” 6.

 

Andrea Calmo

 

Di Andrea Calmo (c. 1510-1571) commediografo e attore comico, nato e vissuto a Venezia, abbiamo individuato presso la Biblioteca Marciana una serie di lettere manoscritte di cui una risulta di grande interesse per la nostra trattazione. Di tale lettera il manoscritto conserva due esemplari, di cui il secondo appare per brevi incisi come una correzione del precedente con apporti di varianti lessicali.

 

Il nostro interesse verso questa lettera è dovuto al termine theroco che appare nel secondo esemplare in sostituzione di scirocho [il vento scirocco] nel primo. Ciò risulta di grande importanza in quanto la parola scirocho che nella prima lettera sta a indicare l’azione del vento che rende le persone sciroccate, cioè fuori di testa, folli, fa assumere il medesimo significato al termine theroco nel secondo esemplare, evidenziando come la parola tarocco sia da porre in relazione con uno stato di pazzia.

 

L’argomento delle lettere si basa su un immaginario custode di una villa che scrivendo ai padroni assenti, li informa sui recenti avvenimenti accaduti nella propria terra. Una di queste vicende riguarda l’ortolano dei frati carmelitani (l'ortolan deli frati de i Charmeni) il quale, salito sul suo cavallo carico di tre sacchi di calce da portare alla fiera di Pentecoste (cargo de tre [nella variante ‘dodese’] miera de calcina per andar a le pentecoste), si era imbattuto in ventimila cavalieri di Cardova (se scontrò in vintimille cavalli de cordovani [numero volontariamente esagerato]) armati alla leggera (armadi ala liziera) che completamente in balia del vento scirocco, cioè sciroccati, fuori di testa (che per comandamento de scirocho e nella variante che per comandamento de theroco) erano stati comandati, cioè erano stati spinti da quel vento a compiere scorrerie (erano sta comandati che scorsegiasseno) nelle vie e nei vicoli della periferia (de la tangerlina). L’ortolano li affrontò con ingiurie (li assaltoge con le pestenachie) e con altre ridicole azioni (facendo capriole), avendo poi salva la vita 7.

 

Giovanni Gabrieli detto Sivello

 

In una villanella dal titolo Tarochi è diventato lo mio core la schermaglia amorosa è raccontata attraverso le figure di un mazzo di tarocchi. Il componimento, scritto da Giovanni Gabrieli detto Sivello, attore comico vissuto a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, merita grande attenzione sia per l'aspetto letterario che per l'ordine dei Trionfi di Tipo B che vede nel Mondo il Trionfo superiore a cui sono sottostanti la Giustizia e l'Angelo. La posizione del Matto in apertura (si veda sotto) del componimento si deve ovviamente a esigenze di carattere letterario. Il significato della parola tarocco = sciocco, pazzo, risulta ancor più evidenziato se si prende in considerazione la variante della medesima villanella che inizia con i versi Taroch è diventato lo mio core, cioè ‘matto è diventato il mio cuore’, come esprimono i versi successivi, dato che Mato va per il mondo.

 

TArochi è diventato lo mio core

    Matto và per il mondo ai sorte fella

    Con giusta Angelo, Sole, Luna, e stella.

Errando fugge l’infiammata casa (1)

    Il Diavolo disprezza, è morte chiama

    Ch’apicato finir la vita brama.

Il gobbo (2) li fà luce acciò la Ruota

    Per forza lo conduca in man d’amore

    Che il char’ (3) solo trionfa à tutte l’hore.

La temperanza Papi è bagatino (4)

    Circondano d’intorno à sto mio core

    Si che Tarochi è fatto per tuo amore 8.

 

(1)  l'infiammata casa = la Torre

(2) il gobbbo = l'Eremita

(3) il char' = il Carro

(4) La temperanza Papi è bagatino = Qui la é deve considerarsi una e normale data l'usanza di alcuni scrittori del tempo di accentare tutte le e. Pertanto i penultimi due versi vanno così interpretati: La temperanza, i Papi e il bagatto circondano tutt'intorno questo mio core. L'ultimo verso può essere interpretato in due sensi:  "Così che per il tuo amore è divenuto un mazzo di tarocchi", ma anche "Così che per il tuo amore il mio cuore è divenuto tarocco"  cioè è impazzito. 

 

Nella seguente variante della medesima villanella, i versi sorte fella devono essere interpretati come la Giustizia, poiché il termine giusta, cioè Giustizia presente nella prima versione, è quì sostituita con gionto, ovvero 'unito a'. 


Taroch è diventato lo mio core
     Mato va per il mondo, ahi sorte fella
     Con gionto Angelo, Sole, Luna, e Stella.
Errando fugge l'infiammata casa
     Il Diavolo disprezza, e morte chiama
     Ch'apicato finir la vita brama.
Il Gobbo gli fa luce acciò la Ruota
     Per forza lo conduce in man d'Amore
     Che il car solo trionfa a tutte l'hore.
La Temperanza, Papi, e Bagatino,
     Circondano d'intorno a stò mio core
     Si che Tarocchi è fatto per tuo amore.

 

Giovanni Paolo Lomazzo

 

In una rima dell’opera De’ Grotteschi di Giovanni Paolo Lomazzo (1538-1592), pittore e scrittore milanese, il Tarroco viene descritto nella sua accezione di pazzo, matto:

 

Pose una donna pregna una sua mano

     Sopra una nate, non potendo havere

     Per desio di lumache quattro schiere;

     Che al figlio restar poi in modo strano.

Il qual distrusse tutto il sesso humano;

     Che à più spirti donava gran piacere,

     Con un pugnal horrendo che lo fiere

     Scopò con un Tarroco Mantovano.

Per qual s'ascose sotto d'un ginebro;

     Quando che già Borgnino giovan bruno

     In Roma dianzi cacò giù pe'l Tebro,

Con la figlia di Cerber; secondo uno

     Mi disse, che già nacque da un cerebro;

     Che non stimò l'humor di ciascheduno.

  

(Una donna gravida pose una mano sopra una natica (1), poiché non poteva soddisfare la sua voglia di mangiare tante lumache, non volendo poi che il figlio ne rimanesse deturbato. Il qual figlio distrusse il sesso altrui (2) poiché a più spiriti (3) donava un gran piacere. Con un pugnal orrendo percosse, (4) ferendolo, un pazzo (5) mantovano, che si nascose sotto un ginepro. Quando già precedentemente il giovane bruno Borgnino (6) a Roma defecò (7) giù per il Tevere come una Furia (8), e uno mi disse a suo parere che un'azione del genere poteva essere stata partorita solo da un cervello (9) che non teneva in considerazione lo stato d'animo altrui (cioè di offendere il pudore degli altri) 9.

 

(1) Nella tradizione italiana esiste la concezione che se una donna in cinta prova un forte desiderio di mangiare qualcosa, affinché non rimanga una traccia visibile (angioma) sul corpo del figlio del colore del cibo ingerito, si tocca il sedere perché è parte del corpo non visibile. 

(2) Il senso è che questa macchia interferì in modo abnorme nella sua attività sessuale, facendogli concedere il suo didietro

(3) spiriti = persone

(4) scopare = percuotere

(5)  Tarocco = pazzo, matto

(6) Borgnino = Trattasi di Ambrogio Brambilla, incisore e scrittore, contemporaneo del Lomazzo, che gli dedicò nell’opera un personale sonetto di grande considerazione.

(7) cacò = defecò

(8) figlia di Cerbero = Furia

(9) cerebro = cervello

 

Tomaso Garzoni da Bagnacavallo

 

L'opera L'Hospidale de' Pazzi Incurabili del Garzoni (1549-1589) fu pubblicato nel 1586 simultaneamente a Venezia, Ferrara e Piacenza, a dimostrazione della consolidata fama dell’autore. La trama consiste in una visita offerta ai lettori dietro compenso di una moneta da 20 soldi a un manicomio universale nelle cui sale sono rinchiusi i rappresentanti antichi e contemporanei delle più diverse forme di follia. Il centro dell’ospedale è costituito dai Re dei Pazzi cioè dai pazzi vanagloriosi a cui l’autore dedica il quindicesimo discorso dei trenta di cui è composta la prima parte dell’opera. Ciascuna tipologia di pazzia è raccontata attraverso un Discorso a cui segue l’Orazione a una divinità, un nume tutelare a cui i visitatori potevano rivolgere particolari esortazioni al fine di far ottenere la guarigione ai poveri malati.

 

L’opera, che si apre con una Dedica alla quale seguono due Sonetti, introduce i Discorsi mediante un Prologo dell’Autore a’ Spettatori. È in questo Prologo che troviamo il primo riferimento ai tarocchi laddove il Garzoni al sesto paragrafo ironicamente scrive “…quei matti da tarocco che si stimano Nestori”, ossia quelle persone senza qualità che si credono saggi. Figlio del re di Pilo Neleo e di Cloride, Nestore divenne infatti famoso per essere stato il più vecchio e il più saggio combattente sotto le mura di Troia e ancora oggi molti modi di dire lo citano come sinonimo di ‘vecchio saggio’.


Al Prologo seguono 30 Discorsi dai titoli accattivanti quali: De’ pazzi frenetici e deliriDe’ pazzi bizarri e furiosiDe’ pazzi sfrenati come un cavallo, De’ pazzi goffi e fatui, ecc. Per quanto riguarda la nostra indagine risulta di grande rilevanza il Discorso XIII: De’ pazzi dispettosi o da tarocco che qui riportiamo in parte per far comprendere il significato di pazzo da tarocco, ovvero colui che un secolo dopo il Moniglia (si veda nel continuo) definirà come 'Balordo':



                   DISCORSO XIII - DE' PAZZI DISPETTOSI O' DA TAROCCO

 

 

"Per un gran matto da tarocco ne' tempi moderni è battezato da tutti un certo quanquam per lettera, o un certo Belfegor cosí fatto che per un becco d'una pulice vuole amazzare tutto il mondo, et quando entra sù i balzi, et sul carro matto non hà paura di tutta l'artegleria del duca di Ferrara, per che 'l dispetto, et il livore li tolgono l'antivedere, il pericolo, et la botta che al suo furore è soprastante: onde à proposito si va raccontando che un giorno, dicendoli uno, testa di violino, mosso da una grandissima escandescenza per causa di questa parola, li menò un pugno sì fatto che, urtand' in una colonna, si ruppe tutta una mano, e 'l braccio ancora; e poiche vide il suo danno palese, entrando in maggior sdegno del primo, li tirò d'una balla di marmo, per coglierlo nella fronte, laqual dando nel muro, e ripercuotendo indietro, diede nello stomaco à lui, tanto che acceso in un tratto di doppio furore, andò con la testa per urtare nella pancia di quello; et retirandosi egli, colse con la testa nel pariete, e se la franse tutta: et all'ultimo, non avendo altro da sfogarsi, tirò indiscretamente un rutto da basso, dicendo; Hor piglia questa, dapoi che non mi posso vendicare in altro" 10

 

Antonio Maria Spelta

 

Antonio Maria Spelta (1559-1632) pubblicò nel 1607 La Saggia Pazzia, scritta ‘a difesa delle persone piacevoli, & à confusione de gli arcisavi, e protomastri’, cioè contro coloro che si vantavano di sapere senza possedere in realtà alcuna cognizione. Dal Capitolo VII dedicato ai pazzi Gloriosetti, & Ambitioselli, sotto l’argomento ‘Pazzia Dilettevole’, riportiamo il passo dove l’autore, mettendo quest’ultimi alla berlina, li descrive considerare gli altri, i veri sapienti, alla stregua di tarocchi, vale a dire di persone di nessun valore, pressoché dei pazzi: “Quando un Pollone và in furia, non la grandeggia sì bene, quanto costoro ne’ circoli per farsi tenere bei Cervelli. La dove questi cervellini ambitioselli vanno à vela à più potere, alzati dal Garbino [il vento Libeccio] della gloria per dritto, & per traverso. Uno saprà con gran fatica metter insieme quattro versami, & si terrà un Vergllio, ouero un’Ariosto. Haurà à pena imparato l’Alfabetto Greco, & vorrà essere tenuto un’Isocrate, riputandosi saper tanto, che gli altri siano tarocchi”.

 

Nel Capitolo VII laddove l’autore tratta della Pazzia de gli Astrologi, sempre sotto l’argomento ‘Pazzia Dilettevole’, troviamo di nuovo il termine tarocchi, dove, come per il caso precedente, vengono considerati tarocchi, quindi dei matti, coloro che si affidano agli astrologi. Dopo una trattazione sulla falsità scientifica dell’Astrologia, lo Spelta così continua: “Né questo si dee tacere, che à gli Imperadori Filosofi Medici, & Poeti furono publici honori decretati, e statue inalzate; ma a sorte niuna d’Astrologo questa carezza fù fatta. Se bene Plinio scrive, che à Beroso per veri pronostici predicationi furono fatte statue con la lingua d’oro; Sé Beroso predisse cose vere, non le predisse per osservatione Celeste, mà per altro, come le Sibille. Che dite Signori Astrologi con i vostri Pronostici, Tacuini, & Lunarij pieni di tante menzogne, ricchi di tante bugie, che fanno star le persone melānconiche, predicendo il mal’ànno, che venga à quelli, che vi danno credito: Dè miei quattrini nō spenderete. Sono ben tarocchi, quelli che vi danno fede” 11.

 

Leonardo Salviati

 

Il testo di Leonardo Salviati (1540-1589) Degli Avvertimenti della Lingua sopra ’l Decamerone del 1584 si configura come un ulteriore documento sul significato di tarocco come persona sciocca, di minimo valore, stolta nonché pazza. L’autore, dopo aver riportato la nona novella del primo giorno del Decamerone del Boccaccio, ci presenta una traduzione della novella stessa “Volgarizzata in diversi volgari d’Italia”.

 

La novella, dal titolo Il re di Cipro e la donna di Guascogna, narra la vicenda di una donna guascona la quale, dopo aver compiuto un pellegrinaggio presso il Santo Sepolcro, sulla via del ritorno venne oltraggiata ‘vellanamente’ a Cipro da diversi scellerati. Più che affranta per la violenza subita, pensò di recarsi da Goffredo di Buglione, Re di Cipro, per reclamare vendetta. Ma da alcuni venne informata che il Re stava conducendo una vita all’insegna dell’abbandono, dismessa, senza alcun sollecito di reazione, una vita di poco conto, da Re dei Tarochi come riporta l’autore nella traduzione in volgare veneziano, tanto che coloro che andavano per comunicargli torti subiti venivano ascoltati ma nulla più. Atteggiamento che il Re riservava nei confronti delle offese da lui stesso ricevute. La donna, nell’udire lo stato del Re, volle recarsi ugualmente da lui e una volta al suo cospetto, dopo avergli riferito quanto le era accaduto, lo pregò di insegnarle in qual modo anche lei potesse sopportare tale onta come lui stesso dimostrava nei confronti delle tante viltà che gli erano state inferte. Rincarando la dose, gli disse che se il buon Dio avesse voluto e sei lei avesse potuto, gli avrebbe volentieri donato questa sua infamia sicura che lui l’avrebbe ben volentieri sopportata. Nell’udire tali parole, il Re reagì come se si fosse svegliato da un profondo torpore. Diede pertanto ordine che la donna fosse vendicata e da quel momento in poi divenne fermo persecutore di coloro che, attraverso atti malvagi, avessero osato infangare l’onore della sua corona. 

 

Ciò che ci preme esaminare è come nelle varie lingue volgari del tempo sia stata tradotta la frase riferita allo stato primario del Re che in originale recita “egli era di sì rimessa vita, e da sì poco bene”. Il senso dell’indagine consiste quindi nell’osservare con quali parole o espressioni, le lingue volgari abbiano tradotto la frase di nostro interesse riferibili a un Re che invece di adirarsi e promuovere serie condanne contro i soprusi, dimostrava un atteggiamento distaccato, quasi fosse stolto e pazzo nel non reagire nei confronti di azioni che invece avrebbero richiesto una sua ferma presa di posizione.   

 

Appare invero interessante osservare come la sagacia popolare si sia espressa in modo pressoché identico.  Le note in corsivo sono tratte dal volume di Giovanni Pananti I Parlari Italiani in Certaldo del 1875. Delle dodici lingue volgari dall’autore, ne riporteremo tre, rinviando il lettore alla lettura completa del saggio 12.

 

In lingua Bergamasca

“qul Re era un turlulù (1), e ù pastonaz da far di gnocc, da nient” (quel Re era uno sciocco, un babbeo, e buono solo per fare gli gnocchi, uno da niente).

 

(1) turlulù = Anche oggi l’usiamo in tal significato da corrispondere al bischero dei Toscani. Bischero significa stupidotto, sciocco, balordo.

 

In lingua Milanese:

“Re l’era iussì minchion” (Il Re era così minchione)

 

In lingua Venetiana

“quell Re giera un certo pezzo de carne con do occhi, murlon (2)" (quel Re era solo un certo pezzo di carne con due occhi [vale a dire inanimato], uno sciocco).

 

(2) murlon, = Voce superlative antiquata fuor d’uso: semplice, sciocco, stupido, demente.

 

Più avanti, al riguardo del vernacolo veneziano, l’autore scrive: “Quando quella grama senti sto resolo di sto Re da tarochi, se la vite persa e desperà de trovar chi per fare le so vendette fesse el sò dretto a quei mascalzoni, che l'haveva offesa, ...” (Quando quella infelice sentì come era diventato questo Re di Tarocchi, se la vide persa e si disperò di trovare chi avrebbe potuto compiere la sua vendetta contro quei mascalzoni che l’avevano offesa…”.

 

Abbiamo qui l’attribuzione a quel Re di essere un Re di Tarocchi, cioè un Re da quattro soldi, di nessun valore, praticamente una nullità.

 

Venturino Venturini da Pesaro

 

Nella Farsa Satyra Morale di Venturino Venturini da Pesaro (?-1530), tesa all'esaltazione degli aspetti moralizzanti attraverso figure simboliche (Voluttà, Virtù, Fortuna, ecc.), l'introduzione di un elemento comico desunto dal teatro popolare, cioè la figura di un Capitano ridicolo e sconquassato di nome Spampana, rende l'opera alquanto singolare distaccandola dalle consorelle d'Oltralpe. Questo personaggio è di interesse per la nostra ricerca in quanto in un dialogo fra lo stesso e l'attore principale della Farsa, il giovine Asuero, troviamo il riferimento ai tarocchi e alle minchiate, laddove le "galante sfogliose", espressione per indicare le carte da gioco nel gergo furbesco del Rinascimento, trovano ampia enumerazione. Inoltre, il testo risulta importante per la conoscenza dei giochi di carte del tempo che il Capitano elenca ad Asuero volendolo sfidare a uno di quelli.

 

Si riporta di seguito parte del testo dell'accennato dialogo fra il Capitan Spampana e il giovane Asuero. L'importanza di questo documento appare straordinaria in quanto si presenta come uno dei primi documenti d'inizio sec. XVI che cita il termine sminchiata ovvero il gioco delle minchiate come gioco sciocco, stupido, in linea con il significato della parola tarocco. Contrariamente ai testi fino a ora riportati nei quali abbiamo sostituito la lettera u con v laddove significa v, in questa occasione abbiamo lasciato le u come da testo originale, comprese le abbreviazioni e la punteggiatura.


Asuero
Adiutatime sacri dei celesti.
   Dubito che costui me mangi viuo:
   Tanto ha braue parole: e fieri gesti.
Non mi bisogna esser de ingegno priuo:
   Ma mi conuien mostrar sicura fronte:
   Chel temer fa piu ardito ogni catiuo.
Segli mi parla, io con parole prompte
   Responderolli de total manera
   Da non darli cagion che in furia monte.

Spampana

Ma chi e quel che la stasse? bona sera.
   Bona dies. bona nocte. Asuero o o el bē giunto.


Spampana
Da che il bē giunto? Asuero da una bona cera.


Spampana
Qual cera e seuo parli? fa tuo cunto
   Se hai parlato per dirmi villania:
   Che homo non sei tu per havermi punto.


Asuero
Sio thaggio punto, el ciel iuclice sia:
   Che sol per farte honore te ho risposto:
   E se tu voi passare, ecco la via.


Spampana
Tu hai uentura chio ritorno tosto.
   Hor su voglio giocar dieci grossoni?
   Far con teco amicitia son disposto.
Guarda se belli son da parangoni.
   Pigliala come uoi: o a dadi, o a carte.
   Son tutti i giochi per chi vince boni.


Asuero
Tu me perdonerai, non e mia arte


Spampana
   Non e tua arte? questa mosca ho presa.
   Troua pur chi te creda in altra parte.
Hor non teniam la cosa piu suspesa:
   Con dadi a passa dece: a sanza: al sozzo:
   A darli la man larga, e ben distesa:
Minoretto: sbaraglio: ad urta gozzo:
   A trichetrac: & a torna galea:
   Vedi se come un pipion te ingozzo:
Ah, ah, scio quel che uoi, no te intendea:
   Eccole qui le galante sfogliose:
   Chiama re, fante: ve chel te uenea.
Io voglio contentarte in tutte cose:
   O uoi alla cricchetta: o alla fluxata:
   A rompha: a fluxo: & a le due nascose:
Primera: al trenta: & alla condañata 8:
   A rauso: a cresce el monte. hor apre gli occhi:
   Che tua, o mia sara questa giornata.
Mancaua anchora el gioco de tarocchi
   Chesser mi par tuo pasto: e un altro anchora
   Minchion, sminchiata volse dir da sciocchi.
Hor prende qual tu uoi, chel fugge lhora. 13

 

IL SEICENTO

 

Marcantonio Tornioli

 

Il musicista Marcantonio Tornioli visse a cavallo del XVI e XVII secolo. Oltre la produzione musicale, diede alle stampe il poema drammatico Inventione de la Croce pubblicato nel 1633, dal cui frontespizio veniamo a conoscenza del suo appartenere all’Accademia degli Intronati.

 

La storia è incentrata sulla ricerca della smarrita Santa Croce nascosta in un luogo conosciuto solo a Giuda - ancora vivente per l’occasione - e restio inizialmente a disvelarne il luogo. Incalzato quest’ultimo da Maccario, vescovo di Gerusalemme e da altri, facendo seguito all’ordine impartito dall’Imperatrice Elena, madre di Costantino, affinché Giuda parlasse, dopo lunga insistenza con relativo pentimento, Giuda, anche se sollecitato dal demone Balac a mantenere il segreto, rivelerà il luogo dove la Croce era stata sepolta.

 

Una volta informati sul luogo e scavato sotto le macerie del Tempio di Venere, si scoprirono tre croci. Quale era quella sulla quale sofferse il Salvatore? Elena e Maccario pensarono di far trasportare in quel luogo un giovinetto morto da poco. Postolo sulla prima croce non si ebbero manifestazioni di vita e lo stesso accadde per la seconda, ma appena il giovane venne disteso sulla terza croce egli aprì gli occhi rinato da morte. La vera Croce era stata individuata.

 

Assieme a questa ricerca della Croce, il testo racconta il pensiero degli Ebrei, furiosi e smarriti nel contempo, per il fatto che Giuda potesse tradire la loro fede rivelando il segreto, cosa che avrebbe portato a una maggiore diffusione del credo cristiano. Inoltre, troviamo dialoghi fra diavoli e interventi angelici.

 

Nell’opera la parola tarocchi è menzionata nella scena terza del terzo atto laddove due personaggi, nello specifico un Rabbino e Salomone, colloquiano fra loro sulla ricerca dei Cristiani. Di seguito sopraggiunge Isac, praticamente impazzito avendo ricevuto la notizia falsa che la Croce era stata ritrovata. Falsa poiché il ritrovamento avverrà solo verso la fine dell’opera.

 

Mentre seguono discussioni fra i due interlocutori sulla necessità di affrontare al meglio tale pericolo, ecco apparire Isac, canticchiando: 

 

Isac. Tara tantara tara

Tumma, catumma, catumma, tummella.
E ch’indugiate ad arrecar soccorso
Al pover Matatia? ah non vedete
Ch’Antioco lo prende per la gola?” 

 

Salomone e il Rabbino, a queste parole, si rendono conto che l’amico sta vaneggiando, anche perché Isac, scambiando il Rabbino per Giuda, inizia a percuoterlo.

 

I seguenti versi messi in bocca a Isac “Tappa ta, buttasella, ecco ‘l destriero. / Ò buono, ò questo sì, che in fede mia / L’uno e l’altro di voi scuopre tarocchi” descrivono il sopraggiungere del cavallo di Isac (che poi monterà successivamente) al quale lo stesso Isac assegna la prerogativa di poter scoprire che i suoi due amici sono dei tarocchi, cioè dei pazzi, nel senso che anche un animale lo avrebbe compreso. I sentimenti si invertono: mentre il Rabbino e Salomone ritengono che Isac sia impazzito, quest’ultimo reputa matti gli amici 14.

 

Ludovico Sesti

 

In occasione della disputa intercorsa fra Francesco Buoninsegni che aveva scritto una satira contro il lusso delle donne e la monaca Arcangela Torabotti che gli aveva risposto con una sua antisatira, l'Accademico Aristocratico Lucido Ossiteo [Ludovico Sesti] ponendosi fra i due a favore del Buoninsegni, scrisse la Censura dell'Antisatira della signora Angelica Tarabotti fatta in risposta alla Satira Menippea contro il lusso donnesco del Signor Francesco Buoninsegni (1656). Rivolgendosi alla Tornabuoni l’accusò di dire una falsità nell'asserire che il Buoninsegni aveva parlato delle donne e non degli uomini per il timore che gli dèi avessero potuto colpirlo con qualche fulmine, conoscendo il loro maggior interesse verso il sesso femminile, meritevole di grandi attenzioni. Ma se così fosse stato, il Buoninsegni non ne avrebbe dovuto parlare affatto, scrive l’autore. E poi, da dove sarebbe derivato questo pensiero di attrazione degli Dei verso il merito femminile? [Unde hoc est = da dove deriva ciò].

 

Tale disamina è anticipata dall’autore con le seguenti parole: “Pensavo d'essere al fine, quando mi si fa innanzi un'argomento in Tarocco, a cui non si può far di meno di non rispondere”. Per ‘argomento in tarocco’, si deve intendere un argomentare su cose false, fuori di testa, da cui la necessità di disquisire per far conoscere la verità. In questo senso ritroviamo ancora una volta il significato di Tarocco, come matto, stolto e nello specifico il primo esempio in cui viene definito falso, come erano infatti i matti. Ancora oggi in Italia, ad esempio, l'oro falso è chiamato 'oro matto'. 

 

La ‘cattiveria’ dell’autore non finisce però con queste parole, data la sua dichiarazione di aver trovato il testo della Tornabuoni zeppo di errori di stampa prefiggendosi pertanto di correggerlo. Di seguito la frase in oggetto:

 

“Pensavo d'essere al fine, quando mi si fa innanzi un'argomento in Tarocco, a cui non si può far di meno di non rispondere. Dite donque che il Sig. Buoninsegni tacendo degli huomini, ha parlato di voi, perche ha havuto paura di qualche fulmine, sapendo che gli Dei furono sempre fautori del merito femminile: Unde hoc est? Anzi sapendo questo, dovea tacere. Ma perche è falso questo, come erroneo il vostro discorso, senza tema di fulmini (havendo il Lauro di Poeta in fronte) egli intraprese a farlo, e lo farà ogn'altro che habbia spirito virile. Se poi mi dite, che questo sia un errore stampa, io vi rispondo, che già m'accorsi tutto il Libro esser tale, e però mi posi ad emendarvelo” 15.

 

Anonimo

 

Nella città di Roma fin dal Cinquecento e per tutti i due secoli successivi, il Papato per distogliere il popolino dalle sue mortificazioni e delusioni ritenne di dovergli dare in pasto una vittima sacrificale che individuò nella comunità ebraica, la migliore etnia su cui scaricare le proprie tensioni. Si assistette così alla nascita delle giudiate, rappresentazioni teatrali allestite su carri itineranti trainati da buoi che attori e musici mettevano in scena nelle varie piazze della città.

 

Dalla giudiata L'Ebreo finto Conte, stampata a Todi nel 1697, che verte su un amore contrastato e un tesoro da ritrovare, abbiamo scelto di riportare alcune quartine.

 

Questa la vicenda: poiché Tognino è caduto preda della follia, Artemisia e Cianfraglia per rinsavirlo adottano un rituale magico consistente nel toccarlo in vari punti del corpo con una pietra. A questo scopo, una volta legato l’insavio e stesalo a terra, Cianfraglia compie l’incantesimo suggerito da Artemisia. La pietra non può non far ricordare quando Mosè colpì con il suo bastone una roccia nel deserto, ovviamente di pietra, facendo scaturire l’acqua che salvò gli ebrei assetati. Una pietra quindi dalla funzione magico-liberatoria presa a prestito dal passo biblico per ironizzare sulle credenze degli ebrei.

 

Testo originale

 

Saltarello

 

Ar. Dicetegli adesso sti parole qui

Sciotè (1) cho sta pietra incantata te tocco

Che mo lo iuditio te facci venij

Per la virtù de tabarabatocco. (2)

 

Aq. Mo faccie la prova ò da dì scuscie (3)

Sciotè cho sta pietra incantata te tocce

Que mo glù iuditie te facci venie

Per la virtù de tabarabatocce (4).

 

Quando hanno legato Tognino, lo colcheranno in terra; e poi con una pietra lo tocheranno in più lochi; e doppo un poco di tempo ritorna in se e lo sogliono.

 

Canto

 

To. Chi ma legato mo si che tarocco (5)

Sont’in camiscia (6) come che la và

Galinaccio (7) no so manco alifrocco (8)

E’ voi le mie Zoie arretrovà.

 

Ar. Erivo matto stà pietra qui và toccò

E’ subito va fatto aresanà,

E adesso à voi lo tutto voglio dì

Del Conte, e delle gioie, ma nò qui.

 

Per meglio comprendere il significato del testo, diamo di seguito spiegazione di ogni singolo termine.

 

(1)  Sciotè = matto, dall'ebraico  שוטה. Dato il significato in ebraico, anche in diversi dialetti ebraico-italiani, tra cui il Giudaico-Romanesco, questa parola viene usata, appunto, per dire “Matto”, “Stupido”. Infatti il termine Sciotè è proprio la parola con cui in ebraico è oggi chiamata la carta de Il Matto nei tarocchi: HaShotè   השוטה  _ ove la parola Shotè è preceduta dalla “Hei”, quinta lettera dell’alfabeto ebraico, vocalizzata in “Ha”, che qui funge da articolo determinativo:  Il Shotè, Lo Shotè. Ringraziamo Jonathan Sierra che da Gerusalemme ci ha inviato questa informazione.

(2)  tabarabatocco = termine senza senso, solo parola che riempie la bocca utilizzata per incantare il pubblico. Un po’ come il nostro ‘ambaràbaciccicoccò’. L’uso di una parola di tal genere era finalizzato a ironizzare sulle pratiche magiche ebraiche allo scopo di evidenziarne l’assurdità.

(3)  di scuscie = discutere grandemente. Qui con il significato che se il rituale non avesse avuto successo, il tutto sarebbe finito in un grande litigio. In pratica i due sarebbero venuti alle mani.

(4) tabarabatocce = il finale della parola in e piuttosto che in come ritroviamo nel tabarabatocco della prima quartina, intende evidenziare la differenza regionale di provenienza di Cianfruglia Aquilano rispetto ad Artemisia, che era romana.  Lo stesso vale per la precedente parola tocco divenuta qui tocce

(5)  tarocco = matto, pazzo. Non essendo l’amico più controllabile perché fuori ragione, doveva essere tenuto fermo per evitare che facesse atti irragionevoli.

(6)  Son’t in camiscia = essere in camicia = mostrarsi, apparire. Come se l’amico impazzito avesse compreso lo stato in cui si trovava.

(7)  Gallinaccio = persona superba che vuole e pensa di apparire bella quando non lo è. Fare il ‘galletto’, significa infatti darsi delle arie ritenendosi superiore a tutti. Persona che per il suo sentire diviene oggetto di scherno in quanto di nessun valore. Inoltre, il ricorso a un gallo mette in evidenza il rapporto piume-matto, assecondando la versione iconografica del Folle.

(8)  alifrocco = parola popolare a indicare una persona di nessun valore, da non prendere in considerazione, da non dover perdere neppure tempo a schernirla considerata la sua inconsistenza.

 

Libera traduzione in italiano del testo:

 

Artemisia [rivolta a Cianfraglia Aquilano]:

 

Ditegli ora queste parole che vi dico,

matto, con questa pietra magica ti tocco

affinché subito ti faccia rinsavire

per il potere di tabarabatocco.

 

Cianfraglia Aquilano

 

Facciamo pure la prova altrimenti prenderò le botte se non avrò successo.

Matto, con questa pietra magica ti tocco

affinché subito ti faccia rinsavire

per il potere di tabarabatocce.

 

Quando avranno legato Tognino, lo stenderanno in terra; poi con una pietra lo toccheranno in più parti del corpo; e dopo un po’ di tempo [Tognino] ritornerà in sé e lo scioglieranno.

 

Tognino

 

Chi mi ha così legato che pazzo sono,

appaio come un ridicolo gallinaccio 

e persona neuppure degna di essere derisa (1)

E voi cercate di ritrovare i miei gioielli.

 

(1) In pratica, Tognino dice di essere talmente matto, fuori di testa a tal punto che il suo stato non viene preso in considerazione neanche per essere schernito.

 

Artemisia

 

Eri matto e questa pietra vi toccò

e subito vi ha fatto risanare.

e adesso voglio dirvi tutto

del Conte e dei gioielli, ma non ora e in questo luogo 16.

 

Andrea Moniglia 

 

Un ruolo di grande importanza deve essere attribuito a questo autore (1625-1700) per la sua produzione drammatica, assicurandogli un posto di tutto rilievo nel panorama teatrale del Seicento, avendo egli contribuito allo sviluppo della commedia musicale che detenne un ruolo importante nella storia dell’opera buffa italiana.

 

Di nostro interesse risulta il suo dramma civile La serva nobile composto nel 1660 in quanto l’autore, primo fra tutti, spiega chiaramente il significato della parola Tarocco, riconducibile a quanto da noi già espresso.

 

Alla ‘Scena Vigesimasettima’ del secondo atto, Anselmo, additando un altro di nome Fernando, dice: “E quel tarocco di Fernando?”.

 

Illuminanti sono le spiegazioni che l’autore offre di certi lemmi da lui utilizzati nel dramma riportate nella Dichiarazione De’ Proverbi, e Vocaboli usati dalla Plebe Fiorentina, de’ quali per legittima imitazione s’è valso l’Autore, dove per Tarocco dà "Balordo, Fantoccio, Malfatto”. Se per i migliori dizionari ‘Malfatto’ significa persona fatta male, imperfetta, quindi affetta da gravi imperfezioni fisiche, anche mentali, per ‘Fantoccio’ danno persona senza volontà che deve essere guidata da altri, così come in realtà sono i pazzi.

 

Per spiegare il significato di ‘Balordo’ ricorrerò all’abate Giovanni Romani e al suo Dizionario Generale de’ Sinonimi Italiani del 1825 dove discorrendo del termine ‘Matto’ dà tutti i possibili sinonimi, ciascuno dotato di specifiche qualità: “BALORDO: lat. Bardus, […] è un attributo che si applica a Coloro che sono di ottuso, o tardo, ingegno, per esempio: “A vedervi straccare dietro a un balordo” (Car. Lett.); e sotto a questa nozione Balordo si approssima assai a quelle di Stolido e d'Insensato, non che di Melenso. Ma peraltro suolsi più di frequente usar questo attributo per significare Una certa passaggiera confusion di mente, prodotta da qualche improvviso accidente, per esempio: “Rimase Psiche come una balorda” (Fir. As. 149); “Mostrando grandissima maraviglia, mi stava fermo come una cosa balorda” (Idem, 25); “Claudio ebbro e balordo, non se ne avvide” (Tac. Dav. 12, 260). Sotto questa nozione parmi che Balordo divenga affine di Stupido.

 

Inoltre, il Moniglia spiega il significato del verbo Taroccare, da lui citato alla 'Scena Duodecima’ dell’atto primo del dramma musicale La Vedova, quando l’interprete principale Frasia dialogando con Geva, la vecchia serva, così esclama:

 

Frasia

 

Leonora [una delle sue figlie]

Oggi deve sposarsi

Co’l Padre di Leandro; E questo sciocco

Or le dice, or le scrive

Ch’Amante di lei vive;

Capizzi (1) Geva, in verità tarocco.

 

(1) Capizzi = capisci

 

Nelle Dichiarazioni il Moniglia definisce il verbo taroccare in questi termini: In verità tarocco, In verità m’adiro, sono in collera. Una spiegazione che asseconda quanto già da noi espresso al riguardo di questo verbo in altri nostri scritti.

 

Due significati diversi quindi, quello di Tarocco = Matto e di Taroccare = Arrabbiarsi, ma con derivazione del secondo dal primo, quale manifestazione di uno stato di agitazione che denota un uscire di senno negli incapaci per non saper trovare nell’immediato la calma necessaria e una giustificazione ragionevole 17.   

 

Francesco Fulvio Frugoni

 

L’opera del Frugoni (1620-1686) De’ Ritratti Critici venne pubblicata nel 1669 a Venezia. Nel secondo volume l’autore discorre, in forma critica come il titolo evidenzia, di diverse genie di personaggi degni di attenzione per loro qualità negative: i crapuloni, i bevitori, i giocatori, gli oziosi e gli ignoranti.

 

Dalla sezione ‘Il Giucatore’ abbiamo tratto un passo che traduciamo liberamente:

 

“Si, certamente il giocatore scortica, cioè porta via denari o altri beni agli altri ed è a sua volta scorticato, dato che il mestiere (di baro) viene ingannato dal mestiere (di altri bari più bravi), e quando il giocatore si trova nella situazione di aver messo da parte una grossa cotica, cioè un bel mucchio di soldi o di beni, con l’inganno (praticamente barando), non manca chi gli restituisce quanto ha commesso. Molti, avendo guadagnato con azioni ingiuste, non fanno altro che mettere da parte un bel boccone (gruzzolo) per il Lupo, ovvero per i parenti. Le case si fanno con i soldi vinti ai dadi e si perdono allo stesso modo, ma dato che i dadi sono segnati (truccati) e instabili, dato che poi molto dipende dalla fortuna, le stesse case spesso vengono perse. Qualcuno smise di indossare abiti cenciosi per indossarne di belli sapendo come maneggiare i dadi e le carte: ingrassarono il loro patrimonio vincendo ai dadi, trovarono la tranquillità economica dicendo vada (parola usata dai giocatori per dire: “gioco, vedo cosa hanno in mano gli avversari), assursero a ruoli sociali di prim’ordine vincendo a primiera (gioco di carte), si innalzarono giocando a bassetta (gioco di carte), rimisero in piedi le proprie finanze con il flusso (altro gioco di carte), trionfarono col trionfetto (sempre gioco di carte), moltiplicarono i loro averi giocando a quaranta (ulteriore gioco di carte) e giocando a tarocchi non furono più ritenuti dei tarocchi.  

 

Il testo originale dell'ultima frase così recita: "e co Tarocchi non furono più per Tarocchi tenuti", vale a dire che grazie alle vincite al gioco dei tarocchi non furono più considerati dei tarocchi, ovvero dei pezzenti, dei matti, a differenza di prima quando avevano sperperato tutti i loro averi al gioco 18.

 

Questo autore ha attratto ulteriormente la nostra attenzione per una sua opera melodrammatica in cinque atti del 1675, ovvero L’Epulone composta per essere letta e musicata, abbozzata a Aix ma scritta durante in un suo soggiorno in quel di Piacenza.

 

Come nel Il Cane di Diogene il Frugoni intende fustigare i costumi del tempo, ergendosi a paladino di una purezza di costumi e di incontaminata onestà, ruolo di cui si avvale per condannare, in questo caso in forma melodrammatica, i vizi che attanagliavano l’umanità, inducendo i ricchi e i potenti a vivere fuori dalle regole cristiane, e nel contempo, attraverso il loro asservimento, a defraudare del giusto i miseri e i derelitti, il tutto messo in bocca ad attori che dei vizi ne personificano grottescamente i caratteri.

 

Nel Prologo troviamo ‘Individui’ che rappresentano da un lato aspetti degenerativi che minano l’integrità dell’uomo e dall’altro il loro opposto in senso cristiano:

 

La Ricchezza                 e                  La Povertà

La Crapula                     e                  L’Astinenza

La Lussuria                    e                  La Pudicizia

La Calunnia                   e                  L’Innocenza

L’Atheismo                    e                  La Fede

 

Nei I Riflessi Arguti sopra alcuni testi dell’Epulone, cioè le Prose Morali-Critiche come riportate nel frontespizio del volume, i versi del melodramma vengono commentati in prosa dall’autore stesso. Nello specifico, risulta di nostro interesse l’argomento ‘I Donativi’, cioè i doni, che il Frugoni tratta in riferimento alla XII Scena del Quinto Atto.

 

In riferimento al gioco delle carte chi non ha il Re di denari è considerato un Fante di coppe, cioè un povero perdente, e colui che non possiede le carte del Sole, della Luna o del Mondo, è un buon a nulla, un poveraccio come il matto dei Tarocchi. Forse qualcuno riderà nel leggere la verità scritta in questo modo burlesco, dato che la verità è oggi considerata alla stregua di una burla ma chi potrebbe proibire di dire la verità ridendo? Si potrebbe ben ridere con Democrito e non del tutto disperarsi secondo Eraclito nell’affermare che nel mondo tutto si muove per quel malnato prurito che colpisce l’uomo e che si chiama AVERE, il verbo più usato nella categoria dell’umano commercio.

 

“Mi si condoni la galanteria di questo scorcio, perche tratto di doni: Son caduto dal serio nel giocoso, perche parlo di donativi, che sogliono fare cosi bel giuoco, che chi non hà un Re di denari è riputato un ſante di coppe: chi non hà il Sole, la Luna, ò ’l Mondo in manó resta un Tarocco” un perdente, un buono a nulla. 19

 

Giovanni Briccio

 

A questo autore (1579-1645) si deve la commedia L’Ostaria di Velletri ovvero la Zitella Malenconica, Comedia nova, e ridiculosa, dove fra le diverse scene che si svolgono in Velletri, di nostro interesse è la XII del primo atto, dove in un dialogo fra Pasquarello e Monello troviamo un’ulteriore testimonianza del significato di tarocco = matto. La frase che lo testimonia è “L’è pure in bel asso de tarocchi”: se asso è termine che comunemente viene usato  per identificare una persona eccellente, in realtà qui ci troviamo di fronte a un asso di tarocchi, cioè a uno che eccelle in idiozia. La similitudine di ‘asso’ a significare eccellente, insuperabile con un asso dei tarocchi mette pertanto in ridicolo il personaggio, reso oggetto di un inganno perpetrato ai suoi danni, incapace di ragionare per rendersene conto. L’aggettivo ‘bel’ fra l’altro amplifica il concetto, dato che nella nostra lingua si ricorre a questa parola per sottolineare maggiormente una condizione, come ad esempio nelle espressioni dispregiative tipo “è un bel cretino, è un bell’idiota”.

 

Di seguito l'intera scena:

 

Atto Primo - Scena XII

Monello, Romanesco garzone di un oste e Pasquarello, cognato dell'oste

 

Mo. Che fate signor Pasquarello, io ho tolto licenza dal vostro cugnato, e da tutta la casa, per fare il debito mio, piglio ancora grata licenza da V. S: pregandolo a volermi usare per il bon servitio qualche cortesia di mancia se li piace.

Pa. Te la voglio dare morto amorevolmente, ma voglio che tu perzì (1) me faccia

no favore. Dimme no poco te basta l'anemo a te essere co mico a fare na vennetta (2).

Mo. Lassame un poco vedere, dove costui vuol battere, Sig.si che mi basta l'animo, non sarà la prima volta, che mi ritrovo in questi balli (3), Tanto stimo a sbugiàr (4) la panza a uno, come a sputar in terra. Al mio paese se diceva per proverbio, guardate (5) dal foco di Mongibello (6), e dalla collera di Monello.Ma che cosa vi è intravenuto.

Pa. Ero iuto alla giostra della vufara su alla chiazza (6), e uno de chilli cornuti senza no respietto allo munno (7), allenta la vufara aduosso, ca no c'è mancato no tantillo ca no me haggia stropeiato.

Mo. Vedemo un poco se il gonzo volesse cascare nella rafa (8). Conoscete voi costù.

Pa. Era uno de chilli, ca teneva la corda en mano.

Mo. Io lo conosco, e so chi è, che fui presente al tutto; certo che havete ragione di farli qualche affronto, perche il suo fu un brutto procedere: e non dubita che tutti quelli gentilomini Velletrani, dicevano che si era portato male, e che se voi non ne facete vendetta, non vi tenevano per galanthuomo, & io pigliandola per voi li risposi, che di sicuro colui si potesa tener morto, havendola, fatta a un par vostro.

Pa. Buona pè (9) vita mia: o Monello caro, commo farimmo nui a trovar sso (10) cornuto.

Mo. Lassate la cura a me de retrovarlo, che io non voglio altro da voi, se non dui cose; la prima qualche buon pezzo di arme per menar le mani, e l'altra una buona mancia da poter sfrattar via, e poi lassate far a me, che ve l'ammazzo, senza, che voi meniate un colpo; mi basta solo, che stiate a vedere.

Pa. So contiento a fare chillo che vuoi tu, fermate, e aspettame loco, ca mo vao

nell'ostaria, e busco no bello pezzo di arme.

Mo. Andate che vi aspetto. Hoggi è proprio una giornata da far burle, e tirar denari. Costui come si crede ch'io voglia questioneggiare per lui; l'è pure il bel asso de tarocchi; la questione, che son per fare sarà di levarli di mano un poco di lugagni (11), e l'arme che mi darà, o glie la voglio far bella.

Pa. Sara bona chesta spata, overo (12) so pistolese (13)?

Mo. Dateme l'uno, e l'altro, questo lo terrò alla cintura, e la spada sotto il braccio: e cosi quando me incontrarò in lui, metterò mano a quell'arme, che giudicarò megliore; andiamo, che sò io dove ho da trovarlo; ma dove è la mancia.

Pa. No te dubetare de chesso (14) tu, iamo (15) via 20.

 

(1)  perzì = per ottenerla

(2)   vennetta = vendetta

(3)  balli = situazioni

(4)  sbugiar = lacerare

(5)  guardate = guardatevi da, state attento

(6)  Mongibello = l’Etna

(7)  munno = mondo

(8)  rafa = rete

(9)  pè = per

(10) sso = questo

(11)  lugagni = denari

(12)  overo = oppure

(13)  pistolese = pistola

(14)  chesso = questo

(15)   iamo = andiamo

 

Pierantonio Carrara

 

Dalle Rime, overo Concetti Abortivi di Genio Poetico divisi in Sacri, Morali, Encomistici, Promisqui, Giocosi, e Familiari di Pier Antonio Carrara vissuto nel sec. XVII, abbiamo tratto un sonetto dove ancora una volta troviamo il significato di ’tarocchi’ come matti, sciocchi, idioti, laddove l’autore scrive: “fai Cricca di Tarocchi”.

 

Il sonetto Per un Vecchio innamorato si presenta come una satira rivolta a un anziano, il quale nonostante la vetusta età manifestava segni di innamoramento. Venerava pertanto, scrive il poeta, il bambino Cupido il quale, come la sua iconografia lo presenta, era munito di fiaccole a significare l’ardore della passione e di ali in quanto volava ovunque lanciando con la sua faretra frecce amorose su tutti gli uomini senza rispetto per l’età. Non era da meravigliarsi dunque se il vecchio lo adorava, dato che gli anziani si comportano come i bambini in quanto si lasciano trasportare dall’istinto più che dalla ragione.

 

Poiché non aveva più i capelli, il nostro indossava chiome posticce cioè una parrucca con la quale nascondeva la sua canizie. Ai piedi, che oramai facevano fatica a sostenerlo, portava due calzari da donna che lo facevano apparire alquanto comico, mentre per soddisfare in ogni cosa la sua amata giungeva faticosamente a piegare perfino il dorso. Per comprendere quest'ultimo passo si può fare riferimento alla raffigurazione di Aristotele cavalcato da Fillide, il cui significato esprime il completo dominio sull’essere cavalcato. Questa favola, poiché di mito si tratta, riflette la debolezza della volontà nei confronti della virtù rafforzata dall’etica, l’Akrasia di cui parla il filosofo, il quale si compiacque di soddisfare il desiderio di essere cavalcato da Fillide, con ogni probabilità simbolo della debolezza filosofica, divenendo oggetto di scherno da parte di Alessandro, il quale si divertiva a guardare quel vecchio che aveva perduto il senno tanto era preso dalla follia d’amore. In parole povere, l'autore del sonetto evidenzia come l’anziano, pur di non perdere i favori dell'amata, fosse disposto a sopportare qualsiasi peso.   

 

Sarà quindi sufficiente dire che per essere annoverato fra la schiera degli sciocchi, assommando in sé il nome di pazzo, di vecchio e di amante, egli era divenuto, seppure fosse una singola persona, una combriccola di tarocchi (stupidi, idioti, ecc.).

 

 Per un Vecchio Innamorato.


CVpido è un Dio Bambin, c’ha faci (1), ed ali,
   Arco, e Faretra, e Tu lo fai tuo Nume?
   Ma che stupor? Per natural costume

   Sono i Vecchi ai Fanciulli in fatti eguali.

 

In Te già morto è il Senno, e ai funerali

   Con le facelle accese Amor fa Lume;

   A la Mente, che vola, Ei dà le Piume;

   Ei bendato, e Tu cieco usi gli Occhiali.

 

De la canizie tua fatticcie chiome (2)

   Son velo; i piè tremanţi orni di Socchi, (3)

   E ’l Tergo adatti a l'amorose Some (4).

 

E basti dir, che, per aver fra Sciocchi

   Loco, di Pazzo, Vecchio, e Amante il nome
   Unendo in Te, fai Cricca (5) di Tarocchi 21.

 

(1) faci = fiaccole

(2) fatticcie chiome = parrucca

(3) Socchi = Calzature leggere, sul tipo della pantofola, usata dai Greci antichi e successivamente adottata dai Romani, quasi esclusivamente dalle donne; presso i Romani era inoltre la calzatura propria degli attori comici

(4) Some = pesi, ma qui fatiche

(5) Cricca = combriccola

 

Antonio Abbondanti

 

Di Antonio Abbondanti, nato a Imola sul finire del sec. XVI e morto dopo il 1625, si hanno scarse notizie. Dall’opera di cui parleremo veniamo a conoscenza che accompagnò monsignor Pier Luigi Carafa in Germania allorché questi venne nominato nunzio apostolico a Colonia dove il nostro rimase per lungo tempo svolgendo la mansione di segretario di quella nunziatura, incarico che mantenne anche dopo il rimpatrio del Carafa. Nel 1625 a Colonia diede alle stampe il Viaggio di Colonia, ristampato due anni dopo a Venezia, piacevoli capitoli satirici burleschi in cui raccontò in stile bernesco le vicende eroicomiche vissute in occasione del suo viaggio.

 

Il suo Viaggio a Colonia venne integrato nell’edizione veneziana del 1627 da tre capitoli riguardanti un ulteriore viaggio da Colonia a Treviri. Venendo a scrivere di Liegi, la sua vena satirica burlesca nell’evidenziare il carattere degli abitanti di quella città, lo portò a descriverli come dei matti, sempre pronti a litigare fra loro, giungendo addirittura a considerare il litigio come motivo d’onore tanto da non rispettare coloro che si ritraevano dal disputare, considerati dei falliti nonostante che il litigare mandasse in rovina i più. Poiché attraverso il litigio ognuno riusciva a campare, tutti chi più chi meno, erano da considerarsi dei lestofanti.

 

Il verso che riassume tale agire nella considerazione dell’autore è il seguente: “Hanno cervelli tutti da Tarrocchi”, espressione che identifica i Legesi come matti, balordi.

 

Viaggio di Treveri

 

Capitolo Secondo

 

[…]

Sappiate dunque, ch’ in pianura amena

     E’ posta la Città cinta di colli,

     C’hanno gli Orti, e le Vigne in su la schiena.

La Mosa poi con le sue braccia molli

     La divide in più parti, e poi l’abbraccia

     Facendo mille giri, e rompicolli.

Onde gli abitatori han varia traccia

     Da buscarsi ogni dì pane, e baiocchi

     Se ben più del boccal vanno a la caccia.

Hanno cervelli tutti da Tarrocchi,

     Se bene gonfi s/fanno de’ magnati,

     Né vogliono, ch’il naso alcun gli tocchi.

Son tutti ne le liti rovinati,

     Perche litigarebber l’appetito,

     L’ombra loro, e la casa, onde son nati.

Non è chi non hà liti riverito

     Anzi il titol de’ primi è litigante,

     E l’huomo senza liti par fallito.

Con litigare ogniun si tira avante,

     E dalle liti vengono gli onori,

     E quindi ogni Legese, è lesto fante. 22

 

L’espressione “cervelli da Tarocchi” doveva in ogni modo essere nelle corde dell’ autore, dato che la troviamo una seconda volta nelle Gazzette Menippee di Parnaso dove in una terzina sottolinea come attraverso la ragione si potesse far comprendere certe situazioni anche agli idioti.  

 

E con varie ragioni egli poi feo

     Capaci quei cervelli da Tarocchi,

     Ch’il robbar imitando non fa reo.

 

Jacopo Rossi

 

Nell’opera scenica L’Almiro del 1681 troviamo un riferimento al significato di Tarocco come persona senza valore.

 

Questi i personaggi:

 

Piccicone, Aio (1) 

Scarabotto, Servo di Corte.

 

(1) Aio = La persona che nelle famiglie signorili attendeva all’educazione dei giovani.

 

Nella Scena V del Secondo Atto alla richiesta di Piccicone a Scarabotto di scrivere un sonetto da indirizzare a suo nome a Elisabetta, sua futura sposa, il servo invita Piccicone a scrivere il titolo:

 

Alla Serenissima Principessa Elisabetta il Prencipe Piccicone suo Consorte”

 

proseguendo nel dettare altre rime, riportate nel dialogo, con la richiesta tuttavia dell’amico di modificare certe espressioni a suo parere non confacenti.

 

Così il dialogo si snoda fra i suggerimenti di Scarabotto, i desideri di cambiamento di Piccicone e la valutazione da parte di entrambi del motivo della scelta di certe parole, fino a giungere al verso:

 

Con la Regina d’Amor m’ha dato scacco.

 

a cui, dopo breve, segue:

 

Contro le spade sue sono un Tarocco

 

a significare che contro le spade (dardi) dell’amore Piccicone non valeva nulla. Il tema della spada viene poi ripreso successivamente, laddove Scarabotto suggerisce versi che evidenziano al meglio il significato di tarocco: la vita di Piccicone sarebbe stata a tal punto distrutta da traboccare fatalmente nella tomba, dato che era perdutamente innamorato 23.

 

Vittorio Siri

 

Nel 1641 Vittorio Siri con lo pseudonimo di Collenuccio Nicocleonte pubblicò un volume sulle condizioni dei soldati del Monferrato dal titolo Lo Scudo, e L'Asta del Soldato Monferrino, Impugnati alla Difesa del suo Politico Sistema. Contro l'Istorico Politico Indifferente. Cesare Goto Spatafora e Giovanni Battista Birago Avogadro, gli “Istorici Indifferenti” risposero per le rime dando alle stampe L’Istorico Politico Indifferente overo Considerationi sopra il Discorso intitolato Il Soldato Monferrino Del Capitan Latino Verità e le Osservazioni sopra l’Istorico Politico Indifferente.

 

Il passo di nostro interesse si riferisce alla paga dei soldati considerata insoddisfacente dal Siri, riguardo alla quale i due autori nelle Osservazioni risposero sostenendo l’impossibilità da parte di un Re di mantenere un adeguato esercito per un anno contrariamente a quanto sostenuto dal Siri e che se anche un Re avesse posseduto il tesoro più grande non avrebbe potuto pagare 8.000 fanti per un mese. Una valutazione logica considerate le finanze di ogni Re e una considerazione che tutti avrebbero compreso, tutti eccetto il "Re delle Cucuzze" cioè il Re delle zucche, un zuccone o quello dei Tarocchi (il Re che non capisce nulla) o qualche fallito cavaliere spagnolo, dando con ciò dell’incompetente al Siri 24.

 

Ottavio Messerini

 

Il nostro interesse verso questo autore è motivato da un verso presente in un lungo sonetto scritto in occasione della richiesta da parte di un amico di essere ragguagliato su un viaggio intrapreso dal Messerini in quel di Lucca. Il sonetto viene definito dall’autore al pari di una filastrocca negli ultimi due versi quando, rivolgendosi all’amico, si dichiara pronto a descrivergli, se richiesta, la sua permanenza in quella città e il suo viaggio di ritorno: “Se ‘l mio starvi, o ‘l ritorno a dir mi tocca, / Son pronto a farne un’altra filastrocca”.

 

In effetti l’intero sonetto, per il suo essere composto in stile bernesco, si presenta come una specie di filastrocca a rima baciata. Di seguito si riportano alcuni versi, dal primo al ventitreesimo:  

 

In somma voi mi dite, che a me tocca

     Farvi sentire il mio viaggio a Lucca,
     Sapete pur, ch'io ho poco sale in zucca,

     Che però la minestra (1) sarà sciocca;
Contuttocið se la girella scocca,

     Non ho che dir s'ella piace, o la stucca (2);
     Che poi in quel fondo i’ farò come Giucca (3),
     E dirò quel, che mi viene alla bocca

Era nella stagion, che i fichi secca,

     E dalle piante ogni frutto si stacca (4),

     L'anno della rovina della Mecca (5),
Quando per irne (6) a Lucca un mi rabbracca (7),

     E tal, ch'ella mi fu nuova di zecca (8);
     Andiam pur, dissi, e Becco (9) a chi si stracca (10).

              Non dare’ (11) una patacca (12)
Di quanti ci è cavai, lettighe, e cocchi,
Che chi va a piè, non teme di trabocchi.

             Or io con due tarocchi (13),
Uno è un di quei dalle Fornace, Checco,
L'altro è Geppe figliuol di Piero Cecco.

              Sono un figliuol di un becco,
Se non dite ancor voi: questa è una cricca (14)
Bella, bizzarra, virtuosa, e ricca 7.

 

(1) minestra = quì a significare l'intero sonetto

(2) stucca = annoia

(3) Giucca = termine toscano per Giufà, personificazione dello sciocco 

(4)  ... che i fichi secca, / ...ogni fruito si stacca = L'Autunno

(5)  L'anno della rovina della Mecca = il 1625, ma l'intero verso potrebbe essere una finzione letteraria, dato che in quell'anno l'autore aveva 14 anni.

(6) per irne = stavo per andare

(7) mi rabbracca = mi prende di mira, mi coinvolge

(8) nuova di zecca = una situazione mai capitatami prima

(9) becco = cornuto

(10) stracca = stanca

(11) dare' = darei

(12) patacca = moneta falsa

(13) tarocchi = idioti

(14) cricca = combriccola

 

La chiara indicazione dell’intendere compositivo dell’autore viene evidenziata fin dall’inizio con i versi “Che però la minestra sarà sciocca”.

 

Il sonetto manifesta in ogni suo verso un atteggiamento ironico e grottesco con cui l’autore beffeggia sé stesso (Sapete pur, ch'io ho poco sale in zucca) e gli altri, attribuendo ai compagni di viaggio e alle più diverse situazioni aggettivi rivelatori di uno stato generale di pazzia.

 

Se si prendono in considerazione i versi “Or io con due tarocchi, / Uno è un di quei dalle Fornace, Checco, / L'altro è Geppe figliuol di Piero Cecco.” notiamo innanzitutto che l’autore definisce tarocchi, cioè degli stupidi, i due personaggi che l’accompagnano. Il termine spregiativo viene amplificato dai nomi Checco e Cecco, utilizzati a volte nella letteratura burlesca a indicare altrettanti simili personaggi. Più avanti nel testo, l’autore si rivolgerà a Geppe chiamandolo “il mio sciocco” e ancora utilizzerà il termine “baciocchi” che in toscano significa appunto “sciocchi” e che riferirà sia a sé stesso che ai suoi due compagni di viaggio. Oltre a ciò, con il ricorso alla girella, strumento presente nelle mani del Matto nell’omonima carta dei Trionfi, l’autore manifesta in maniera evidente la volontà di instaurare un rapporto ben preciso fra l’instabilità del proprio cervello con quello di un pazzo.

 

Per l’intero sonetto, il Masserini usa continuamente la parola ‘Becco’ il cui significato nella Toscana del tempo ma anche in quella odierna equivale a cornuto, termine che sottende uno stato di sciocchezza da attribuirsi a quei personaggi ignari di quanto stava accadendo a loro intorno.  

 

Per raccontare le più svariate situazioni all’interno di un contesto generale di pazzia, l’autore ricorre ancora a Giucca, termine toscano per Giufà, personificazione dello sciocco le cui avventure o scempiaggini costituiscono un ciclo di racconti, spesso collegati, che fanno diventare la ‘Storia di Giufà’ sinonimo di un racconto interminabile, in cui le verità più banali vengono espresse in forma sentenziosa come i versi “Sono un figliuol di un becco, / Se non dite ancor voi: questa è una cricca / Bella, bizzarra, virtuosa, e ricca” ben estrinsecano 25.

 

IL SETTECENTO

 

Christoph Martin Wieland

 

Christoph Martin Wieland (1733-1813) fu uno dei più importanti scrittori e poeti tedeschi del tempo tanto da influenzare la letteratura germanica al pari di Gotthold Ephraim Lessing (1729-1781). Weiland è considerato fra i primi, se non il primo autore satirico tedesco la cui critica moderata prese di mira l'allora potere politico della sua nazione. Una satira che si riscontra oltre che nell’opera sopra citata anche in altri suoi lavori fra cui I Dodici Dialoghi degli Dei, titolo in italiano pubblicato nel 1794 per la traduzione di Gaetano Grassi. È in questa traduzione che troviamo varie volte le parole Re da Tarocchi, espressione che probabilmente sarà apparsa con termini diversi nell’opera originale, ma che evidenzia come lo spirito italiano fin dal ‘500 si sia valso di questo modo di dire per sottolineare personaggi di basso spessore.

 

Nel Dialogo IX, incentrato sulla richiesta di Giunone a Giove di intervenire per rendere maggiormente degni i Re della Terra, Giove rifiutò l’istanza sulla base del fatto che sia il destino dei Re che della Nobiltà erano da sempre giurisdizione privata della moglie. Giunone ne aveva ben donde per invocare l’aiuto del Padre degli Dei, dato che i Re stavano tendendo a diventare sempre più Re di comparsa e da tarocchi, ovvero reucci di poco conto, e Giunone era stupefatta che il consorte non muovesse un dito per fermare tale declino. Alla richiesta di Giunone che metteva in guardia Giove su come il popolo stesse prendendo sempre più potere a scapito di quello dei Re, fatto che avrebbe portato nel tempo a non far più credere neppure agli Dei che dei Re erano i protettori, Wieland impersonato da Giove sostenne che gli unici Re meritevoli erano stati Arrigo IV di Francia e Federico Guglielmo Re di Prussia, e se i diversi altri avessero ritenuto di divenire dei Re da tarocchi, lui sicuramente non lo avrebbe impedito. Come per dire: affari loro.

 

Di seguito i versi salienti del Dialogo IX fra Giove e Giunone:

 

GIUNONE

Devo per altro confessarti, Giove, che non posso ben comprendere, come tu, che sei il Re degli Dei, e degli uomini, conservar possi tanta indifferenza in una causa, che concerne i Re, e possi vederli a cambiare in Re di comparsa, e da tarocco senza neppur muovere un dito.

 

GIOVE

A tanto poi non è così facile di arrivare, carissima.

 

GIUNONE

Eppure vi si è già in qualche parte arrivato, e tosto vi si arriverà alla fine dappertutto, se noi continueremo a stare più lungamente colle mani sulla cintola.

 

GIOVE

Non vedremo certo mai convertiti in Re da tarocco un uomo, che sia, come fu Arrigo IV, in Francia, ovvero l’unico Federico, e se fra i Regnanti alcune ve n’è, che si lasci convertire in Re da tarocco, ei non merita una sorte migliore 26.

 

Giuseppe Manzoni

 

Presso la Biblioteca Marciana abbiamo individuato il componimento Le Astuzie di Belzebù del Mons. Giuseppe Manzoni (1742-1711)Le stanze in ottava rima del Canto I, immancabilmente gradevoli, tratta del Re degli Inferi il quale avendo indetto in occasione del carnevale una riunione di diavoli e streghe allo scopo di comprendere i progressi da loro ottenuti nella conquista delle anime all’Inferno, si trovò a dover placare una rissa esplosa fra i diavoli stessi, i quali si erano messi con detti a evidenziare a mo’ di crescendo rossiniano quanto avevano compiuto cercando l’uno di superare gli altri nel manifestare i propri successi. La bagarre inevitabile venne infine smorzata da Belzebù facendo a tutti i diavoli abbassare gli occhi dalla vergogna, additandoli simili a quei fanciulli ‘tarocchi’ che a scuola, a causa del possesso di una penna, sgridati dal precettore, velocemente si dispongono al loro posto paurosi a sol emettere un fiato. L’attributo ‘tarocchi’ indirizzato ai fanciulli sta a significare ‘impazziti, sciocchi’.

 

XXIII

 

Tacciano tutti, ed abbassano gli occhi,

   E l’uno l’altro, e questi quello guata.

Come fè ciurma di fanciul tarocchi

   In scuola per la penna, e dall’entrata

Ne odano il precettor, che gridi: Sciocchi!

   Perché tanto romor? Chì si v’ha usata,

Peste insolente? Al posto ritornati

Tutti non osan di raccorre i fiati 27.

 

Marcello Bernardini

 

Nel seguente libretto per musica il termine tarocchi è utilizzato per esprimere pazza baldoria.

 

Il Barone per forza o sia il Trionfo di Bacco. Dramma giocoso per musica da rappresentarsi in Firenze nel Regio Teatro di Via Santa Maria nell’Estate dell’Anno 1786, Firenze, s.e, MDCCLXXXVI [1786]

 

[Libretto di Marcello Bernardini]

 

La Musica è tutta nuova del Sig. Marcella da Capua Maestro di Cappella Napoletano.

 

Atto Secondo - Scena XV

Il Duca RuggeroMesser Taddeo, contadino

 

Tutti.    Al tremolo suono

                      Di trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive,

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Duc.              Allegri Baccanti. - Si balli, fi canti,

                      Si gridi, e schiamazzi

                      Si rida, e tarocchi

                      Bevete fintanto - Che v’esca dagl’occhi

                      Per far più gioliva - Più lieta la festa,

                      Via datevi in testa - Con tutto vigor.

Tutti.            Al tremolo suono

                      Di Trombe, e tamburi

                      Ai grati sussurri - Di voci festive

                      Superbe di nasso - Risuonin le rive

                      Dei pregj di Bacco - Dei vanti d’amor.

Tad.             Amico Caprone - Compagno diletto,

                      A tavola, e a letto - Ti voglio portar…

                                         (accarezzando il Caprone.

Duc.             Via presto Sileno  

Tad.             Son l’Arco Baleno…

Duc.             Smontate che fate?

Tad.             Son vecchio cadente…

                      Fo rider la gente - Se prendo possesso…

                                       (nello smontare cade.

                     Ridetemi adesso - Possiate crepar 28.

 

L’ OTTOCENTO 

 

Andrea Locrense

 

Nel seguente libretto per musica, con l’espressione “Con quella figuraccia da tarocco” viene identificata la qualità negativa di un personaggio per essersi reso pazzo agli occhi degli altri.

 

Le nozze poetiche ovvero Bietolino sposo. Melodramma giocoso da rappresentarsi nel Teatro di Trento, Verona, Dalla Tipografia Bisesti, 1811

 

[Libretto di Andrea Locrense]

 

La Musica è del Sig. Maestro Ferdinando Orlandi

 

La Scena si finge in Campagna sul Lido del Mare, nelle vicinanze di Genova

 

Atto Primo - Scena XIV

 

Ninetta [cameriera della Marchesa Armonica Contralto, Dama vedova e bizzarra] frettolosa, e detti [Don Ramiro, giocondo capitano; Don Venanzio Gianicolo, uomo ricco, che si da aria di letterato

 

Nin. Ah… signori che fate? non sapete?

Ram. Non sapete?

Nin.            Cose grandi, cose strane.

Ven. Ma parla…

Nin.            La Signora…

          Il Poeta...

Biet.                           E così?

Nin.                    Fuggon per mare.

Ram. Che ascolto!                        con sorpresa

Car.  (Oh quanto questa nuova è lieta!)

Ven.  Oh furfante Poeta…Or non potremo

         L'Opera far… capite…
Rem.                             Io smanio, e fremo.

Car. (Io godo)                              fra se

Biet.                             Io bevo bile.

Ram. Oh donna infida.'
Biet.  Oh sesso femminile:

Ram. Fuggir con quello sciocco.
Biet.  Con quella figuraccia da tarocco.
Ven.  Dell'opera il libretto

         Lasciato avesse almeno.
Car. (Sento quest'alma respirar nel seno)

                                                      fra se

Nin. F, con me far volea lo spasimato.
Ram Don Bietoìino…

Biet.                          Capitan…

Ram.                                  Sospendo

          L'odio verso di voi.
Biet.   Grazie vi rendo.
Ram. Anzi contro l'indegna

          Far lega ci conviene.
Biet.  Lega: così va bene

          Contro l'indegna copia fuggitiva,

          Farem lega offensiva, e distruttiva.

Ram.  Dalla rabbia io deliro.

Car.  Compiango il vostro stato, o D. Ramiro.

Nin.  Andiam, meco venite,

         Perchè mi è noto il luogo.

Car.  Vengo ancor io per sollevarmi un poco

Biet.  E' anch'io là volgo il passo;

         E cose in ver farò da Satanasso.  partono 29.

 

Ippolito Nievo

 

Del nostro grande letterato (1831-1861) fra la sua raccolta di poesie intitolata Lucciole troviamo Le Scimie Milanesi, manifesta satira contro i costumi della città lombarda. Fra i versi il significato di tarocco come persona sciocca. 

 

Dell'anglosassone

     Cipiglio impressi
     Altri cavalcano
     Che son gli stessi.
     Proci e Centauri,
     Lontre o Leoni,
     Per quanto mutino
     I tacchi in sproni,
     Sempre son sciocchi
     Come tarocchi 30.

 

Francesco Pertusati

 

Scritto in dialetto tardo settecentesco milanese, per evidenziare la corrispondenza della parola tarocco con sciocco (variante di matto) riportiamo i seguenti versi dedicati da Francesco Pertusati alla propria figlia in occasione del suo matrimonio. Di seguito i versi con relativa traduzione: 

 

LXXXVI.

 

Ma i mèe donn…se no sii donn de tarocch,

Dervii i oeucc, e sappièe, che tremi, e geli, 
Quand vedi de sta gent attorna ai socch, 
Che a dilla in curt, bestemmen el vangeli: 
Parlegh ciar, e casciei al so malann:  
De sti amis l’è mei perden, che trovann 31.

 

Ma le mie donne…se non siete donne sciocche (pazzerelle)

Aprite gli occhi e sappiate che sia che sia freddo o che geli

Quando vedrete questo tipo di persone che vanno attorno alle sottane,

Che a farla corta bestemmiano i vangeli,

Parlate loro chiaramente e cacciateli alla malora;

Di questo tipo di amici è meglio perderne che trovarne.

 

Il significato di Tarocco in vocabolari di lingue volgari italiane

 

Prima di concludere, si riporta il significato della parola tarocco, comprensiva della variante tarocc e del termine mincion (da cui minchiata, ovvero il tarocco fiorentino), così come enunciato da tre vocabolari di lingue dialettali italiane:

 

Vocabolario Piacentino Italiano:

Tarocc = Mincion = babbeo, babbione, ignocco (ovvero sciocco, buono a nulla, scimunito)

Mincion cmè la lüina = non torrebbe ad accozzar tre palle in un bacino = Dicesi di chi per dappocaggine non sa fare le cose più facili 32.

 

Vocabolario Milanese Italiano:

Tarlamm equivale a Tarocco = scioccone 33.

 

Dizionario Piemontese Italiano: 

Tardoc, tardocco, sciocco, balordo.

Taroc, tarocco; essere il matto o come il matto dei tarocchi, da tarocchi, entrar per tutto. m. prov.

Tarochè, taroccare; fig. chi tarocca e bestemmia fra i denti, Fort. ecc. 34.

 

L'etimologia

 

Una delle etimologie che hanno maggior credito anche nei dizionari etimologici delle altre lingue europee (poiché il gioco dei tarocchi comparve in Italia, il vocabolo corrispondente nella lingua francese, inglese, tedesca, ecc, è quasi sempre derivato dall’italiano), è quella che riconduce i Tarocchi, come carte, a Tara, la cui origine pare oramai accertata dall'arabo Tárah, forma colloquiale per Tarh ‘detrazione, defalcare’ cosa che si pone in disparte, che si toglie via”, poi anche ‘difetto, imperfezione’. Ciò deriverebbe dal verbo arabo Taraha, con significato di ‘togliere, sottrarre’, in lingua italiana ‘tarare’. La parola Tarochus che come abbiamo visto significa ‘imbecille, cretino’ è equivalente a tarato, cioè ‘mancante di intelletto’ in quanto al soggetto è stato tolto, defalcato, un certo quoziente intellettivo. Con il termine tara si indica anche una anomalia o una malattia ereditaria. In lingua castigliana esiste il sostantivo Tarea, sempre derivante dalla stessa radice araba, con medesimo significato ampliato a ‘tirare, lanciare, assegnare (le carte?)’, ma anche ‘vizio, difetto’: «Es interesante que este mismo verbo también nos dia la palabra Tara en sentido de "vicio" y "defecto"» 35.

 

Saggi di Provenienza 

 

1. Un 'Cavaleyro' taroco

2. Taroch - 1494

3. Il significato della parola Tarocco

4. I Tarocchi in Letteratura I

5. I Tarocchi in Letteratura I.

6. Il significato della parola Tarocco

7. Vento Theroco

8. Tarochi è diventato lo mio core

9. Tarocchi Grotteschi

10. L'Hospidale de' Pazzi Incurabili

11. Diavoli tarocchi e altre storie

12. Un Re da Tarochi - 1584

13. Farsa Satyra Morale

14. L'Inventione de la Croce - 1633

15. Uomini contro Donne

16. L'Ebreo finto Conte

17. Il significato di Tarocco in Andrea Moniglia - 1660

18. Il giuoco dei tarocchi. un simbolo dell’Humama Vita

19. L'Epulone del Frugoni - 1675

20. Un bel asso de tarocchi

21. Di un vecchio tarocco (scioccco) innamorato

22. Il 'Viaggio di Colonia' di Antonio Abbondanti - 1627

23. "L'Almiro", Scena Teatrale di Jacopo Rossi, 1681

24.  Re del nulla, ovvero di Tarocchi - Dal sec. XVII

25.  "Or io con due Tarocchi (Idioti)" - Sec- XVII

26. Re del nulla, ovvero di Tarocchi. Dal sec. XVII

27. Diavoli tarocchi e altre storie

28. ‘Taroccare’ nei libretti per musica del Settecento

29. Taroccare’ nei libretti d’opera dell’Ottocento

30. Le Lucciole. Canzoniere di Ippolito Nievo (1855-56-57), Milano, Coi Tipi di Giuseppe Redaelli, 1858, p. 118

31. I Tarocchi nelle Riviste dell'Ottocento

32. Lorenzo Foresti, Vocabolario Piacentino-Italiano, Piacenza, Fratelli Del Majno Tipografi, 1836, pp. 183 -184.

33. Giuseppe Banfi, Vocabolario Milanese - Italiano ad uso della Gioventù, Milano, presso la Libreria di Educazione di Andrea Ubicini, 1857, p. 736.

34. Voce TA in Nuovo Dizionario Piemontese – Italiano Ragionato e Comparato alla Lingue Comune, coll’Etimologia di molti Idiotismi, Premesse alcune nozioni filologiche sul dialetto del Prof. Giovanni Pasquali, Torino, Libreria Editrice di Enrico Moreno, via del Soccorso n. 15, 1869, p. 565.

35. Dell'Etimo Tarocco

 

 

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