Saggi di Andrea Vitali

Il Carro

 

“Hinc, mortales, ediscite quod vana mundi gaudia, inanes labores, fugaces honores, mendaces favores: omnia vanitas et umbra sunt. Sceptra, coronae, purpurae, pompae, triumphi, laureae, decora, ornatus, gloriae, et lusus, et deliciae, et fastus, et divitiae: omnia vanitas et umbra sunt. Ubi sunt praeclari reges qui dederunt orbi leges, ubi gentium ductores, civitatum conditores? Pulvis sunt et cineres. Ubi septem sapientes, et scientias adolentes, ubi retores discordes, ubi artifices experti? Pulvis sunt et cineres. Ubi fortes sunt gigantes, tanto robore praestantes, ubi invicti bellatores, barbarorum domitores? Pulvis sunt et cineres. Ubi heroum inclita proles, ubi vastae urbium moles, ubi Athenae, ubi Carthago, veterisque Thebae imago? Solum nomen superest. Ubi dictatorum gloriae, ubi consulum victoriae, ubi laureae triumphales, ubi decus immortale Romanorum honorium? Solum nomen superest. Heu, heu, nos miseros. Sicut aquae dilabimur, et sicut folium quod vento rapitur, deficimus, eripimur. Votis decipimur, tempore fallimur, morte deludimur; quae nos anxii quaerimus, quae solliciti petimus, omnia vanitas et umbra sunt. Vanitas vanitatum et omnia vanitas” (Di qui, o mortali, imparate che vani sono i godimenti e le fatiche del mondo, fugaci gli onori, falsi i favori: tutto è vanità e ombra. Gli scettri, le corone, le pompe, i trionfi, le vittorie, gli onori, gli apparati, la gloria, i giochi, le delizie, il fasto, e le ricchezze: tutto è vanità e ombra. Dove sono gli illustri re che diedero leggi al mondo, dove i conduttori di genti, i fondatori di città? Sono polvere e cenere. Dove sono i sette sapienti, e coloro che tengono in gran considerazione le scienze, dove i litigiosi maestri di eloquenza e gli abili artisti? Sono polvere e cenere. Dove sono i possenti giganti dalla straordinaria forza, dove gli invitti combattenti che hanno soggiogato tanti barbari? Sono polvere e cenere. Dove la celeste stirpe degli eroi, dove le imponenti città, dove Atene, dove Cartagine, e il volto dell’antica Tebe? Ne rimane solo il nome. Dove la gloria dei dittatori, dove le vittorie dei consoli, dove gli allori trionfali, dove la dignità immortale dei romani onori? Ne rimane solo il nome. O noi miseri! Scorriamo via come l’acqua e finiamo trascinati come foglie dal vento. Siamo illusi dai nostri desideri, ingannati dal tempo, presi in giro dalla morte; le cose che ansiosamente cercammo, sono tutto vanità e ombra. Vanità delle vanità: tutto è vanità” (da Vanitas vanitatum II, testo musicato da Giacomo Carissimi, sec. XVII).
Il trionfo che segue il Carro nella prima lista di tarocchi conosciuta, cioè il Sermones de Ludo, è la cristiana Fortitudo, ad indicare che il desiderio di potere, di gloria e di fama deve essere mitigato attraverso il ricorso a questa virtù.
Infatti il Carro, che assume nei tarocchi i valori attribuiti dal Petrarca alla Fama nei suoi celebri Trionfi, viene definito dal monaco autore del Sermones come un “mundus parvus”, cioè un successo effimero, un piccolo trionfo, in relazione al fatto che la Fama, la quale consegna al tempo le gesta dei grandi uomini, dovrà soccombere al Tempo stesso e soprattutto all’unica e vera realtà immutabile, cioè la Divinità che il Petrarca espresse nel Trionfo dell’Eternità.
Per San Tommaso la Fortezza è la virtù che “sottomette” l’appetito alla ragione in tutto ciò che si riferisce alla vita e alla morte, “appetitivum motum subdit rationi in his quae ad mortem et vitam pertinent” (I-II, q.66, a.4). Una ragione, che secondo il concetto della Scolastica, rendeva comprensibili le verità di fede suggerendo all’uomo un cristiano e corretto comportamento.
La Fortitudo occupa il primo posto fra le virtù morali che hanno come oggetto le passioni le quali, in relazione alla Fama, si manifestano nel desiderio di gloria e di fama imperitura.
Certamente se le azioni intraprese per soddisfare queste passioni vengono commesse con nobiltà d’animo, l’intento è più che elevato, ma nonostante ciò occorre valutare che la Fama conseguita non sarà eterna e, soprattutto, che ogni azione deve essere concepita come un dovere che ogni buon cristiano ha nei confronti di una Divinità per averlo insignito di particolari doti. In parole povere, qualsiasi grandezza umana deriva da Dio, per volontà sua e per fini sconosciuti all’uomo che deve comprendere ciò attraverso il ricorso alla ragione.
Riguardo la Fama Buona così scrive il Ripa: “Donna con una tromba nella mano destra, & nella sinistra con un ramo d’Oliva, haverà al collo una collana d’oro, alla quale sia per pendente un cuore, & haverà l’ali bianche à gli omeri. La tromba significa il grido universale sparso per gl’orecchie de gl’ huomini. Il ramo d’Oliva mostra la bontà della fama e la sincerità dell’Huomo famoso per opere illustri, pigliandosi sempre, & l’Olivo, & il frutto suo in buona parte; però nella Sacra Scrittura si dice dell’olio, parlando di Christo N. Signore in figura, Oleum effusum nomen tuum. Et dell’Oliva dice il Salmo, Oliva fructifera in domo Domini. Et per questa cagione solevano gli Antichi coronar Giove d’Oliva, fingendolo sommamente buono, & sommamente perfetto. Il cuore pendente al collo, significa, come narra Oro Apolline ne suoi Geroglifici, la fama d’un huomo da bene. L’ali di color bianco notano la candidezza, & la velocità della Fama buona” (Iconologia, Ed. 1669, pag. 192).
La versione petrarchesca si discosta in parte da questa immagine, mantenendo la tromba annunciatrice, mentre nei tarocchi gli elefanti che trainano il carro della Fama descritto dal Petrarca, vengono sostituiti generalmente da cavalli (figura 1 - Il Trionfo della Fama, xilografia da Il Petrarca, 1563).
L’elefante è animale che, come scrive Plinio nella sua Naturalis Historia (VIII, 10), può vivere fino a trecento anni: un periodo notevole di tempo che, in senso generale, è ciò a cui la Fama mira. Capace di imporsi in virtù delle sue stesse caratteristiche fisiche, la magnitudine innanzitutto che si connette allegoricamente alla grandezza della Fama, tale animale era circondato di un’universale stima e rispetto dovutigli per le sue preziose doti e il saggio modo di comportarsi. Esso incarnava a meraviglia il bisogno di esemplarità morale che il sapere cristiano recava in sé come un germe desideroso di erompere: saggezza, castità, virtù famigliari, inimicizia con il drago (cioè il Diavolo) rendevano il carattere dell’animale un esempio da imitare per tutti gli uomini desiderosi di eccellere.
La versione iconologica del Carro dei tarocchi presenta caratteristiche trionfalistiche negli attributi del globo e dello scettro, elementi che ci riconducono ai trionfi romani. Nella Carro di un Antico Tarocco Italiano (figura 2 - Anonimo, Nord Italia, sec. XVI, Leber 1351, XIV, Biblioteca Municipale, Rouen), che rappresenta un condottiero su un carro trainato da cavalli, la scritta “Victoriae Premium” posta nella parte inferiore della carta spiega chiaramente che si tratta di un evento trionfale offerto in premio per una vittoria.
Se nella carta dei Tarocchi Visconti Sforza (figura 3) la figura femminile riprende l’immagine presente nei Trionfi petrarcheschi, essa è assimilabile alle numerose versioni della Gloria come troviamo raffigurata nella carta del Mondo nei Tarocchi di Carlo VI (figura 4) e in quella di Alessandro Sforza (figura 5) dove una figura femminile recante nelle mani gli stessi attributi sovrasta l'immagine del mondo racchiusa in un tondo, quale espressione della Gloria Divina che tutto governa.
Nell’antico Tarocco Parigino dell’inizio del sec. XVII troviamo il cocchio di Apollo che il mito racconta trainato da cigni, uccelli canori sacri al Dio (figura 6). Un inno omerico (XXI, Ad Apollo) inizia in questo modo: “O Apollo, te il cigno canta soavemente, col battere delle ali, / calando alla riva lungo il Peneo, fiume vorticoso”. Eliano nell’opera De natura animalium (IX, 1) scrive che quando i sacerdoti di Apollo, figli di Borea e di Chione, celebravano i sacrifici, i cigni si raccoglievano là, scendendo giù in gran numero dai monti Rifei (monti della Scizia), circondando il tempio e intonando inni in onore del Dio.
I grifoni che conducono il carro nei Tarocchi Visconti Sforza si connettono alle immagini classiche in cui viene espressa una componente di elevazione-sublimazione quale troviamo nel carro di Alessandro Magno trasportato in cielo da due grifoni, raffigurato in un rilievo del Duomo di Fidenza (figura 7), oppure nel carro di Nettuno, di cui esiste un bel mosaico del II secolo d.C. nella raccolta archeologica del Museo del Palazzo Malatestiano di Fano (figura 8), connotato dalla stessa componente solare in termini di vittoria che caratterizza il carro di Alessandro. Sulle ali in riferimento alla fama così scrisse Gualtiero Mariano in un passo del suo Glorioso Triompho al M. et Ill. S. M. Giovanni Bentivogli:  "e fanno ciaschedun salire al cielo / dove abitar non può cosa mortale" (Bologna, Biblioteca Universitaria, Cod. 244, XV secolo).
Nei Tarocchi di Carlo VI (figura 9) il personaggio femminile è sostituito da un guerriero come nei Rotschild (figura 10) e nei Rosenwald (figura 11), mentre nei Tarocchi di Alessandro Sforza (figura 12) un personaggio vestito di nobili panni tiene in mano lo stesso globo aureo che ritroviamo in mano al condottiere dei Tarocchi Rosenwald (Bologna, sec. XVI), secondo un’iconografia riscontrabile anche nei tarocchini dei secoli successivi (figura 13 - Tarocchino Al Leone, 1770). Queste immagini, connotate dalla frontalità del carro e da un guerriero con spada o picca e armatura, si collegano direttamente alla figura di Marte dei Tarocchi del Mantegna (figura 14), determinando una versione iconografica che si stabilizzerà nella raffigurazione successiva di questa carta (figura 15 - Tarocco Lombardo Al Soldato, sec. XVIII).
Nei tarocchi del Wirth il Carro del trionfo è trainato da due sfingi di colore opposto (figura 16): “La Sfinge bianca simboleggia le buone volontà costruttive che aspirano al bene generale realizzato pacificamente, senza scosse. La Sfinge nera freme d’impazienza, e tira a sinistra con grande veemenza: i suoi sforzi minacciano di trascinare il carro nel fosso, ma in effetti riescono a stimolare la Sfinge bianca, che è costretta a tirare più forte dalla sua parte. Così il veicolo avanza più rapidamente, secondo la meccanica del parallelogramma delle forze” (Oswald Wirth, Le Tarot des Imagiers du Moyen Age, 1927, pag. 135).
Un dualismo di forze da armonizzare, secondo il concetto alchemico, che vide la figura del Carro in evidente rapporto con il carro trionfale dell’Antimonio, il Currus triumphalis Antimonii di Basilio Valentino, figura emblematica del XVI secolo tedesco, la cui opera fu ispiratrice di diverse speculazioni esoteriche sui tarocchi.


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