Saggi di Andrea Vitali

L'Imperatrice

 

Una regina incoronata con in una mano uno scudo e nell'altra il bastone del comando, caratterizza l'immagine di questo trionfo nei Tarocchi  Colleoni-Baglioni (Visconti-Sforza) (figura 1). La presenza di tre anelli con punta di diamante ricorrenti nell'abito la individuano in Bianca Maria Sforza, come attesta Giuliana Algeri (1). 

 

L'emblema dei tre anelli come simbolo degli Sforza è attestato in numerosi manoscritti, tra cui l'Urbinate Latino 899 della Biblioteca Vaticana, in cui è narrato il matrimonio di Costanzo Sforza con Camilla d'Aragona. Un altro emblema presente nell'abito dell'imperatrice è una corona con rami di palma e alloro sui lati, un apparato usato dal duca Filippo Maria Visconti. Poiché la corona esprime governo, l'intero emblema indica il dominio visconteo sul ducato di Milano. L’insieme di questi simboli, i tre anelli e la corona ducale con le sue fronde, proclamano una nuova duchessa nella linea Visconti, succedendo a suo padre Filippo nonostante i suoi desideri apparentemente contrari, così come il suo dominio come Sforza in virtù del suo matrimonio con il nuovo duca Francesco Sforza. L'eminente storico dei tarocchi Michael Dummett considerava la presenza congiunta degli anelli con la corona ducale più le fronde come "prova incontestabile che l’insieme di questi simboli venne dipinto dopo il 1450, anno in cui Francesco mantenne il suo diritto al titolo di duca; prima di allora, non avrebbe mai osato combinarli" (2).

 

Sullo scudo dell'Imperatrice è raffigurata un'aquila che forse è l'animale più rappresentato in araldica fin dai tempi antichi. Essa divenne simbolo delle legioni romane, insegna dell'impero bizantino, emblema della dinastia regale degli Hohenstaufen e simbolo, adottato da Carlo Magno, del Sacro Romano Impero, volendo con ciò perpetuare quel potere che aveva avuto in Augusto il suo primo rappresentante.


Sul perché fosse stato scelto questo rapace per simboleggiare il potere occorre rifarsi alla tradizione. Scrive Dionigi Areopagita: "L'aspetto delle aquile fa intendere il loro carattere regale e lo slancio verso l'alto e il volo rapido e l'acutezza e la sobrietà e l'agilità e l'ingegnosità per accogliere l'alimento che le rende forti, e uno sguardo, diritto inflessibilmente e senza ostacoli, volto verso il raggio abbondante e luminoso dell'emissione solare tearchica nelle estensioni robustissime delle virtù visive" (3). Prerogative che ovviamente ben si adattavano ad essere fatte proprie dai detentori del potere.


Anche il mondo cristiano ricorse all'aquila, ponendola a significazione del Cristo. Nel Liber formularum spiritalis intelligentiae di Sant'Eucherio di Lione, che fu una delle figure più autorevoli della Chiesa gallicana del V secolo, si legge a tal proposito: «Le Aquile sono i santi; nel Vangelo (Matteo 24,28) è scritto: "Dovunque vi sarà il cadavere, qui si raduneranno le aquile". Perché le sante anime, quando escono dal corpo, si riuniscono a Cristo, che morendo si fece cadavere per loro. L'aquila significa anche Cristo, come in Salomone (Proverbi 30,19), cioè l'ascensione di Cristo» (4). 

 

Nel Theobaldi Physiologus dell'XI secolo (II) i versi iniziali sull'aquila affermano: "Esse ferunt aquilam super omne volatile primam, / quae se sic renovat, quando senecta gravat: / fons ubi sit, quaerit, qui numquam surgere desit; / it super hunc coelo fitque propinqua Deo" (Dicono che l'aquila sia superiore a tutti gli esseri che volano, che si rinnova quando la grava la vecchiezza: cerca dove sia la fonte che non cessa mai di zampillare; vola sopra questa e arriva vicino a Dio) (5). Versi da interpretare anche allegoricamente come capacità di ogni buon imperante, ovviamente superiore ad ogni altro uomo, di ben governare nonostante la vecchiaia, grazie alla continua ricerca e al ricorso di coloro in grado di offrire i loro saggi consigli, avvicinandosi in tal modo, attraverso le giuste scelte di comando, alla volontà di quel Dio da cui aveva ricevuto lo scettro del potere.


L'iconografia di questo trionfo rimase praticamente invariata nella produzione successiva sino ai tarocchi occultistici. In particolar modo in quelli del Wirth alcuni elementi avvicinano la figura dell'Imperatrice alla Vergine dell'Apocalisse (figura 2): la luna sotto i suoi piedi ad indicare il suo dominio sul mondo sublunare, cioè sulle cose terrene; le dodici stelle attorno alla sua testa, e infine le ali. "E un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e una corona di dodici stelle sul capo" (Apocalisse 12: 1). Le ali non sono menzionate, ma alcuni artisti le hanno raffigurate, come Dürer nel 1511 (figura 3). Queste le permisero di fuggire rapidamente dal "grande drago rosso che aveva sette teste e dieci corna e sette corone sul suo capo" (Ap. 12: 3). In seguito, dopo aver partorito "il suo bambino fu rapito fino a Dio" (Ap. 12: 5) e "la donna fuggì nel deserto" (Ap. 12: 6). L'imperatrice non aveva ali prima che gli occultisti le aggiungessero; ma potrebbero essere state suggerite dai due lati dello schienale della sua sedia nei Tarocchi di Marsiglia  (figura 4) .

 

Note

 

1 - Giuliana Algeri, Gli Zavattari, una famiglia di pittori e la cultura longobardica in Lombardia, Roma, De Luca, 1981, pp. 61-64.

2 -  Michael Dummett, The Visconti-Sforza Tarot Cards, New York: George Brazilier, 1986, p. 102. 

3 - Dionigi Areopagita, Tutte le opere, traduzione di P. Scazzoso, Milano, Rusconi, 1981, p.133.

4 - Francesco Maspero-Aldo Granata, Bestiario Medievale, Casale Monferrato, Piemme, 1999, p. 72.

5 - Ibidem, p. 71

 

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